Ma su cosa litigano?
Da settimane ormai si legge sui giornali di un duello a fil di spada tra gli esponenti di spicco del Partito Democratico piemontese. Da una parte c’è il sindaco di Torino Chiamparino e la presidente regionale Mercedes Bresso, dall’altro una serie di esponenti più “giovani” del PD come Roberto Placido, Stefano Esposito e Carlo Chiama. Pare che il Segretario del PD Piemontese Gianfranco Morgando abbia preso la posizione dei secondi mentre il Presidente del PD Piemontese Gianluca Susta ed il Segretario Nazionale Walter Veltroni difendano Chiamparino e Bresso. Chiariti quali sono gli schieramenti c’è un grosso dubbio che mi assale e di cui ancora non mi sono liberato: su cosa stanno litigando?
Certo: c’è stato un comunicato di Esposito che rifiutava la collocazione di Torino all’interno dell’elenco delle Città metropolitane, ovvero le entità territoriali intermedie tra un Comune ed una Provincia previste dalla riforma costituzionale approvata dalla maggioranza di centro-sinistra nel 2001. Questo elenco era presente in un Disegno di legge emanato del governo Prodi all’inizio del 2007 e recentemente il tema è stato ripreso dal governo in carica che ha riaperto la discussione con gli enti locali. La tesi di Esposito era che la provincia di Torino è troppo estesa sia per superficie che per caratteristiche per essere considerata un’unica area metropolitana e quindi doveva essere eliminata da quell’elenco. Ovviamente la premessa è rispettabile, la conclusione decisamente demenziale. Al limite il problema potrebbe risolversi ridimensionando la provincia, non certo escludendo Torino dal novero delle città metropolitane.
In ogni caso già prima di questa uscita infelice il conflitto sembrava pronto ad esplodere ed è esploso con accuse e controaccuse che vanno ben oltre la questione citata, anche se sono sempre giocate sul sottinteso, sul dico-non dico, apparentemente fatte apposta perché nessuno capisca nulla.
Chi sostiene gli uni afferma che si tratta di una rivolta dell’apparato contro Chiamparino considerato troppo decisionista, chi sostiene gli altri ribatte che non si vuole tener in sufficiente conto il gruppo dirigente uscito vincitore dalle primarie dell’anno scorso e quindi il parere della base. Per chiarire ricordo che alle primarie il PD si era presentato con Susta candidato confezionato per essere eletto, onde far quadrare determinati equilibri nazionali, ed invece la maggioranza dei voti era andata a Morgando. L’esito salomonico era stato di assegnare a Susta la carica di Presidente…
In definitiva un anno fa eravamo qui a celebrare il bagno di democrazia delle primarie del PD ed oggi quel bagno è già finito, con la politica che si è di nuovo ritirata al piano di sopra, lontano dalle domande dell’opinione pubblica che oggi è molto più preoccupata dal “decisionismo” del governo Berlusconi che da quello di Chiamparino. A proposito di primarie vien da chiedersi se quelle del 2007 sono state solo un bell’esperimento che sarà rimesso in soffitta per tornare alla politica delle segreterie, oppure ci sono speranze che di nuovo si voglia dare la parola alla base. Al momento sono sempre più scettico.
Un trionfo conquistato a fatica
Michael Phelps ce l’ha fatta. Ha centrato il traguardo che si prefiggeva e che l’America aspettava da lui con crescente apprensione, ovvero gli otto ori, strorico record per i Giochi Olimpici, e questo nel contesto di un Olimpiade nella quale, senza gli ori di Phelps, gli USA avrebbero corso addirittura il rischio di finire al terzo posto nel medagliere, un disastro storico per la squadra americana. Non è stato però un cammino facile quello del campione di Baltimora. Già la 4×100 era finita al collo di Phelps per il rotto della cuffia, con il francese Alain Bernard, medaglia d’oro nei 100 stile libero individuali, che si faceva recuperare dall’ultimo staffettista americano Lezak quasi un secondo negli ultimi venti metri regalando agli Stati Uniti una vittoria che pareva ormai sfumata. Ancora più convulso il finale dei 100 farfalla dove il serbo Cavic pareva a tutti aver toccato per primo al traguardo, ma la vittoria veniva assegnata per un centesimo di secondo a Phelps. Si levava anche qualche polemica ipotizzando un aggiustamento del fotofinish visto che l’azienda che se ne occupa è anche sponsor di Phelps. C’è anche un sito internet nato per denunciare la sospetta congiura ma a me personalmente la sequenza fotografica qui sotto riportata toglie ogni dubbio. Considerate che non è sufficiente toccare la piastra ma è necessario esercitare una certa pressione, non trovo quindi strano che Phelps (a sinistra) che è in bracciata, sopravanzi Cavic (a destra) che invece è in allungamento.
In definitiva non è stata la vittoria dell’America opulenta e sbruffoncella a cui eravamo abituati ma una vittoria operaia, conquistata a fatica, e che sembra fatta apposta per l’America di oggi che probabilmente ha bisogno di tirar fuori gli attributi per continuare a primeggiare in un mondo così complicato, ma che probabilmente è anche pronta a farlo.
Novità traumatiche e patologie federali
La stagione calcistica non è ancora entrata nel vivo eppure già mi è capitato di vedere quanto segue: la Juve vincere a Londra con l’Arsenal per un gol segnato da Trezeguet in fuorigioco clamoroso, la Juve perdere con l’Amburgo per un gol regolarissimo annullato a Camoranesi, alle Olimpiadi (ebbene sì, qualche pezzetto di Olimpiade l’ho visto) in Italia-Camerun concedere un rigore contro gli azzurri inventato e non accordarne uno solare a favore, in Italia-Belgio convalidare un gol al Belgio pur non essendo la palla mai entrata, ed infine in Juve-Milan annullare un gol regolarissimo ad Amauri e negare un rigore evidente ad Ekdal che si è pure beccato dal pessimo Rizzoli un ammonizione per simulazione. Nella sostanza il risultato della maggior parte degli incontri di calcio che ho visto è stato stravolto da errori dell’arbitro di cui tutti si sono accorti tranne lui stesso. A questo punto c’è da chiedersi se non sarebbe più pratico che l’esito di un incontro di calcio fosse deciso dal lancio di una monetina, si risparmierebbe ai calciatori tanta fatica…
Nel frattempo ho appreso che per la prima volta alle Olimpiadi è stata usata la moviola nella scherma per discernere gli assalti più complicati. Così anche in questo nobile sport come nell’altrettanto nobile e tradizionalista rugby gli errori arbitrali verranno limitati dal mezzo tecnico. Pare che naturalmente anche qui la cosa abbia scandalizzato i tradizionalisti, tra i quali il Presidente del CONI Petrucci ed il Commissario Tecnico della nazionale di scherma Magro che, non potendo più attribuire all’arbitro, come si usava nel passato, la sconfitta subita contro la Russia dalla favoritissima squadra di fioretto femminile, si sono trovati costretti ad attribuirla alla moviola, sicuramente di parte e forse anche corrotta. In effetti c’è da capirli: come fare adesso che dopo una sconfitta non si potrà più dire che la colpa è dell’arbitro? Sarà forse il momento di dover ammettere, dopo un insuccesso, che gli altri sono stati semplicemente più bravi? Terribile! Sarebbe davvero una novità traumatica per le abitudini italiche. Ho paura che la nostra Federazione si troverà a dover assumere squadre di psicologi per curare i nostri poveri atleti rimasti privi di capri espiatori. Per quanto riguarda invece i rappresentanti delle nostre istituzioni sportive, che accusano le immagini di parzialità , lo psicologo serve subito, ma uno bravo…
Russia: vittoria, pareggio o sconfitta?
I commentatori in questi giorni si affaccendano per stabilire se quella del governo russo in Georgia sia da considerarsi una vittoria, una sconfitta o un sostanziale nulla di fatto. Per provare a rispondere a questo dilemma è necessario prima chiedersi quale sia l’obiettivo che Putin si era posto e che lo ha spinto a questa prova di forza.
Per capirlo proverei ad osservare quali sono le conseguenze più ovvie. Intanto la conseguenza ampiamente prevedibile è sicuramente un inasprimento dei rapporti con l’Occidente con il quale la Russia stava trattando l’adesione al WTO. E questo è già un punto da soppesare perché è ipotizzabile che il probabile posticipo dell’adesione della Russia al WTO non sarà accolto con troppo dispiacere dalla lobby che fa capo all’estrazione e distribuzione dei combustibili fossili. Oggi i due terzi delle esportazioni della Russia verso il mondo non ex-sovietico è costituita da gas e petrolio e questo mercato è gestito da pochi grandi gruppi legati a doppio nodo con l’oligarchia politica che sostiene Putin. Non sorprende che questa oligarchia non sia così ansiosa di completare l’apertura del mercato russo al resto del mondo e che non consideri una sciagura un suo rinvio.
Un altro aspetto da tener in conto è che se i tassi di crescita di Cina e India si rilassassero e la recessione in occidente interrompesse la corsa del prezzo di gas e petrolio ci troveremmo di fronte ad una crisi economica devastante per la Russia che alimenterebbe il malumore nei confronti del bastone di Putin. E’ tipico dei regimi illiberali trovare un nemico esterno da identificare come colpevole e del quale identificare come alleati (e quindi traditori) gli oppositori interni. Quale nemico esterno più adatto ad essere spacciato come tale all’opinione pubblica, anche per i precedenti storici, degli Stati Uniti?
Sicuramente il conflitto accelererà l’adesione della Georgia e dell’Ucraina alla NATO e rafforzerà  all’interno dell’Unione Europea le posizioni più ostili a Mosca (espresse dai paesi dell’Europa orientale) ma anche questi sono elementi che il regime putiniano può giocarsi internamente per rafforzare la sua posizione. Isolato sì dal resto del mondo ma più forte sul fronte interno: questo probabilmente era l’obiettivo di Putin, ed è un obiettivo che probabilmente riuscirà a conseguire.
Se vittorià sarà però sarà una vittoria di Putin quindi, non della Russia che si ritrova ad essere un paese sempre più fragile e sempre più dipendente dal mercato delle materie prime e destinato, in un mondo che si liberi progressivamente della dipendenza dai combustibili fossili, a sprofondare in una profonda crisi, per salvarsi dalla quale Putin sta probabilmente già ora facendo le sue mosse.
Gli attacchi a Famiglia Cristiana
E’ tipico di chi è grossolano confermare un’accusa proprio nel momento in cui cerca di smentirla. Pochi giorni orsono Famiglia Cristiana aveva attaccato il governo per le politiche sui Rom, paventando il rischio di un ritorno al fascismo. Se quello di Famiglia Cristiana poteva apparire un allarmismo eccessivo, la reazione che la grossolana maggioranza che governa il paese ha avuto non può invece che aver dato nuovi motivi di timore ed aver confermato l’idiosincrasia che la maggior parte della nostra classe politica ha nei confronti del dissenso e quindi dei basilari meccanismi democratici. C’è un solo modo che un governo democratico ha di reagire ad un attacco proveniente da una fonte di informazione: smontare le accuse ribattendo punto per punto se si è in grado di farlo. Invece, dimostrando la propria allergia per questi meccanismi, la maggioranza ha ribattuto con insulti, denigrazioni ed inviti rivolti alla Chiesa a prendere le distanze dalle posizioni espresse dal periodico di area cattolica, invito che la gerarchia ecclesiale ha prontamente accolto. Si è arrivati perfino ad istigazioni deliranti al boicottaggio come questa.
Questa maggioranza è uscita trionfante dalle elezioni, ha già sbrigato la parte più sporca del suo lavoro, ovvero coprire le magagne giudiziarie del suo premier, senza che la popolarità del governo ne patisse più di tanto. In una situazione simile, di fronte alle posizioni critiche di un periodico dalla modesta tiratura, sarebbe ragionevole aspettarsi una reazione più mite. La violenza da regime totalitario con la quale invece la maggioranza ha reagito fa pensare ad una patologica difficoltà di concepire ed accettare il dissenso. Parafrasando Don Abbondio mi vien da dire: “se uno la cultura democratica non ce l’ha, mica se la può dare…“
Un arcobaleno nella notte
Era una sera di primavera del 2006 e la Juve concludeva una partita desolatamente abulica con uno zero a zero che ci lasciava come al solito annusare soltanto la tanto bramata, così spesso sfiorata e così raramente ghermita, Coppa dei Campioni. Nel frattempo la Squadra si avviava a stravincere un altro Campionato nonostante una frenata primaverile della quale la partita con l’Arsenal era solo una ennesima conferma. Quello che è successo dopo fa male ancora adesso ricordarlo, fatto sta che la squadra europea che nei dodici anni tra il 1994 ed il 2006 aveva disputato più finali continentali di tutte le altre, per due lunghi anni, è rimasta fuori dalla tenzone europea.
In una serata dorata non solo dalle nuove maglie della Juve, la Squadra è rientrata Mercoledì sera in Europa, con la scintillante brillantezza che il lignaggio impone. Di fronte ad uno stadio colmo di entusiasmo e di emozione la Juve dilagava sul terreno di gioco, fin dal primo minuto, con tutta la rabbia con la quale l’esule che ritorna nella sua terra, si riappropria della sua storia. Il Capitano e Camoranesi deliziavano la platea facendo roteare il pallone ammaestrato in giro per il campo verde. Molinaro iniziava a mulinare le sue lunghissime leve. Momo imponeva salatissimi balzelli ai centrocampisti dell’Artmedia che sembravano storditi. Poulsen era ancora un po’ timido ma iniziava a distribuire la sfera con buona velocità e precisione. L’argine slovacco tremava ripetutamente e quando Grygera entrava tutto solo in area sulla destra e si impappinava, Mauro German irrompeva dando inizio alle danze con un secco fendente che perforava per la prima volta la porta mitteleuropea. L’inizio sembrava preludere ad una serata fortunata ma proprio il ceco Zdenek, poco dopo, veniva a contatto fortuitamente con un avversario e rimaneva steso a terra. Una brutta testata senza conseguenze se non la necessità per Ranieri di riinventarsi per l’ennesima volta la squadra. E qui veniva la grande sorpresa: anziché l’ingresso scontato di Zebina, Ranieri mandava in campo Iaquinta che prendeva il posto sulla sinistra di Brazzo spostato a destra al posto di Grygera. Il tempo di riprendere confidenza con il nuovo schieramento e per gli slovacchi era di nuovo notte fonda. Si ricominciava a frustare la difesa avversaria con un Iaquinta che si calava benissimo nell’improvvisato ruolo e la scena era pronta per il clou della serata. Accadeva infatti che Trezeguet addolciva un pallone, che girovagava sul limite dell’area di rigore, per il sopraggiungente Del Piero che dipingeva nell’aria notturna dell’Olimpico un arcobaleno. E con quell’arcobaleno si chiudeva forse una stagione di tempeste da cui si era temuto il mondo juventino non si sarebbe mai ripreso. Ed alla base di quell’arcobaleno si trovava una pentola d’oro che era la pentola d’oro del ghiotto montepremi della Champions League ma anche la pentola che raccoglieva tutte le speranze della gente bianconera, covate in questi anni di esilio. La terza rete seguiva poco dopo ed era una birichinata di Chiellini che portava via il pallone da sotto il naso del disperato portiere slovacco.
Il secondo tempo valeva solo perché Trezeguet si rendesse conto che non era la serata giusta per rimpinguire il suo curriculum europeo, perché Amauri prendesse confidenza con il continente e perché Legrottaglie riprendesse fiducia, dopo un avvio di stagione non esente da smagliature, segnando il quarto gol.
Pare un eccesso di prudenza o di scaramanzia ma adesso il ritorno a Bratislava diventa una prima prova di maturità per la Juve. Sapremo giocare con la maturità di chi sa che passare il turno, partendo da 4 a 0, non è solo una formalità ? Se così sarà avremo iniziato nel migliore dei modi questa stagione europea.
Le avventure di un tifoso da stadio
Il sottoscritto è uno di quelli che si ostinano a ritenere che una partita di Calcio vista allo Stadio sia uno spettacolo completamente diverso da quello che si gode davanti al teleschermo. Per questo continuo a sopportare le sofferenze che questo comporta ma il vuoto che si va formando via via attorno a me (anche le campagne abbonamenti estive hanno confermato la tendenza al calo degli spettatori in Italia) mi suggerisce la possibilità che altri non siano come me votati al sacrificio.
In nome del mio autolesionismo ho deciso quindi, con il mio Babbo, di assistere al ritorno in Europa della Juve contro gli slovacchi dell’Artmedia. Avendo recentemente riconfermato per il ventiquattresimo anno consecutivo l’abbonamento alla Juve godevo, come il Babbo, della prelazione sui biglietti che, secondo quanto riportato da tutte le fonti, compreso il sito della Juve, era esercitabile Giovedì 7 e Venerdì 8. Visto e considerato che pare che da quest’anno presso le ricevitorie Lottomatica, anche per ottenere i biglietti in prelazione dall’abbonamento, si devano esibire i documenti di identità di tutti gli intestatari degli abbonamenti e mi è complesso farlo vivendo io e mio padre in città diverse, decidevo di rivolgermi al sito web. Non esisteva però sul sito nessuna modalità apparente per esercitare il diritto di prelazione. Optavo quindi per il call center che però per tutta la giornata di Giovedì risultava irraggiungibile (linea in congestione, apparentemente). Il mattino di Venerdì 8 chiamavo direttamente la Juventus che però si limitava a dirmi che a loro tutto risultava funzionante e di richiarmarli in caso di ulteriori problemi. A quel punto chiamavo mio padre per chiedergli di provare lui, concedendogli la pensione più tempo libero, a richiamare il Call Center a ripetizione. Dopo un paio d’ore di tentativi a tappeto mio padre riusciva finalmente a prendere la linea. Lo tenevano ancora a lungo in attesa, tanto per fregare un po’ di soldi, visto che si tratta di un 199, e alfine l’impiegato Lottomatica rispondeva. Peccato che, secondo l’ineffabile impiegato Lottomatica, la prelazione era già scaduta il giorno prima. Inutile spiegargli che su qualunque fonte di informazione non era scritto così ed inutile fare ipotesi sul fatto che probabilmente l’impiegato non sapeva semplicemente come fare e quindi ha preferito prendere per i fondelli il cliente che lavorare. Sta di fatto che per non correre il rischio di rimanere senza biglietto, mio padre comprava due biglietti di posti diversi da quelli degli abbonamenti che fortunatamente erano ancora disponibili.
Alle 19.30 di Mercoledì 13 ci siamo quindi presentati alla biglietteria per ritirare il nostro biglietto prepagato. Come in altre occasioni in cui avevo fatto la stessa trafila, i botteghini erano divisi secondo la lettera iniziale del cognome dell’acquirente. Purtroppo nessuno ha avvertito l’organizzazione che in Italia circa la metà delle persone ha un cognome con iniziale dalla A alla F e quindi metà delle persone che avevano un prepagato si assiepava nell’unico botteghino per le lettere A-F, mentre gli altri botteghini rimanevano pressoché deserti. In ogni caso i cartelli che avrebbero dovuto aiutare a capire quale fosse il botteghino giusto erano apposti al muro ad altezza uomo, quindi invisibili da lontano, ovvero dal fondo della coda: questo tanto per rendere più difficile il compito di orientamento. La procedura di consegna era oltremodo lunga e burocratica, il che ci portava ad ottenere i sospirati biglietti circa alle 20.10, dopo 40 minuti di coda!!!
Era il momento di entrare allo stadio ma le peripezie non erano ancora finite. Questo perché il sistema dei tornelli nel frattempo era andato in crisi. I biglietti erano infatti stati stampati male: era rimasta una linguetta di carta tra il codice a barre e l’orlo anteriore del biglietto. Ciò significava che infilando il biglietto nel lettore il codice a barre rimaneva fuori e non veniva perciò letto, percui il tornello non si sbloccava. Si era quindi formata una coda interminabile ai tornelli che obbligava gli addetti a bloccare gli ingressi per non creare troppa ressa. Piuttosto indispettito ed alterato facevo notare all’addetta che ci catechizzava che l’organizzazione faceva schifo e che si poteva risparmiare le sue rampogne nei confronti di questo o quello, ma che avrebbe piuttosto dovuto chiedere scusa a nome dell’organizzazione per il trattamento inaccettabile usato nei confronti dei tifosi. “E perché dovrei chiedere scusa?” chiedeva la steward. Io provavo a proporle un: “Perché è un’ora che sono in coda!!”. E lei, la Steward 434, a quel punto rispondeva: “E allora?”, ed in quell’“E allora?” c’era tutta l’ignoranza di un mondo, un mondo che sgorgava da quella frase in tutta la sua devastante mediocrità . Sta di fatto che di lì a pochi minuti si scopriva che c’erano dei tornelli che chissà perché non erano stati attivati e la cui attivazione straordinariamente smaltiva in pochi minuti la coda; così la Steward 434 poteva litigare con qualcun’altro, che come me le pagava lo stipendio, e finalmente tutte le disavventure del sottoscritto venivano compensate dalla magia dei colori e delle emozioni dello stadio.
Rimane la convinzione che gestire gli appassionati di calcio come un branco di bestiame, e non come dei clienti che vengono a comprare un prodotto, sia un modo molto miope di vendere il prodotto calcio. L’organizzazione di una società di calcio moderna deve manifestarsi anche e soprattutto in queste cose.
Ancora sul mare
Un particolare aggiuntivo della giornata al mare di Lunedì a Santo Stefano è stato il fatto che la foto che ha corredato il mio intervento in merito, che denunciava quanto la spiaggia fosse insozzata dalle cicche buttate a terra, l’ho scattata sotto il naso di due signorine che stavamo fumando. Ritengo impossibile che non abbiano notato il fatto e non posso pensare che non abbiano capito il motivo del mio sconcerto. Sta di fatto che, finite le rispettive sigarette, si sono ben guardate dal buttare le cicche nel vicinissimo bidone dello spazzatura ma le hanno abbandonate nella sabbia tra le altre mille.
Questo a dire che non serve nemmeno che qualcuno ci mostri le conseguenze di quello che facciamo, la spazzatura ce l’abbiamo nella testa prima che sulla spiaggia.
Una giornata al mare
Oggi era in programma una classica giornata di mare. Una classica giornata di mare si compone dal mio punto di vista di: discesa al mare verso mezzogiorno, deposizione del telo mare sulla spiaggia libera, spalmamento di abbondante crema solare, breve lettura, dieci minuti di nuotata in mare, breve lettura intanto che ci si asciuga, ricerca di qualcosa da mangiare, ritorno a casa. Era quindi mezzogiorno inoltrato quando la spiaggia di Santo Stefano al Mare si delineava di fronte a me. Mancando dall’anno scorso notavo subito che nel risiko balneare da anni in corso il vicino stabilimento aveva guadagnato qualche altro metro sulla spiaggia libera. Balzavano poi all’occhio dell’avventore un paio di abitudini simpatiche degli avventori della spiaggia libera: la prima è di appropriarsi di spicchi di spiaggia mettendo una stuoia e un ombrellone sulla spiaggia. Sentendo anche i commenti dei vicini mi rendevo conto che le posizioni così occupate erano di persone che non si erano nemmeno viste in spiaggia per tutto il giorno. La seconda abitudine era di concepire la spiaggia come un posacenere e di non avere alcuna remora a gettare a terra le cicche spente creando sulla sabbia un collage veramente obbrobrioso che vi riporto in foto.
Nota positiva era invece il mare insolitamente pulito e privo del consueto letto di alghe.
Veniva poi l’ora del pranzo e qui venivano altre dolenti note. Pur nel bel mezzo di in una località marittima a ridosso di Ferragosto non c’era l’ombra di un posto papabile che facesse orario continuato e per conquistarsi un pezzo di focaccia, pessima peraltro, occorreva migrare fino alla vicina Riva Ligure.
Viene da chiedersi con meraviglia come mai ci sono ancora pazzi che, pur non vivendo in zone limitrofe, vengono a passare le ferie in Liguria. Anche in questo ambito come in tanti altri la nostra resistenza a capire che il mondo sta cambiando è davvero terribile. Oggi le persone non sono più disposte a stare in mezzo ad un immondezzaio pur di godersi un po’ di sole e di mare. Soprattutto quando è così facile espatriare in Francia, Spagna o Croazia e trovare servizi e spiagge pulite. Ho paura che quando ci renderemo conto di questa verità sarà troppo tardi.
Affari interni
In risposta alle critiche mosse negli ultimi giorni da Bush in tema di diritti dell’uomo, il governo cinese ha replicato invitando Bush a “non interferire negli affari interni cinesi“. Nel tuo ostinato anti-storicismo il governo della Repubblica Popolare Cinese ha quindi sfoderato un concetto tipico della guerra fredda. La domanda è: esiste ancora nel terzo millennio il concetto di “affari interni”? I conflitti israelo-palestinesi non sono forse stati, insieme all’invasione sovietica dell Afghanistan o la guerra in Cecenia, il terreno fertile per la diffusione del terrorismo islamico che minaccia tutto il mondo? Possiamo negare che le dittature abbiano la necessità fisiologica di combattere guerre per motivare uno stato permanente di mobilitazione generale che ne giustifichi l’esistenza? Possiamo quindi negare che una dittatura sia fonte di instabilità politica per un’area geografica anche al di fuori dei propri confini? In quest’ottica ed al di fuori delle doverose riflessioni etiche, il mondo oggi si sta interrogando sui rischi che la repressione violenta degli uiguri possa creare un nuovo punto di raccolta del terrorismo islamico, sulle catastrofiche conseguenze economiche che avrebbe un conflitto tra Cina e Taiwan, sull’instabilità che la questione Tibet determina anche nel vicino Nepal. Per alcuni anche il colpo di stato strisciante con il quale Putin ha di fatto ripristinato un sistema totalitario in Russia poteva sembrare un fatto interno. Peccato che siamo già qui a parlare di un conflitto armato tra Russia e Georgia che non lascia intendere nulla di buono.
In sostanza il governo cinese deve prendere una decisione definitiva. Se vuol continuare ad essere un attore dello scacchiere internazionale deve accettare che anche ciò che accade tra i suoi confini sia oggetto di trattativa e negoziato. Altrimenti rischia di diventare una mina vagante nel panorama internazionale che prima o poi esploderà . L’alternativa è ridimensionarsi ad un paese chiuso come ai tempi di Mao, ma non mi pare che ciò sia nelle corde della Cina di oggi.

