L’informazione sul clima
Mentre divampa la polemica tra Italia e Europa sulla questione del piano 20-20-20 si scatena la grancassa della propaganda per convincere gli italiani che non stiamo facendo noi una figuraccia di fronte all’Europa ma è l’Europa che sta facendo una figuraccia di fronte agli italiani. Venerdì sera il Tg2 inseriva un servizio strategico sul cambiamento climatico nel quale spiegava che lo scioglimento del polo offre numerose opportunità quali la scoperta di nuovi giacimenti di gas naturali e poi il risparmio per i trasporti navali legati all’apertura del passaggio a Nord-Ovest. Invece il Tg1 di Domenica alle 13.30 apriva con un lungo servizio in cui venivano riportate per parecchi minuti tutte le giustificazioni del caso alla posizione del governo, la conferma che il governo non è isolato in Europa, senza ovviamente specificare chi lo spalleggia quanto e perché, e lasciando le repliche a 10 secondi nei quali Bersani si esprimeva con una moderazione degna di miglior causa. Perfino un personaggio sepolto negli anfratti della politica come Rosa Filippini viene riesumata per dire sul Corriere che bisogna rinegoziare i criteri del 20-20-20. Si riscopre addirittura che Prodi ha un fratello che si esprime dicendo che il Protocollo di Kyoto è da riscrivere. Insomma il meglio del peggio del nostro giornalismo è all’opera.
E’ passata invece opportunamente sotto silenzio la notizia che il “Gruppo Europeo dei Dirigenti d’Impresa” ha espresso un punto di vista molto diverso in merito, esprimendo un pieno consenso per gli obiettivi di contenimento dell’emissioni. C’è quindi una classe dirigente che riesca a guardare più lontano del proprio naso, naturalmente non in Italia.
Quando la Juve non aveva mai sfortuna
“C’è andata male!” può essere il riassunto di quanto dichiarato da Ranieri dopo la sconfitta di Napoli. In parte ha ragione, per carità . Il Napoli fino al gol di Hamsik non aveva quasi mai impensierito il nostro asburgico estremo difensore ed il pallone che Knezevic ha spadellato grossolanamente verso Lavezzi avrebbe potuto andare in mille altri luoghi nei quali sarebbe stato inoffensivo. Col Catania una zolla aveva tradito Chiellini, col Palermo Sissoko era stato allontanato in modo troppo severo, con la Samp un palo si era spostato all’ultimo momento per non farci gioire per un gol del Capitano.
C’era però un tempo, che molti di noi ben si ricordano, in cui i colori bianchi e neri sembravano portare fortuna a chi li indossava: difficile dire se un patto segreto con la Dea Bendata aveva liberato le vie del successo alla Juve, ma arbitri, pali e zolle non sembravano ostacolare mai le nostre ambizioni, tanto che quando qualcuno ipotizzò che i primi ci fossero favorevoli per partito preso, mezza Italia ci credette. Forse però non era la Dea Bendata, forse era una questione di mentalità che ci portava a pensare che ogni partita non stravinta fosse una possibile sconfitta e per essere sicuri di non perdere era necessario giocare molto meglio degli avversari, che ci portava a pensare che pali, rigori contro e zolle infauste non erano buoni motivi per non vincere.
In realtà non era andata troppo male la partita, iniziata in modo guardingo proprio come a Firenze, con una crescita costante che ci portava a zittire progressivamente l’irrequieto pubblico napoletano. Amauri era in ottima serata e Pavel teneva in piedi un centrocampo del quale la sua zazzera bionda era chiamata a garantire la qualità , Poulsen era sì anonimo come al solito, ma Marchisio dimostrava tutta la sua solidità e la difesa teneva bene. Allorché poi il giocoliere di Carapicuìba affondava una coltellata nella difesa partenopea la serata pareva farsi propizia. Ma la serenità d’animo durava poco. Prima la nostra area si trasformava improvvisamente in un alveare impazzito in cui nessuno sapeva cosa fare tranne Hamsik che segnava. Poi Knezevic sfidava il destino buttando un pallone in mezzo all’area di rigore e il destino aveva la meglio su di lui. La reazione della Juve era affidata da Ranieri ad un undici la cui muscolarità toccava vette mai osate da alcuno nel calcio e forse nemmeno nel sollevamento pesi, purtroppo il pallone di cuoio napoletano preferiva piedi più virtuosi e la partita finiva senza speranze.
Finiva con tutti noi tra la testa tra le mani a chiederci quando torneremo a non avere sfortuna. Forse accadrà quando il nostro centrocampo sarà un po’ meno muscolare ed un pò più in grado di fare gioco, pare che i muscoli non portino fortuna, soprattutto a Ranieri…
Pragmatismo o miopia?
Ho letto con curiosità ma anche con profondo sgomento l’articolo a firma Minzolini apparso su La Stampa del 17 Ottobre dal titolo “Berlusconi, la partita politica me la gioco in Europa”. L’articolo suona da un lato come un lungo elogio della politica europea di Berlusconi e del pragmatismo che la caratterizza, e dall’altro come una critica di un presunto “approccio ideologico all’Europa” che ha portato secondo Minzolini il centrosinistra “a sottovalutare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa”. Non mi soffermerò più di tanto sul fatto che ovviamente l’importanza dell’accordo 20-20-20 risiede, tra gli altri, in un tema, che è quello del contenimento del cambiamento climatico, che è una priorità globale e che solo un irresponsabile posporrebbe agli interessi particolari dell’industria italiana. Vorrei invece sottolineare che, oltre a questo, il 20-20-20 riflette anche una visione di lungo termine della realtà energetica mondiale che, con l’esaurimento nei prossimi decenni dei combustibili fossili e dell’uranio, dovrà necessariamente orientarsi su altre forme di energia e altre modalità di consumo, nella quale l’Europa ha l’imperativo categorico di essere all’avanguardia e più di tutti l’Italia, data la sua totale dipendenza energetica.
Al di là della questione del 20-20-20 c’è però una riflessione profonda generale che mi sento di fare sul tema dell'”approccio ideologico” contrapposto al “pragmatismo” berlusconiano. E’ comune alle fasi più incerte della storia che una visione miope di breve termine, un atteggiamento passivo di fronte alle trasformazioni che avvengono, venga camuffato da pragmatismo, da empirismo, mentre vengano tacciate come idealistiche e utopistiche visioni di più lungo respiro, più lungimiranti, più pronte a cambiare le proprie prospettive in coincidenza con i cambiamenti del contesto in cui viviamo.
Chi si batta per l’integrazione europea, chi difenda con entusiasmo l’accordo 20-20-20, non lo fa solo per un ideale europeo di amicizia e fratellanza, non lo fa per essere ambientalista, ma anche e soprattutto per motivi strettamente pragmatici. Solo un’Europa unita politicamente può essere un interlocutore in grado di vincere la battaglia economica e politica, che si profila durissima, con potenze come la Russia e la Cina e che rischia di far tramontare un nostro modello di vita libertario e democratico. Solo una veloce integrazione europea ci può portare ad essere pronti prima che sia troppo tardi e l’indipendenza energetica dalla Russia è fondamentale in questa battaglia, rendendo perciò vitali anche gli obiettivi del 20-20-20. Quello che Minzolini chiama pragmatismo è quindi in realtà miopia, incapacità di guardare abbastanza lontano da vedere le conseguenze catastrofiche che arrivare in ritardo su queste ed altre questioni potrebbe avere per il nostro continente e per il nostro paese, conseguenze di fronte alle quali le difficoltà della nostra industria automobilistica sarebbe veramente il problema minore. E’ certo vero che prima che i nodi delle scelte attuali vengano al pettine passerà qualche decennio e Berlusconi e molti altri politici non saranno più in questo mondo, ma la responsabilità storica distingue i grandi politici dagli amministratori ed a cosa vale la popolarità dell’oggi se diviene la condanna del dopodomani? La miopia che il nostro governo mostra sui temi europei è la stessa che mostra su temi più squisitamente italiani ed è una miopia che conquista l’opinione pubblica perché è la stessa miopia dei tanti cittadini che non riescono più a guardare oltre il proprio naso, pressati come sono da ansie e paure, alcune reali, molte artificiali.
C’è un passo bellissimo di Edward Carr che conclude “Sei lezioni sulla storia” che riporto di seguito e che mi pare attualissimo, pur scritto negli anni ’60, e perfettamente applicabile alla situazione italiana contemporanea.
“Nella storia umana il progresso, sia che si trattasse di progresso scientifico, o storiografico, o sociale, si è attuato fondamentalmente graÂzie all’audacia e alla tempestività di individui che non si limitavano a cercare di introdurre miglioramenti qua e là , ma avanzavano in nome della ragione contestazioni radiÂcali dell’ordine esistente e dei suoi presupposti espliciti o impliciti. Mi auguro che venga un giorno in cui gli storici, i sociologi e i teorici della politica del mondo anglosassone riacquistino il coraggio necessario per svolgere questo compito […]
Ciò che mi preoccupa di più non è l’affievolirÂsi della fede nella ragione tra gli intellettuali e gli ideoloÂgi del mondo anglosassone, bensì la perdita del senso proÂfondo che il mondo è in perpetuo divenire. A prima vista quest’affermazione sembra paradossale, giacché di rado si sono sentiti tanti discorsi superficiali sulle trasformazioni che si verificano attorno a noi. Ma ciò che importa è che il divenire non è più considerato una meta, una nuova posÂsibilità , un progresso, bensì un oggetto di apprensione. Allorché i nostri savi della politica e dell’economia ci porÂgono le loro ricette, non hanno niente da proporci tranne l’avvertimento di diffidare delle idee radicali e delle proÂspettive ampie, di evitare tutto ciò che arieggia la rivoluÂzione, e di progredire – se dobbiamo progredire – il più lentamente e cautamente possibile. In un momento in cui il mondo sta mutando aspetto più rapidamente e profonÂdamente di quanto abbia fatto negli ultimi quattro secoli, questo atteggiamento mi sembra ispirato a una singolare cecità , che da adito al timore, non già che questo moviÂmento di portata mondiale si arresti, ma che il nostro paeÂse non riesca a reggere il passo del progresso generale, per ricadere, tra la generale indifferenza, in uno stato di inerzia nostalgica.”
Ancora qualche considerazione sul Consiglio Europeo
Leggere in questi giorni le notizie sulla guerra contro l’UE sul clima, dichiarata a Bruxelles dal nostro governo, è come parlare di corda in casa dell’impiccato, come infierire su un cadavere, che è poi il cadavere della speranza infranta di poter avere ancora in futuro un minimo di credibilità internazionale. Tuttavia ho voluto prolungare l’agonia leggendo le conclusioni del Consiglio Europeo così come pareri e numeri a confronto sul tema. Tra questi mi hanno colpito quelli, diametralmente opposti, della Commissione Europea e del Sole 24 ore. Sono sicuro che i dati europei sono fasulli ed espressione del consueto complotto contro gli italiani, legato alla invidia degli europei per la nostra Pizza Margherita, ed invece quelli forniti dall’organo di Confindustria non sono influenzati dalle posizioni in merito di Emma Marcegaglia, chiaramente espresse nei giorni scorsi.
In queste ore inoltre si sono succeduti battibecchi a mezzo stampa, sempre sui numeri, tra il ministro all’ambiente italiano Prestigiacomo ed il Commissario all’ambiente Dimas. I due si sono sostanzialmente dati dell’incompetente a vicenda. Non conosco Dimas ma la Prestigiacomo sì e la cosa mi induce forti sospetti su chi abbia ragione.
Riassumendo il problema è che ormai, come paese, abbiamo una credibilità quasi nulla. Le idiozie del Presidente del Consiglio circa l’adesione della Russia all’UE o il paragone tra Saakashvili e Saddam non peggiorano nemmeno più le cose, non c’è margine per scendere ulteriormente. Ho trovato al riguardo molto significativo il titolo del Times “L’Italia si unisce alla rivolta della Cortina di Ferro“. Il titolo fotografa bene la situazione di un paese, il nostro, che si sta progressivamente allineando su molti temi di progresso e modernità alle posizioni dei paesi ultimi arrivati nell’UE, ma anche nel mondo capitalistico. Comprendo gli appetiti di chi fino a ieri mangiava le briciole, comprendo che chi si sia appena seduto a tavola faccia fatica ad accettare che sia il momento di fare dieta, ma a quel tavolo noi ci stiamo da 60 anni: noi abbiamo vissuto il boom economico, gli anni 60, abbiamo visto il ’68 cambiare i nostri valori, abbiamo sviluppato i valori postmaterialisti ben prima che il comunismo cadesse. Che ci facciamo oggi insieme a quelli che tutto questo se lo sono persi? Anche paesi che sono arrivati alla modernità molto dopo di noi come Spagna e Portogallo hanno fatto in tempo a cambiare rotta, solo nella cultura italiana questi 60 anni di storia non hanno lasciato traccia?
Voglio fare però ancora una semplice considerazione di carattere più pratico. Chi sarebbe più danneggiato tra i paesi europei dal blocco dello sviluppo delle energie alternative? Chi, come i britannici ha il petrolio? Chi è pieno di centrali nucleari come la Francia? Chi è molto avanti nello sviluppo di energie rinnovabili come i paesi nordici? Oppure chi, come l’Italia, è all’età della pietra dal punto di vista delle fonti rinnovabili e totalmente dipendente dal punto di vista energetico? Non è forse l’unica speranza per l’Italia, che arriverà al nucleare quando nel mondo non ci sarà più uranio, puntare proprio sulle fonti rinnovabili? E allora a chi giova questo blocco? Forse alla Russia di Putin che teme a lungo termine di veder calare il prezzo dei combustibili fossili su cui si basa la sua economia? Non è allora che questo sia l’ennesimo assist al caro amico Vladimir? Chissà …
Un altro passo indietro
Mentre il nostro governo, come qui già annunciato, ci copre di vergogna a livello europeo con la presa di posizione contraria al 20-20-20, in Italia le cose non vanno meglio. Oggi la Commissione Ambiente ha fatto naufragare la proroga dei benefici fiscali del 55% per il 2009 e 2010 previsti nella Finanziaria 2007. Quindi chi non si è affrettato a compiere i lavori di riqualificazione energetica non li avrà più.
Direi che tutto ciò è perfettamente in linea con la tendenza della classe politica che ci governa a respingere qualunque cosa sappia di modernità , di progresso, di lungimiranza. Le imprese che erano sorte in questi anni anche grazie alle agevolazioni fiscali ripiomberanno in crisi ed il raggiungimento di un uso più efficiente dell’energia non solo per motivi ambientali, ma anche economici, sarà più lontano.
Avevamo sperato in un paese migliore. E’ andata male. Pazienza…
Una classe dirigente irresponsabile
L’aggettivo irresponsabile si utilizza comunemente per chi non si assume la responsabilità delle proprie azioni. Irresponsabile non è però solo chi guidi in stato di ebbrezza, chi inciti alla violenza, chi usi in modo disinvolto armi o strumenti comunque pericolosi. Irresponsabile è anche semplicemente chi non si assuma l’onere delle conseguenze che le proprie azioni hanno. L’irresponsabilità della classe dirigente non è solo quindi solo quella delle dichiarazioni di Calderoli o di Alemanno: non è nemmeno soltanto quella di chi con Alitalia addebita ai contribuenti il fallimento della propria strategia in merito. L’irresponsabilità è anche quella di una classe imprenditoriale italiana mammona che ogni volta che è in difficoltà si sottrae alle proprie responsabilità e corre al grembo di Mamma Politica affinché carichi su qualcun altro il peso delle sue azioni.
Le dichiarazioni farneticanti della Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia sulla questione dell’impegno 20-20-20 e sull’urgenza di bloccarlo a livello europeo hanno avuto il pregio di ricordare che il problema del nostro paese non è solo nella politica, ma in tutta la classe dirigente che dopo anni di protezione sotto l’ombrello della contrapposizione est-ovest continua a vivere nella convinzione che c’è sempre uno stato che la compatisce e che lo copre e che è sempre qualcun altro che deve fare sacrifici.
Mentre gli uragani Norbert e Omar stanno producendo in Messico e Caraibi catastrofi ben peggiori della Lehmann Brothers e mentre studi sempre più allarmanti prefigurano il disastro che vedremo nei prossimi decenni, la Marcegaglia e buona parte della nostra miope classe dirigente continua a suonare sul ponte del Titanic con un calice di champagne in mano. Meno male che c’è chi guarda un po’ più lontano e che quindi Barroso ha prontamente reagito, come si fa con chi straparla, agli starnazzi che arrivano dal nostro Paese. Mi auguro davvero che questa triste vicenda si esaurisca qui, che non si arrivi alla vergogna del veto e che l’unica conseguenza sia quella, ormai inevitabile, di avere come al solito segnalato l’Italia come un paese assolutamente non credibile né nel suo sistema politico, né nel suo sistema economico.
Aggiornamento: il governo italiano, trovando sponda in quello polacco, sempre pronto ad opporsi a qualunque cosa, è riuscito a far rinviare a Dicembre ogni decisione in merito, anche se le parole di Sarkozy fanno sperare che si aspetti più che altro lo stabilizzarsi della crisi e che alla fine le resistenze del nostro governo saranno sconfitte. Dover sperare nella sconfitta dell’Italia… Che tristezza!
Il referendum che nessuno comprende
Ho trovato su un sito dell’Unione Europea un interessante sondaggio svolto in Irlanda su quello che c’è dietro al voto che ha bocciato il Trattato di Lisbona. Il sondaggio sfata molte interpretazioni superficiali dell’esito negativo del voto: in realtà l’anti-europeismo e la difesa dei valori cattolici, ai quali molti commentatori hanno collegato l’esito sembrano aver influito in modo trascurabile ed anche la paura di perdita di sovranità non è stata la causa principale. Alla fine sembra che una buona parte di quelli che hanno votato no, lo abbiano fatto semplicemente perché non avevano compreso il significato del Trattato di Lisbona. In effetti se si pensa alla realtà italiana non possiamo certo dire che ci sia un’ampia informazione sul Trattato. E’ pur vero che in Italia non c’è stato un referendum di approvazione, ma è comunque un trattato che il nostro paese ha sottoscritto ed al quale è legato il futuro democratico del nostro paese. Io stesso sono stato certo negli ultimi mesi più informato del delitto di Garlasco che del Trattato di Lisbona e qualche settimana di campagna elettorale non può cambiare mesi di assenza di ogni genere di riferimento dai mezzi di informazione.
Per provare, nel mio piccolo, a compensare l’assenza dei mezzi di informazione, provo a segnalarvi una sintesi del Trattato tratta dal sito dell’Unione oltre che il testo completo del Trattato. Ho fatto davvero fatica a trovare voci contrarie al referendum che non fossero farneticanti, ho trovato questo che almeno fa un po’ riflettere. Per il resto ho trovato un’interessante intervista in merito.
L’impressione generale è che comunque l’Europa sarebbe un Unione politica e democratica da tempo e potremmo anche discutere di come migliorare le sue istituzioni, se i dubbi su come farla non si saldassero ogni volta con i dubbi sul se farla, facendo naufragare ogni passo avanti. D’altra parte la storia del progressismo è una storia di divisioni tra progressisti moderati e progressisti radicali che favoriscono i conservatori.
L’informazione oggi (seconda parte)
Se un giorno qualcuno dovesse studiare il modo di fare giornalismo nell’Italia degli anni zero sicuramente studierebbe con attenzione la puntata di Porta a Porta che ha visto ospiti Di Pietro, Bindi e Gasparri e che è riprodotta qui e qui. Si dice comunemente che il giornalista dovrebbe essere il cane da guardia della democrazia, non tutti, anzi pochi, riescono ad interpretare questo ruolo con indipendenza, senza la tendenza a schierarsi, ad essere aggressivo solo con una parte politica, solo con uno schieramente. Ma solo Bruno Vespa ha una tale sfrontatezza da sovvertire il suo ruolo fino a fare di sè il cane da guardia non della democrazia, ma del potente di turno. La sua appassionata difesa del povero Silvio vittima delle toghe rosse, che per qualche tono mi ha ricordato un po’ il Processo di Frine, riassume in sé tutta la peggior tradizione di servilismo del giornalismo italiano del quale Bruno Vespa rappresenta il vessillifero, fin dai tempi in cui La Malfa nel ’92 lo accusava in diretta al TG1 di aver fatto la campagna elettorale per la DC. Passano i tempi, i governi, i potentati, passano i padroni ma Vespa rimane sempre lì nella sua cuccia, pronto a ringhiare a difesa di chi gli dà da mangiare.
Qualche mattina fa sentivo a RAI news un’intervista nel quale il direttore Mineo intervistava tale Mazzucca parlamentare Pdl ex-giornalista (a proposito di giornalisti indipendenti…). Mineo citava le dichiarazioni del Presidente del Consiglio che censurava la manifestazione del 25 Ottobre ricordando che anche la coalizione di centro-destra aveva manifestato in piazza contro il governo Prodi, e per di più con toni decisamente apocalittici aggiungo io. Mazzucca divagava tirando in ballo questo e quello episodio ma sostanzialmente non rispondendo. La cosa finiva lì ovviamente, sempre per la compiacenza verso i potenti che è nel DNA dei nostri giornalisti. Io vorrei, anche solo una volta nella vita, sentire un giornalista che di fronte alla risposta evasiva di un politico dicesse semplicemente: “Scusi, onorevole, Lei non ha risposto alla mia domanda. Gliela devo rifare?“. Sarebbe cacciato dalla RAI? Probabilmente sì, però avrebbe stabilito un record, una primogenitura, come il primo uomo sulla Luna, il primo giornalista italiano con gli zebedei…
Walter che predica bene e razzola male
Da qualche settimana Veltroni pare aver cambiato strategia. Forse si è accorto che continuare a sostenere che con Berlusconi si doveva dialogare mentre Berlusconi continuava a farsi bellamente i fatti suoi, governando con i decreti, pareva vagamente masturbativo. Forse i suoi potenziali elettori hanno cominciato a vedere il PD come una naturale estensione della maggioranza e simpatizzare con il rozzo Di Pietro. Sta di fatto che finalmente Veltroni si è accorto che le riforme sulle intercettazioni sono una vergogna, che il problema della spazzatura a Napoli c’è ancora, che il governo sta disfacendo il nostro paese, che la maggioranza si sta incamminando su una china pericolosa per le nostre istituzioni. Mi dispiace che Veltroni se ne sia accorto solo adesso: mi avesse chiesto, l’avrei avvertito io molto prima. Il risultato è una debole ricrescita nei sondaggi a danno di Di Pietro. Mah…
Pare però che questa presa di coscienza non abbia prodotto ancora azioni conseguenti e alle sparate di Walter sull’arroccarsi su di sé della politica, sono rimaste inascoltate dai suoi parlamentari che hanno, more solito, votato contro l’arresto del senatore Di Girolamo, lasciando da solo il solito Di Pietro. Per carità non sarebbero una novità queste autorizzazioni negate, ma in questo caso non si tratta del solito processo contro un parlamentare. Il Di Girolamo avrebbe dichiarato falsamente di risiedere in Belgio per passare come italiano all’estero. La sua carica in Senato sarebbe quindi abusiva. Purtroppo questa particolarità è sfuggita ai parlamentari PD che hanno docilmente votato contro l’autorizzazione.
Nella sostanza il PD ci ricorda che se è vero che criticare il malcostume della politica berlusconiana è molto diffuso, è anche vero che estirpare quel malcostume dalla politica (e dalla società ) italiana è impresa ancora molto ardua da compiere.
Arrivederci divano
A casa mia c’è un divano. E’ un divano un po’ datato ma molto comodo. Dal divano si vede uno splendido panorama sulla città di Torino e, dietro di essa, sull’arco alpino. Il divano è sistemato nelle vicinanze della tv e spesso mi ci sdraio per guardare la partita o un film.
Sabato 11 Ottobre nelle piazze di molte città , tra le quali la mia, si raccoglieranno le firme per il referendum contro il cosiddetto Lodo Alfano. Il tentativo è sicuramente azzardato. Una gran parte dell’opinione pubblica è contraria alla legge e sicuramente la maggioranza degli italiani voterebbe contro ma è altamente probabile che i sostenitori della legge invitino al boicottaggio delle urne ed in quel caso il quorum, necessario per la legittimità del voto, sarebbe molto difficile da raggiungere. Una sconfitta sarebbe benzina sul fuoco della propaganda filogovernativa ed un colpo fatale a chi vi si oppone. Le firme sono raccolte da un lato da Di Pietro, personaggio non proprio raffinato e spesso incline a rimangiarsi quello che promette, dall’altro dalla sinistra radicale che continua a rimanere ingabbiata nella sua cronica ambiguità sulla contrapposizione tra capitale e lavoro. Altri elementi da considerare sono anche che il divano, oltre che essere comodo, è anche situato al caldo del mio salotto e l’aria dell’autunno, che comincia ad essere frizzante, non è la più accogliente per una passeggiata in Piazza San Carlo.
C’è però un problema. Il mondo non finisce domani: ci sono delle generazioni che si stanno affacciando o si affacceranno sul mondo e quando si guarderanno intorno e contempleranno il disastro che la mia generazione ha lasciato, io sarò ancora lì, anche se magari con qualche capello bianco in più. “Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?” cantano i “Le luci della centrale elettrica“. Non so voi, ma io non me la sentirei di raccontar loro che mentre la classe politica si arroccava in una fortezza inespugnabile, mentre il cambiamento climatico sconvolgeva la vita di milioni di persone, mentre le tensioni sociali deflagravano in una crescente violenza, io me stavo tranquillo sdraiato sul divano. Anche per questo Sabato 11 Ottobre saluterò il mio divano, uscirò di casa, mi farò un giro per il centro, magari mi mangerò anche un gelato e poi apporrò la mia firma per il referendum sul Lodo Alfano. Per carità : nessun libro di storia ricorderà la mia azione, nessuna medaglia onorerà la mia memoria, forse quello che farò sarà stato inutile e non credo nemmeno che tutto ciò mi eviterà che le generazioni future mi sputino in un occhio. Ma almeno avrò l’illusione di non essermi meritato quello sputo.
Se volete sapere dove si firma nella vostra città potete trovare qui l’elenco. Se volete saperne di più provate qui.
Buon divano o buona piazza, a seconda della vostra scelta.
