Un gioco, un rito, una passione
Anche quest’anno è iniziato il Campionato di Calcio ed anche quest’anno, come ogni anno, mi sono ritrovato alla prima uscita all’Olimpico, insieme a svariate migliaia di altre persone, con addosso una maglietta bianconera, con in mano una bandiera con gli stessi colori e con in bocca le parole di una canzoncina orecchiabile. Ogni volta che ciò accade mi sorge poi la domanda su cosa spinga un uomo teoricamente maturo ad un comportamento così apparentemente irrazionale.
Sicuramente aiuta il sentirsi parte di un grande gioco che esce dal campo e diventa gioco collettivo. Tutto ciò ha un fascino ineguagliabile, come fosse una grande tombola, un’estensione ad un pezzo della società del gioco da tavola praticato in famiglia nelle sere d’inverno.
Un altro aspetto fondamentale è quello del rito: un atto che dà continuità alle nostre esistenze, conferisce un senso allo scorrere del nostro tempo, rafforza la nostra identità . In fondo è altrettanto poco razionale mettersi un costume da Zorro o tirarsi delle arance quando arriva Carnevale, eppure quant’è divertente?
Infine c’è la passione, quell’insieme di meccanismi che si sviluppano dentro di noi e che ci portano a provare una soddisfazione del tutto irrazionale, una pienezza emotiva, nel legare la nostre emozioni a qualcosa al di fuori di noi, che sia una squadra di calcio, un modellino radiocomandato o una nave in bottiglia.
Come analisi sociologica non è un granché, mi rendo conto, ma vi dovete accontentare perché il tempo è poco, prima che l’altoparlante comunichi le formazioni e si inizi a cantare.
Buon divertimento e Buon Campionato a chi lo seguirà
Mafioso vuol dire bello
Il fatto che il termine “mafioso” originariamente avesse il significato di bello, appariscente, è noto. Il fatto che il nuovo Sindaco della cittadina siciliana di Salemi ricordi ciò in una dichiarazione pubblica all’indomani del suo insediamento è abbastanza preoccupante. Il bello è che il personaggio in questione è il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi, noto per la volgarità ed il cattivo gusto mostrato nelle sue innumerevoli esibizioni televisive e fresco di allontanamento da parte del Sindaco di Milano Moratti, che lo aveva in precedenza voluto come assessore alla Cultura.
Sgarbi, giovandosi dell’appoggio del plurindagato esponente dell’Udc locale Giammarinaro, si è candidato nella cittadina del Belice ed è stato a Giugno eletto Sindaco. Riporto per esteso la dichiarazione in oggetto riportata da “Diario”: “Maffioso vuol dire bello! La mafia nasce come reazione alla presenza di Garibaldi, all’unità d’Italia, come un tentativo di crearsi una legge autonoma non contaminata, all’epoca, dalla violenza e dall’assassinio. C’è una mafia della prima metà del ‘900 che non persegue l’omicidio. La mafia ha una ragione storica, degradata dalla violenza più terribile e dopo gli ultimi omicidi di Falcone e Borsellino è tornata una pax per cui Provenzano ha tentato di strappare alla mafia l’elemento criminale dell’assassinio”. Insomma una mafia dal volto umano è possibile.
In attesa di applaudire il successo di Sgarbi nel promuovere il processo di umanizzazione della mafia non aspettiamoci larghe vedute su altri temi. Sul tema delle fonti rinnovabili la sua posizione è di quelle che fanno rabbrividire. Riporto sempre da “Diario” il suo punto di vista sull’energia eolica: “Chi pensa di venire a deturpare la straordinaria bellezza di questi luoghi con altre pale inizi pure ad infilarsele in quel posto“. Forse Sgarbi in quel posto preferisce infilarsi i fumi di una centrale termoelettrica oppure le scorie di una centrale nucleare… Mah, de gustibus…
Come sempre il problema non è l’esistenza di simili personaggi raccapriccianti, il problema è il consenso che raccolgono.
Senz’acqua e felici
Le elezioni amministrative siciliane di Maggio si risolsero con maggioranze plebiscitarie a favore della coalizione di destra che da anni governa l’isola come già raccontato su questo blog. E’ giunta poi l’estate e con l’estate i consueti disagi legati all’erogazione dell’acqua. In particolare nella provincia di Agrigento e di Enna la situazione è stata ed è ancora particolarmente critica, con paesi che sono stati per giorni e giorni senza un goccio d’acqua.
Mi veniva in mente che sul finire degli anni 80 la mia famiglia comprò una casa in Liguria in un piccolo comune dell’entroterra. Durante i primi anni l’acqua arrivava irregolarmente per tutta l’estate, rimanendo assente spesso per giorni e giorni. Poi giunse Mani Pulite ed anche la giunta fu decapitata da un’inchiesta sulla corruzione. Una nuova maggioranza sostituì quella precedente e da allora l’acqua non è mai più mancata, nemmeno nei periodi di siccità più prolungata.
Forse se fossimo un po’ più severi con chi ci governa, se avessimo il coraggio di dire che non è accettabile che nel 2008 la gente si ritrovi ogni estate a dover andare in giro a raccogliere l’acqua con le taniche, faremmo qualche passo avanti nella strada verso un paese un po’ più civile.
Patrioti e collaborazionisti
Con il ritorno della data dell’8 Settembre ed il ritorno al governo di quella destra che continua a litigare con il liberalismo o il conservatorismo europeo e sembra trovare invece la propria identità solo nel richiamo (pur fatto sempre a mezza voce) al Fascismo, si è sentito il bisogno di rivisitare e ripercorrere ancora una volta la storia di ciò che in Italia accadde dopo l’armistizio.
Nelle parole di La Russa i caduti della Repubblica Sociale Italiana sono stati definiti come combattenti “in difesa della patria”. Ma siamo sicuri di avere un’idea condivisa del concetto di patria e di cosa significhi combattere per la patria? Quando l’8 Settembre del 1943 il capo del governo, Pietro Badoglio, annunciò l’armistizio, lo proclamò a nome del Re e della patria ed in nessun contesto come quello monarchico è così semplice individuare la patria. Quando partì l’operazione Achse ed i tedeschi iniziarono a disarmare ed arrestare i soldati italiani fu chiaro quale sarebbe stato l’atteggiamento dei tedeschi e che i ruoli si erano invertiti. Quando nacque la Repubblica Sociale qualcuno preferì per convenienza arruolarsi nel suo esercito, altri invece vi entrarono perché non volevano abbandonare l’idea del fascismo e quindi per motivi ideali che, per quanto non condivisibili, sono comunque motivi ideali. Gli uni hanno scelto tra la patria e la convenienza, gli altri tra la patria ed il fascismo: ma nessuno di loro ha scelto la patria.
In paesi nei quali il concetto di patria è chiaramente definito, collaborare con un esercito straniero che occupa il territorio del tuo paese contro il potere costituito si chiama collaborazionismo. Tra quanti in Francia collaborarono con il governo di Vichy ci fu chi lo fece per opportunismo e chi lo fece per convinzioni politiche che lo allineavano al nazismo. Gli uni e gli altri dopo la guerra furono considerati collaborazionisti e contro di essi ci furono 3000 condanne a morte di cui fortunatamente solo 300 furono eseguite.
In Italia la visione ambigua e confusa che abbiamo della Repubblica Sociale riflette la confusione che abbiamo circa il concetto di patria. Il nostro concetto di patria è sempre e comunque settario: la patria è il nostro gruppo, la nostra idea, i nostri riferimenti, la nostra fazione non è un concetto indifferenziato racchiuso semplicemente dai confini della nazione. Non a caso i gruppi chi citano a sproposito il patriottismo sentono il bisogno di aggiungere i propri simboli alla bandiera tricolore.
Non c’è un concetto di patria che superi gli steccati e le divisioni ideologiche, e questo riflette la nostra cronica incapacità di essere una nazione. Il solo fatto che il nostro stesso Ministro della Difesa faccia questa confusione è assai significativo.
Commentatori RAI
Ricordo ancora adesso i commenti di Bagni durante Italia-Olanda degli Europei sulla supremazia chiara dell’Italia, che poi avrebbe perso 3-0, faticando tuttora a trattenere gli impulsi aggressivi che provai allora nei confronti dell’ex-calciatore. Siccome alla RAI vogliono smentire il luogo comune per il quale noi italiani siamo un popolo di superstiziosi portar sfiga è una missione aziendale. Ed infatti Martedì sera, durante Italia-Croazia under 21, Collovati ha fatto di tutto per portar sgarro all’Italia e ci è riuscito ottimamente.
Sembra che Collovati alla RAI l’abbiano fortemente voluto per “La Domenica Sportiva” per dare una risposta, in termini di intelligenza, alla Elisabetta Canalis di “Controcampo” su Italia 1. L’idea che ci sia qualcuno che ogni tanto prende la parola per dire delle fesserie pare sia un must in una trasmissione sportiva. Evidentemente hanno deciso di estendere questa regola anche alle telecronache, e così l’ex-campione del mondo, che faceva da seconda voce nella telecronaca, ha, praticamente dall’inizio del secondo tempo, iniziato a ripetere che, pur essendo l’Italia in vantaggio solo 1-0, si poteva stare tranquilli perché la Croazia non stava facendo nulla, non era pericolosa e stavamo portando in porto il risultato senza problemi. Non sto nemmeno a dirvi, perché è scontato, che ad un certo punto la Croazia ha pareggiato e che alla fine abbiamo sudato sette camicie per riuscire a pareggiare conquistando la qualificazione per un pelo.
Questo mi ha ricordato la considerazione che facevo ascoltando le intelligenti considerazione dei due campioni del mondo: Collovati e Tardelli, che l’anno scorso costituivano una splendida coppia di opinionisti a La Domenica Sportiva: “Per essere un grande calciatore l’intelligenza è un elemento utile, ma non proprio essenziale…”
L’informazione oggi
Riporto alla spicciolata qualche esperienza fatta recentemente in termini di mezzi di informazione.
Qualche giorno fa nella sala d’aspetto di uno studio medico ho preso in mano una copia di Panorama. L’ho aperto e subito mi è capitato sott’occhio un editoriale del Direttore Belpietro che iniziava con un elogio dell’intelligenza di Tremonti. Abbandonavo il pezzo dopo poche righe intrise di una piaggeria nei confronti del Ministro dell’Economia, specialista nel far crescere il debito pubblico, che avrei trovato eccessiva anche se rivolta a Nedved o Del Piero. Giravo pagina ed ecco una dettagliata spiegazione di come si è potuto verificare il miracolo dell’immondizia sparita completamente da Napoli. Mi venivano conati di vomito e, non volendo peggiorare la diagnosi del medico, chiudevo Panorama e decidevo di passare ad un periodico sull’arredamento domestico.
Ultimamente al Giornale Radio 1 si sentono notizie piuttosto strane. Qualche sera fa un servizio di lunghezza inusitata era dedicato alla svolta di Zapatero che secondo il notiziario aveva dichiarato che gli extracomunitari sono la causa principale della disoccupazione. In realtà si trattava della decisione di chiusura dei nuovi ingressi che qualcuno ha voluto collegare alla crescita della disoccupazione. Perfino Il Giornale riferisce la notizia in modo meno tendenzioso del GR1 che invece ne vede la dimostrazione che anche i socialisti spagnoli, così progressisti, hanno individuato finalmente nell’extracomunitario la ragione dei mali del paese. In un’altra occasione ho avuto occasione di sentire un servizio nel quale si dichiarava che la candidatura della Palin aveva riscosso un coro di unanime entusiasmo presso l’opinione pubblica americana. Apprendo poi che in realtà la reazione è stata assai freddina e molti fonti di informazione americane ne hanno rilevato la scarsa esperienza che ne fa più un’esca per i hillaryiani delusi che un candidato autorevole. Secondo alcuni sondaggi addirittura, da dopo la candidatura della Palin, Obama ha recuperato consensi.
Sono venuto a conoscenza grazie ad un intervento su orientalia4all di un articolo pubblicato dal Newsweek sul governo italiano e riportato poi dal Corriere della Sera in modo piuttosto “libero”. L’articolo nella sostanza è uno dei soliti pezzi, tipici del giornalismo anglo-sassone, nel quale si descrive con toni un po’ folkloristici la popolarità di un capo di governo del terzo mondo, acquisita con pochi provvedimenti ad effetto: un po’ come a dire. “Guarda questi selvaggi ai quali bastano due perline colorate per essere contenti”. Come sempre succede per questo genere di articoli si chiude sottolineando che i problemi di sostanza sono ben più complessi e non basta dislocare qualche jeep dell’esercito nelle discariche o nelle piazze delle città , per risolverli. Il Corriere trasforma l’articolo, estrapolandone alcune frasi e traducendole anche in modo improprio, in un panegirico per Berlusconi e la sua incredibile abilità di guidare il paese, nella convinzione che finalmente l’uomo della provvidenza sia arrivato.
Questa è l’informazione in Italia oggi, come dire… speriamo nel mondo dei blog.
L’Italia di Sergio Romano
Ho trovato interessante il pensiero di Sergio Romano, espresso in un articolo apparso su Il Corriere della Sera giorni fa. L’articolo era l’ennesimo invito al PD a sedersi al tavolo con la maggioranza per dare il proprio imprimatur in questo caso alla legge sulle intercettazioni. D’altra parte nel recente passato ho letto, dalle colonne del Corriere, altri illustri opinionisti esprimersi in modo analogo su altri fronti.
Sono perfettamente d’accordo sul fatto che il moltiplicarsi della diffusione sui giornali di intercettazioni su inchieste in corso rappresenta una degenerazione inaccettabile, che mette tv e giornali nella condizione di poter ricattare i cittadini ed una legge che mettesse dei limiti alla pubblicazione delle stesse non mi troverebbe affatto contrario, anche se sarei comunque molto sospettoso se tale legge avesse firma Alfano. E’ però una cosa completamente diversa limitare la possibilità della magistratura di utilizzare le intercettazioni come mezzo di indagine, che è quanto la maggioranza ha sempre manifestato di voler fare. Questo è un atto vergognoso, che mira a garantire il diritto all’impunità e solo una classe politica degenerata può anche solo ipotizzare qualcosa di simile. Nella convinzione che molti potenziali elettori del PD la pensino come me, chiedere all’opposizione di farsi complice di un simile disegno mi pare chiederle una sorta di suicidio politico.
Tuttavia, al di là del tema specifico, non mi piace per nulla la cultura di fondo che sta dietro a questi “inviti al dialogo”. La politica è fatta di contrasti e contrapposizioni, è fatta per mettere gli elettori di fronte a proposte diverse, anche contrapposte, per permettere loro di scegliere. Una politica unanimista, in cui tutti si accordano su tutto, svuota la democrazia di ogni significato e di ogni motore. Ci sono certo alcune regole di fondo: la Costituzione e la legge elettorale tanto per capirsi, su cui è fondamentale trovare un accordo ampio per evitare che ogni maggioranza apporti modifiche di parte alla Costituzione o si crei la legge elettorale a lei più congeniale a proprio uso e consumo. Ritengo quindi che fu sbagliato riformare la Costituzione e scellerato riformare la legge elettorale senza un largo consenso. Per tutto il resto della vita politica al contrario è giusto ed auspicabile che si formino fronti contrapposti che poi dovranno rispondere delle loro scelte di fronte agli elettori: è doveroso che chi governa si prenda la responsabilità esclusiva delle decisioni che prende, dell’orientamento che dà al paese e che di quelle decisioni risponda all’elettorato; e come elettore sarei molto severo con chi collabori allo scempio di cui sopra.
Purtroppo ho l’impressione che il modo di pensare espresso da Romano, piuttosto diffuso, è invece quello di chi considera l’opinione pubblica un male necessario da tenere a bada, che ritiene un approdo desiderabile quello di un paese in cui le decisioni della politica si prendono al chiuso dei palazzi ed all’opinione pubblica si trasmettono solo ologrammi e suggestioni; un paese in cui tutti i politici sono uguali, in cui tutti rubano alla stessa maniera, in cui il qualunquismo allontani i cittadini dalla politica e quindi sottragga la politica al giudizio dei cittadini. Questa Italia, l’Italia di Sergio Romano, non mi piace affatto.
I più letti
Probabilmente scopro l’acqua calda ma ho notato che sulla homepage de il Corriere della Sera c’è un popup con l’hit parade delle pagine più lette. Ho provato orrore quando ho letto la classifica:
PIUletti
Direi che non c’è bisogno di un commento, no?
L’Intesa e l’imbroglio
Era l’estate del 2006 quando Banca Intesa e il San Paolo-IMI raggiungevano un accordo per la storica fusione. Intesa deteneva la maggioranza della nuova Società e molti prevedevano già la progressiva emarginazione dell’area torinese della nuova banca, per quanto il Presidente di San Paolo Salza smentisse categoricamente qualsiasi ipotesi di ridimensionamento. E’ vero che pare un controsenso che un colosso come Intesa San Paolo faccia fatica ad organizzarsi su due sedi, per di più distanti poco più di 100 chilometri, specie nell’era delle telecomunicazioni e delle video conferenze. Il desiderio di controllo proprio della imprenditorialità più miope, purtroppo molto diffusa a casa nostra, fa però spesso sì che queste situazioni si risolvano con la progressiva chiusura di una delle due sedi; l’azienda decide di chiudere la sede considerata meno strategica e comincia a lavorare in modo sotterraneo in questa direzione: qualche attività “pregiata” spostata con un pretesto, qualche taglio al primo segno di crisi, qualche quadro messo a fare le fotocopie, qualche dirigente mandato a spasso, qualche ricatto ai sindacati ed il gioco è fatto.
In questo caso c’era però un elemento che faceva il gioco di Salza e delle speranze dei dipendenti di San Paolo su Torino: già da tempo infatti Salza stesso aveva lanciato l’idea di un enorme grattacielo che sarebbe diventata la nuova sede della società a Torino ed un simbolo della città . La cosa aveva suscitato l’indignazione di molti torinesi per i quali qualunque modifica al panorama di Torino è da considerarsi un delitto, ma il deciso appoggio del Sindaco Chiamparino consentiva al progetto di avviarsi e di sconvolgere i piani di Intesa che non poteva certo permettersi di smobilitare una sede per la quale aveva appena investito centinaia di milioni. Nel frattempo però la sinistra radicale, che quando si tratta di farsi strumentalizzare non si tira mai indietro, decideva di cavalcare lo scetticismo di molti torinesi sull’opera e spaccava la maggioranza che però, al prezzo di un’intesa con l’opposizione, riusciva ad andare avanti. Si arrivava al voto per l’approvazione del progetto in consiglio comunale ma per ragioni varie veniva a mancare per tre volte il numero legale e la decisione veniva ripetutamente prorogata (attualmente è in agenda per Mercoledì 10 Settembre prossimo). Il prolungamento dell’iter burocratico permetteva il crescere del fronte degli scettici anche all’interno di Intesa-San Paolo, facendo la felicità dell’ad Corrado Passera, secondo i bene informati un oppositore della prima ora del progetto.
E così, mentre la sinistra radicale è tutta concentrata su una delle battaglie più di retroguardia che si ricordi e mentre i dipendenti San Paolo sentono puzza di imbroglio e di rischio per il proprio posto di lavoro, il progetto va a gambe all’aria e Passera si prepara ad inanellare un altro successo personale dopo quello dell'”affare Alitalia”.
Gli antichi dicevano nomen omen. E’ certo curioso che l’uomo più in voga del momento nell’economia italiana abbia proprio il nome dell’unica cosa che rivesta nel nostro paese un valore pressoché condiviso in questi anni incerti.
Russia: che fare?
Se non ci fosse stata la crisi georgiana gli ennesimi assassini politici in Russia sarebbero forse passati sotto silenzio, come molti dei precedenti, ed invece noto che le fonti di informazioni occidentali hanno dato molto spazio all’omicidio di Yevloyev, oppositore politico ingusceto, ed alla repressione delle conseguenti manifestazioni di protesta (dico fonti di informazioni occidentali perché invece da noi i telegiornali hanno ignorato l’evento, perché sappiamo bene da che parte sta il nostro governo) così come all’altro omicidio avvenuto in questi giorni in Daghestan di Abdulla Alishayev.
In particolare nell’assassinio di Yevloyev c’è sicuramente una novità rappresentata dal fatto che per la prima volta non si tratta di un’esecuzione attribuita a qualche ignoto sicario. Il giornalista è stato caricato su una macchina della polizia ed è arrivato a destinazione cadavere con un colpo di pistola alla tempia. Il segnale è chiaro: il successo in Georgia ha rafforzato l’egemonia dell’oligarchia filo-Putin che non si sente più obbligata a regolare i conti con gli oppositori in modo sotterraneo ma può farlo in modo aperto. Se il mondo consente a Putin di regolare i propri conti con la Georgia come ha fatto non si vede perché dovrebbe impedirgli di usare lo stesso metro internamente. Diventa sempre più difficile per l’opinione pubblica occidentale ignorare ciò che è vero già da anni, ovvero che la Russia è un paese governato da uno stato di polizia e nel quale ogni opposizione è repressa ed eliminata.
Se in altri casi situazioni come queste sono prese a cuore in occidente solo da attivisti per i diritti umani, la presenza di un governo dittatoriale in Russia assume, anche per i meno dotati di senso etico, un risvolto pratico piuttosto allarmante per almeno due buoni motivi. Il primo è che la Russia è il principale fornitore di energia dell’intera Europa, il secondo è che Putin ha ereditato dall’Unione Sovietica un esercito di dimensioni imponenti. Affidare ad un regime dittatoriale, che poggia il suo consenso su un forte nazionalismo, un potenziale bellico ed energetico così devastante è un rischio che sarebbe meglio non correre. Il rischio che il regime di Putin faccia deflagrare conflitti qua e là per consolidare il proprio consenso porterebbe ad un’instabilità che l’Europa non può accettare, e la possibilità per Putin di sfruttare il ricatto energetico è troppo concreta per potergliela concedere. La previsione che nei prossimi anni si riprongano episodi come quello georgiano o come la crisi del gas con l’Ucraina del 2006 è abbastanza realistica ed è importante riuscire a scongiurarla.
E’ pur vero che molti paesi europei ricavano una gran parte del loro metano dalla Russia, ma è anche vero che la Russia non è l’unico produttore al mondo di gas naturale e, anche se le sue riserve ammontano a più di un quarto di quelle mondiali, l’Europa può sopravvivere anche senza la Russia. Viceversa per la Russia il discorso è diverso. I due terzi delle esportazioni russe fuori dall’ex-Unione Sovietica, sono costituite da gas naturale e petrolio. Se i paesi occidentali cambiassero le proprie fonti di approvigionamento energetico l’effetto per la Russia sarebbe terribile. Aggiungo che anche sul piano militare la Russia ha tutta l’aria di un gigante di argilla: il suo esercito è sì imponente dal punto di vista numerico ma ha un budget inferiore a quello dell’esercito italiano.
In definitiva da un lato emerge l’esigenza sul fronte diplomatico di fare tutto ciò che possiamo per creare il vuoto attorno a Putin, ma il prezzo è accettare che paesi che con l’Europa, dal punto di vista culturale, hanno abbastanza poco a che fare, come la Georgia o l’Ucraina, possano sempre più avvicinarsi all’orbita dell’Unione Europa o addirittura entrarci, nella consapevolezza che ciò renderebbe ancora più complesso il processo di integrazione europea. Dall’altro vi è la necessità di prendere consapevolezza del fatto che la Russia non è un fornitore di energia più affidabile dei paesi islamici e l’unica soluzione definitiva in quest’ambito ci verrà dal raggiungere una relativa indipendenza energetica, puntando il più possibile sulle fonti alternative. Già oggi, con i benefici introdotti dallo stato, chiunque non abiti in fondo ad una valle oscura può installare abbastanza pannelli fotovoltaici sul tetto da rendersi praticamente autosufficiente in termini di fabbisogno energetico casalingo. L’avvio della produzione di auto ad idrogeno fa ben sperare anche nel campo dell’autotrasporto su cui i progetti dell’UE sembrano concreti.
Questi sono i temi in agenda, dal mio punto di vista. Naturalmente sono temi che può affrontare solo un governo che abbia un chiaro progetto strategico e che non consideri Putin un caro amico. In Italia ciò manca oggi e mancherà ancora per un po’ di anni, speriamo negli altri partner europei…
