Carambola
Il movimento iniziale del gioco della Carambola Americana (detto anche Pool) è la cosiddetta spaccata. Si posiziona la palla bianca sulla linea di fallo e la si lancia contro il triangolo delle palle colorate. Il colpo viene eseguito impremendo alla stecca la maggior forza possibile per movimentare quanto più si possa le 15 palline tra le quale si distribuirà l’energia impressa. Quando si esegue questo colpo, ci sono volte che la stecca scorre perfettamente tra le mani e il colpo sulla pallina bianca arriva tanto secco e forte che la stessa pare quasi decollare, arriva a colpire proprio nel punto giusto e le 15 palline impazziscono trasformando il tappeto verde in un formicaio su cui qualcuno ha appena messo il piede. Le sfere sbattono ripetutamente contro le sponde, tra di loro, roteano su sé stesse come pattinatrici. Tu guardi con soddisfazione lo sconquasso che hai combinato aspettandoti un grande successo, finché le palle cominciano a rallentare, l’agitazione che le ha animate comincia a scemare, una urta il bordo della buca, un’altra si ferma proprio pochi centimetri prima di cadere, un’altra si fa deviare da un impatto casuale quando stava dirigendosi verso la buca. Quando la pugna si placa guardi il campo di battaglia e ti rendi conto con sgomento che nemmeno una sola pallina è finita in buca.
Questo è pressapoco quanto provato da una quindicina di migliaia di juventini Mercoledì sera, quando il direttore di gara Pierpaoli ha fischiato la fine di Juve-Catania.
La sfida era iniziata con un Catania aggressivo ed intraprendente ed una Juve un po’ impaurita che capiva dopo circa un quarto d’ora che cosa stava succedendo. Una volta compresa la situazione però, Madama riprendeva in mano la partita e segnava quasi subito con un cross che la Formica recapitava sulla testolina di Amauri. Poi era tutto un imperversare di Giovinco e Del Piero che facevano da guarnizione di una tranquilla amministrazione della partita, nella convinzione che ormai il Catania avesse dato il meglio di sé. Ed in effetti era così, solo che a metà del secondo tempo una zolla impertinente sbeffeggiava Giorgione ed il Catania si riportava in parità . Di lì alla fine era tutta una grande carambola sotto la porta di Bizzarri, con pali, traverse, piedi, ginocchi, chiappe tra le quali rimbalzava il pallone senza mai osare intraprendere la via della rete.
L’incontro finiva con i volti juventini rivolti verso l’alto, in una generale imprecazione che non aveva nulla di tecnico. Questa sarà ricordata certo come la serata in cui la Dea Bendata ha voltato la spalle alla truppa bianconera. Ma forse va ricordata anche per la serata eccezionale di Giovinco che ha dato consistenza al suo talento e ha detto chiaramente che la Juve in futuro potrebbe avere terribilmente bisogno di lui.
Quando i ministri sono come noi
Mi ha colpito molto sentire tempo fa una trasmissione di approfondimento sull’esito del negoziato del WTO sui dazi, sui quali non si è trovato com’è noto un accordo. Tra gli altri era presente il Ministro delle Politiche Agricole Zaia al quale il moderatore chiedeva, così come agli altri presenti, quali potessero essere le conseguenze di questo fallimento. Mentre gli altri invitati immaginavano scenari e implicazioni, il Ministro semplicemente rispondeva “Non lo so e non mi interessa. Quello che mi interessa è fare gli interessi degli agricoltori italiani”. Che è la risposta che avrebbe potuto dare uno qualunque degli agricoltori che voleva rappresentare.
Temo che proprio questo sia uno dei problemi che abbiamo oggi: la necessità dell’opinione pubblica di sentire una vicinanza con i nostri politici per potersene fidare, la percezione che le grandi strategie, una visione ampia delle cose, sia un modo troppo complicato e troppo poco comprensibile per potersi fidare di chi le propugna, ha portato ai vertici della classe politica persone che sono sì alla portata di tutti, ma sono anche caratterizzati da un’assoluta incompetenza di fondo che li rende del tutto inaseguati a rappresentare i reali interessi del paese; persone che si limitano a rincorrere gli umori ed i desideri immediati dell’opinione pubblica senza avere progetti o prospettive.
Quante volte abbiamo sentito la frase: “I politici devono saper parlare con il linguaggio della gente”. Il problema è che il linguaggio della gente è infarcito di superficialità e lo è sempre più anche quello della politica. Usare il linguaggio della gente funziona per ottenere voti, non per far crescere un paese.
La casta che non c’è più
In questi giorni ho visto più volte sui mezzi di informazione opinionisti di varia natura ed orientamento (moderati come di sinistra) esprimersi su un mistero apparentemente senza spiegazioni: la sparizione della “Casta”. Questo termine era diventato un’espressione sulla bocca di tutti dopo che il noto libro di Stella e Rizzo l’aveva accostato alla classe politica nel suo insieme. Da allora si iniziò a parlare quasi con morbosa ripetitività di questo tema. Perfino il mio parrucchiere sapeva tutto sulla “Casta” e sui costi della politica.
Poi vennero le elezioni e la vittoria di Berlusconi alla terza esperienza di governo per un totale di 6 degli ultimi 14 anni, insomma non certo un novellino. Sta di fatto che da allora la Casta è sparita sia dalla tv e dai giornali. Nonostante alcune delle limitazioni introdotte da Prodi all’abuso di voli ministeriali siano state abrogate dal nuovo governo, nonostante la classe politica abbia introdotto o abbia intenzione di introdurre provvedimenti tesi a sottrarsi al controllo degli elettori (lodo Alfano, intercettazioni, abolizione della preferenza, immunità parlamentare), nessuno o pochissimi si scandalizzano e risfoderano il termine “Casta”. Sicuramente la sparizione del tema Casta dai media berlusconiani è spiegabile con l’avvicendamento a capo del governo e con l’ovvia censura esercitata in merito, ma come spiegare che anche quotidiani più indipendenti o addirittura schierati a sinistra abbiano abbandonato questo tema? L’impressione è che le televisioni possedute o lottizzate da Berlusconi facciano da cassa di risonanza dell’informazione anche verso chi è di sinistra e magari legge La Repubblica. Questo perché un titolo a nove colonne su un argomento che i telegiornali non hanno nemmeno sfiorato è percepito come estremista e radicale e chi si riconosce in posizioni moderate non si può spingere a tanto senza saltare in ciò il fosso. I giornali se ne rendono conto e cercano di allinearsi onde non perdere lettori.
Nella sostanza l’informazione italiana è la ripetizione, con diversi toni e punti di vista, dello stesso canovaccio scritto dai maggiori telegiornali. Pochi davvero sono i quotidiani che steccano dal coro ed hanno comunque una tiratura talmente limitata da non costituire un dato significativo. Il resto è costituito da un gruppo di musicanti che, a seconda dei tempi dettati dal direttore d’orchestra, suona la musica dell’emergenza sicurezza, della Casta o invece degli incidenti sulle strade, dello scandalo del calcio, del gioco dell’estate. Non stupiamoci della sparizione di certi temi da tutte le fonti di informazione: evidentemente è successo solo che il direttore aveva cambiato spartito.
Linux sul mio pc
Quando un anno fa circa comprai il mio nuovo computer, poi battezzato Clodoveo, scelsi i componenti accuratamente verificando che fossero supportati da Linux. Diedi solamente per scontato il microprocessore nella convinzione che almeno in quell’area, il supporto fosse totale. Sbagliai. Mi sono reso conto del fatto che l’AMD64 è una tecnologia che non incontra il favore della comunità di Linux. Speravo fosse una questione momentanea ed invece, dopo un anno, mi ritrovo a non poter far girare sulla mia Kubuntu 7.10 né il mio scanner, né la mia scheda tv, né alcun plugin java per browser web. Mi rendo conto che la cosa mi sta sempre più orientando all’uso di Windows e la cosa, benché spiacevole dal punto di vista di ideologico, è ormai dal punto di vista pratico inevitabile.
La mia percezione, del resto, è che l’affidabilità di Windows XP sia ormai accettabile e la disponibilità di software free è tale da rendere possibile utilizzare il sistema operativo di Microsoft senza spendere e senza i travasi di bile a cui sottoponeva i suoi utenti nel passato. Linux è certamente ancora molto più efficiente ma la percezione di questa efficienza si sta sempre più limitando ad un uso più avanzato e non a caso ad una diffusione ancora minima, seppur crescente, dell’utilizzo di Linux per Personal Computer fa da contraltare una diffusione notevole quando si parla di server, in particolare in contesto web.
In conclusione la mia Kubuntu 7.10 sopravvive ma la fatica comincia ad essere davvero tanta…
Lo sport nazionale italiano
Quando le Olimpiadi si svolsero nel 2006 a Torino, prima di scoprire che non ci sarebbe stato, come è successo altre volte alle Olimpiadi, lo sport dimostrativo, mi chiedevo quale sarebbe potuto essere uno sport davvero puramente italiano, da proporre al CIO da parte del nostro Comitato Olimpico per far conoscere al mondo le nostre tradizioni ed il nostro modo di essere: l’equivalente italiano della pelota o del cricket. Che so: il Tamburello, il Calcio Fiorentino, il Pallone Elastico, la Ruzzola.
Vedendo il filmato del faccia a faccia tra Valentina Vezzali e Silvio Berlusconi, vedendo gli occhi incantati della schermitrice che fissavano il nostro politico, ho capito quale sia il vero sport nazionale italiano, quello in cui davvero primeggiamo naturalmente come nessun altro paese al mondo: il leccamento di culo.
Sì, credo che davvero in questo sport potremmo eccellere, sia come numero di appassionati che come numero di praticanti. Tra l’altro non si tratta ormai più di uno sport praticato nella clandestinità , come un tempo, quando i suoi praticanti venivano giudicati severamente, ma si è ormai imposto come una pratica comune e viene addirittura trasmesso in televisione riscuotendo un discreto successo di audience e di popolarità , tanto da far assurgere i suoi campioni in qualche caso anche alle più alte cariche dello Stato.
Insomma, che il CONI si mobiliti per farlo introdurre nel programma olimpico! Abbiamo bisogno di rilanciare il nostro paese anche nello sport e se la Vezzali anziché dedicarsi alla scherma si lanciasse nel leccamento di culo professionistico aggiungerebbe ben altra quantità di medaglie al suo palmares. A differenza di quanto accade nella scherma, tra l’altro, non avrebbe motivo di lamentarsi della moviola. Anche rivista alla moviola la sua performance sportiva a “Porta a Porta” rimane ineguagliabile nella sua magnificenza, tale da far impallidire anche i record di Michael Phelps e Usain Bolt.
Vai, Valentina! Il futuro è tuo!
Bregovic a Casalmaggiore
Casalmaggiore è una cittadina sulla sponda nord del Po, in provincia di Cremona ma vicino a Parma. Raggiungerla la sera del Venerdì per assistere ad un concerto di Bregovic è un’esperienza piuttosto piacevole. Casalmaggiore infatti ha un centro storico molto pittoresco, con un bellissimo palazzo civico in una piazza davvero ragguardevole. Peccato che in Centro non ci sia anima viva, pur essendo una bella serata di fine estate e pur essendo Venerdì sera, e così anche mangiare una pizza diviene un compito non semplice in una simile landa deserta. Il parco comunale è invece tutt’altro che deserto ed il concerto riserva le emozioni a cui Goran sa farci giungere. I fiati intensi ed ilari dell’“Orchestra per matrimoni e funerali” fanno risuonare in questa serata padana, una crepitante atmosfera balcanica. Sicuramente degna di nota la perfomance musicale di Alen Ademovic, braccio destro del maestro, così come quello delle classiche “Voci bulgare”. Non mi è ben chiaro se trattasi di world music, folk, rock, jazz, tango o altro, ma l’energia che saltella sul prato di Casalmaggiore è davvero straripante.
Uno dei problemi principali dei concerti di musica ballabile nei quali i posti siano tutti a sedere è rappresentato da quelli che non si rassegnano a stare seduti. In questo caso gli organizzatori avevano lasciato spazi abbondanti ai lati del palco e per parte della serata questo è stato sufficiente ai più inclini al ballo. A circa metà concerto però una coppietta di idioti decidono che ballare davanti al palco sarebbe molto più romantico e cominciano a dimenarsi di fronte alla prima fila di spettatori seduti. Siccome l’idiozia è malattia che si propaga a velocità inimmaginabile, altri seguono ed il resto del concerto lo seguo come le seguenti foto illustrano.
La palma dell’idiota della serata la stravince però una tizia che si mette anche lei a ballare davanti al palco, ma con una birra media colma in mano, rovesciando ripetutamente il liquido dorato in testa agli spettatori seduti. Quando un signore reagisce indispettito, la tizia anziché scusarsi lo insulta e lo minaccia di completare l’opera rovesciandogli anche il resto della birra addosso.
Felice che la serata abbia aggiunto ai contenuti musicali, dei così interessanti aspetti antropologici mi godo il finale del concerto, apprezzando ancora una volta l’umanità gioiosa di Goran Bregovic. A proposito: ha 58 anni!! Da non credere…
La fortezza inespugnabile della politica
Da anni ormai la principale occupazione della nostra classe politica è il costruirsi una fortezza inespugnabile agli assalti del controllo democratico dei cittadini. L’ultimo bastione di questa fortezza l’ha costruita il Presidente del Consiglio, strappando alla Lega un sì alla riforma della legge elettorale europea in cambio di un via libera alla riforma federale. La riforma prevede l’eliminazione del voto di preferenza anche per le elezioni europee, dopo che già il diritto a scegliere il candidato preferito ci era stato scippato dalle politiche in occasione della riforma Calderoli nel 2005.
Qualche giorno fa a RAI news intervistavano sull’argomento Gasparri. Alla domanda dell’intervistatore circa le motivazioni della proposta di eliminazione del voto di preferenza Gasparri, dimostrando l’assenza di ogni forma di vita intelligente in lui, rispondeva: “La scelta tra diversi candidati faceva lievitare i costi della politica, per questo abbiamo deciso di eliminarla”. Chiunque a quel punto si chiederebbe e chiederebbe al politico in questione: “Ma allora perché non ridurre ulteriormente i costi eliminando la possibilità di scegliere anche tra differenti liste? O eliminando direttamente le elezioni?”. Ovviamente in Italia i giornalisti si dividono in lacché e incapaci e così l’intervista è finita senza domande imbarazzanti per l’imbarazzante rappresentante della maggioranza.
E così la costruzione della fortezza avanza, sotto gli occhi degli italiani che hanno sempre più fiducia in Berlusconi e nel suo governo, e degli italiani come il sottoscritto che hanno sempre meno fiducia nel futuro.
Una sofferenza prevista
Per chi era consapevole che lo Zenit non è una squadra di astronomi che giocano a calcio a tempo perso ma è una delle formazioni più forti in Europa in questo momento, l’esordio nei gironi di Coppa dei Campioni della Juve è stato quello che si prevedeva: una partita di sofferenza e di sacrificio. Per gli altri è stata una partita probabilmente deludente ma gli si può solo suggerire di informarsi la prossima volta, prima di venire allo stadio.
La sofferenza iniziava da subito: la Juve pativa il ritmo forsennato e la mobilità del centrocampo russo e non riusciva a trovare altra soluzione che lanci lunghi non sempre precisi e sui quali non sempre David riusciva a fungere da punto di riferimento. Quando poi ripartiva lo Zenit faceva decisamente male, anche perché Zdenek si faceva subito infilare un paio di volte sulla sua fascia. Uno dei buchi del ceco generava un cross sul quale la sponda di Arshavin liberava tutto solo al tiro Denny che fortunatamente spediva fuori. Sull’altra fascia Molinaro controllava meglio le sfuriate avversarie ma era altrettanto in difficoltà in fase di manovra, anche perché la sua cronica frenesia veniva acuita dalla perenne superiorità numerica dei russi, che limitavano molto anche Pavel. Erano quindi gli uno-contro-uno di Del Piero e Camoranesi a risollevare la Juve che giungeva fino a far tremare un palo della porta avversaria con un colpo di testa proprio di Mauro. Passavano però pochi minuti ed ancora Camo si infortunava e Ranieri lo cambiava, mettendo in campo, tra il brusio del pubblico, Brazzo che certamente non avrebbe potuto garantire la stessa qualità . Ed in effetti l’iniziativa tornava ai russi che riprendevano a far paura sempre soprattutto nella zona di Grygera, anche se il pubblico cominciava a beccare Molinaro, direi soprattutto a causa del suo naso.
La musica continuava anche nel secondo tempo finché, sempre dal lato di Grygera, una magia di Arshavin liberava Sirl davanti a Gigi che salvava, come lui sa fare. Parevamo avviati su una brutta china ma proprio in quel momento la fatica cominciava a mettere il freno al mulinare del centrocampo baltico e passava poco prima che riprendessimo a far paura a Malafev. Tanta paura che quando il Capitano andava a battere una punizione il portiere russo si posizionava ben fuori dai pali, come a voler anticipare chissà quale geniale schema bianconero. Alex invece sparava un razzo “bengala” verso la porta ospite che esplodeva in uno splendido fuoco d’artificio alle spalle dei russi impietriti, dando il via alla festa bianconera. Prima della fine Chiellini metteva fuori la paletta per bloccare l’ultima incursione di Arshavin e Del Piero andava col piede sbagliato su un servizio di Amauri mancando il 2 a 0.
Finiva così con una vittoria pesantissima per la Juve, che ha avuto prova delle sue possibilità  di puntare in alto. Resta il problema di dare qualità ad un centrocampo nel quale senza Camoranesi la luce si spegne. Un tema a parte è quello di Molinaro: il ragazzo ha un impegno e una dedizione totale ed ha capacità atletiche non comuni. Lo limita sempre la frenesia che spesso lo porta a non finalizzare l’azione ma è molto cresciuto rispetto all’anno scorso in fase difensiva. Ieri sera la ragnatela russa gli ha provocato più ansia e più errori del solito ma è incomprensibile che in mezzo al pubblico ci sia stato chi lo ha beccato e lo ha fischiato, anche perché De Ceglie, che lo ha rimpiazzato,ha sbagliato altrettanto in appoggio alla manovra, ma si è dimostrato molto meno sicuro in fase difensiva. Cristian è una pedina importante per la Juve e va incoraggiato, non depresso.
Certo che se si pensa che due anni fa c’era chi fischiava Camoranesi…
Insegnanti nella storia
Vi segnalo e riporto un interessante articolo sulla condizione degli insegnanti in Italia apparso recentemente su “Diario”. La cosa interessante è che l’articolo, scritto da Gaetano Salvemini nel 1903, è ancora attuale oggi. Purtroppo la realtà è che nella storia i governi italiani hanno ripetuto lo stesso tragico errore, ovvero ogni volta che c’era bisogno di denaro hanno messo le mani nelle tasche degli insegnanti e della scuola, esattamente come fa la Gelmini oggi. Il risultato è stato: da un lato trasformare quella di insegnante in una professione semi-volontaristica con ovvia riduzione della sua qualità , dall’altro aver progressivamente ridotto il prestigio sociale della scuola, ridimensionandola come agenzia di socializzazione agli occhi delle famiglie e quindi svalutandone il ruolo nella formazione di una coscienza civile del paese.
Buona Lettura
G. SALVEMINI
Per la Scuola e per gl’Insegnanti
Discorsi * Relazioni * Documenti *
Un insegnante, che non si sprofondi in temi letterali, artistici o filosofici, ma si occupi di stipendi, di pensioni, di sessenni, urta — sarebbe vano dissimularcelo — contro le abitudini intellettuali di molte, di troppe persone. Per il grosso pubblico, che non vive nella scuola l’insegnante non è un uomo, che mangia, dorme e veste panni: è un essere astratto, indipendente dalle leggi fisiologiche della nutrizione, collocato in un mondo ideale, dove non ha bisogni, non ha preoccupazioni, non ha dolori e si nutre solo di bacche d’alloro e di cipresso. E quando quest’essere convenzionale scende dai cicli azzurri, dove non avrebbe da far altro che disputar lo spazio agli angeli e ai passerotti, e rivela le miserie e le ingiustizie di cui è vittima, ed afferma che prima di essere insegnante, egli è uomo, i più si scandalizzano e gli gridano in tono di rimprovero: «Pensate all’ideale, non di solo pane vive l’uomo». Certo l’ideale è un buon viatico per le lotte della vita, e noi ne abbiamo: ne abbiamo anche troppo. Ma questo non vuol dire che il giusto, il necessario miglioramento delle nostre condizioni materiali non debba essere oggetto delle nostre preoccupazioni e delle nostre cure! Non di solo pane vive l’uomo; ma prima di tutto vive di pane!
Un professore, dopo aver fatto otto anni di studi secondari e quattro, di studi universitari, che coi nuovi regolamenti diventeranno cinque, deve aspettare ancora non pochi anni prima di essere ammesso all’insegnamento. Salvo rare eccezioni privilegiate, la massima parte comincia la dolorosa via crucis della carriera nelle scuole inferiori, con lo stipenÂdio iniziale di L. 1800 e col grado di reggenÂte, per non parlare degl’incaricati che stanno anche peggio e dei quali parleremo in seguiÂto. Io, che pur sono stato fra i più fortunati, ho cominciato il mio insegnamento in PalerÂmo nel 1895, con lo stipendio di L. 1800 e insegnando per 18 ore settimanali nella seÂconda classe del ginnasio. Durante il primo anno dovevo rilasciare sullo stipendio il 25 di ritenuta straordinaria, e cosi la mia remunerazione mensile si riduceva a L. 116. Ne spendevo 30 per la stanza, non essendoÂmi lecito andare a dormire in una stalla coÂme il divin redentore; 75 lire erano assorbite da una pensione — ahimè — troppo infeÂriore al formidabile appetito dei miei 22 anÂni; dieci centesimi di latte per la colazione mattutina, prima delle 3 ore di lezione, mi portavano via tré lire al mese; il giornale (L. 1,50 al mese) e la lavandaia mi ipotecavano altre 5 lire mensili. Mi rimanevano dunque tré lire mensili per acquistar carta da scriveÂre, francobolli, libri, per vestirmi, calzarmi, curarmi in caso di malattia, ritornare a caÂsa per le vacanze. Ed io, che avevo lavorato accanitamente negli anni più belli della mia vita per conquistarmi questa terra promessa dell’insegnamento, e speravo di compensaÂre la mia famiglia di tutti i sacrifizi che aveÂva fatti per me, io — il signor professore! — dovetti scrivere ancora ai miei per essere soccorso; e feci anche dei debiti!
Quando si è giovani, questi malanni non sembrano mai pesanti abbastanza; ma trascorrono gli anni con rapidità vertiginosa e si portano via le illusioni e le speranze; e soÂpravviene invece la famiglia, sopravvengono i figli. Già , sopravvengono la famiglia e i figli; perché i professori non possono certo, in noÂme della pedagogia e del bilancio dello StaÂto, essere condannati al celibato perpetuo o assoggettati alla operazione di Origene! CreÂscono dunque gli anni e i figli; ma gli stipendi son sempre, più o meno, gli stipendi miserabiÂli di prima. Un professore di ginnasio inferiore e di scuola tecnica dalle 1800 lire annue sale alle 2000, alle 2200, alle 2400, alle 2700: e qui si ferma; ma per arrivare a questa invidiaÂbile cuccagna, ha dovuto consumare 38 anni, dico 38 anni di servizio… almeno. Un profesÂsore di ginnasio superiore sale da L. 2000 a L. 2800 dopo 36 anni di lavoro. Il professore di liceo deve veder trascorrere sulle sue miseÂre spalle 38 anni per salire penosamente da L. 2200 al massimo di 3000 lire!
MESSINA VINCENZO MUGLIA – Editore
Che faticaccia!
E’ stato soprattutto faticoso l’esordio stagionale della Juve all’Olimpico contro l’Udinese. Faticoso dal punto di vista emotivo, visto che fino a metà del secondo tempo, nonostante una prestazione spumeggiante, la Squadra non era riuscita a sbloccare il risultato e visto che negli ultimi minuti la seconda beffa consecutiva ha aleggiato pericolosamente sulle teste bianconere. Faticoso è stato però anche dal punto di vista fisico questo posticipo e non ci voleva, visto l’impegno di Mercoledì contro lo Zenit dal quale potrebbe dipendere l’esito dell’intesa stagione.
Si iniziava con un Mauro German incantevole, che faceva roteare nell’aria palloni come un giocoliere e con una manciata di polvere magica trasformava perfino Grygera in un laterale molto incisivo anche in fase offensiva. Si sviluppavano così tutta una serie di incursioni sulle fasce che creavano sbandamenti continui nella retroguardia friulana. Anche il giovanotto De Ceglie se la cavava benino sulla sinistra dimostrandosi meno veloce ma anche meno frenetico di Molinaro. In un flipper continuo davanti ad Handanovic il pallone finiva dappertutto, perfino sul palo, ma in porta mai. Così l’intervallo era salutato da un coro di consensi ma anche di disappunto del pubblico.
Nel secondo tempo saliva in cattedra Sissoko ma anche Poulsen, che quest’estate era stato accolto con molta freddezza da quasi tutti (compreso il sottoscritto), si confermava un distributore di gioco puntuale e preciso. Era proprio Momo che, quando la metà del secondo tempo cominciava ad avvicinarsi, decideva di sfondare centralmente e trovava sulla sua strada Coda che lo atterrava. Per evitare all’arbitro (il mediocre De Marco) l’imbarazzo di dover concedere un rigore alla Juve Amauri si gettava sul pallone scaraventandolo in fondo alla rete udinese, tra il sollievo del pubblico ormai reso ansioso dall’andamento dell’incontro.
Anche la squadra pareva sollevata, forse un po’ troppo, attaccava con meno intensità e l’Udinese ne approfittava per forzare l’assedio e cominciare a compiere qualche incursione in avanti. De Ceglie non si mostrava altrettanto solido in difesa quanto in attacco e dalle sue parti si cominciava a provare un po di affanno. Negli ultimi minuti giungeva inopportuno il cambio di Amauri e Camoranesi con Del Piero e Trezeguet, troppo tardivo per far rifiatare i due, ma con la conseguenza spiacevole di far sbandare la squadra che fino a quel punto aveva spadroneggiato a centrocamp e che invece, in cinque minuti, rischiava di buttare alle ortiche ottantacinque minuti magistrali. In particolare una fuga di Floro Flores, aiutato da una deviazione infelice di Mellberg, faceva venire il batticuore alla platea. L’attaccante pensava però più a proteggere il pallone dal robusto ritorno di Chiellini che a concludere a rete e Buffon riusciva a rintuzzare in uscita, mentre la punta si gettava a terra sperando in un rigore che sarebbe stato davvero premio generoso per l’Udinese.
Si chiudeva con i tre punti nel cuore e con lo Zenit nella testa. Speriamo che Camoranesi non paghi l’ennesima fatica. Mercoledì sarà importante averlo nella condizione migliore.


