Il Vittoriale degli italiani

Il Primo Maggio scorso ho rivisto, molti anni dopo una fugace gita scolastica delle medie, il Vittoriale degli Italiani, la creazione, architettonica e non, di Gabriele D’Annunzio, situata a Gardone Riviera, nel quale il Vate trascorse gli ultimi anni della sua vita. Mi sono accostato con una certa diffidenza all’opera di un ingegno che fu guida di un movimento culturale che pose le premesse per l’avvento del fascismo, che sposò valori che trovo lontani da me e dal mio modo di pensare. Tuttavia in quegli ambienti vissuti così intensamente, in quelle esperienze così vitali, in quel fervore che pervade ogni granello di polvere di quell’abitazione, in quella ricerca ossessiva del bello, di un bello magari soggettivo e discutibile ma di un bello che vada al di là  di stereotipi e del quieto vivere, in tutto ciò ho visto un uomo che soprattutto aveva un desiderio straordinario di vivere, di provare, di sperimentare, di emozionarsi.
Non conoscevo la storia del suo colloquio con Mussolini e della scritta a lui dedicata nella “Stanza del Mascheraio“. Non sapevo nemmeno della frase di Mussolini stesso: Gabriele D’Annunzio è come un dente marcio o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro, né sapevo delle sue variegate esperienze parlamentari. Anche questo fa parte della vita di un uomo che non poteva e non sapeva stare da parte.
Consiglio la visita del Vittoriale anche a chi non si entusiasmi per la beffa di Buccari o la presa di Fiume, anche a chi non vada pazzo per le sue poesie, anche a chi trovi kitsch l’arredamento del Vittoriale. Alla fine l’insieme dei valori, dei desideri, delle aspirazioni, astratte o concrete, dei gusti, è solo una costruzione contingente che si innesta su di un uomo che probabilmente desiderava soltanto potersi consegnare alla morte, solo dopo aver spremuto tutto il succo della vita. In fondo è bello sapere che quest’uomo ci ha lasciato un po’ di sé, nonostante tutto.

May 19th, 2009

Quarant’anni dopo

E’ profonda la tristezza che oggi ricopre il mondo juventino. Chi simpatizzi per altre squadre forse non può comprendere questo stato d’animo, non può comprendere quanto è grave ciò che è accaduto, ma d’altra parte è vero che ci sono alcune cose che rimangono come un solco a separare la Juventus dalle altre squadre di calcio. Una di queste è che per quarant’anni la Juventus non ha mai esonerato l’allenatore a Campionato in corso. L’ultima volta era capitato all’argentino Luis Carniglia, allontanato dopo sole sei giornate nel Campionato 1969-70. Dopo di allora le dimissioni di Lippi nel 1998-99 e quelle di Deschamps nel 2006-07, ma mai più un esonero.
L’esonero di un allenatore corrisponde molte volte alla cieca ricerca di un capro espiatorio, al tentativo di trovare soluzione laddove soluzione non c’è: solo poche volte ciò rappresenta invece la necessaria soluzione ad un deficit di riconoscimento da parte dei giocatori del ruolo del tecnico, che compromette la possibilità  direttiva di quest’ultimo riducendo la squadra ad una compagine scollata e divisa. Le dichiarazioni di Ranieri, dopo il terrificante Juve-Atalanta di Domenica, lasciavano intendere che la situazione fosse di quest’ultimo tipo e mi viene da pensare che l’esonero fosse l’unica soluzione per evitare l’umiliazione del quarto posto. Questo però non scarica la società  dalle pesanti colpe che gravano su di essa. E’ vero infatti che quel deficit di riconoscimento è cresciuto in mesi di erosione della credibilità  del tecnico, di assenza di prese di posizione da parte della società , da una trascuratezza alla quale solo nelle ultime settimane si è cercato tardivamente di fare fronte.
La dirigenza di una squadra di calcio non si improvvisa e l’ultimo esperimento davvero rivoluzionario in casa juventina, in termini di gestione della società , si era risolto nel disastro Maifredi. Oggi siamo di nuovo qui a contemplare un disastro ad esso paragonabile pretendendo che non accada più. Ranieri appartiene ormai al passato e mi auguro che il futuro sarà  affidato ad una gestione tecnica più solida della sua, ma credo che sia legittimo che la proprietà  inizi a domandarsi se non sia il caso di affidare anche la gestione dirigenziale a mani più esperte e la campagna acquisti che va ad iniziare non potrà  che essere l’ultimo appello per l’attuale gestione.
Ranieri si merita un saluto cordiale. E’ un uomo che ha gestito con grande correttezza questa situazione, in linea con la signorilità  che lo contraddistingue. Ha commesso grossi errori: tecnici, tattici, gestionali. Ha sbagliato formazione più di una volta, in particolare quella nella semifinale di ritorno contro la Lazio ancora grida vendetta, ha male utilizzato alcuni giocatori (Giovinco in particolare), ha mal gestito lo spogliatoio, ha mal affrontato il crollo fisico della squadra negli ultimi due mesi. Tuttavia era molto vicino ad ottenere quello che realisticamente si poteva aspettarsi dalla Juve di quest’anno: un terzo posto in Campionato dopo Inter e Milan ed un passaggio agli ottavi in Coppa dei Campioni.
Se la Juve vorrà  davvero fare un salto di qualità  dovrà  affidare la sua gestione tecnica a chi sappia fare meglio di Ranieri, a chi sbagli di meno, soprattutto negli incontri più delicati, a chi sappia affrontare meglio anche le situazioni di difficoltà , ma le servirà  anche e soprattutto una guida dirigenziale più solida e affidabile di quella che l’ha condotta fin qui.

May 19th, 2009

Astrattezza

C’è una vasta schiera di sedicenti intellettuali di sinistra che non fanno altro che rimproverare alla sinistra di non fare come la destra. La destra ottiene consensi con facili slogan su immigrazione, sicurezza, rapidità  decisionale della politica, diffidenza verso l’integrazione europea: perché non fare come loro? E via con considerazioni su quanto la sinistra si sia allontata dal comune sentire popolare, non ascolti più il messaggio che il popolo le trasmette, si limiti all’enunciazione di vuoti principi.
In questa corrente intellettuale, nella quale spiccano personaggi quali Annunziata, Pansa, Palombelli, si innesta anche Luca Ricolfi, sociologo ed editorialista de La Stampa che su “La Busiarda” (nomignolo dialettale del quotidiano torinese) di Martedì 12 Maggio ha pubblicato un editoriale dal titolo la sinistra degli snob nel quale fa riecheggiare i temi sopracitati.
In particolare il Partito Democratico, ma anche la sinistra in generale, sono accusati di astrattezza in quanto si oppongono a cose quali il respingimento, il prolungamento dei tempi massimi di permanenza nei CIE, i medici-spia e i presidi-spia. Cosa intenda Ricolfi per astrattezza lo spiega quando dice: “Astrattezza vuol dire non voler vedere la dimensione pratica, concreta, materiale di un problema”. Il punto è che nell’articolo non vi è traccia di una serie di dimensioni pratiche, concrete e materiali dei problemi citati, che sono quelle sulle quali ci si può interrogare, a prescindere da valori e temi di principio. Ad esempio si possono citare le ovvie conseguenze pratiche del provvedimento dei medici-spia, cioè che i clandestini non si rivolgano più alle strutture mediche o che i figli dei clandestini non saranno più iscritti a scuola in conseguenza del provvedimento sui presidi-spia. Ma altrettanto pratiche sono le ovvie conseguenze dei respingimenti, ovvero le prevedibili reazioni della comunità  internazionale. Non c’è bisogno quindi di sfoderare princìpi per avanzare dubbi o piuttosto certezze sull’inopportunità  dei provvedimenti che la Lega ha ispirato al governo, basta esaminare appunto la stretta dimensione pratica del problema.
Poi Ricolfi sfodera un altro argomento tipico usato dalla maggioranza che ci governa: “il paese è con noi”. Lo fa quando si chiede “Lo sa il segretario del Pd che la maggior parte degli italiani approva l’azione del ministro Maroni?”. Può darsi, forse anche perché lo stesso numero de La Stampa non dedicava più di un trafiletto alla condanna dell’ONHCR. Ma la soluzione è accodarsi? Che scopo ha, in una democrazia, l’opposizione se non evidenziare quello che non va in ciò che fa la maggioranza? Forse il paese semplicemente non sapeva che conseguenze avrebbero avuto i respingimenti: era meglio che non glielo dicesse nessuno o ha fatto bene Franceschini a preannunciarlo?
In conclusione dell’articolo si arriva all’altro pezzo forte del genere sopracitato: la distanza della sinistra dai problemi della gente. E qui di nuovo Ricolfi inverte l’ordine dei fattori: “E qui si arriva all’ultimo e più grave male della sinistra, la sua distanza dai problemi delle persone normali”. E’ vero che la sinistra non riesce a parlare con le persone “normali”, ma non sarà  che non ci riesce fondamentalmente per la sua progressiva espulsione dai mezzi di comunicazione che raggiungono le persone “normali” (la televisione in particolare ma anche i giornali)? Non sarà  per questo che le persone “normali” hanno una percezione distorta del problema della sicurezza o del problema della disoccupazione, e che in Italia il problema dell’immigrazione sia sentito come un tema più centrale di quanto non sia in paesi nei quali gli immigrati sono più numerosi che in Italia? Non è forse per questo che sia così difficile poi spiegare che in Italia ci sono problemi più gravi ed urgenti rispetto agli sbarchi?
In definitiva ciò che davvero è astratto in tutto ciò è proprio l’approccio di Ricolfi, così cronicamente legato all’emotività  popolare e così poco all’analisi della situazione. Il problema del nostro paese sta proprio nella diffusione epidemica all’interno della classe politica di questo modo di pensare: tutto ciò che conta è riuscire, con il minimo sforzo, a mobilitare il consenso, a raggiungere la popolarità , a soddisfare gli umori del popolo, che a sua volta sono mobilitati dai mezzi di comunicazione di massa. Poco importa se per fare questo si violenta la realtà , si cancella ogni principio, ogni ragionamento, ma soprattutto si cancella ogni progetto di paese che non si può impostare fino a che ci si limita ad inseguire umori e sondaggi. Ed è soprattutto in un progetto di paese che il principio della tolleranza, della accoglienza, diventa il perno fondamentale sul quale costruire la società  di domani che non sarà  multietnica per scelta della sinistra, o per impotenza della destra, ma sarà  multietnica a causa di processo storico sovranazionale non arrestabile, né rinviabile.
Se non riusciremo in questo ed in altri ambiti a costruire questo progetto, rimarremo un paese sempre più debole, sempre più rachitico, sempre più povero e la presunta popolarità  dei nostri governanti non ci aiuterà  per nulla. Quello che la sinistra e tutti noi dobbiamo fare è chiederci come fare a spiegare questo al paese, non come fare a nasconderlo.

May 15th, 2009

Scuola di ignoranza

Il Ministro Gelmini ha un vantaggio: bastano poche sue parole per capire le linee guida del suo ministero. Le poche righe di un articolo comparso su La Stampa hanno chiarito due punti fondamentali della sua linea.
Il secondo punto citato nell’articolo è già  ben noto: tagliare le spese per l’università , in questo caso chiudendo facoltà  ritenute inutili. Avendo vissuto da vicino il destino delle facoltà  distaccate di Ivrea, mi viene un dubbio circa la definizione di facoltà  inutili: siamo poi sicuri che nel bilancio di una facoltà  universitaria, che è comunque un’istituzione pubblica, si tengano in conto i costi che, in assenza della facoltà , sarebbero costrette a sostenere le famiglie per permettere ai figli di viaggiare o trasferirsi nella grande città ? A prescindere da questo tema contabile, c’è un tema di carattere più generale: ovvero chiedersi quale è il problema principale dell’università  italiana. Tutte le indagini in merito ci spiegano che l’Italia ha una cronica carenza di laureati: secondo una di queste, pubblicata da Eurostat, la media di giovani tra i 25 e i 34 anni laureati è in Italia del 19%, poco più della metà  della media europea del 30% e meno della metà  della percentuale di Francia e Spagna. Tra l’altro anche in questo come in altri la Grecia sta meglio di noi… E’ un quadro da paese sottosviluppato che richiederebbe investimenti massicci, un rilancio immediato, un’analisi profonda di quale sia la ragione di questa situazione agghiacciante. Invece il nostro ministro taglia, cancella facoltà , con il risultato di rendere ancora più difficile laurearsi nel nostro paese.
Il primo punto è invece una novità . La Gelmini ha in programma la cancellazione delle SSIS, la Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, introdotte nel 1999 per migliorare la formazione preliminare degli insegnanti di scuola secondaria in ottemperanza ad una direttiva europea ma anche alla constatazione che la figura, oggi sempre più critica dell’insegnante, presuppone una preparazione specifica che non corrisponde a quella universitaria ma ad uno specifico avviamento all’insegnamento. Quello che mi colpisce è l’espressione del ministro Gelmini: Per il futuro «meno teoria e più pratica. A fare l’insegnante s’impara sul campo. Con un tirocinio nelle scuole». Cosa che tradotta significa spostare i costi dai SSIS al danno legato all’abbassamento della qualità  dell’insegnamento, ovvero lasciare che i giovani insegnanti si facciano le ossa a spese degli studenti.
Sono convinto che ci sono molti che di fronte alla cecità  di un governo che disinveste sulla scuola, in un paese che ha il suo problema proprio nella bassa scolarizzazione, sono pronti a vedere in questo una strategia lungimirante volta a creare un paese di persone di scarsa cultura, nella convinzione che un paese simile sia più facilmente controllabile. E’ possibile sia così, certo, ma quest’idea presupporrebbe attribuire alla nostra classe dirigente una progettualità , la cui totale assenza mi pare invece il dato più certo che abbiamo.

May 14th, 2009

Il rischio peggiore

Ci sono due ordini di pericoli che una classe politica incapace e corrotta può portare ad un paese: la cattiva gestione della cosa pubblica è una di queste, ma è tutto sommato la meno grave. Un sovvertimento degli equilibri di potere può, da un giorno all’altro, portare a galla una classe politica migliore e i danni possono venire sanati in pochi anni.
Il rischio peggiore invece è la degenerazione etico-morale del paese, la perdita di qualunque valore di riferimento, indotta dall’alto. Questo è il rischio sempre più concreto che corre l’Italia nella situazione attuale. Il paradosso è che il rischio è reso assai più consistente proprio da quella società  della comunicazione che funziona così bene nel mettere alla gogna i vizi della nostra classe dirigente.
Ho seri dubbi infatti sul fatto che la classe politica di trent’anni orsono fosse più rispettosa dell’etica pubblica di quella di oggi. Tuttavia allora, quelle poche notizie che filtravano sui vizi di chi ci governava, venivano subito tacitate ed era sostenibile uno sbilanciamento tra una dimensione pubblica della classe dirigente dominata da solidi valori etici ed una dimensione privata caratterizzata da cronica corruzione.
Oggi la moltiplicazione dei canali televisivi, Internet, i mille canali di informazione alternativi fanno risuonare la grancassa facendo giungere l’eco dei vizi della nostra classe dirigente anche alle orecchie più pigre. Questo fa sì che la nostra classe dirigente non possa limitarsi a mettere sotto silenzio come un tempo i propri vizi,  ma debba anche, in qualche modo, rendere più accettabile agli occhi dell’opinione pubblica quei comportamenti. E allora si sdoganano progressivamente quei vizi: la corruzione è un fatto ormai comune, avere rapporti con mafiosi è un errore veniale, creare incidenti diplomatici è un espressione di spontaneità , evadere il fisco è giustificabile, eccetera… L’ultimo passo era sdoganare anche comportamenti sessuali poco affini all’etica corrente, magari alla morale. Così, quando si scopre che il Presidente del Consiglio frequenta fanciulle che non sono sua moglie, magari anche minorenni,  ecco accorrere gli ingegneri dell’etica che ci spiegano che in fondo sono viziucci. Se non ci credete potete sentire il passo dell’intervista di Chiambretti a Vittorio Feltri nella quale il direttore di Libero ci spiega che “Berlusconi lavora tanto e se alla sera vede anche qualche ragazza, che male c’è!”.
Come fare a spiegare a chi nasca oggi in questo paese quali sono i valori fondanti di una società ? Come fare a spiegargli che tra questi vi sono l’onestà , il rispetto per gli altri, compreso quello per la propria compagna? Come non capire che chi oggi si affacci sul mondo sia estremamente confuso di fronte a questi messaggi e possa guardare dubbioso a chi cerchi di spiegargli quei valori?
Come poter sperare ancora, in questo contesto, di vedere questo paese sottrarsi ad un rapido declino economico e civile?
Paradossale che forse una parte della colpa di tutto ciò sia proprio di Internet, no?

May 13th, 2009

Aristofane in Kenya

Dopo le elezioni presidenziali del 2007, nel paese del Corno d’Africa noto soprattutto per i suoi mezzofondisti, si erano scatenate rivolte di piazza che avevano fatto scivolare uno dei paesi più tranquilli dell’africa subsahariana verso la guerra civile. I riflettori dei media internazionali si sono spenti ma è rimasto il conflitto. A combattersi erano da un lato il vincitore delle elezioni del 2007 Mwai Kibaki e dall’altro il suo rivale Raila Odinga, che non ha mai riconosciuto il risultato delle elezioni, lamentando brogli e manipolazioni. Dopo mesi di carneficine la mediazione dell’ONU aveva portato ad un compromesso che ha consentito ad Obinga di essere nominato premier, carica introdotta ad hoc nella Costituzione kenyana. A poco più di un anno da quel compromesso le tensioni stanno salendo di nuovo tra le due forze politiche e siamo di nuovo sull’orlo di scontri di piazza. Ora non so bene quanto in Kenya conoscano Aristofane ma di certo la storia che uscita sui giornali ricorda molto quella di Lisistrata, opera del drammaturgo greco. Come l’ateniese Lisistrata infatti l’associazione Women’s Development Organization ha lanciato un appello alle donne del paese perché impongano ai loro uomini uno sciopero del sesso fintanto che la pace e la concordia non sia ristabilita. Pare che l’appello sia stato raccolto addirittura dalla moglie di Odinga stesso che ha promesso di sottoporre il marito all’astinenza obbligata. L’appello è stato rivolto anche alle prostitute del paese, invitate a non prestarsi a compensare il “vuoto” lasciato dalle consorti.
La notizia può sembrare solo una curiosa nota di colore ma se paragoniamo questi eventi all’affermarsi in Italia in quetsi giorni della più becera machocrazia val la pena di fare una riflessione in merito.

May 11th, 2009

Racconto molto minimalista

E’ Sabato mattina e sono appena uscito da una libreria del centro di Torino con un bottino di 160 Euro di libri. Ad un esame più accurato dell’orologio in realtà  la mattina è già  abbondantemente conclusa e anche l’una è passata. Il mio appetito si fa sentire e Casa è ancora lontana: potrebbe non essere una brutta idea una focaccia al formaggio. Mi guardo intorno cercando di ricordarmi se in quella zona, Via dell’Arcivescovado, ci sono focaccerie. Ad un tratto però sento una goccia in testa: mi rendo conto che sopra di me il cielo è torvo e la pioggia sembra sul punto di prorompere in un discreto acquazzone. Il tempo necessario a raggiungere l’auto pare ancora abbastanza lungo da trasmettermi una certa ansia sulla preservazione del mio patrimonio librario dalla pioggia.
Questi pensieri hanno appena distolto la mia mente dall’idea del cibo quando ecco apparire all’orizzonte il classico cartello verde “Focacceria Ligure”. In quel momento però, lungi dall’essere motivo di soddisfazione, l’impovviso incontro con l’oggetto del mio desiderio solleva una selva di interrogativi:
Potrei entrare e proteggermi dalla pioggia incipiente ma poi, una volta mangiata la focaccia, ne dovrei uscire magari proprio sotto la pioggia battente
Oppure prendo la focaccia velocemente e fuggo via, però se proprio in quel momento si scatena il temporale potrei rimpiangere proprio quei pochi secondi perduti
Datemi un meteorologo!!“.
Assillato da questi pensieri mi avvicino alla focacceria nella più profonda incertezza. Il dubbio mi assilla, vorrei proseguire ma sento che il profumo di focaccia mi inchioderà  ai miei bassi impulsi e mi getterò nella pugna gastronomica indifferente al rischio che poi mi attende. Però che sconfitta sarebbe per il mio amore per la lettura!
Ecco, adesso dovrei cominciare a sentire il profumo… Ma non lo sento. Mi allungo in avanti, cerco di cogliere ogni odore, ma ancora nulla.
Sono quasi davanti alla focacceria. Mah… Un momento: la saracinesca è abbassata. E’ chiusa!!!
Aaah, che sollievo“.
Beh, è andata…

Strano essere contento di trovare una focacceria chiusa. Strano, eh, come funziona la mente umana…

May 11th, 2009

La logica dell’apparato

Vi segnalo un articolo de La Stampa che segnala una serie di polemiche riguardanti le candidature del Partito Democratico. Lo trovo interessante perché riproduce in pieno tutte le storture rappresentate dal modo italiano di fare politica. Anche laddove, come nel caso del PD, si è cercato di scardinare una logica dell’apparato con il sistema delle primarie e con un tentativo reale di rinnovamento, alla fine ci si ritrova sempre a fare i conti con la stesse rete di relazioni e di connivenze che inchioda la struttura ad una serie di compromessi e la obbliga a riciclare continuamente la stessa cerchia di persone.
Questo non significa che la strada delle primarie è sbagliata, anzi è l’unica praticabile, ma significa è ancora molto lunga e la resistenza all’uso di questo strumento dei settori più conservatori all’interno del partito lo testimoniano.

May 11th, 2009

In giro per la città

Ieri ero in giro per Torino ed ho scoperto che in Piazza CLN c’erano le riprese di uno spot Vodafone. Avevo con me anche la macchina fotografica ed ecco le foto che ho scattato dell’evento.

spot-vodafone-1.JPG   spot-vodafone-2.JPG
 

Soprattutto però ho fotografato quello che, secondo me, è il graffito più bello della città . Si trova all’angolo tra Corso Vigevano e Via Cigna.

graffito-corso-vigevano.JPG

Per ultimo ho fotografato le case nuove di Via Cigna che personalmente trovo un raro esempio di bruttura architettonica, parere personale…

case-via-cigna.jpg

May 10th, 2009

Il libretto di istruzioni

Devo confessare che appartengo a quella categoria di persone che quando acquistano un apparecchio: lo montano, lo accendono, lo manipolano, provano le varie funzionalità , ma fanno tutto ciò lasciando rigorosamente nel cellophane il libretto di istruzioni. Tutta colpa della frenesia che mi colpisce quando ho davanti a me l’apparecchio e che mi porta ad utilizzarlo fin da subito senza indugiare ad impararne le funzionalità . Tutto ciò qualche volta non ha nessun effetto collaterale, altre volte invece mi lascia a lungo all’oscuro di funzionalità  assai utili delle quali spesso poi apprendo l’esistenza quando ormai hanno smesso di servirmi.
Nella vita di ognuno di noi c’è spesso questa amara constatazione. Si apprendono spesso i meccanismi più nascosti di questo mondo quando il tempo in cui ci sarebbe venuto utile conoscerli è passato ed è troppo tardi per sfruttare le scoperte fatte. E così raccogli lungo la via i brandelli del libretto d’istruzioni ma non sai più che fartene. C’è un modo di evitare tutto ciò? C’è modo di aprire il cellophane del libretto di istruzioni della vita fin da subito?
Sicuramente non si può mai avere una conoscenza completa del mondo che ci circonda e probabilmente nemmeno di noi stessi. Mi sono reso però conto con il tempo quanto sia importante fermarsi a riflettere su sé stessi, farsi delle domande, indagare cosa ci sia davvero dietro ai nostri comportamenti, cosa sia la sfortuna, cosa sia il caso e quale sia invece l’indirizzo che consciamente o inconsciamente diamo agli eventi.
Ed allora concludo che forse la stessa frenesia che mi porta ad accendere l’apparecchio senza averne consultato il libretto di istruzioni, porta molti di noi a gettarsi a corpo morto nell’arena della vita senza averne preso le misure, senza avere riflettuto davvero su quali sono le regole del gioco. Dico questo nella viva speranza che almeno questo mio dubbio o questa mia constatazione sia un brandello del libretto delle istruzioni della vita che mi tornerà  ancora utile in futuro.

May 7th, 2009
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