L’Italia negletta
Nelle settimane che hanno seguito il terremoto in Abruzzo, nella passerella dei politici a L’Aquila, nelle polemiche vissute con vivo fastidio dalla classe politica di governo, nella vicenda di Annozero, ho letto soprattutto un crescendo di contrapposizione sempre più chiara e netta tre due Italie che appaiono sempre più distinte, quasi avessero una rappresentazione diametralmente opposta del nostro paese. Parlando con le persone ti rendi conto che molti hanno visto la tragedia del sisma come fonte di orgoglio per il nostro paese, capace di reagire compatto di fronte alla calamità , ma molti altri all’estremo opposto la vedono, come d’altra parte chi scrive, come l’ennesimo disastro italiano dovuto all’incuria, al mancato rispetto delle norme, all’idea che “tanto non succede nulla”.
Fin dal primo giorno la sensazione che la maggioranza che governa il nostro paese mi ha dato è di provare non poca insofferenza per la presenza dei secondi, di trovare genericamente fastidioso qualunque genere di atteggiamento critico nei confronti di quanto accaduto, indipendentemente che la responsabilità competa al governo o ad enti locali, magari di ispirazione politica opposta. Questo perché l’idea del “va tutto bene”, dell’ottimismo forzoso, è talmente fondante per questa maggioranza da trascendere le contrapposizioni politiche. Questa sbronza di ottimismo, questa rimozione del lato negativo, di ogni critica, è fonte di esaltazione per una parte dell’opinione pubblica, di nausea per l’altra. Guardando la televisione, leggendo i giornali, sentendo le trombe della politica, parrebbe che la seconda fazione sia ormai sempre più esigua minoranza. Di fronte alle mai ben chiarite accuse ad Annozero, nemmeno il PD ha reagito compattamente a difesa della trasmissione e del suo diritto di evidenziare quello che non ha funzionato e non funziona. All’interno del quadro parlamentare sostanzialmente solo Di Pietro sembra chiaramente non allineato con l’ottimismo imperante.
Eppure la seconda Italia c’è ed ogni tanto non pare nemmeno così debole. E’ il caso dei sondaggi dei quotidani online che non avranno pretesa scientifica ma qualcosa vogliono dire. Di fronte agli attacchi ad Annozero non solo da Repubblica ma anche dai lettori del Corriere è venuta un’amplissima solidarietà verso Santoro e Vauro. Altrettanto mi sorprende spesso il vedere che ogni sondaggio su una proposta di Berlusconi si tramuta in una disfatta anche su un giornale come La Stampa, prevalentemente prono alle posizioni governative. Ancora mi sorprende scoprire che su Facebook i fan di Bertolaso, considerato dai media televisivi un eroe nazionale come Garibaldi o Cavour, sono più o meno tanti quanti quelli che gli chiedono di dimettersi.
Nella sostanza ho l’impressione che l’Italia che spera ancora in un paese migliore ci sia e sia molto numerosa, ma sia sempre più localizzata, non geograficamente nè socialmente, ma piuttosto mediaticamente. Laddove il morbo della televisione e delle fonti di informazioni prevalenti non ammorbi le menti, laddove la consapevolezza che la maggior parte dei messaggi trasmessi sono superficiali se non del tutto falsi è più forte, c’è ancora un’opinione pubblica che vuole reagire. La domanda è: “Reagire per andare dove?”. Data la sottorappresentazione politica dalla quale questa parte dell’opinione pubblica è afflitta, non da ieri, la risposta è difficile. Sicuramente la prossima tornata amministrativa ed europea ci dirà cose interessanti in merito: se il PD si sarà definitivamente autoaffondato non riuscendo ad arrivare all’altra sponda del rinnovamento, se l’Italia dei Valori raccoglierà i consensi previsti, se le liste di Grillo sfonderanno o se la risposta sarà la più inutile tra tutte: l’astensionismo.
Balotelli ed il mammismo
Dalla conclusione di Juve-Inter di Sabato sera in poi, sulle varie fonti di informazione non si è parlato d’altro che dell’attaccante dell’Inter Balotelli e di come ha vissuto la sfida. Per chi non lo conosca Balotelli è un ragazzo di appena 18 anni ed è già considerato uno dei migliori attaccanti del Campionato di calcio, ma ha un vizietto, quello di non riuscire ad accettare le regole sportive, in termini di rispetto verso avversari, pubblico ed arbitro. Già qualche settimana fa si era segnalato per aver platealmente irriso il pubblico della Roma dopo aver segnato un gol ai giallorossi. Sabato sera all’Olimpico di Torino ha dato poi il meglio di sé. Ha colpito più volte gli avversari a gioco fermo (e ovviamente lontano dagli occhi dell’arbitro), ha mandato a quel paese platealmente più volte il direttore di gara, ha commesso ripetuti falli e scorrettezze, ha irriso la panchina della Juventus mostrando lo scudetto che campeggia sulle divise interiste, ha irriso anche Tiago, portandogli via il pallone che il portoghese cercava di recuperare per battere una punizione. Il portoghese ha gradito meno di altri e gli ha rifilato un pestone che ha indotto l’arbitro ad espellerlo. Chi abbia visto, almeno una volta in vita sua, un incontro di calcio immaginerà che la reazione del pubblico dell’Olimpico non sia stata propriamente improntata al fairplay. Il giocatore è stato sistematicamente fischiato ed insultato come accade anche a giocatori più corretti e rispettosi del ragazzo interista. Non so se questo sia giusto o sbagliato ma mi limito a ricordare che anche all’Opera il pubblico ha diritto di fischiare il tenore che prende la stecca.
Il problema è però che Balotelli ha la pelle di colore scuro. “Che c’entra?”, vi chiederete voi. C’entra perché nelle tanti menti sottosviluppate che popolano gli stadi di calcio la disapprovazione rivolta a chi abbia la pelle scura, assume rapidamente il linguaggio dell’insulto razzista (linguaggio mutuato purtroppo da autorevoli esponenti di partiti di governo). Un linguaggio che nasce da una cultura che ha ammorbato e ammorba la vita italiana in questi anni ed a cui gli stadi non sono certo stati immuni. “Sì, ma che c’entra?”, vi chiederete ancora. C’entra perché la contestazione a Balotelli ha assunto spesso Sabato sera questo linguaggio, come è successo già altrove in occasioni simili. Questa volta però Moratti ha suonato la carica, e così la stampa, mai abbastanza compiacente nei confronti della società nerazzurra, dopo avere per alcune ore ignorato la cosa, ha iniziato ad urlare all’unisono alla vergogna per i cori razzisti contro Balotelli, facendo passare in secondo piano le scorrettezze del giocatore, liquidate addirittura da Moratti come comprensibili reazioni alle provocazioni del pubblico. Il tutto è giunto alle dichiarazioni deliranti e delinquenziali dell’Amministratore Delegato dell’Inter Paolillo che ha accusato i giocatori della Juventus di aver “scientificamente” provocato Balotelli. Al di là dell’assurdità di quanto detto, non si rende conto il dirigente interista di aver trasformato con queste parole in una polveriera almeno i prossimi 10 Juventus-Inter? Perfino l’ex-allenatore dell’Inter Simoni si è dissociato da questa follia mediatica orchestrata dalla società di Foro Napoleone, ricordando che un atteggiamento in campo del genere da parte di un giocatore professionista è intollerabile al di là dei fischi del pubblico.
Nel frattempo, tra l’altro, passava sotto silenzio l’ennesima esibizione di maleducazione di Mourinho che prima mandava a quel paese alla radio il giornalista Filippo Grassia e poi alla televisione addirittura la bandiera interista Sandro Mazzola.
La domanda che mi faccio io è: a chi giova tutto ciò? Secondo le ultime notizie la sanzione nei confronti della Juve sarà pesantissima, dovrà infatti giocare il prossimo incontro casalingo a porte chiuse. Difficile pensare che una sanzione tanto sproporzionata possa essere un deterrente contro il razzismo, semmai rischia di essere solo l’ennesima dimostrazione di un orientamento politico della Federazione, tenendo anche conto della sproporzione con la sanzione che, a ruoli invertiti, fu comminata tre anni fa all’Inter per la contestazione al giocatore del Messina Zoro (25 mila euro).
Al di là della sanzione sportiva però ho l’impressione che il messaggio che davvero esce da questa vicenda e da come i media l’hanno raccontata è che si possono violare tutte le regole di etica sportiva, di rispetto per l’avversario e per l’arbitro, basta avere la maglietta giusta. Con i giusti santi in paradiso l’alibi si trova sempre e le peggiori azioni diventano delle semplici ragazzate, perdonabili e giustificabili: il messaggio che viene dal calcio anche questa volta è lo stesso che viene dalla nostra classe dirigente tutta.
Peccato che nel calcio, come altrove, c’è però un momento nel quale ti devi confrontare con il resto del mondo e qui SuperMario, come tanti altri bamboccioni, viziati dalle mamme italiche, rischia di finire sulla graticola. Laddove la maglia che indossa non gli garantirà la protezione della quale gode in Italia finirà per finire vittima proprio di chi oggi lo blandisce. Sono sicuro però che anche allora ci saranno tanti avvocati d’ufficio mammisti pronti a sostenere che è una povera vittima e ce l’hanno tutti con lui.
L’avvelenata
La sfida Juve-Inter da un po’ di anni in qua è già abbastanza avvelenata di suo, per non aggiungervi altri elementi a renderne infuocato il clima. Pare però che qualcuno abbia un desiderio morboso di trasformare questo incontro in una corrida e così anche alla sfida di Sabato si è caratterizzata per livore e veleni. Un primo elemento è arrivato dalla designazione incomprensibile di Farina. Designare l’arbitro considerato, a torto o a ragione, il più ostile tra gli arbitri dal pubblico juventino proprio per la sfida contro i primi in classifica è parsa decisione piuttosto singolare. Il resto ce l’ha messo Balotelli con il suo atteggiamento che ha dato fuoco alle ceneri dell’Olimpico. Della questione che lo riguarda parlerò a parte, rimane il fatto che ogni sua scorrettezza, ogni suo gesto di protesta, di irrisione ha fatto crescere la tensione in modo davvero gratuito in una situazione di classifica che non giustificava nulla di tutto ciò.
Si iniziava con la Juve che prendeva decisamente l’iniziativa con i laterali Grygera e Molinaro che spingevano con gran lena sulle due fasce. Soprattutto sulla destra la Juve sfondava spesso, anche per la buona forma di Marchionni. E tuttavia la Squadra distratta di questo periodo non mancava di regalare all’Inter la prima grossa occasione quando Legrottaglie scivolava spianando a Balotelli la via della porta, Buffon riusciva solo a smorzare il tiro ed era il brutto anatroccolo Tiago a spazzare via un attimo prima che la fatal linea fosse violata. Rimaneva però un episodio isolato in un primo tempo che la Juve conduceva costantemente all’attacco trasformando però con difficoltà in palle-gol la gran mole di gioco e di pressione sia a centrocampo che sulle fasce. Prima Grygera non riusciva a trovare la coordinazione per spingere in rete sottoporta, poi Iaquinta veniva anticipato all’ultimo ed infine Marchionni, tutto solo davanti a Julio Cesar, si allungava troppo il pallone favorendo l’intervento del brasiliano. L’Inter per lo più subiva ma riusciva a tratti a sfoggiare la sua migliore qualità , ovvero la capacità di distendersi in attacco con rapidità sorprendente. La miglior condizione dei nostri lasciava però poche opportunità ad un Ibra piuttosto isolato.
Nel frattempo Farina arbitrava nel più totale disorientamento: ammoniva in modo piuttosto severo Figo dopo pochi minuti, per poi consentire a Muntari di arrotare ripetutamente i tacchetti su caviglie bianche e nere. Non riusciva a far battere una punizione ad una distanza superiore ai 6 metri e soprattutto non riusciva a contenere la vena istrionica di Balotelli che, da un lato non mancava di punteggiare con proteste plateali ogni decisione dell’arbitro, dall’altro non faceva passare una pausa di gioco o un momento di distrazione di Farina senza provocare o colpire l’avversario che gli capitava a tiro. Sia come sia, quando il direttore di gara poneva fine al primo tempo la sensazione che rimaneva in bocca era di aver perso un’occasione.
Ed in effetti il secondo tempo era un’altra musica: la Juve rallentava, a centrocampo Poulsen e Tiago non vedevano più un pallone e l’iniziativa passava all’Inter che però non sembrava troppo smaniosa di vincere, come d’altra parte pareva comprensibile. Ranieri, con tempismo inconsueto, vedeva Cristian affaticato e rigettava la mischia, dopo lungo tempo, Paolino De Ceglie. La Juve ci provava ancora ma la ridotta lucidità , oltre a rendere più macchinosa la manovra, ci portava a scoprire il fianco. Quando Chiellini veniva travolto da Chivu sul limite dell’area di rigore interista e Farina, non capendoci nulla anche stavolta, lasciava proseguire, i nostri rimanevano imbambolati ed il contropiede fulminante dell’Inter portava davanti alla porta proprio Balotelli, che fulminava Buffon. Il ragazzo probabilmente si convinceva che il gol gli avesse garantito l’onnipotenza ed in pochi minuti: prima mandava platealmente a quel paese l’arbitro prendendosi l’ammonizione, poi compiva un’entrataccia che con un’altra maglia gli avrebbe garantito il secondo giallo. La Juve non si dava per vinta e di nuovo Marchionni si emozionava solo davanti a Julio Cesar, spingendo Ranieri a mettere in campo Trezeguet al suo posto.
La Juve pare aver preso l’abitudine, ultimamente, di sfoltire la rosa quando è sotto di un gol, la settimana scorsa a Genova ci aveva pensato Camoranesi, Sabato è stata la volta di Tiago. Balotelli, sempre lui, decideva di irridere con una finta il portoghese che stava cercando di recuperare il pallone per battere una punizione. Tiago difettava di senso dell’umorismo e rifilava all’avversario un pestone che gli faceva guadagnare la meritata doccia. In uno in meno le movenze dell’Inter diventavano ancora più agili e Buffon iniziava una serie di parate stellari. Contemporaneamente Ranieri, tardi come non mai, metteva in campo la Formica al posto del Capitano. Quello che succedeva era straordinario: Seba prendeva in mano la squadra e praticamente da solo iniziava un forcing che costringeva l’Inter nella sua area, pur avendo un uomo in più. Rischiando l’impossibile in contropiede arrivavamo al 90′, quando sulla traiettoria perfetta di Giovinco, Zdenek sorprendeva tutti e schiacciava in rete tra lo stupore generale.
Perdere questa partita in questo modo sarebbe stato davvero troppo, ma una Juve meno distratta avrebbe potuto superare un’Inter che è riuscita a fare la prima della classe solo in 11 contro 10. Difficile dire quanta, di questa tendenza alla distrazione, sia legata al timone apparentemente incerto di Ranieri e quanta ad una condizione fisica insufficiente. Ma tutto lascia pensare che le voci di sostituzione alla guida della squadra non siano solo invenzioni da rotocalco.
Per il resto restano le mille domande su una sfida, quella con l’Inter, con contenuti di aggressività ormai davvero fastidiosi, ed una società , quella morattiana, che un tempo perdeva molto male e adesso vince anche peggio.
Primati italiani
Ecco un altro primato del nostro splendido paese, stabilito nel nostro sport nazionale che, come è probabilmente noto a chi frequenta questo blog, è il leccamento di culo. Lo ha stabilito la conduttrice della Domenica In, tale Lorena Bianchetti, che ha surclassato la primatista precedente Valentina Vezzali. Grazie a Nearatree ho scoperto questa grande prestazione.
Gustatevi il filmato: ne vale veramente la pena.
Steward genoani
Genova è un mondo a parte, questo l’avevo già scritto in qualche modo. Lo è evidentemente anche per quanto riguarda le regole sul fumo. Se in altri stadi gli Steward impongono e fanno rispettare il divieto di fumare al Luigi Ferraris di Genova non solo non lo fanno, ma non si preoccupano nemmeno di non fumare loro stessi, come la foto testimonia.

Inaugurazioni provvisorie
Un paio di mesi fa in gran pompa è stato riaperto il Teatro Carignano nella sua versione riveduta e corretta. Era già stato annunciato ampiamente che il teatro avrebbe abbandonato la tradizionale bussola in legno, alla quale i torinesi si erano abituati ma che non faceva parte dell’impianto originale, per tornare all’antico con una semplice vetrata di ingresso. Non tutti però prevedevano che il profilo ligneo caratteristico di quella parte della Piazza sarebbe stato interrotto da un fascione in alluminio che sormonta la porta di ingresso. Personalmente non sono di quelli che rifiutano ogni innovazione architettonica e sono tra i pochi torinesi al quale il nuovo Piazzale Valdo Fusi non dispiace, ma il fascione in alluminio l’ho trovato francamente del tutto fuori posto.

Un sospiro di sollievo è venuto però negli ultimi giorni dalle dichiarazioni dell’assessore Alfieri che ha rassicurato sul fatto che il fascione della discordia sarà rimosso e sarà sostituito con una copertura di tipo diverso, pare bronzea. Tuttavia, per quanto qualunque cosa sia meglio del fascione in alluminio, mi sento piuttosto scettico anche sulla possibilità che il bronzo si armonizzi perfettamente con la struttura lignea delle altre porte-finestre.
Sicuramente rimane forte il dubbio sul motivo per il quale una soluzione, pur provvisoria, ma comunque del tutto eterogenea allo stile di quel lato della Piazza, sia stata intrapresa con tanta leggerezza da progettisti ed impresa costruttrice. Qualche volta ho l’impressione che personaggi coinvolti in simili imprese si divertano in realtà a stuzzicare il pubblico con soluzioni orribili o comunque decisamente discutibili, purché si parli di quanto realizzato, purché la loro opera non passi inosservata. Purtroppo tutto questo finisce spesso per andare soprattutto a danno della qualità architettonica delle nostre città . Restiamo a questo punto tutti in attesa della soluzione finale, ammesso che la prossima versione sia quella finale, nella speranza di non ritrovarci di fronte all’ennesimo pugno in un occhio.
La fine di un’illusione
Quasi per caso mi sono ritrovato Sabato sera a Marassi a scoprire cosa si provi guardando la fine di un’illusione. Ognuno di noi cuori zebrati in cuor suo fino a Sabato aveva covato la speranza di un ricongiungimento, di una riapertura del campionato, di una svolta che portasse la squadra la dove è il suo naturale approdo. Purtroppo l’illusione era tale, forse la squadra se ne è resa conto prima di noi e questo ha messo le premesse per una delle serate più nere della gà¶ba degli ultimi anni.
L’inizio sottolineava subito la costante che sarebbe rimasta tale per tutto l’incontro, fino agli ultimi minuti: la supremazia fisica straripante del Genoa che le consentiva di vincere ogni contrasto, di recuperare miliardi di palloni in mezzo al campo, di stravincere l’incontro nella zona del campo che si trova tra le due aree di rigore. Fortunatamente per la Juve il campo comprendeva anche le due aree di rigore: in una c’era Buffon e nell’altra Del Piero e Iaquinta che sono anche gli unici che escono con dignità da questa serata, e la partita quindi rimaneva incerta miracolosamente fino all’ultimo minuto.
C’era appena il tempo di chiedersi se la Juve fosse rimasta negli spogliatoi e Legrottaglie salvava sulla linea su conclusione di Palladino. La condizione dell’ex-nostro Aladino, croce e delizia del pubblico juventino l’anno scorso, era esaltata da uno Zebina in condizione precaria che inanellava disastri sia in difesa che in avanti. Un’altra costante della serata erano gli sbagli dell’arbitro Rocchi, costanti, immancabili, tanto da far pensare ad un continuo ed instancabile spirito di compensazione che denuncia una totale inadeguatezza al contesto. Così già nei primi minuti un paio di falli da arancione su Nedved, prima di Sculli poi di Bocchetti, venivano ignorati da Rocchi che fermava poi Iaquinta lanciato tutto solo verso Rubinho per un fuorigioco inesistente. L’arbitro fiorentino compiva poi il capolavoro quando Mesto cercava una percussione ed andava giù al limite dell’area. Mentre il pallone viaggiava sereno verso il piede di Thiago Motta, Rocchi scriteriatamente fischiava il fallo su Mesto che forse non c’era neppure, la conclusione del brasiliano era splendida e si insaccava nell’angolino a destra di Gigi. Rimanevo basito e, visto il clima acceso di Marassi, mi aspettavo una sommossa popolare e forse se l’aspettava anche Rocchi che infatti, tra lo stupore generale, convalidava il gol segnato a gioco fermo. La rete non scomponeva la Juve che rimaneva nel suo torpore e se Poulsen e Marchisio in mezzo al campo non ci capivano nulla, allargare il gioco sulle fasce non aiutava, perché anche Pavel e Mauro German sembravano assediati dal centrocampo genoano; l’unica soluzione era quindi quella di far spiovere dalla fascia centrale del campo palloni molto ottimisti verso Iaquinta che lottava come lui sa fare, ma inutilmente. Solo il caso poteva aiutarci, ed ecco puntuale arrivare un disimpegno sbagliato del Genoa che faceva ripartire Del Piero; Ferrari cercava di salvare in tackle scivolato e probabilmente ci riusciva ma Rocchi, forse su segnalazione dell’assistente, concedeva un rigore apparentemente molto ma molto dubbio. A discolpa del direttore di gara posso dire che dal mio punto di osservazione, pur lontanissimo, pareva rigore netto ma il pubblico genoano non la vedeva come me e, già dimentico del gol concesso a gioco fermo, iniziava una vigorosissima contestazione all’arbitro che sortiva il suo effetto, visto che due minuti dopo Rocchi non se la sentiva di concedere un secondo rigore per un fallo di Ferrari stesso su Camoranesi. Stavamo per andare al riposo felici di avere riacciuffato un pareggio insperato ed immeritato ma ecco un colpo di testa ancora di Thiago Motta gonfiare di nuovo la porta bianca e nera e trasformare l’intervallo in un prolungato muso lungo.
Il ritorno in campo vedeva la stessa impotenza nella parte centrale del campo, ma la coperta genoana si era un po’ accorciata e qualche spiraglio si apriva qua e là sulle fasce dove finalmente Nedved e Camoranesi iniziavano a incunearsi con prepotenza, arrivando a sfiorare a più riprese il pareggio. La Juve sembrava finalmennte entrata in partita ma proprio in quel momento ne usciva quasi definitivamente, proprio mentre Seba stava per entrare in campo. Perdevamo l’ennesimo pallone sciocco e Camoranesi, a dieci metri da dove mi trovavo io, si faceva tentare da una sgambata assassina che poi ritraeva veloce, l’impatto con Sculli diventava quindi un’ancata in tutto simile ad episodi precedenti che Rocchi non aveva punito nemmeno con il giallo. Questa volta invece Camoranesi si vedeva sventolare di fronte un rosso di fronte al quale il nostro non aveva nemmeno la forza di protestare. Il genoano di fianco a me mi confessava che secondo lui non era nemmeno ammonizione ma fatto sta che, come se non bastasse tutto il resto, rimanevamo pure in 10. Ti aspettavi che l’incontro finisse qui ed invece la Juve era ancora viva, lottava, si dibatteva come un animale ferito e soprattutto Gigi ricordava a chi lo vorrebbe cedere di essere una spanna sopra tutti, salvando con una parata da supereroe su un’incornata di Sculli da due passi. Perfino Ranieri si rianimava accorgendosi di essere sulla panchina della Juve, accorgendosi che Zebina aveva fatta abbastanza danni e che forse Marchionni avrebbe potuto essere utile in quegli ultimi minuti. L’audace formula era premiata quando Iaquinta spuntava da una mischia furibonda ed insaccava in rete il 2 a 2. In una serata come questa un pareggio suonava come un’impresa ed il disappunto per la squallida prestazione sembrava mitigato dall’insperato recupero. Ma il degno finale di un incontro scriteriato come questo non poteva che essere quello che si presentava ai nostri sguardi attoniti poco dopo. Difficile vedere una squadra che, subito dopo aver riacciuffato il pareggio in 10 contro 11, lascia fuggir via un uomo tutto solo da metà campo su un lancio assolutamente elementare. Ma la Juve di stasera ci regalava anche questo primato e mentre Rossi si fiondava verso Buffon, Palladino bruciava tutti sulla corsa come fosse Bolt, raccogliendo il suggerimento del compagno e vanificando l’uscita disperata di Gigi. Era la fine, la disfatta, la vergogna. Perfino il topolino, che fino ad allora aveva saltabeccato nella fila di seggiolini di fronte alla mia, se ne andava indignato.
Rileggendo questo stesso blog non posso che ricordare che né mi aspettavo un successo in Campionato, né un lungo cammino in Europa ma alla fine ci eravamo tutti un po’ illusi di potercela fare, e forse nemmeno a torto, perché anche stasera la Juve ha dimostrato di essere ad un palmo dall’impresa, che però alla fine sfugge sempre via. Per raggiungere l’impresa in futuro, senza dover sperare in miracoli, servirà ancora un’iniezione di qualità in campo e forse anche in panchina dove l’elegante Ranieri pare sempre più in difficoltà . Speriamo per quest’estate, nel frattempo ci resta solo la Coppa Italia per poter dire che quest’anno non è passato invano.
La mostra di De André
Visitando Genova non si può non pensare a De André e non si poteva quindi stare lontani dalla mostra a Palazzo Ducale sullo splendido “Faber”. Devo dire che in generale è difficile trovare una mostra retrospettiva ben allestita, spcialmente su un cantautore: spesso le mostre di questo genere diventano banali, ipercelebrative, fondamentalmente noiose. La mostra di De André è davvero una straordinaria eccezione, anche grazie all’ampia varietà di mezzi multimediali dispiegati per l’occasione, che trasmettono l’impressione al visitatore di essere davvero immerso nel mondo di De André. Tra l’altro, a differenza di altri allestimenti di questo genere le installazioni multimediali erano tutte, nonostante il grande afflusso di pubblico, perfettamente funzionanti e questo denota un’attenzione per la qualità del servizio erogato davvero non comune.
Segnalo in particolare la sala nella quale venivano approfonditi gli aspetti di ognuno dei dischi di Fabrizio. Al centro della sala vi erano i raccoglitori con gli LP; il visitatore ne prendeva uno, lo deponeva su uno dei tavoli in legno posti ai lati della sala, un lettore ne rilevava il titolo e venivano conseguentemente proiettati sullo stesso tavolo le immagini di concerti, interviste e altre testimonianze con una campana sonora che convogliava l’audio su chi si trovava ai lati del tavolo: davvero ben fatto.
Insomma: la mostra valeva davvero la lunga coda fatta per entrare che sicuramente non troverete in una Domenica meno affollata di quella di Pasqua. Consiglio davvero la visita.
Genova per noi
Tempo fa, durante un concerto dei Neri per caso, sentii annunciare una canzone di Paolo Conte riferendosi all'”Avvocato” come ad un celebre genovese. Poche settimane fa sentii un conduttore alla radio parlare di “Genova per noi” come una canzone sui genovesi. L’equivoco è qui: perché Paolo Conte è di Asti e la canzone “Genova per noi” è soprattutto su noi piemontesi e su quale rispettosa soggezione nutriamo per Genova, la Liguria, e quel “mare scuro che si muove anche di notte” ma anche su quale vicinanza sentiamo per i liguri, come noi un po’ stranieri in patria, un po’ estranei, “un po’ selvatici”.
Forse anche per questo ho trascorso la Pasqua sulle tracce di Paolo Conte e cercando di scorgere quella “faccia un po’ così” in quelli che viaggiavano con noi verso il mare. Ho riprovato così, come tante altre voltre, l’emozione che provo vedendo il mare fare capolino tra le montagne, l’impressione che mi dà udire i suoni della Liguria, a partire da quell’accento così musicalmente sgraziato. E poi c’è il caos di quella striscia di terra così stretta e affollata, nella quale, come in tutti gli spazi affollati, tutti si guardano l’un l’altro in cagnesco, tutti sembrano nervosi, arruffati, anche un po’ trasandati, ma con una luce scintillante negli occhi.
Genova è così, una città che non sembrerebbe volersi molto bene ma che è bella nella sua bellezza e anche nella sua trascuratezza. Una città nella quale il vecchio sembra nuovo ed il nuovo sembra vecchio. Lo spirito della città sembra prevalere anche sullo snaturamento che l’immigrazione porta con sé altrove, e così la città vecchia, oggi diventata quartiere etnico, sembra più genovese che mai, così come anche l’arabo sembra parlato con inflessione genovese.
Noi piemontesi ci poniamo di fronte a questa città con il fanciullesco stupore di chi trova un mondo diverso appena fuori di casa, di chi si meraviglia nel contemplare i “gamberoni rossi”, ma anche di chi rapidamente si ritrova in sintonia con questa terra. Tornando a Torino ieri sera la cosa che più portavo con me era proprio quello stupore, era l’atmosfera di questa città , erano i caruggi, era il mare.
Lo stato che c’è e quello che vorremmo ci fosse
Ho trovato molto rappresentativo di quella barriera che corre tra Italia e Italia un articolo di Lucia Annunziata dal titolo “Lo stato questa volta c’è”. E’ rappresentativo a mio avviso perché contiene quelle visioni fondamentali che rappresentano uno spartiacque tra due modi diversi di essere paese che distinguono gli abitanti del nostro stivale, ben al di là delle preferenze politiche. In sostanza la Annunziata, ex-presidente della RAI di area dalemiana, popolare anche per la splendida parodia di Sabina Guzzanti, ci spiega che lo stato in Abruzzo c’è stato perché Berlusconi non ha avuto esitazione a recarsi in Abruzzo insieme con il suo stato maggiore, a “mettere la sua faccia”, ad esporsi, né ne ha avute Franceschini a fare altrettanto, a farsi vedere, a rincuorare, a dare pacche sulle spalle.
L’Annunziata non ci racconta altro che quanto molti si aspettano in realtà dallo stato: il conforto, la pacca sulla spalla, la vicinanza nel momento del dolore. Lo Stato che molti si attendono è lo stato emozionale, è quello che rassicura, quello che ti fa vedere il lato positivo anche delle cose più tragiche, quello che invita il paese all’unità , a fare fronte comune di fronte alla fatalità , al tragico destino, che ci rende fieri dell’ondata di solidarietà che si scatena. Il problema è che lo Stato che ti rassicura è spesso quello che non ti fa reagire con la rabbia necessaria, chi ti fa vedere il lato positivo spesso ti nasconde quello negativo, chi ti invita a fare fronte comune spesso ti distoglie dalla condanna di chi ha delle responsabilità , chi invoca il tragico destino vuole far dimenticare che le responsabilità sono precise e le vittime non erano inevitabili, chi esalta l’ondata di solidarietà del dopo vuole nascondere la barriera di cinismo del prima.
A differenza di quanto auspica l’Annunziata lo Stato che io vorrei ci fosse non è quindi quello della rassicurazione, dell’ottimismo, dell’“Italia che si dispera e l’Italia che si innamora”. Lo stato che vorrei ci fosse è uno stato che si assume le proprie responsabilità , che riconosce le proprie colpe, che riconosce che se in Giappone un terremoto di magnitudo 7,2 causa 6 morti e in Italia un terremoto di magnitudo 6,3 ne causa 272 non è perché siamo sfortunati ma perché, per responsabilità estese, ma non così tanto estese da non poterle individuare, uno Stato che imponga che in zone sismiche i nuovi edifici nascano secondo regole precise e controlli accuratamente che quelle regole siano seguite. Purtroppo lo Stato che c’è è lo Stato (e l’intera nazione con lui) che si è disinteressato di come si facevano gli edifici ed è rimasto indifferente al rischio che si correva. Lo Stato che ha rincorso il facile profitto, ha speculato sulla vita della popolazione ed oggi si fa anche scappare una ipocrita lacrimuccia su chi è morto a causa del suo freddo cinismo. Di questo Stato dovremmo essere orgogliosi? Di questa nazione dovremmo gioire?
Capisco che l’Annunziata non se ne renda conto, ma purtroppo per l’altra Italia, quella che non si riconosce nella sua visione delle cose, la vergogna è ancora una volta la sensazione dominante.
