I Talebani a casa nostra
Quant’è triste, dopo aver condividiso con altri la tua indignazione, scoprire che i motivi per cui gli altri si indignavano erano totalmente diversi dai tuoi, così diversi da farti addirittura ribrezzo. Vi ricordate quando ci arrivavano le rare immagini dell’Afghanistan sotto il giogo dei talebani, quando guardavamo insieme film come “Viaggio a Kandahar“ e ci indignavamo tutti insieme per l’orrore delle donne afghane costrette ad indossare l’odioso burkha e private di ogni diritto e libertà ?
Oggi scopriamo che in realtà molte di quelle persone non si indignavano per la privazione della libertà inferta a quelle donne, non si indignavano per la violenza subita da chi vorrebbe mostrare il suo volto, i suoi capelli e non può farlo. Semplicemente esprimevano il proprio orrore per il diverso, che si può esprimere verso il burkha così come verso il kebab. Capisco ora che quelle persone rifiutavano il burkha non perché fosse imposto con la violenza, ma solo perché si sentivano di dover imporre a quelle donne un altro modello, un altro abito, un’altra cultura.
Queste considerazioni mi sono state suscitate naturalmente dalla constatazione della popolarità che ha ottenuto chi ha pensato bene di limitare la libertà di talune donne che ritengono di dover fare il bagno completamente vestite, imponendo multe a chi indossi il costume completo, soprannominato burkini.
So per certo che ci sono molte persone che di fronte a queste mie argomentazioni reagirebbero dichiarando che “Non è possibile che una donna possa liberamente decidere di coprire il suo corpo in quel modo”. Anche chi non abbia davvero la capacità di comprendere come certe cose possano essere profondamente iscritte in una cultura, non può non rendersi conto che anche le suore coprono il loro capo con un velo e indossano abiti castigati, anche quando le condizioni meteorologiche sono inclementi. Vogliamo forse affermare che le suore che si vestono in quel modo lo fanno perché vittima di violenza o perché scelgono liberamente questo abito? E chi accetta la clausura, è forse vittima di violenza o fa una libera scelta? Quanti di questi si indignerebbero se scoprissero che da qualche parte del mondo una suora è stata obbligata a togliersi il velo o ad infrangere un suo voto perché ciò era contrario alla cultura del luogo che l’ospitava?
E’ per certo vero che la libertà porta progressivamente ad abbandonare certe abitudini legate a costrizioni sociali come il burkha o il burkini sono sicuramente, ma ciò non significa che sia lecito imporre ad altri il risultato di un processo libertario. La libertà , di cui tanto ci vantiamo ma che ancora facciamo tanta fatica ad accettare quando ne fanno gli uso gli altri, non è l’obbligo di portare il bikini ma è la possibilità di portare il costume da bagno che si vuole.
Il problema di fondo è che la libertà , per forza di cose, porta con sé la diversità , che può essere il burkini o può essere il naturismo. Purtroppo per molte persone, in Italia come in Afghanistan, la diversità è fonte di paura per non dire di terrore e costoro tra la diversità Â e la costrizione non hanno esitazione a scegliere la seconda.
D’altronde il ragionamento del sindaco leghista di Varallo Sesia, Gianluca Bonanno, è chiarissimo, riassumendo: “In un paese musulmano chi faccia il bagno in bikini verrebbe sanzionata duramente: quindi anche noi ci adeguiamo” (ma qualcuno glielo può spiegare al signor Buonanno che ci sono svariati paesi musulmani pieni zeppi di donne italiane che fanno il bagno in bikini?). E’ sconsolante vedere come si riesca a buttar via in due righe secoli di pensiero liberale ed è ancor più sconsolante pensare che mentre ci sono nostri connazionali che muoiono in Afghanistan nella convinzione di dover sottrarre quel paese ai Talebani, quella stessa cultura prende il potere a casa nostra.
Una mentina?
Chi ha avuto occasione di vedere il fim cult dei Monty Python “Il senso della vita” difficilmente dimentica la scena del bulimico cliente del ristorante di lusso, Mr Creosote (interpretato da Terry Jones), al quale il cameriere (interpretato da John Cleese) offre, al termine di un pasto luculliano, una “sottilissima mentina”, che alla fine il cliente decide di inghiottire con effetti devastanti.
E’ una scena che mi è tornata alla mente quando ho letto delle tentazioni dell’entourage di Berlusconi di posizionare personaggi più malleabili anche alla direzione di Raitre e del TG3, con l’obiettivo di sbarazzarsi di alcune trasmissioni poco “controllate” come “Report”, “Parla con me” e perfino “Che tempo che fa”. Vista così la questione pare davvero ai limiti dell’ossessione morbosa, o forse ben oltre a tali limiti. La maggioranza di governo ha da poco nominato a Rai Due e Rai Uno ed ai rispettivi telegiornali direttori di fedeltà assoluta, con la cacciata di Mentana ha fatto fuori dalle reti Mediaset ogni elemento eterodosso, ha anche dato dimostrazione di potere assoluto sulla stampa permettendosi di prometterla e poi mantenerla ai direttori di La Stampa e Corriere della Sera, prontamente liquidati pochi mesi dopo che il Presidente del Consiglio li aveva invitati a cambiare mestiere, ed infine l’ha fatta pagare anche a Sky per le campagne contro l’aumento dell’IVA dell’anno passato, negando alla TV di Murdoch il rinnovo dell’accordo con la RAI per il satellitare.
Tutto questo accade mentre Berlusconi sta uscendo pressoché indenne dagli scandali sessuali dell’estate, con modesti cali di consenso in un’opinione pubblica italiana che pare del tutto impermeabile alla stampa internazionale che ormai lo descrive quasi unanimemente come un esempio di immoralità , perversione sessuale e corruzione.
Di fronte al divoramento quasi totale del sistema delle comunicazioni nazionali da parte del nostro ingordo Capo di Governo, RAI Tre potrebbe suonare davvero come una “sottilissima mentina” e ci si aspetterebbe che il nostro Presidente del Consiglio reagisca come Mr Creosote alla proposta del cameriere (“Fanculo, sono pieno”). In fondo Rai Tre è l’unica dimostrazione ancora presentabile del fatto che in RAI c’è il pluralismo, in fondo l’effetto sarebbe solo di far ulteriormente infuriare chi non lo vota ma magari ha scarsa fiducia anche nell’opposizione, in fondo all’interno del 50% degli italiani che vota per Berlusconi quelli che guardano Report sono probabilmente numericamente irrilevanti. Ho però l’impressione che ormai stiamo parlando di una classe dirigente, e di un uomo in particolare, rinchiusi in un morboso delirio di onnipotenza con il terrore di essere scalzati dallo scranno che occupano come un bambino ha il terrore di vedersi sottratto il suo giocattolo.
E allora ho davvero paura che il nostro bulimico Presidente divorerà anche questa mentina. Sarà la goccia che farà traboccare il vaso e, come nel film, il divoratore esploderà vittima della sua ingordigia? Ormai mi permetto di dubitarne fortemente.
Il nuovo ed il vecchio del Campionato
In una torrida notturna domenicale è iniziato il Campionato di Seria A 2009-10, alla partenza del quale la Juve si presenta con auspici così ottimistici, come da tempo non si respiravano più da queste parti.
Alla Juve è toccato l’esordio con il Chievo con il rischio che la serata estiva e mezza squadra ancora in vacanza (forzata da infortuni) potessero dare alla contesa qualche sentore ferragostano. Il rischio sfumava subito quando il Chievo iniziava fin dai primi 5 minuti a martoriare le caviglie di Diego. Il pessimo Gava tardava ad intervenire e si rischiava grosso in un paio di occasioni. La vena pedatoria dei veneti veniva però frustrata da Enzone Iaquinta che incornava in porta la prima palla buona capitatagli.
Al di là del gol rapidamente conquistato. l’inizio era comunque esaltante: il centrocampo biancoenero straripava con Diego a declamare calcio, Tiago e Marchisio a fargli da rispettabili spalle, Poulsen determinatissimo dai suoi propositi di riscatto, Amauri e Enzo che riuscivano ad essere punti di riferimento costanti ma anche incontenibili arieti. Nota stonata era forse solo la sterilità delle due fasce dove Brazzo non affondava mai e Grygera quando affondava era confusionario ed impreciso. Quando poco dopo Amauri, al termine di un’azione imperiosa, accarezzava il pallone per recapitarlo sulla testa di Enzo pareva che la serata stesse per esaurire in mezzora tutte le sue incertezze ma Sorrentino, con un piedone imprevedibile, teneva in vita l’incontro. Era proprio di lì in poi che il Chievo prendeva forma, iniziando a stuzzicare una difesa juventina debole, come l’attacco, proprio sulle fasce.
Il primo tempo andava a finire con mille altri assalti che avrebbero meritato miglior fortuna ma il mancato raddoppio non raffreddava gli entusiasmi del pubblico che, esaltato da una prestazione comunque sontuosa, si spellava le mani all’uscita delle squadre per l’intervallo.
Il secondo tempo ricominciava con De Ceglie al posto dell’infortunato (l’ennesimo) Salihamidzic ma soprattutto con le gambe biancheenere che divenivano gradualmente blocchi di granito. Così, col passare dei minuti, la Squadra diventava sempre più guardinga, relegando vieppiù ad azioni di contropiede la propria carica offensiva. C’era un palo di Amauri ma c’erano soprattutto un po’ di mischie davanti a Gigi che rendevano il finale un po’ troppo emozionante per una partita all’inizio della quale la Juve ha espresso una cifra di gioco ragguardevolissima.
Alla fine si confermavano nuovi pregi e vecchi difetti della squadra. Lo spumeggiare del centrocampo a rombo è sicuramente tra i primi; lo stesso centrocampo a rombo però, meno solido sulle fasce, enfatizza la debolezza dei laterali difensivi juventini. Altro difetto che ritorna sono i continui infortuni ed i cali improvvisi di condizione atletica che per il momento il nuovo preparatore Neri non sembra sia riuscito a evitare.
Nulla di nuovo viene invece dal fronte dell’informazione. Da segnalare la consueta uscita folkloristica del moviolista radiofonico Filippo Grassia che Domenica sera, in pochi minuti di commento sulla partita, sfoggiava alcune perle ragguardevoli. Prima sosteneva che il gol juventino andava annullato perché la posizione di Cannavaro, che si trovava oltre ai difensori, era, a suo dire, esattamente uguale a quella di Campagnaro a Palermo, sul gol annullato ad Hamsik. La differenza che Campagnaro saltava disturbando fallosamente l’avversario diretto di Hamsik, mentre Cannavaro non partecipava nemmeno all’azione, sfuggiva purtroppo al nostro. Subito dopo Grassia, prima si meravigliava che Gava non avesse visto la trattenuta di De Ceglie a Pellissier in mischia ma poi, di fronte, all’evidente fallo di mani di Yepes (per il quale l’intero stadio ha ululato per 5 minuti) si sentiva di ricordare che l’arbitro non disponeva di moviola. Sempre meglio dell’immarcescibile Emanuele Gamba che su Repubblica, dopo avere enumerato dettagliatamente gli errori di Gava pro-Juve, il fallo di Yepes neanche lo citava.
Poche novità anche dal fronte arbitrale che presentava all’Olimpico un Gava in serata pessima. Ho già citato il ritardo con il quale frenava all’inizio le scorrettezze su Diego, per poi graziare due volte Pinzi (che evidentemente aveva esagerato con il beverone adrenalinico) il quale prima prendeva per il collo Poulsen ed era solo ammonito (per giunta insieme al danese), poi tirava un man rovescio a Diego e non veniva nemmeno redarguito. Era poi il turno di Poulsen di essere graziato quando scivolava perdendo il pallone e trascinava a terra Pinzi senza che Gava procedesse alla seconda ammonizione. Dubbia era poi una trattenuta di De Ceglie a Pellissier in area di rigore, mentre solare era il fallo di mano di Yepes nella propria area sul quale l’invontolarietà pareva davvero improponibile. Il tutto era condito da una distribuzione incomprensibile delle ammonizioni che sembrava soprattutto orientata a non irritare le due squadre affinché non fosse resa manifesta una forma del direttore di gara davvero scadente. Nessuna novità arrivava nemmeno da Milano dove l’Inter nel pomeriggio era stata premiata da un rigore generoso e da una mancata espulsione di Materazzi prospettando il ripetersi del copione degli anni passati. C’è di buono che questa volta il nuovo Presidente dell’AIA Nicchi ha preso subito posizione su quanto accaduto a Milano: auguriamoci che fosse un segnale del fatto che certi “sbilanciamenti” degli anni scorsi non si ripeteranno più quest’anno. Vedremo.
L’informazione bue
A Luglio, subito prima delle vacanze fa, la Ministra Gelmini ha prodotto l’ultima sua idea in termini di “riforma dell’università “. Sono stati introdotti infatti una serie di parametri sulla base dei quali i diversi atenei saranno giudicati e saranno conseguentemente premiati o penalizzati, con finanziamenti differenziati. Il risultato è una classifica degli atenei italiani che garantirà a quello che è stato considerato il miglior ateneo (Trento) il 10% in più di finanziamento rispetto alla media del paniere complessivo, mentre al peggiore (Macerata) andrà il 3% in meno. Da molte parti si sono levate voci favorevoli per non dire entusiastiche di fronte a questo provvedimento. Non ha fatto eccezione nemmeno un uomo sedicente di sinistra come Luca Ricolfi che su La Stampa del 1 Agosto, in un articolo nel quale criticava, senza invero affondare troppo il colpo, la politica economica del governo, definiva invece il provvedimento sull’Università un positivo segnale in senso meritocratico, incoraggiando il governo a compierne altri simili.
Premesso che un sistema più meritocratico è un desidero, forse l’unico, che almeno a parole accomuna pressoché l’intero arco della politica, siamo sicuri che il provvedimento del governo sia effettivamente meritocratico o non sia l’imbellettamento di un taglio complessivo dei finanziamenti che diventa più presentabile se motivato dal dover punire gli atenei meno virtuosi?
Partirei intanto dal merito dei criteri di valutazione sulla base dei quali è stata calcolata la classifica. Per quanto riguarda la ricerca (che pesa i 2/3) viene tenuto conto solo per il 50% della valutazione del CIVR, ente nato appositamente per valutare la ricerca negli atenei. Del restante 50%, il 20%Â viene calcolato sulla base del “numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente” (valutati positivamente da chi?), il 30% sulla base della “capacità delle Università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca”. Questi ultimi due criteri mi paiono entrambi molto orientati a favorire le università scientifiche: cosa confermata dal fatto che tutti i politecnici si trovano nella fascia positiva e quelli di Torino e Milano sono rispettivamente secondo e terzo.
Per quanto invece riguarda la didattica (che pesa per il restante 1/3) la valutazione degli studenti pesa solo per il 20% mentre un altro 20% è legato ad un coefficiente che indica la propensione a far svolgere corsi a personale esterno, comportamento che si vorrebbe minimizzare. I coefficienti più pesanti sono legati invece alla facilità con la quale gli studenti riescono a trovare lavoro una volta laureati e soprattutto alla facilità con la quale gli studenti procedono negli studi. Il primo coefficiente mi pare ben più legato al contesto socioeconomico in cui è collocato l’ateneo che alla sua capacità di formare i laureati e mi sembra quindi del tutto improprio, il secondo sembra premiare gli atenei più facili a danno di quelli più selettivi.
Nel complesso i parametri scelti sembrano favorire fondamentalmente le facoltà scientifiche rispetto a quelle umanistiche e quelle collocate in zone geografiche ad alto sviluppo ed occupazione rispetto a quelle in zone più disagiate, valutazione confermata in pieno dalla distribuzione degli atenei nella classifica. Non so se questo corrisponde ad una strategia o solo a scarso acume nel definire i parametri, di sicuro però l’effetto è tuttaltro che premiare il merito di chi amministra gli atenei.
Andando però oltre alle perplessità circa i vari parametri individuati, la domanda che mi pongo è se esistono in natura dei parametri che permettano effettivamente di calcolare come sia amministrato un ateneo. La realtà è che i risultati di una facoltà universitaria sono così strettamente correlati alla sua tipologia ed alla realtà in cui opera che ritengo pressoché impossibile operare un confronto meramente quantitativo tra diversi atenei posti in diverse città : sarebbe come cercare di introdurre criteri di valutazione comuni tra un linea di autobus di montagna ed una linea di metropolitana o di disputare un incontro di pugilato tra un peso massimo ed un peso piuma.
Ciò detto però c’è un problema ancor più generale sul provvedimento del governo: anche nell’improbabile ipotesi che esistesse un modo per misurare la qualità di un ateneo, indipendentemente dalla sua natura e dalla sua collocazione geografica, è poi davvero meritocratico assegnare a quell’ateneo finanziamenti in funzione di quanto bene è gestito? Un sistema meritocratico è tale se chi è responsabile di un successo viene premiato e chi è responsabile di un fallimento viene penalizzato. I finanziamenti sottratti non vengono sfilati dalle tasche del rettore, ma da quelle dell’ateneo nel suo complesso. Togliere finanziamenti ad un’ateneo mal gestito significa soprattutto penalizzare gli studenti di quell’ateneo, che avranno meno servizi didattici, meno laboratori, in altre parole un ateneo meno funzionante, meno in grado quindi di prepararli, di funzionare e quindi di ottenere successivamente finanziamenti in un circolo vizioso che rischia di portare a distanze sempre più marcate tra gli atenei più agiati e quelli più marginali.
Cosa si può fare allora? Forse quello che fanno le aziende, le quali che io non sappia non sono solite allocare il budget tra le varie funzioni sulla base di parametri fissi, ma che invece demandano questo ruolo ad una funzione di controllo finanziario che valuta tra l’altro se i soldi sono poi spesi bene o male. Mi domando quindi se non sarebbe più efficace introdurre organismi di controllo nuovi o rafforzare quelli esistenti affinché vigilino sulla corretta gestione degli atenei, valutando certo anche i dati statistici ma senza dimenticarsi di prendere in considerazione, cum grano salis, il contesto in cui un ateneo opera, e soprattutto penalizzando, in caso di valutazione negativa, non certo gli studenti ma semmai i cattivi amministratori. Purtroppo la nostra classe politica è allergica agli organismi di controllo e lo testimonia l’immancabile colpo di mano balneare con il quale si era cercato di far passare l’emendamento del deputato PdL Maurizio Bernardo che ridimensionava il potere di controllo della Corte dei Conti.
Questa mia ricostruzione avrà certo molti punti deboli, d’altronde non pretendo di essere un esperto nella gestione delle Università , ma una sola mezzoretta di approfondimento sul tema mi ha suscitato la marea di dubbi sopra esposti. Come mai un docente universitario e autorevole opinionista come Ricolfi non ha avuto nessuno dei miei dubbi ed ha immediatamente e acriticamente preso per buono che il provvedimento fosse meritocratico come sbandierato dalla propaganda governativa? Forse non aveva tempo? Forse non ci ha pensato? Forse dopo aver criticato il governo per la politica economica si sentiva già troppo fuori dalle righe? Troppo estremista? Sentiva il bisogno di recuperare?
Fin troppo spesso ci lamentiamo del fatto che l’opinione pubblica accolga passivamente tutti i messaggi, anche i più grotteschi, che arrivano dai media. Qualche volta però chiediamoci anche quanta colpa in questo ha la superficialità di chi avrebbe il compito di spiegare, di sollevare dubbi, di alimentare la cultura critica ed invece si limita a trangugiare tutto e ruminare tutto, portandomi a pensare per una volta più che all’immagine del “popolo bue” a quella dell'”informazione bue”.
Prospettive per la stagione
Tornato dalle vacanze, provo a fare il punto di come vedo quanto accaduto nell’estate nel mondo juventino.
Ovviamente la prima cosa è fare il bilancio sulla campagna acquisti. Ho la franca impressione che la strategia della nostra dirigenza sia stata un continuo alternarsi di luci e ombre e mi pare valga la pena di sottolineare entrambe. La prima ombra è stata a mio avviso il frettoloso benservito a Pavel Nedved. Capisco che sia stato difficile trattare con Raiola, il procuratore di Pavel, considerato da molti poco più di un bandito e che fosse quindi difficile trovare un accordo ma ho l’impressione che sia stato sottovalutato il valore oggettivo del giocatore. Non ne faccio una questione sentimentale ma di stretta utilità che, a mio avviso, avrebbe potuto essere ancora grande anche negli schemi di Ferrara, come lo è stato l’anno passato negli schemi di Ranieri.
Incondizionata approvazione invece per l’operazione Diego. Fatta salva la necessaria dose di cautela rispetto a chi non ha mai giocato in grandi squadre e quindi a certi livelli, il brasiliano ha i numeri per cambiare la Juve ed il prezzo sborsato, tuttaltro che “galattico”, mi pare più che buono. Non così per Felipe Melo, che è senz’altro un buon giocatore e dal quale mi aspetto un ottimo rendimento, ma che non vale quanto è stato pagato, anche in considerazione della valutazione da saldi fatta alla Fiorentina per Marchionni prima e del sostanziale regalo di Cristiano Zanetti poi. Non so bene se Secco avesse dei debiti da onorare nei confronti della società viola ma per una dirigenza juventina così attenta ai bilanci i rapporti estivi con la Fiorentina mi sono parsi davvero folli. Se si pensa che l’Inter con 16 milioni e Acquafresca si è portata via Milito e Thiago Motta c’è da restare sbigottiti. Al di la però delle questioni finanziarie quello che ho poco gradito è l’idea che Zanetti fosse “sacrificabile”. E’ vero che a centrocampo c’era molta concorrenza ma è anche vero che ritrovarsi a giocare gli incontri decisivi della stagione con Poulsen e Salihamidzic è un destino al quale avrei voluto che la Juventus cercasse di sottrarsi. O si ritiene che Zanetti sia un giocatore finito al calcio oppure sfoltire la rosa cominciando da lui è stato, ritengo, un errore imperdonabile. Risulta anche francamente poco credibile che un giocatore che ha vinto pochissimo in carriera, di fronte alla prospettiva di giocare finalmente in una squadra competitiva, chieda di essere ceduto. Rimane poi irrisolto il problema delle due fasce difensive sulle quali il poker Grygera, Zebina, Molinaro, De Ceglie pare troppo fragile e l’arrivo di Caceres pare una soluzione troppo improvvisata per poter essere risolutiva.
In definitiva la campagna acquisti ha sicuramente rafforzato la squadra e la partenza di Ibra ha fatto il resto nel creare fondate speranze di una ritrovata competitività almeno per il campionato, rimangono ancora però nell’organico larghi margini di miglioramento.
Di positivo nella politica seguita dalla società c’è stato però sicuramente l’aver finalmente puntato su uomini di sicuro valore, senza più scommettere su mezze figure. Di positivo c’è anche l’entusiasmo con il quale il popolo juventino ha reagito con il rapido esaurimento degli abbonamenti disponibili per la vendita. Di positivo c’è l’aver allontanato, si spera definitivamente, lo spettro di un ridimensionamento delle ambizioni juventine, che il progetto stadio dovrebbe rendere ancora più alte.
Insomma il Campionato va ad iniziare con molte speranze. Non vedo l’ora di essere di nuovo nel catino dell’Olimpico a trasformare queste speranze nelle note di una canzone.
A chi condivide queste speranze ed a chi invece ha altri desideri auguro un Buon Campionato.
Ritorno a casa
Anche il viaggio di ritorno non è stato privo di emozioni. Una volta saliti a Reykjavik sul volo che ci avrebbe condotto a Copenhagen, ed attesa inutilmente la partenza, la Iceland Express ci ha comunicato che causa problemi ad un motore la partenza era rinviata fintanto che non fosse stato ripristinato il motore. Lo spettro della perdita della coincidenza già aleggiava su di noi quando invece il meccanico islandese si confermava all’altezza della situazione come i suoi colleghi di Egilsstadir e l’aereo ripartiva con una sola ora di ritardo. L’arrivo a Copenhagen si presentava anch’esso insidioso visto che ci riconsegnavano i bagagli un’ora ed un quarto dopo l’arrivo ma questa volta la coincidenza era salva.
Mi chiedo spesso se non sarebbe davvero più pratico se i passeggeri si portassero i bagagli attraverso i vari controlli autonomamente, piuttosto che tenere in piedi un sistema di ritiro e consegna bagagli che è molto costoso ed è, anche negli aeroporti più nordici, assolutamente inefficiente.
I 40 gradi che ci accoglievano infine a Malpensa ci ricordavano che l’Islanda era lontana e la vacanza era finita.
Italiani a Reykjavik
La visita a Reykjavik ha iniziato il nostro ultimo giorno di Islanda.
Reykjavik è come te l’aspetti: una città del Nord Europa con i colori e l’atmosfera tipica di questa parte del mondo che mescola con disinvoltura austerità e follia, ordine e trasgressione.
Il piatto forte era la visita alla Hallgràmskirkja, la cattedrale finita di costruire negli anni 80. Purtroppo la struttura era in restauro ma l’imponenza del campanile è davvero strabiliante. Salendo sul campanile abbiamo anche potuto scontrarci con le differenze culturali: per arrivare alla torre non c’era infatti nessun controllo pur essendo scritto che la visita era a pagamento. Una volta arrivati alla sommità del campanile senza aver incontrato una biglietteria, senza quindi aver pagato alcunché, ma soprattutto senza che nessuno ci fermasse, ci siamo resi conto che gli islandesi si fidano e abbiamo concluso che tutto sommato è un gran bel popolo. Per non rovinare l’idillio abbiamo poi indagato ulteriormente, scoprendo che i biglietti erano in vendita nel negozio dei souvenir posto in un’altra zona della chiesa ed abbiamo lì pagato la visita, pur avendola già di fatto completata.
Subito dopo, visitando invece la Domkirkja, la chiesa vicina al Parlamento, abbiamo incrociato due simpatici turisti che, approfittando dell’assenza di sorveglianti e porte chiuse, erano saliti sul pulpito facendosi reciprocamente foto piuttosto irriverenti. Alla fine un sorvegliante è sbucato fuori, li ha immediatamente bloccati e ovviamente duramente ripresi. Purtroppo fidarsi ha il suo prezzo, quando si ha a che fare con gente che non sa cosa siano civiltà e rispetto. Ovviamente i due turisti in oggetto erano italiani e pure del Nord.
La cosa che ho trovato più curiosa è il Parlamento: abituato all’idea che la sede dell’organo legislativo debba essere per forza ospitato in edifici sfarzosi con colonnati mastodontici sormontati da capitelli corinzi ti spiazza vedere un Parlamento in un normalissimo edificio al quale gli abilitati accedono con un normale badge magnetico. Ho la vaga impressione che da queste parti la distanza tra il normale cittadino e chi lo rappresenta non sia quell’abisso che è invece usuale, anzi direi richiesto, dalle nostre parti.
Il circolo d’oro
La zona più battuta dai turisti in Islanda è il triangolo che si trova nel Sud-Ovest del paese tra le località di Geysir, Gulfoss e Thingvellir. La prima è celebre per quelli che poi sono stati definiti geyser ma che in realtà prendono il nome da questa località , la seconda per la cascata omonima, la terza per essere stata la sede del primo parlamento islandese nel decimo secolo e perché ci passa la faglia che segna il confine tra la zolla tettonica euro-asiatica e quella americana.
Vi dico subito che lo spettacolo del geyser è incredibile. Vedere questa superficie d’acqua ribollente che d’improvviso si gonfia in una bolla blu e che poi esplode in un getto di diversi metri d’altezza è davvero sconvolgente. Purtroppo il sito non è completamente visibile, probabilmente per la pericolosità delle varie forme di geyser, ma le emozioni non mancano certamente.
Di cascate in Islanda ne abbiamo viste a bizzeffe ma Gulfoss è una delle più affascinanti soprattutto per l’incunearsi delle acque, subito dopo la cascata, in una stretta gola.
Thingvellir infine risalta soprattutto per l’imponenza della faglia che torreggia sulla spianata come le mura una rocca medievale. La faglia è appunto costituita da un doppio ordine di mura naturali distanti una ventina di metri l’una dall’altra. La spianata invece, sede del primo Parlamento islandese nel 930, ma anche sede odierna di numerose manifestazioni pubbliche, non conserva visibili vestigia del passato ma è comunque un luogo sicuramente molto evocativo.
Avendo prenotato per ultima questa tappa abbiamo trovato posto al volo su laterooms.com all’Hotel Selfoss nell’omonima località . Si tratta di un albergo di tipologia business con camere enormi e nessun particolare appunto da muovere. Per quanto riguarda la cittadina la passeggiata per il centro dopocena non ci ha permesso di incontrare che qualche altro turista italiano né di apprezzare altro di Selfoss che una serie di negozi chiusi.
Fiordi orientali e Iceberg
Un breve giro nei fiordi orientali ci ha permesso di osservare che la zona è un po’ più abitata, sia da persone che da vegetazione, rispetto ai fiordi occidentali. La cittadina di Neskaupstadhur, dove abbiamo dormito, ha come principale attività il trattamento del pesce ed è veramente piccolissima. Qui ci ha accolto un lindissimo hotel della catena degli Edda.
Abbiamo poi proseguito verso Sud dove ci siamo ritrovati di fronte ad un paesaggio incredibile. Il ghiacciaio dello Vatnajà¶kull qui si allunga fino a lambire la breve pianura che divide le montagne dal mare per cui percorrendo la pianura si possono ammirare le lingue del ghiacciaio. A Jà¶kulsà¡rlà³n poi il ghiacciaio è talmente vicino al mare che il ghiaccio sciolto ha formato una laguna in diretta comunicazione con il mare: gli iceberg che si staccano dal ghiacciaio per andare ad abbandonarsi tra le onde del mare sono uno dei molti spettacoli unici che abbiamo ammirato in queste settimane di Islanda.
L’Hotel Smyrnabjorg, nei pressi di Jà¶kulsà¡rlà³n, ha cullato i nostri sogni di giaccio nella notte. L’albergo non è economico ma tutto sommato ha un buon rapporto qualità -prezzo, non così la cena decisamente troppo cara. Consiglio la ricerca di un posto esterno per la cena, ricerca peraltro non facile visto che la zona offre pochino.
Meccanici islandesi
Di ritorno da Kverfjà¶ll, giunti quasi alla fine della parte più accidentata della strada, abbiamo sentito che il fondo dell’Isuzu Trooper era diventato troppo rumoroso. Abbiamo quindi scoperto che la piastra metallica che proteggeva il fondo dell’auto si stava progressivamente staccando, cosa che in effetti si è prontamente verificata pochi chilometri dopo quando la piastra è rimasta sul terreno. Abbiamo quindi caricato il pezzo in auto, dopo complicatissima riorganizzazione del posizionamento dei bagagli, e ci siamo diretti verso Egilstadir, primo centro in cui ci fosse qualche possibilità di trovare un meccanico.
Subito entrati in paese abbiamo visto un cartello che indicava un’officina nella quale ci siamo trovati davanti tre meccanici di età media venti anni, nel senso che uno ne aveva forse trenta, uno probabilmente venti, il terzo era un bambino sui 10 anni. Il meccanico tipico di casa nostra ci avrebbe forse risposto che stavano chiudendo, che non avevano il pezzo, di riprovare il mattino dopo che c’era il titolare eccetera, invece il dinamico trio islandese ha preso la piastra e lavorandoci 10 minuti di fresa e saldatore l’ha rimessa al suo posto come se nulla fosse stato. E poi dicono che quelli bravi ad arrangiarsi siamo noi…
