Che c’entra con l’Italia?
Avete presente le frasi sentite mille volte del tipo: “Questi qua ci portano via il lavoro”, “Perché non se ne stanno a casa loro?”, “Prima a noi e poi a loro!” e così via? Ormai purtroppo non stupisce più sentirle in bocca ad artigiani, operai, commercianti. Stupisce un po’ sentirle in bocca di chi guadagna miliardi ma l’idee più deteriori hanno una capacità di diffusione epidemica straordinaria. Così la settimana scorsa il popolare attaccante di calcio Pazzini, interrogato sulla possibilità che il brasiliano naturalizzato italiano Amauri giochi in nazionale ha risposto seccamente “Ma che c’entra con l’Italia?” riechieggiando frasi con cui esponenti leghisti replicano a chi proponga il voto o la cittadinanza agli immigrati. Che cosa hanno in comune queste posizioni? Che cosa dà ad esse così tanta forza da raggiungere indifferentemente operai e calciatori strapagati?
Ho l’impressione che quello che hanno in comune sia quell’ancestrale spirito di esclusione del diverso che porta qualunque categoria sociale o etnica a chiudersi al proprio interno, nella speranza di ricavarsi così una propria nicchia di privilegio all’interno della quale riuscire a mantenere la propria posizione senza troppo sforzo. Non è una novità di questi tempi, questi tempi hanno solo esasperato questa naturale tendenza sottoponendo ad attacco quasi quotidiano queste nostre nicchie che sempre più spesso vengono sostituite con principi di concorrenza e confronto che non accettano barriere e confini. C’erano anche molti lati positivi nel modello a nicchie ma la storia sembra intenzionata a travolgerlo ed a proporci una società nella quale ci siano sempre meno posizioni acquisite o ruoli privilegiati. Ci abitueremo mai a rinunciare ai nostri privilegi ad aprire le nostre “nicchie” al primo venuto? La simpatia per Pazzini espressa nei sondaggi sul tema mi fa pensare che siamo ancora piuttosto lontani…
Guerra civile? Forse no
Oggi le principali fonti di informazione hanno riportato una dichiarazione del Presidente del Consiglio in cui si affermava che l’Italia si troverebbe sull’orlo di una guerra civile. Lasciando da parte ogni idea e giudizio personale sulla situazione attuale del nostro paese e del capo del suo governo, in astratto, laddove un capo di governo di un paese del ventunesimo secolo faccia un’affermazione di questo tipo, i casi che posso riuscire ad immaginare non sono più di tre. Il primo è che abbia perso completamente il lume della ragione; il secondo è che sia un personaggio irreponsabile e completamente privo di ogni scrupolo; il terzo è che abbia delle ragioni reali per ritenere che davvero ci sia chi sta oliando le armi per combattere questa guerra.
Nei primi due casi è evidente che ciò non sarebbe compatibile con un ruolo di alta carica istituzionale ma nemmeno di bidello di una scuola serale. Come potremmo però anche solo prendere in considerazione l’ipotesi che un paese come il nostro conceda ancora oggi una vasta fiducia ad un uomo siffatto? Mi concentrerei quindi sulla terza ipotesi. Chi sarebbe a scatenare questa guerra? Contro chi? Il riferimento alla magistratura sembra alludere ad una reazione violenta ad una sentenza o comunque ad un provvedimento giudiziario, immagino contro il Premier. Chi sarebbe a compiere questa azione? Parti dello Stato? Associazioni politiche? Corpi paramilitari? Nell’Italia apparentemente apatica del 2009 c’è davvero qualcuno con le armi in pugno pronto ad usarle contro chi toccherà Berlusconi? Che legami hanno costoro con Berlusconi e come fa a sapere che intenzioni hanno? Sono interrogativi che avrebbero potuto perfino sfiorare menti imparziali e non militanti come quella di Ferruccio De Bortoli (pur sempre così attento a non mettere con ciò alla berlina l’immagine dell’Italia all’estero) o altri giornalisti italiani tra quelli che si autodefiniscono “equidistanti”.
Mentre la mia mente, e forse quella di tanti altri, era scossa da questi interrogativi è arrivata la smentita, Berlusconi non avrebbe parlato di guerra civile, è stata un’incomprensione, un malinteso, chissà cosa aveva aveva detto invece: che l’Italia era sull’orlo di una guercia in barile, o di una serra in vinile. Chissà …
Sarà magari che a qualcuno nell’entourage del Premier è venuto il dubbio che le domande che mi ero fatto io se le stessero facendo anche molti altri in Italia? Sarebbe davvero una novità interessante. Farsi domande pareva passato di moda.
L’uomo di ghiaccio
La storia del calcio è piena di uomini che sull’orlo del fallimento scoprono un’improvvisa impennata d’orgoglio, l’ultimo caso clamoroso è stato Nicola Legrottaglie che, sul punto di finire in Turchia, fu poi tenuto e divenne una sicurezza della difesa bianconera fino a giungere in nazionale. Meno estremo, ma ragguardevole anche il caso di Tiago che, non trovando acquirenti, fu tenuto dalla Juve l’anno passato per poi disputare una stagione buona con punte di rendimento molto elevato, nonostante un grave infortunio. Nella fredda notte torinese, forse messo a suo agio dal clima e dal campo intrattabile, l’ultimo degli errori di mercato di Secco, Christian Poulsen, ha avuto la sua serata di gloria. Intendiamoci, Poulsen rimane lento, timido e statico, ma ha finalmente mostrato le capacità di contrasto e di distribuire gioco per il quale era stato comprato e che già altre volte quest’anno aveva lasciato intravedere.
Mentre il vicino Palaisozaki era monopolizzato da un concerto di Gigi d’Alessio, ricordandomi con nostalgia quel giorno del Febbraio 2006 in cui la Svezia di Mats Sundin si laureò campione olimpico di hockey, la pista di ghiaccio sembrava essersi trasferita all’Olimpico dove Juve e Udinese iniziavano a confrontarsi su un campo che pareva una patinoire. Il più penalizzato dalle condizioni del campo pareva Felipe Melo che aveva difficoltà anche a stare in piedi ma anche Giovinco e Diego sembravano camminare sulle uova ed il gioco in velocità e di prima che Ferrara predica, diventava chimera. Invece Poulsen si muoveva sul campo come se avesse i cingoli, con la lentezza consueta e con la consueta allergia a verticalizzare il gioco, ma senza annaspare come i suoi compagni riusciva ad essere preciso e puntuale nelle sue aperture. Mauro pareva isolato sulla destra, sarà per quello che veniva a sinistra per depositare in mezzo all’area un pallone che Amauri riusciva a colpire solo col ginocchio per la comodità di Handanovic. Se la Juve non brillava l’Udinese pareva davvero opaca e l’unico rischio lo correvamo per un pallone dispettoso che arrivava ad Isla davanti alla porta dopo un paio di deviazioni fortuite. Fortunatamente il fuorigioco del cileno evitava una beffa davvero atroce. Il primo tempo si chiudeva con Handanovic che la giurava a Diego che aveva cercato di anticiparlo in modo troppo irruento, giallo per tutti e due e addio al fair play.
Tornati dall’intervallo i nostri suonavano la carica e l’inizio era scoppiettante, soprattutto Caceres sembrava essersi convinto ad appoggiare di più la manovra ed i risultati si vedevano subito. Un palloncino al bacio di Poulsen veniva raccolto al volo dall’uruguagio che scodellava in mezzo all’area, dove Grosso non sbagliava l’impatto ed il gol era cosa fatta. Ferrara approfittava del momento di euforia per buttare nella mischia i redivivi Momo e Alex. Il primo trasformava letteralmente la partita iniziando a recuperare palloni a dozzine e mettendo finalmente alla frusta il centrocampo friulano, il secondo invece stentava un po’ e finiva per beccarsi un’ammonizione assurda negli ultimi minuti. Assurda per un intervento sulla palla, ma soprattutto in considerazione della dozzina di falli di Inler su Diego mai sanzionati disciplinarmente dal mediocre Brighi. Il brasiliano, dopo l’ingresso di Del Piero, veniva spostato a sinistra dove si dannava l’anima ma non riusciva ad essere efficace come ti aspetteresti. La partita finiva nel gelo della serata torinese, nel gelo calato sul popolo biancoenero sull’ultima ed unica occasione dell’Udinese sciupata da Zapata e nel gelo degli occhi di ghiaccio di Christian, per la prima volta nella sua esperienza juventina davvero decisivo. Oltre a ciò la serata ha confermato che Sissoko è fondamentale nel dare aggressività al centrocampo e che Melo ha bisogno di un po’ più di equilibrio e non mi riferisco solo alle condizioni del campo.
Per il resto, che dire… La rincorsa all’Inter continua…
Lo strano caso del Dr. Spataro e Mr. Hyde
Nell’Italia di oggi si aggira uno strano magistrato, Pubblico Ministero della Procura di Milano. Si chiama Armando Spataro ed ha quasi 35 anni di militanza nella magistratura italiana. Ha indagato negli anni ’80 sul terrorismo rosso, portando alla condanna di molti esponenti di quell’ala ed in particolare di Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per 4 omicidi compiuti sul finire degli anni 70. Quando recentemente il Brasile ha negato la richiesta di estradizione del terrorista in Italia motivandola con il rischio che vi fosse una persecuzione ai danni del Battisti, gli esponenti della nostra maggioranza di governo si sono levati in un unico coro di condanna considerando questa decisione un’offesa al sistema giudiziario italiano imparziale e garantista. Sì dà però il caso che improvvisamente lo stesso Armando Spataro negli anni ’90 abbandona le inchieste sul terrorismo ed entra a far parte del pool di Mani Pulite, iniziando ad indagare su varie società operanti su Milano tra le quali anche Mediaset ed ecco che improvvisamente sveste i panni del giudice garantista ed imparziale e diventa una toga rossa, un giudice eversivo e politicizzato, un cancro delle istituzioni: una trasformazione degna di “Dr Jekyll e Mr Hyde“.
Il dramma del ben noto romanzo di Stevenson rivive nel Dottor Spataro con particolare forza in questi giorni in cui la sua personalità scissa è salita agli onori della cronaca due volte: prima allorché il Parlamento lo ha indirettamente applaudito dopo che i giudici brasiliani hanno infine accordato l’estradizione a Battisti avendo riconosciuto che forse Battisti non è un perseguitato, poi allorché la maggioranza di governo lo ha coperto di insulti ed improperi per essersi espresso negativamente sul terrificante ddl sul processo breve, con la terribile aggravante, come registrava questa mattina sull’Unità Concita De Gregorio, di averlo fatto in televisione.
Insomma alla fine la domanda è la solita: è proprio solo il magistrato milanese a soffrire di uno sdoppiamento di personalità che lo porta a trasformarsi, a seconda dell’argomento di cui si occupa, da imparziale garantista a subdolo Torquemada della giustizia italiana? O forse è l’opinione pubblica italiana che accetta passivamente che gli si dica che il giorno prima il tale è un eroe ed il giorno dopo un mascalzone con la stessa apatica e stolida indifferenza?
La doccia fredda di Porta Susa
Il titolo non si riferisce, come qualcuno penserà , al problema dell’allarme antiincendio verificatosi alla stazione ferroviaria torinese Porta Susa qualche settimana fa, per il quale i viaggiatori erano stati innaffiati dagli allarmi anti-incendio. Mi riferisco invece alla diatriba iniziata tra il Comune e le Ferrovie dello Stato circa la Stazione di Porta Susa ed il fatto che secondo i piani di FS la Freccia Rossa, il treno ad alta velocità che unirà Torino a Milano, non fermerà nella rinnovatissima stazione. Per chi non conosca i fatti, Porta Susa è appena stata riconsegnata dopo lavori decennali che l’hanno trasformata in una stazione sotterranea e secondo gli intenti del Comune avrebbe dovuto diventare il primo scalo ferroviario della città . Quando però le Ferrovie hanno annunciato che, almeno per il momento, la Freccia Rossa non fermerà a Porta Susa ma nella stazione di Porta Nuova, da sempre la stazione principale della città , le autorità cittadine sono insorte. La diatriba in realtà è solo l’ultimo episodio di un contenzioso tra autorità locali e regionali e Ferrovie che va dalle violazioni del contratto di servizio da parte di FS ed i conseguenti risarcimenti nei confronti gli enti locali, alle pressioni della regione per aumentare la frequenza dei treni sulle tratte cosiddette commerciali sulle quali teoricamente gli enti regionali non hanno voce in capitolo. Il problema è quello più volte annunciato: si è privatizzato un servizio, quello ferroviario, che ben difficilmente riesce a obbedire alle regole della libera concorrenza, con il risultato di avere un servizio scadente come prima ed in più non più adattabile alle logiche del territorio ma solo alle logiche dei minori costi e quindi dei maggiori profitti.
E’ vero che teoricamente sono le regioni a dettare il programma delle tratte locali ma spesso le Ferrovie dello Stato non lo rispettano e preferiscono pagare le penali che rendere il servizio efficiente e funzionale. Sulle tratte interregionali, che non hanno vincoli istituzionali e rispondono a pure logiche di profitto, il servizio, operando in sostanziale monopolio, è caro e di pessima qualità . FS nega che ci siano ritardi cronici ma la mia esperienza, come quella della maggior parte delle persone che conosco, è molto diversa.
In definitiva c’è da chiedersi se davvero la privatizzazione delle ferrovie può considerarsi un fallimento oppure ci sono ancora margini di recupero. Sicuramente val la pena di pensarci onde non trovarci, come i britannici, ad avviare, trent’anni dopo la privatizzazione, un processo di rinazionalizzazione delle ferrovie.
Morte all’automobilista ebbro!
Me lo sentivo: prima o poi sarebbe successo. Il continuo accostare gli incidenti d’auto, spesso in modo arbitrario, ai guidatori in stato di ebbrezza, come se bastasse un bicchiere di vino a diventare un pirata della strada ha prodotto il risultato prevedibile: si è arrivati all’idea per cui un guidatore in stato di ebrezza è parificato ad un omicida e quindi punibile con la pena di morte. Lo dice un sondaggio del quotidano.net che indica nel 52% la percentuale di favorevoli alla pena di morte per i guidatori in stato di ebrezza: è un sondaggio on line e naturalmente non dice che il 52% degli italiani la pensa così, ma ci dice che ci sono almeno 600 persone che la pensano in questo modo ed io trovo questo semplice fatto di per sé già  piuttosto allarmante. Premesso che io considero la pena di morte inaccettabile anche per i reati di omicidio più premeditati, violenti e gratuiti, mi pare aberrante considerare alla stregua di omicida chi beve un bicchiere di vino prima di mettersi al volante.
Come si è arrivati a ciò? Ci sono vari modi che un guidatore di un auto ha per aumentare la propria probabilità di incorrere in un incidente: andando troppo veloce, non avendo revisionato freni o gomme, facendosi distrarre dal telefonino, dal navigatore satellitare, dall’autoradio, da un litigio con un passeggero, o ancora mettendosi al volante stanco o assonnato. Come mai nell’immaginario collettivo queste sono solo avventatezze mentre guidare con modeste tracce di alcol nel sangue è un delitto?
Si potrebbe ipotizzare che la ragione sia la frequenza degli incidenti motivati da tali eventi, ma i dati smentiscono questa ipotesi: secondo le statistiche ISTAT poco più dell’1% degli incidenti sono motivati dallo stato di ebbrezza del conducente (nel 2007 erano 4246 casi su 300.662) più o meno quanti causati da auto parcheggiate in sosta irregolare. Enormemente più frequenti (il 15%) sono gli incidenti legati a distrazione del conducente così come (13%) quelli legati ad eccesso di velocità . Escluderei poi che ci sia una motivazione lobbistica in questo fenomeno, anzi forse i produttori di alcolici avrebbero tutto l’interesse ad orientare altrove l’attenzione.
Rimangono solo delle ragioni mediatiche. C’è l’incidente, c’è la vittima, c’è il mostro da gettare in prima pagina, non è chiara nella maggior parte dei casi la colpa: velocità eccessiva? Distrazione al volante? Colpo di sonno? Solo i lunghi tempi dell’inchiesta possono certificarlo. Invece la prova del palloncino in pochi minuti ti dice con certezza se l’automobilista è colpevole e allora delle migliaia di incidenti mortali prendo i pochi legati a stato di ebbrezza e sbatto il colpevole in prima pagina con effetto mediatico sicuro. Poco male se questo tende a sovrastimare l’impatto, poco importa se rende incallito assassino colui o colei che aveva bevuto un boccale di birra e che per tutt’altro motivo ha investito una persona, poco importa se porta a dislocare ovunque pattuglie mediche con il necessario per misurare il tasso alcolemico, quando probabilmente molto più efficaci sarebbero un po’ più di autovelox: la notizia è notizia e non si discute.
Intendiamoci bene: non voglio assolvere chi si mette al volante con tasso alcolemico superiore al consentito (uso questa espressione perché il mio concetto di stato di ebbrezza supera decisamente i tassi previsti). Esiste una regola e come ogni altra regola va rispettata. Voglio solo sottolineare che mi sento molto più avventato guidando a 160 all’ora in autostrada nella più totale sobrietà che a 120 all’ora dopo aver bevuto un quarto di vino e non ho motivo di sospettare di essere in errore. Il fatto che il sistema mediatico ci abbia portato ad un’errata concezione del problema, anche al di là delle aberrazioni come quella del sondaggio in questione, non può che essere considerato, come ogni distorsione della realtà , assolutamente negativo.
Errori e mani
Mercoledì scorso si è consumato il consueto svarione arbitrale del quale la storia del calcio è costellata: la Francia si è guadagnata il mondiale superando ai supplementari l’Irlanda grazie ad un gol segnato dal suo fuoriclasse Thierry Henry con il determinante oltre che evidente aiuto della mano sinistra. Nel calcio gli errori arbitrali, come in ogni altro sport, sono ovviamente frequentissimi; fanno però particolarmente notizia quando, come nel caso dell’incontro di Mercoledì, sono talmente evidenti da far pensare che l’arbitro sia l’unico tra le migliaia di spettatori, o milioni considerando quelli davanti alla tv, che non ha visto come sono andate le cose. Da questo punto di vista le particolarità del calcio sono almeno due: la prima è che nel calcio, nonostante lo sviluppo del gioco in termini di velocità e di complessità , l’arbitro è rimasto nei decenni rigorosamente unico e senza altro aiuto che i due collaboratori (un tempo definiti guardalinee) che sono però situati in posizione molto distante dal cuore dell’azione; la seconda è che nel calcio più che in ogni altro sport un episodio può essere sconvolgere l’esito di un incontro: è vero che anche in sport come il basket o la pallavolo un errore proprio sul punto decisivo può decidere l’esito di un incontro ma è più raro in questi sport che una singola segnatura sia decisiva per l’esito dell’incontro senza contare il fatto che nel calcio, anche in incontri che finiscono con due o tre gol di scarto, la segnatura della prima rete può orientare in modo determinante le dinamiche dell’incontro. Tutto questo per spiegare lo scandalo che la vicenda di Francia-Irlanda ha suscitato oggi e che tante altre vicende simili hanno suscitato nel passato. Non sono mancate le tesi complottiste che hanno voluto spiegare il tutto con l’esigenza di avere la potente Francia ai mondiali per la gioia del Presidente dell’UEFA Michel Platini. E’ pur vero che guardando il fotogramma incriminato si vedono a destra di Henry molti giocatori irlandesi che potrebbero coprire la visuale dell’arbitro ma è anche vero che quella del collaboratore (in alto a destra) sembra del tutto libera; è vero però che da quella distanza (circa 45 metri) può mancare la percezione della profondità e che quindi il contatto tra mano e palla sia sfuggito al collaboratore. In ogni caso vale quanto già scritto in altre occasioni: il condizionamento arbitrale opera con efficacia negli episodi dubbi, non in quelli evidenti. Nessun arbitro del mondo vedendo un episodio come quello di Mercoledì farebbe finta di nulla.
E’ vero che nel mondo arbitrale i meriti non sempre sono premiati e questo non fa del bene alla qualità degli arbitri, ma è anche vero che arbitri che nel passato sono stati protagonisti di errori simili sono stati in genere silurati senza che il problema si risolvesse, d’altra parte se l’errore è legato alla fatalità di una singola svista, alla casualità del corpo di un giocatore che copre la visuale dell’arbitro, l’errore può capitare anche al più bravo e meritevole.
Come tante altre volte raccontato, la soluzione a tutto questo c’è: fare ricorso ad infrastrutture tecnologiche che permettano all’arbitro (o ad un suo assistente) di rivedere l’azione e a decidere quindi in modo più preciso, come già succede nel rugby. I conservatori sostengono che questo “snaturerebbe il calcio” e altre amenità simili, ma l’unico problema serio e reale è che una soluzione del genere costerebbe e non tutte le federazioni hanno la disponibilità per sostenere questi costi. Non a caso Platini, paladino delle federazioni deboli, ha sempre manifestato la sua contrarietà al mezzo ma ha controproposto l’introduzione del doppio arbitro di porta che è in corso di sperimentazione in Coppa Europa con risultati finora considerati positivi. Auguriamoci che non finisca come l’ipotesi del doppio arbitro frettolosamente abbandonata anni fa dopo una sperimentazione in Coppa Italia.
Nonostante tutto resistono naturalmente quelli che si oppongono ad ogni novità e che risolvono il tutto sostenendo che “gli arbitri sono uomini e possono sbagliare e bisogna accettare questi errori”, peccato che siano esattamente gli stessi (carta canta) che, quando gli errori vanno a loro danno, lanciano accuse a dritta e a manca.
Per finire vi segnalo quello che considero l’errore arbitrale più incredibile che abbia mai visto: si tratta del direttore di gara scozzese Mottram che in un incontro di Campionato non si limitò a lasciar proseguire il gioco nonostante la palla fosse chiaramente entrata in porta, ma non notò nemmeno il fatto che un difensore della squadra che aveva subito la segnatura aveva tranquillamente preso il pallone in mano, convinto che la segnatura fosse stata accordata. Nonostante l’errore l’arbitro continuò la sua carriera e fu selezionato anche per i mondiali negli Stati Uniti del 1994.
La dismissione del Politecnico (2)
Per il Politecnico di Torino le novità si succedono in questo periodo. Poche settimane fa era giunto l’annuncio del dimezzamento dell’Ateneo, già commentato su questo blog (secondo il piano, già approvato, al “Poli” saranno dimezzate ore di lezioni e corsi di laurea). Negli ultimi giorni è arrivato invece, in tono piuttosto pomposo, l’annuncio della nascita del progetto “MITO” Politecnico, ovvero della progressiva fusione del Politecnico di Torino con quello di Milano.
Che la gran quantità di iniziative o istituzioni che negli anni hanno abbandonato Torino, spesso dirette a Milano, abbia creato alla fine nei torinesi una sorta di timor panico è vero, è però fondata l’ovvia osservazione che in tempi di tagli ai finanziamenti, di ridimensionamento del personale e dell’offerta formativa, il termine “fusione” non può suonare, come il Rettore Profumo vorrebbe invece lasciare ad intendere, come un’occasione per potenziare i due Atenei, ma piuttosto come il presagio di un ulteriore danno ai già ultravessati studenti universitari italiani ed alla già martoriata ricerca.
E’ difficile non pensare che uno dei primi passi sarà di domandarsi se valga la pena di tenere attivi in entrambi gli Atenei taluni corsi identici, magari seguiti da un numero ridotto di studenti, con la scontata conclusione di cancellare in uno dei due Politecnici il corso, invitandone gli studenti a raggiungere l’altro Politecnico attraverso la linea ad alta velocità che Profumo ci ricorda essere in fase di attivazione tra le due città . Quello che Profumo dimentica sono le tariffe ferroviarie dell’alta velocità , certamente al di fuori del portafoglio di uno studente ma anche di un ricercatore precario.
E’ difficile non temere che anche in questo caso l’esito sarà di rendere ancora più difficile il compito a chi voglia affrontare l’istruzione universitaria e abbassare quindi i livelli di scolarizzazione in Italia, già ben sotto alla media europea, nell’ambito di quel progetto strisciante di analfabetizzazione degli italiani che pare l’unico progetto, nel nostro disgraziato paese, a registrare un successo dopo l’altro.
Il vicolo cieco
Domenica scorsa su Il Corriere è apparso un articolo di Ernesto Galli della Loggia che si intitolava “Se il paese finisce in un vicolo cieco” che ho trovato un ottimo spunto di riflessione. Il giorno dopo Vittorio Feltri, su Il Giornale, ha applaudito l’articolo sperando di poter iscrivere Galli della Loggia al partito anti-giudiziario ma ha in realtà preso lucciole per lanterne (strano eh, da un fine pensatore come lui…) non comprendendo quale fosse il significato ben più profondo e per certi versi più preoccupante del punto di vista illustrato sul Corriere. In sostanza Galli della Loggia non accusa la magistratura di persecuzione e si dissocia dal dogma dell’uso politico della giustizia, semplicemente afferma che siccome Berlusconi è il Capo del Governo e la sua popolarità è ancora estremamente elevata, che sia colpevole o innocente, il sistema Italia non può permettersi di processarlo, pena l’infilarsi in un vicolo cieco. Non si tratta affatto di una visione assurda o parziale: è evidente che è già oggi un grosso problema per la solidità del nostro sistema politico e sociale il fatto che ci sia una netta maggioranza degli italiani che si divide tra chi considera Berlusconi un santo e chi lo considera un malfattore. Un’eventuale condanna confermerebbe ai primi che il Premier è oggetto di una persecuzione, ai secondi che è un delinquente, allargando ulteriormente il baratro che c’è tra i due schieramenti. Galli della Loggia propone un’altra via, magari con la collaborazione del PD di Bersani, ovvero una soluzione che metta Berlusconi al riparo dai processi e quindi in grado di governare senza patemi, annullando la causa di scontro che più di ogni altra rende così aspro il confronto politico. Ho l’impressione che l’editorialista del Corriere ripercorra un pensiero diffuso anche in molti ambienti di sinistra.
La domanda che Galli della Loggia non si fa è: ma si può permettere un paese di “convivere” con i reati commessi dal capo del suo governo? Può un sistema sociale essere sano, essere robusto, quando accetta passivamente che il suo bastone di comando sia malato? Vi ricordate la celebre affermazione di Lunardi: “Si deve convivere con la Mafia”? Ho l’impressione che vi sia in quell’affermazione un sostanziale punto in comune con la visione di cui si parla: ovvero l’idea che sia meglio accettare di venir meno ai propri principi ma preservare l’armonia sociale. Non escludo che ci siano casi in cui un doloroso compromesso possa risolvere uno scontro ma temo che questo valga solo laddove quello che si finge di ignorare sia un episodio singolo ed estemporaneo. Quello che c’è dietro alle malefatte di Berlusconi è un sistema di cui il Premier è la punta dell’iceberg. Prova ne sia che anche il governo Prodi cadde per le inchieste giudiziarie sul Ministro Mastella, non dimentichiamoci del resto che negli ultimi mesi la giunta dell’Abruzzo e quella della Sicilia sono state decapitate da inchieste giudiziarie e sotto inchiesta sono numerosi altri assessori regionali di ogni colore, senza contare lo scabroso caso Marrazzo. Siamo sicuri che scopando sotto il tappeto la vicenda Berlusconi oggi, non ci ritroveremo a doverci scopare domani tutta quest’altra spazzatura? Siamo sicuri che ci sarà abbastanza spazio sotto il tappeto? Siamo sicuri che questo non alimenterà ulteriormente malversazioni e corruttele che sono già il cancro del nostro sistema politico ed economico?
Mentre noi ci facciamo queste domande l’istituto Transparency ha ulteriormente declassato l’Italia che è finita al sessantatreesimo posto nell’indice di percezione della corruzione 2009 (nell’edizione 2008 della classifica eravamo cinquantacinquesimi). Siamo stati scavalcati da paesi come la Lituania, la Polonia e perfino la Turchia, alla quale sdegnosamente neghiamo l’adesione all’UE. Ecco, se passasse il colpo di spugna che Galli della Loggia si augura, quante altre posizioni ci troveremmo a scalare verso il basso?
Il mio muro di Berlino
In questi giorni di rievocazione ho provato a ripercorrere, nella memoria che ne ho io, gli eventi che hanno caratterizzato la caduta del muro di Berlino.
Avendo sempre diffidato di chi mi propone ideali, chiedendomi in cambio democrazia, ho sempre provato poca simpatia nei confronti del mondo comunista (quello vero, intendo). Anche per questo sono cresciuto nella convinzione che il blocco sovietico fosse una sorta di tappo alla storia che impediva al mondo di sviluppare tutte le sue energie ed il proprio sviluppo democratico, ed ero convinto che anche il nostro paese fosse cristallizzato dalla presenza dell’ambiguità del Partito Comunista, che teneva in piedi un consenso incondizionato ad una classe politica corrotta ma priva di un’alternativa credibile.
Così vissi la caduta del muro e gli eventi che si succedettero in quegli anni anche in Italia, dalla svolta della Bolognina a Tangentopoli, con tutto l’entusiasmo possibile. Non fui tempestivo come Sarkozy, ma passarono pochi mesi prima che anch’io visitassi Berlino, quando il muro era già ridotto ad un cumulo di calcinacci. Nell’estate del 1990 sentii il disorientamento di quel castello crollato a terra che era la DDR, vidi la stranezza di Berlino Ovest che sembrava una città appena uscita da una campana di vetro, fui colpito da entusiasmo e disillusione, da gioia e amarezza che si respiravano a momenti alterni nell’aria di lassù. Ricordo lo sbandamento dei sistemi politici disfattisi in pochi mesi, la scomparsa di ogni segno di presenza pubblica, ma anche la dignitosa serietà dei popoli che visitai. Tornai a casa con il purissimo entusiasmo di chi ha visto passare un pezzo di storia di fronte ai suoi occhi ed ha una radiosa visione del futuro nella sua testa.
Molti di quegli entusiasmi si scontrarono con la realtà degli anni che seguirono. Scoprii che nel mondo certe logiche di dominio coperte per decenni dalla difesa della democrazia si perpetuavano anche senza l’esistenza di una minaccia reale. Scoprii che in Italia, dopo breve lotta, un sistema politico corrotto come il precedente si stava insediando al potere, continuando, non a caso, ad agitare lo spettro di un comunismo che non esisteva più.
Il dubbio che il muro fosse caduto inutilmente mi ha sfiorato spesso in questi anni ma oggi, dopo un ventennio, devo dire che davvero quegli eventi furono essenziali e hanno lasciato un seme che oggi forse sta germogliando. Oggi che l’Europa, tutta l’Europa, compresa quella tra Ungheria e Polonia che visitai nell’estate del 90, è riunita sotto il Trattato di Lisbona, oggi che il Sudamerica è diventato un continente autonomo, indipendente e dominato dalla democrazia, oggi che gli Stati Uniti sembrano star superando logiche di dominio e paiono divenuti un attore con il quale si può discutere e dialogare. Forse oggi il muro sta davvero cadendo, stiamo davvero iniziando a vivere quell’era che speravamo stesse iniziando nel Novembre del 1989. Avrei preferito succedesse prima che sul mio capo cominciassero a dipingersi colori argentei ma l’importante è esserci arrivati.
Sto parlando ovviamente del resto del mondo: in Italia purtroppo invece non è cambiato quasi nulla: il muro è ancora lì a dividerci, a far risuonare toni sinistri, a perpetuare poteri incapaci e corrotti. Quando cadrà il nostro muro? Ci vorrà un altro ventennio? Spero proprio di no…

