Mac bun
Che gli avvocati a libro paga delle multinazionali spesso, in assenza di motivi validi per muoversi, si mobilitino anche per le cause più stupide e peregrine accade spesso. Ho trovato però quasi paradossale il caso dell’iniziativa della MacDonald contro la neonata hamburgheria rivolese dal nome Mac Bun. Si tratta di un locale nel quale vengono forniti sì hamburger, ma, a differenza di quanto accade nei consueti fastfood, dotati di ingredienti ricercati e “di qualità “. La multinazionale, reclamando l’uso esclusivo del prefisso “Mac”, ha richiesto all’hamburgheria l’immediato ritiro del marchio.
Per i non piemontesi spiegherò che il nome significa “Solamente buono”; il motteggio dello stile fast food è evidente, ma non c’è nessun altra analogia nel marchio a quello della MacDonald e la pretesa di estendere l’uso esclusivo di un marchio a parti del marchio stesso mi pare assurda così come il principio per il quale l’utilizzo di un’espressione dialettale piemontese come “Mac” possa diventare di proprietà di un’azienda americana. A mio avviso ciò denuncia la tendenza ad estendere il concetto di proprietà di un marchio a spazi che appartengono invece ancora alla collettività . Avevo già  scritto in questo blog della brutta vicenda del signor Armani, ma i casi di questo genere sono molti ed il rischio che si moltiplichino è elevato.
Purtroppo continuiamo a non riuscire a porre una distinzione tra ciò che è marchio e ciò che non lo è, da ciò che è brevettabile e ciò che non lo è, a porre dei confini a ciò che è esercizio della tutela del proprio marchio, in questo non collaborano governi e autorità fragili e timidi nei confronti del potere economico prevalente. Il rischio non è solo culturale, nella misura in cui ciò che oggi è di tutti domani diventi proprietà di qualcuno, ma è anche quello di paralizzare l’iniziativa economica con quelli che diventano niente più che lacci e vincoli da tenere in buon conto quando si intende intraprendere un’attività imprenditoriale.
Nel frattempo i proprietari di Mac Bun hanno avuto un sacco di pubblicità gratuita, alla quale naturalmente ho contribuito anch’io con questo intervento…
Ostaggi degli ultrÃ
L’attuale commissario tecnico della nazionale inglese, Fabio Capello, ha pronunciato giorni fa una dura requisitoria contro il calcio italiano colpevole, secondo l’ex-allenatore della Juventus, di farsi tenere in ostaggio dagli ultrà . Ovviamente le reazioni più indignate sono arrivate dai maggiorenti del governo del Calcio che hanno sfoderato le cifre del Ministero che dicono che negli ultimi anni le violenze dei tifosi sono diminuite. Va tenuto però in conto che quel risultato si è ottenuto impedendo ai tifosi le trasferte più pericolose, che è un po’ come limitare gli incidenti stradali chiudendo le autostrade.
Non so quindi se è vero che il calcio sia ostaggio degli ultrà in senso materiale ma lo è di certo in senso morale nella misura in cui presuppone che la violenza degli ultrà sia un elemento ineliminabile della nostra società , come gli idioti o il brutto tempo, e con cui quindi bisogna convivere limitando i danni. Nel momento in cui si accetta come fisiologico il fatto che gruppi di persone vadano in giro per l’Italia con insegne che incitano alla violenza, cantando cori contro tutto e tutti, lanciando bengala, sfasciando cassonetti, auto e qualche volta teste altrui, ci si rende ostaggi di costoro, perché ci si ritrova poi inevitabilmente a venirci a patti. Al di là delle speculazioni evidenti dietro ad uno strumento come la Tessera del Tifoso che pare avere l’unico scopo di affibbiare una carta di credito a chi non la vuole, è evidente che c’è l’idea distorta per la quale lo stadio è un luogo intrinsecamente pericoloso, in cui si scatenano energie misteriose e negative ed a cui solo una ristretta cerchia di persone possono guadagnarsi l’accesso. L’aver introdotto i tornelli, i controlli nominativi, la tessera del tifoso, l’aver militarizzato gli stadi, equivale a legittimare come un dato di fatto la violenza al quale ci si propone semplicemente di porre un argine.
A livello europeo l’azione intrapresa è di tipo diverso, in linea con l’esperienza inglese: si punta su pesanti sanzioni verso i singoli tifosi violenti ma anche sulla riscoperta dello stadio come un terreno di ritrovo, di festa, di aggregazione per gruppi e famiglie e non come tetro luogo di violenza latente.
Nel 2016 l’Italia vorrebbe organizzare gli europei di Calcio ma pare che per raggiungere l’obiettivo dovremmo sbarazzarci di tutte quelle barriere che in questi anni abbiamo costruito per proteggere il calcio dai violenti, senza evidentemente capire che finché la violenza sarà latente dentro agli stadi non c’è barriera che ci possa proteggere, non c’è tessera che possa tenere separati i buoni dai cattivi.Â
Anche qui come in molti altri campi andiamo in direzione opposta rispetto a quella europea, inizieremo un giorno a domandarci se davvero sono sempre tutti gli altri che sbagliano?
Nel frattempo un episodio significativo si è verificato all’Olimpico di Torino Sabato sera, per Juve-Napoli. Il Comitato di analisi per la sicurezza sulle manifestazioni sportive aveva previsto l’interdizione ai tifosi napoletani della trasferta e quindi il settore ospiti era stato destinato ai ragazzi delle scuole. I partenopei sono però riusciti, non si sa come, a rastrellare i biglietti della Tribuna Est primo anello e si sono così trovati a contatto con i tifosi della Juventus, pur i tifosi moderati della tribuna. Il risultato sono stati atti di violenza diversamente intepretati dalle due parti, ma che ci ricordano quanto inutili alla fine siano queste misure restrittive finché non avremo raggiunto quel minimo livello di civiltà sufficiente a esultare per la vittoria o inveire per la sconfitta senza sfogare, come animali, la propria adrenalina su qualcuno che semplicemente non condivide il tuo stato d’animo.
L’incubo
In questa folle settimana la Juventus ha riservato a chi, come il sottoscritto, palpita per lei un campionario di emozioni che vanno dalla punta massima di gioia, al più profondo sconforto in cui l’esito di un incontro di calcio può sprofondare l’appassionato. L’incontro di calcio più deprimente per il tifoso non è quello giocato male, non è quello perso in modo netto ed incontrovertibile, è quello che appare più il frutto di uno scherzo del destino, di un concorrere di troppi fattori sfavorevoli concomitanti, di un mistero che non si riesce a spiegare, di un grande disegno dal quale ci si sente purtroppo esclusi. Per questo le parole alla fine erano poche e gli squardi lunghi e tetri in una sofferenza che non si riusciva ad esprimere, in un’atmosfera irreale, come rinchiusa in un incubo.
L’incontro iniziava con una fuga di Giovinco che mulinava tutto solo verso De Sanctis, poteva essere l’occasione di dar già soddisfazione alla fame di calamari di Mourinho, ma Seba sprecava. La Juve si era presentata senza Momo stirato (toh, un infortunio!) e senza Amauri che rifiatava per la Coppa dei Campioni, ma lo schieramento era lo stesso di Mercoledì ed il gioco non era da meno, con Giovinco e Mauro German che si confermavano in grande condizione e Diego che sembrava essere ulteriormente cresciuto. La Juve senza Momo non dominava il centrocampo come Mercoledì, ma eravamo comunque noi a menare le danze in mezzo al campo. Il Napoli però non era la Sampdoria e fin dai primi minuti, ogni volta che gli azzurri riuscivano ad avanzare, la porta bianconera correva rischi enormi. In particolare sui calci piazzati il Napoli riusciva ad andare con facilità al tiro. Alla lunga il gioco di Madama però premiava e cominciavano i dolori anche per De Sanctis. Il dolore peròÂ era soprattutto quello di Camoranesi al quale Contini spaccava con una gomitata l’arcata sopraccigliare, il nostro era costretto ad abbandonare il campo e qui Ciro si trovava di fronte uno dei problemi di fondo dell’organico bianconero: l’assenza di alternative per Mauro. L’invenzione di Ferrara che inventava Tiago laterale è di quelle che fanno un po’ paura, ma la squadra non smetteva di giocare, anzi cresceva ancora. Non smetteva di giocare nemmeno Contini la cui gomitata non era stata punita in nessun modo dal generoso, per il momento, arbitro Damato. L’azione dei Nostri continuava fluida con un Diego sempre più calato nel cuore della squadra e giungeva al vantaggio grazie al collo di Trezeguet che si allungava in modo prodigioso su un cross di Zdenek.
C’era ansia di vittoria in tribuna e non si vedeva l’ora che giungesse il novantesimo che pareva più vicino, una volta constatato che il secondo tempo era ripreso come era finito il primo, con la Juve che dominava il centrocampo. Il Napoli tremava più volte e alla fine capitolava per un regalo del solito Contini che porgeva un pallone alla Formica in mezzo all’area.
“Adesso tocca al Maccabi” – si pensava già sugli spalti bianchieneri. A destra però Tiago rientrava poco e con poca efficacia e Grygera è lento già di suo: il risultato è che Datolo cominciava a fare danni da quel lato portando Hamsik a bucare una prima volta la porta di Gigi. La Juve reagiva bene e Trezeguet aveva una paralisi solo al momento di calciare, tutto solo soletto davanti a De Sanctis. Tuttavia ogni volta che il Napoli riusciva a trascinare un pallone dalle parti nella nostra area, la difesa si apriva come un ventaglio e la nostra porta diventava una vittima sacrificale: un pallone scordato dalla nostra difesa in mezzo all’area di rigore diventava un piatto ghiotto per Datolo che pareggiava. Ciro rischiava Amauri ed un 4-4-2 con Diego a destra per tentare di riacciuffare una vittoria che sarebbe stato letale buttar via. Giungeva invece il momento di Tiago che interveniva nella nostra area con l’agilità di un ippopotamo, fornendo ad Hamsik un perfetto assist per il 3 a 2. Negli ultimi minuti prendeva la scena l’arbitro Damato che inventava di sana pianta prima un’ammonizione a Chiellini e poi l’espulsione di Amauri, per due contrasti in mezzo all’area apparentemente fortuiti: provvedimenti che diventano paradossali se confrontati con la generosità con cui aveva giudicato Contini nel primo tempo.
La disperazione negli sguardi a fine partita diceva di un Campionato che è già fuggito su altre rotte e diceva di una squadra che non riesce a comprendersi, né a comprendere i suoi limiti. Ieri più che mai sono emerse le limitatezze di un organico che non sarà maturo per battersi per il titolo, fintanto che il suo allenatore dovrà inventarsi soluzioni nuove ogni volta che qualcuno si fa male. Ieri più che mai è emersa la poca attenzione che è stata posta al rinforzamento della difesa che l’anno scorso non aveva certo entusiasmato ed in particolare al ruolo di difensore di fascia destra che Grygera è all’altezza di interpretare solo quando è al meglio. Oggi più che mai ci si deve interrogare su quello che può e vuole fare la Juventus in questa stagione che rischia di essere l’ennesima annata di transizione.
Non crocifiggiamo però Ciro, lui alla squadra un gioco l’ha dato, non si può negare, e si è inventato continuamente soluzioni nuove per far fronte ad assenze ed imprevisti, ma errori come quelli che hanno portato al secondo e terzo gol sono solo imputabili ai giocatori in campo e tuttalpiù a chi li ha scelti, o a chi non si è attrezzato con un organico tale da far fronte agli infortuni che, secondo lo staff, continuano ad essere nella media europea.
Le serate che non si dimenticano
Chi non conosca l’emozione del tifo calcistico fatica più che in ogni altro aspetto di questo strano fenomeno, a comprendere quale profondità hanno i sentimenti che scatena un incontro di calcio in un appassionato. Non entro nel merito di un’analisi psicologica che non saprei fare, mi limito a dire che ci sono serate che rimangono come delle pietre miliari nella galleria delle emozioni di chi ami una squadra di calcio, come nella galleria dei migliori film mai visti o delle cene più prelibate.
Non esito a collocare la partita con la Sampdoria di Mercoledì in questa galleria. Non è solo il risultato, non è solo l’aver ritrovato la squadra che attendevamo, non è solo la speranza riaccesasi per un ritorno tanto sospirato in cima al calcio italiano, è la constatazione di aver visto un incontro nel quale i nostri paladini hanno arato il campo, hanno spazzato via l’avversario, hanno lottato su ogni pallone anche quando molti erano già finiti nella porta doriana, hanno dato una dimostrazione di forza, agonismo e doti tecniche difficilmente eguagliabile.
Era iniziato subito con la Squadra all’attacco, con Castellazzi che si superava e con i soliti palloni che rimbalzavano davanti alla porta ligure senza arrivare in fondo al sacco. Quando Buffon salvava di piede su Cassano sembravamo già tornati alle brutte abitudine, ma ci pensava l’uomo di Carapicuíba ad allontanare spettri terrorizzanti prima colpendo rabbiosamente un pallone che dondalava in mezzo all’area, poi concedendo mitemente l’onore del gol a Giorgione Chiellini con un’intuizione spettacolare aveva seguito l’azione in area dimenticandosi di essere un difensore centrale. Non era solo Amauri però protagonista: era soprattutto il gioco sulle fasce che trovava così come con il Maccabi rinnovato vigore dal 4-2-3-1. Stasera però la condizione atletica era di tutt’altro genere e non c’era contrasto o tackle che non si risolvesse a favore degli uomini di Ciro. Camoranesi in particolare dava letteralmente spettacolo, senza dimenticare però le fughe di Giovinco e gli inserimenti puntualissimi di Grosso. Sissoko e Melo erano un argine spettacolare alle azioni della Sampdoria che diventavano una rarità e Diego trovava finalmente con facilità gli spazi per inventare il suo gioco. Il primo tempo si chiudeva grondante di entusiasmo del pubblico dell’Olimpico all’interno del quale però serpeggiava una certa preoccupazione per il consueto calo alla distanza.
Il secondo tempo smentiva tutte le previsioni pessimistiche e la furia bianconera continuava come se l’intervallo non ci fosse stato. Castellazzi miracolava ancora la Samp ma poco dopo un prodigio di Diego faceva viaggiare Giovinco che inventava un assist millimetrico per Camoranesi e tre gol erano fatti. Non ci fermavamo neppure qui ed era ancora la Formica ad accarezzare il palo alla destra di Castellazzi, prima che Amauri venisse fermato dal pessimo Rocchi per un fallo che solo la totale insipienza dell’arbitro rendeva tale. La Squadra, pervasa da una furia cieca (purtroppo non più ceca…) voleva fare davvero polpette dei malcapitati avversari ed era ancora Amauri a sovrastare il giovane difensore Cacciatore per il gol del 4-0. Se qualcuno avesse avuto dubbi sulla consistenza dell’avversario ci pensava Pazzini a dissolverli realizzando un gol magnifico nell’unica palla avuta. Il finale però era ancora tutto nostro, con David che entrava, sciupava un paio di occasioni e poi segnava il quinto gol, giusto per esserci anche lui. Ma soprattutto di lì alla fine vedevamo ancora giocate splendide, uno-due di una precisione e classe straordinaria, la potenza di Momo, la classe di Diego e Camoranesi, la velocità di Giovinco. Si finiva con le mani che dolevano per il troppo applaudire.
Sarà stata solo una sbornia di bel calcio o questo è quello che si riserverà il resto della stagione? Sicuramente la speranza si è riaccesa e con essa la fiducia in Ciro e questo è e sarà un fatto decisivo nel resto della stagione biancaenera.
Un nota in calce per l’arbitro Rocchi e per la consueta ammonizione a Sissoko: Momo interveniva nei primi minuti d’anticipo su Ziegler sul pallone, tra l’altro senza nemmeno vedere il sopraggiungere dell’avversario. L’arbitro severissimo in questa circostanza risparmiava invece il cartellino poco dopo a Stankevicius che entrava in nettissimo ritardo su Momo stesso, con un entrata simile a quella che era costata nell’ultimo derby al maliano la frattuta del metatarso e sei mesi di inattività . Voglio sperare che il fatto che Stankevicius sia biondo non abbia pesato sulla decisione del pessimo arbitro di Firenze, ma quando vedo gli arbitri sempre severissimi con Sissoko e, devo dire per par condicio, anche su Muntari, il dubbio mi viene che il colore della pelle abbia il suo peso.
Come si dilapida una fortuna
Ieri sera il nostro Presidente del Consiglio ha telefonato a Ballarò tenendo un lungo monologo prima che Floris riuscisse a porgli qualche domanda. Nel suo penoso sprologuio non ci sono state sostanziali novità : ha farneticato in modo come di consueto sconnesso su comunisti, giudici e sondaggi, ha maltrattatato il giornalista non-zerbino di turno, nel caso specifico Floris, a cui, oltre ad augurare la scarlattina, ha fatto pesare il fatto che il suo stipendio sia pagato con soldi pubblici (verrebbe quasi da pensare che lo stipendio di Berlusconi o i voli di stato su cui porta menestrelli e fanciulle siano pagati dalla provvidenza). Quello che mi ha colpito però è che tra le varie cose ne ha detta una che varrebbe la pena di approfondire, ovvero che abbiamo recentemente superato la Gran Bretagna quanto a Prodotto Interno Lordo. La cosa è vera ed ai britannici in realtà non è piaciuta per nulla e infatti il governo laburista si accinge a subire una poderosa trombata dagli elettori. I dati riportati dal Telegraph dicono che nel terzo quarto 2009 il PIL del Regno Unito è stato di 347,5 miliardi di sterline contro i 350 dell’Italia. Sembrerebbe un successone se ci si scordasse che i dati sono calcolati in sterline, ovvero una valuta che, rispetto all’Euro, è calata del 20% nell’ultimo anno e mezzo. Ha tutta l’aria di essere quindi un successo dell’Euro più che dell’economia italiana, cosa confermata dall’abissale differenza che secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale esiste ancora se si comparano i PIL dei due paesi in termini di effettivo potere d’acquisto. C’è in compenso un dato che scopro sempre sul sito del Fondo Monetario Internazionale, grazie ad un articolo di noisefromamerika.org, e che trovo decisamente deprimente e cioè la progressione storica del PIL pro capite, sempre in termini di reale potere d’acquisto tra i principali paesi dell’Unione Europea. Qui si vede in primo luogo che nel corso del 2009 è previsto il sorpasso della Grecia (oltre che di Cipro) al nostro paese, lasciandoci terzultimi nell’Europa occidentale, davanti solo a Portogallo e Malta. La cosa più terrificante però è che la Slovenia, che nel 2001 aveva un PIL pro capite reale pari a meno dei due terzi di quello italiano, ci sorpasserà , secondo le previsioni, nel corso del 2010.
Quante volte ci è stato ricordato quale fortuna sia stata per il nostro paese essere rimasti al di qua della cortina di ferro? Quanto siamo stati fortunati ad esser vissuti 45 anni sotto l’ombrello americano? Purtroppo, come tutti quelli che non meritano la propria fortuna, l’abbiamo dilapidata nel breve volgere di un ventennio e chi invece aveva avuto la sfortuna di ritrovarsi dall’altra parte della cortina, chi per questo è rimasto nell’arretratezza, ma che per questo ha saputo rapidamente volgersi alla modernità pronto ad accettare i cambiamenti che ciò implicava, ha rapidamente recuperato il tempo perduto. Sarebbe almeno consolante che chi ci governa fosse conscio di questa triste situazione ed invece si gonfia d’orgoglio citando qualche numerello come se fossero quelli della smorfia.
Sono passati molti anni da quegli eventi dolorosi che divisero l’Europa in due, ma in Italia ancora oggi chi ci governa continua a fare la voce grossa contro la “Perfida Albione” e continua purtroppo a farsi spezzare le reni dalla Grecia.
Sinistri presagi
Devo dire che più di altre volte l’esito delle primarie mi ha stupito, temevo un successo di Bersani ma non nella misura in cui si è verificato. Di quello che, a mio modo di vedere, ciò significa ho già avuto modo di scrivere.
Un particolare che mi ha stupito, e che in qualche modo si intreccia all’esito, è la sensazione che nei due seggi elettorali in cui siamo stati, l’età media di elettori e attivisti fosse davvero troppo elevata. Sono rimasto abbastanza basito quando, entrati al seggio di San Mauro, gli addetti ci hanno accolto dicendo: “Oh, finalmente qualcuno che abbassa l’età media”, per un quarantenne non è niente male. Questo mi è sembrato un sinistro presagio che annunciava un voto che non avrebbe propriamente guardato al futuro più lontano.
D’altra parte conferma di ciò viene dall’analisi apparsa su termometropolitico.it sulla distribuzione del voto per età che non solo evidenzia come il voto a Bersani sia più forte man mano che si cresce nell’età degli elettori ma anche (si ricava con qualche conticino dall’istogramma in fondo alla pagina) che i votanti complessivi ultrasettantacinquenni sono stati circa 4 volte i votanti under 24. Questo non depone affatto a favore della propensione dei giovani alla partecipazione alla politica. Non c’è molto da stare allegri…
Democrazia malata anche a sinistra
Che il rapporto difficile tra italiani e democrazia sia una patologia dalla quale sono affetti molti tra coloro i quali si collocano politicamente a destra è un fatto conclamato in un paese che, unico tra i paese europei ex-fascisti, ha continuato,dal dopoguerra fino ad oggi, ad avere un partito che si ricollega a quella esperienza, con una base elettorale consistente (mi riferisco al percorso che va dal vecchio MSI alla Destra di Storace oggi). Il fatto però che il principale partito della sinistra italiana abbia conservato per decenni rapporti ambigui con l’Unione Sovietica e che tuttora un paese certamente non democratico come Cuba sia considerata un’icona di una consistente parte di quell’elettorato dà l’idea che la difficoltà di fare i conti con i meccanismi che la democrazia comporta non abbia colore, come d’altra parte la maggior parte dei vizi italici.
Tante volte mi è capitato di discutere con militanti di sinistra trovandomi a difendere il diritto di persone che ritengo degli idioti, a sostenere tesi che considero aberranti, solo perché ho sempre paura che un giorno qualcuno consideri idiota me e aberrante quello che sostengo e che si senta perciò legittimato ad impedirmi di sostenerlo.
Purtroppo quanto accaduto a Torino pochi giorni fa ha riportato all’attualità questo tema. Mi riferisco all’assalto di esponenti del centro sociale Gabrio ad un gazebo leghista e neofascista e soprattutto al commento, che trovo vergognoso per un paese civile e democratico, del segretario provinciale dei Comunisti Italiani Calliano che ha espresso incondizionato appoggio all’azione violenta. Naturalmente le vittime dell’assalto non hanno esitato a sfilarsi la cintura e reagire a tono provocando una squallida rissa di strada, ma questo non fa altro che rendere più stupida l’azione di chi ha dato a costoro il pretesto per trasformarsi in vittime.
Ci si può baloccare con parole come progresso, solidarietà , pluralismo, Costituzione e tante altre, ma fintanto che non si riconosce che l’unico mezzo per convincere il proprio interlocutore che quello che sostiene è sbagliato è la discussione, la persuasione, il dialogo, fintanto che si cede alla tentazione di far vincere le proprie idee con la forza e la violenza, fintanto che non ci si rende conto che ciò che accomuna i sistemi dittatoriali non sono le idee che professano ma la modalità violenta attaverso la quale cercano di imporle, finché tutto ciò non sarà assimilato da tutti noi, tutte le belle parole di cui sopra rimarranno vuoti slogan e la democrazia italiana rimarrà , purtroppo, gravemente malata.
Perché non Bersani
Al momento in cui scrivo sono ancora incerto se alle primarie PD voterò, come è più probabile, per il candidato che preferisco, ovvero Ignazio Marino, oppure per quello che spero diventi segretario ovvero Franceschini. Apprezzo il primo per la chiarezza della sua posizione su temi etici sui quali altri, compreso Franceschini stesso, ancora rimangono nel terreno dell’ambiguità , apprezzo la sua idea di partito aperto che ha dimostrato ai tempi della “provocazione” di Grillo. Apprezzo il secondo per come sappia “bucare” i media, per come in pochi mesi abbia saputo farsi odiare dagli avversari politici, per come abbia dimostrato di aver compreso gli errori della gestione Veltroni senza buttar via il bambino insieme all’acqua.
Al di là di queste considerazioni troverei soprattutto una iattura la possibilità che Bersani conquisti la segreteria. Non dico questo per sua la figura, che anzi apprezzai ai tempi in cui fu Ministro, non lo dico nemmeno neccessariamente perché sia appoggiato da personaggi di cui penso tutto il male possibile come Violante, D’Alema e Binetti, non ne faccio una questione di personalismi. Bersani sarebbe, a mio avviso, una sciagura perché tra i sostenitori di Bersani ci sono tutti gli esponenti di quella parte del partito che mostra di non aver capito che l’Italia di oggi non è più quella degli anni sessanta e settanta e che i cambiamenti che l’Italia ha subito non sono tutti e solo frutto di una deriva momentanea, ma sono legati principalmente all’evoluzione sociale che, piaccia o non piaccia, muove dal diverso livello di coscienza di sé che i cittadini di oggi hanno rispetto a quelli di ieri.
Bersani dimostra di avere ancora in testa il riferimento ad un modello vincente di amministrazione della cosa pubblica, quello del PCI delle regioni rosse per intendersi. Quel modello era costituito da una classe politica fortemente motivata e con un forte spirito di missione che raccoglieva fiducia da parte dell’elettorato e che, a partire da quella fiducia incondizionata, godeva di un ampio margine di autonomia circa le scelte da compiersi. Oggi questo modello non può funzionare più e la colpa non è di quella che i dalemiani chiamano l’antipolitica, di tangentopoli e della sfiducia che ha indotto nei cittadini. Come spesso succede alle analisi superficiali questa visione scambia per causa ciò che non è altro che un effetto: la causa ultima è infatti il superamento della divisione classista della società che ha posto tutti i cittadini nella posizione di sentirsi all’altezza di giudicare la classe politica, indipendentemente dal fatto che realmente abbiano gli elementi per farlo. Dalle diverse sfumature di questo fenomeno sono nati fenomeni come tangentopoli o come il leghismo. Il punto è che oggi i cittadini sono molto più scettici e critici di quelli di ieri, vanno convinti, vanno persuasi, qualcuno lo farà con slogan e propaganda priva di contenuti, altri spiegando e informando, ma cambiali in bianco non se ne firmano più. Non è colpa di Berlusconi né è colpa di Di Pietro, la colpa è del tempo che passa e del mondo che cambia corrispettivamente.
Chi provi a tornare indietro si troverà semplicemente a languire in un microcosmo di consenso minoritario, senza capire perché il resto del mondo non collabora. L’idea di Bersani di ricreare un partito con una forte base intellettuale e morale ma chiuso in sé stesso è quindi semplicemente antistorica ovvero, detto secondo le categorie della politica, conservatrice. Le primarie erano state un’ottima intuizione, per la loro capacità di trovare un adeguato compromesso tra l’esigenza di aprire il partito verso i cittadini e quella di mantenere una struttura politica coerente, con un progetto alle spalle che prescinda dalla patologica dipendenza di molti dagli umori dei sondaggisti. Rinnegare questo strumento di raccolta del consenso all’apparato dirigente, significa non avere compreso ciò e spingere il Partito ad asserragliarsi nella stanza dei trofei della sinistra che fu.
Se questa sarà la strada che il Partito Democratico prenderà , non solo ciò sarà fatale per la sinistra ma sarà anche un’ulteriore legittimazione dell’autoritarismo all’interno del PdL. Contrapporre alla struttura autoritaria del partito di Berlusconi una struttura oligarchica priverebbe di una alternativa credibile i pidiellini delusi e questo forse sarebbe davvero il più grave dei peccati.
Finalmente il gioco ma non basta
Erano parecchie settimane che non se ne vedevano le tracce ma improvvisamente sembra che quell’impalpabile concetto che si chiama gioco si sia riaffacciato sul palco dello Stadio Olimpico torinese. Lo schieramento 4-2-3-1 che fino a ieri sarebbe suonato come un conto alla rovescia sbagliato è diventata la possibile soluzione all’enigma tattico della Juve, al termine di una serata poco divertente ma tatticamente interessante.
La serata iniziava con un prodigio di Gigi che rimediava ad uno svarione di Cannavaro. Poi iniziavamo a fare girare lentamente le rotelle dei meccanismi di gioco, Zebina e Grosso trovavano in Giovinco e Camoranesi finalmente solide spalle ed un convincente gioco sulle fasce lasciava più spazio alle magie di Diego in mezzo al campo. Momo, insieme a Melo davanti alla difesa, garantiva una sicurezza ed un numero di palloni recuperati finalmente elevato. La coperta corta scopriva solo i piedi di David che davanti era solo, e non è proprio il più bravo quando si trova disperso in mezzo alla difesa avversaria. Nonostante tutto ciò troppi palloni vaganti in area non sfruttati, troppi ultimi passaggi imprecisi e qualche conclusione sbagliata giustificavano lo 0 a 0 con cui si andava all’intervallo. Nel frattempo Zebina si era di nuovo sfasciato e l’ingresso di Caceres aveva rallentato la capacità di penetrazione sulla fascia destra.
L’inizio del secondo tempo era fulminante e Giorgione sbucava dalla pioggia infilando la porta israeliana. Era il momento di vedere come il nuovo modulo avrebbe saputo sostenere anche la fase di mantenimento del risultato. In effetti la prima metà del secondo tempo era il momento migliore della Squadra che entrava ripetutamente in area e sembrava poter chiudere la partita da un momento all’altro. Sul più bello però emergeva come di consueto un calo fisico, complicato dalla scarpata del randellatore Tiago Dutra che azzoppava Felipe uscito disperato. Lo stesso Dutra ci dava una mano provando a replicare su Chiellini. Questa volta l’arbitro non era distratto e Dutra se ne andava a calmarsi sotto la doccia. Questo tuttavia non salvava i nostri dall’ennesimo crollo fisico che portava verso gli ultimi quindici minuti una squadra senza energie che rischiava di conseguire la mirabolante impresa di regalare agli avversari un pareggio insperato, negato però impietosamente da un paio di incantesimi di Gigi.
Alla fine il gioco c’è stato, molti uomini che Sabato erano parsi fuori posto si sono meglio collocati, mancano però ancora la lucidità e la tenuta alla distanza, manca sempre un laterale di destra che non si rompa ogni due per tre, mancano gli infortunati, manca Pavel. Tutte mancanze che insieme spiegano perché aver vinto 1 a 0 contro il Maccabi è già un risultato. Per risultati più prestigiosi andranno chiuse alcune delle falle sopracitate.
E’ fine Ottobre ed è tempo che le falle vengano chiuse altrimenti la nave Juve rischia di inabissarsi. Coraggio…
Due mega per (quasi) tutti
Nella sarabanda degli annunci che ogni giorno il governo ci propone qualche giorno fa è arrivato anche quello che preannuncia la battaglia contro il divario digitale. Per chi non abbia voglia di seguire il link e non sappia cos’è il divario digitale (o digital divide) dirò che in breve è quella barriera culturale e materiale che si crea tra coloro che per i motivi più diversi hanno accesso o meno alla Rete. E’ una barriera costituita dal diverso livello di accesso ad informazioni, servizi, divertimento, che si crea tra chi è connesso e chi no. Io leggo i giornali online, i blog, wikipedia e tu no. Io faccio i pagamenti online, chiedo i certificati online, faccio denuncia online e tu no. Io guardo la televisione via Internet, gioco via Internet, chiacchiero via Internet e tu no.
L’intento apparente di Brunetta è naturalmente lodevolissimo: il divario digitale rischia di essere davvero una fonte enorme di disgregazione sociale e in parte lo è già oggi: non a caso molti paesi più o meno sviluppati si stanno impegnando in questo senso. Purtroppo però i troppi bluff del governo, e di Brunetta in particolare, rendono un po’ scettici riguardo a simili annunci e mi hanno indotto ad approfondire cosa ci sia dietro all’annuncio. Intanto chiariamo di cosa si parla: 2 Mega per tutti significa portare davvero un bocchettone da 2 Mega nelle case di tutti gli italiani o si sta parlando della media del pollo per cui ci sarà uno che va a 4 Mega e l’altro che sta senza? La domanda non è irrilevante, anzi è fondamentale perché il problema non è tanto migliorare la cablatura delle grandi città (che comunque richiederebbe investimenti ingenti) ma portare Internet anche dove non c’è, ovvero in provincia, se non addirittura nelle località di montagna. Ovviamente al diminuire della densità abitativa e quindi di potenziali clienti, aumenta il costo della cablatura, che è il motivo per il quale, senza l’intervento pubblico, le zone periferiche non saranno mai raggiunte.
Brunetta aggiunge tempistiche e costi che già fanno subodorare che non sappia di cosa sta parlando: secondo il Ministro raggiungeremo l’obiettivo entro l’anno prossimo (fine 2010) ed ad un costo di 800 milioni. Se è vero che ci sono dai dieci ai venti milioni di persone che non hanno la banda larga, cablare tutte queste persone in un anno è più o meno come fare il ponte sullo stretto di Messina in tre mesi; pensare poi di fare tutto ciò ad un costo di meno di 80 Euro a persona è semplicemente una stupidaggine. Sarei poi curioso di sapere (vedi l’iniziativa di Anti-Digital Divide) quanti sono i tanti (io sono uno di quelli) che hanno la ADSL sì, ma solo a 640K e che per raggiungere i 2 Mega avrebbero bisogno di un ulteriore finanziamento necessario alla realizzazione di nuovi Central Office. Sempre per i profani, i Central Office sono centraline dalle quali si diparte il doppino che va a casa del cliente, se il doppino è più lungo di 5 km la banda massima disponibile non può andar oltre ai 640K.
C’è poi un piccolo problema: ovvero trovare gli 800 milioni. Questa somma era in realtà la prima tranche del cosiddetto Piano Romani, il progetto di espansione della larga banda. che però si sviluppava su un arco di tre anni e sarebbe dovuto costare complessivamente 1 miliardo e 470 milioni. Al momento però i soldi non ci sono perché parrebbe siano subentrate altre priorità ed è quindi dubbio che il Piano stesso partirà , tenendo ben presente che comunque, anche se partisse, gli obiettivi non possono essere e non saranno quelli millantati da Brunetta.
Ovviamente nessuno gli chiederà mai conto di ciò e la politica degli annunci continuerà a navigare felice.
