La par condicio del calcio
A parte commenterò l’evento ma qui vorrei sottolineare la telecronaca di ieri sera sulla RAI che ha rasentato il paradossale quanto a totale disinteresse per ogni parvenza di equidistanza. I telecronisti dell’incontro erano Civoli, dichiarato interista, e Salvatore Bagni, ex-giocatore nerazzurro. In studio commentava invece la bandiera interista Sandro Mazzola. Giusto per non schierarsi, nell’intervallo veniva intervistata un’altra bandiera della squadra milanese, Evaristo Beccalossi, mentre a fine gara comparivano davanti ai microfoni Mourinho (che non ci fanno mai mancare) e Javier Zanetti. Di qualunque punto di vista, non dico vicino alla Juventus, ma almeno equidistante nemmeno l’ombra. Se avessimo giocato con la maglia acciaio invece della tradizionale divisa bianconera probabilmente, chi seguisse la telecronaca, avrebbe potuto scordarsi qual era l’avversario di turno della potente macchina da gol nerazzurra.
Giusto per evitare che si pensi sia solo un fatto di Juventus un paio di settimane addietro la trasmissione della RAI Sabato Sprint aveva ospiti in studio, per commentare Inter-Siena, Maurizio Ganz, ex-giocatore interista, ed il solito Mazzola.
Pochi giorni fa questi signori mi hanno rapinato un po’ di euro di canone. In tema di federalismo fiscale potremmo proporre che anche il canone RAI venisse pagato dalle diverse regioni in ragione della copertura che la RAI concede? Quindi sostanzialmente che il 95% del canone RAI fosse pagato da Lazio e Lombardia e l’altro 5% dalle altre 18 regioni?
Il nastro bianco
Vedere il film di Haneke “Il nastro bianco” non è un’esperienza comoda. Il film ha un’atmosfera cupa, una trama complessa, spesso contorta. E’ una vicenda che avrebbe la tensione emozionale di un giallo ma che si perde in mille rivoli che tendono a stemperare quella stessa tensione ed allo stesso tempo a rendere più inquietante il disegno che il regista del film cult “La Pianista” vuole raffigurare. I misteriosi ed inspiegabili omicidi, gli atti di violenza ed i gesti vandalici sono contrapposti così strenuamente alla morbosa rigidità dell’educazione nella famiglia borghese tedesca di inizio ventesimo secolo, da rendere quasi ineludibile la scoperta finale che i figli di quella morale inflessibilemente fondamentalista non possano che essere poi violenti quanto la loro stessa educazione.
Commentando il film, Haneke ha spiegato che il senso della pellicola è il far discendere dall’oppressiva società borghese tedesca dell’epoca, a cavallo della prima guerra mondiale, la follia futura del nazismo che nei decenni successivi sarebbe cresciuto fino a prendere il potere e portare il paese ed il mondo al disastro. Il legame logico può sollevare dubbi ed interrogativi: davvero un nastro bianco portato al collo per denunciare la propria colpa può portare all’aberrazione massima che la storia recente dell’umanità ha conosciuto? Davvero l’essere legato al letto ogni notte per evitare che il palesarsi della propria sessualità offra tentazioni pericolose può essere causa scatenante della più brutale furia distruttiva? Non ve lo so dire. Vi posso però dire che mi ha fatto ripensare al passaggio logico di Haneke scoprire che Daniela Santanché, la pasionaria dell’intolleranza, ha confessato di avere avuto un’infanzia difficile nella quale è stata oggetto di violenza fisica e morale da parte dei suoi genitori, cosa che, ammette lei stessa, le ha lasciato addosso molte paure di cui è cosciente ed, aggiungerei io, qualche altra paura più inconscia. Forse è proprio vero che c’è sempre nelle nostre azioni e nelle nostre parole un seme antico che è stato piantato in noi quando ancora eravamo terra troppo giovane per poter scegliere o ribellarci.
Polemiche da dopopartita
Ieri il Segretario di Stato americano ha commentato con irritazione le pesanti critiche che Bertolaso aveva indirizzato, a poche ore dal suo arrivo ad Haiti, all’organizzazione degli aiuti post-terremoto. Riferendosi alle parole del sottosegretario italiano, Hillary Clinton le ha definite: “Monday morning quarterback“. Il termine è mutuato dal football americano e si potrebbe tradurre come “mediano del Lunedì mattina”, identificando sostanzialmente quei giudizi pronunciati a posteriori da chi in campo non c’era. In effetti è difficile dar torto a chi invita il sottosegretario a conoscere magari la realtà dell’isola, la situazione sul campo, prima di esprimere giudizi e critiche.
Alcune fonti di informazioni hanno tradotto approssimativamente l’espressione della Clinton come “polemiche da dopopartita” e curiosamente la sua dichiarazione è stata diffusa proprio di Lunedì, sovrapponendosi nei nostri notiziari alle veementi polemiche del dopopartita (questa volta quelle vere e proprie) dell’incontro di calcio Inter-Milan. Nonostante la vittoria dei nerazzurri infatti, in interviste e dibattiti che hanno seguito l’incontro si sono distinti i soliti Mourinho e Moratti che si sono scagliati violentemente contro l’arbitro, reo di avere espulso, a loro avviso ingiustamente, il giocatore Sneijder che aveva applaudito ironicamente l’arbitro in segno di protesta per una sua decisione. Poco importa che l’arbitro abbia negato poco dopo un evidente rigore al Milan, altrettanto irrilevante il fatto che il gol del 2 a 0 dei nerazzurri sia nato da una svista del direttore di gara, soprattutto i colonnelli interisti sono apparsi del tutto indifferenti al fatto che la decisione di espellere un giocatore nel caso in oggetto sia atto talmente dovuto da parte dell’arbitro che esiste, nel regolamento del calcio, una illustrazione apposita che indica come l’arbitro debba comportarsi nel caso specifico.
Al di là della compresenza mediatica e della comune definizione ho trovato qualcos’altro in comune tra gli sproloqui di Mourinho e quelli di Bertolaso. Personalmente vedo infatti nelle due esternazioni una comune matrice che rappresenta il volere, anche quando gli argomenti sono del tutto inconsistenti, cavalcare sempre e comunque i media, come fossero un destriero che rende invincibili ed intangibili, come se la telecamera o il microfono fossero una bacchetta magica che trasforma il rospo in principe, che rende anche la più grossa enormità una certezza. Questo accade naturalmente soprattutto laddove, come in Italia, verso certi mammasantissima ogni cultura del dubbio o della critica giornalistica sia del tutto scomparsa. Ed allora questi signori pensano, forse giustamente, che raccontare una stupidaggine indurrà qualcuno, forse molti, a pensare che sta dicendo sciocchezze ma indurrà altresì molti altri a pensare che ha ragione, che l’Inter è perseguitata dagli arbitri e che Bertolaso avrebbe organizzato molto meglio degli americani il soccorso post-terremoto. Se poi i media lo appoggiano, come accade ai personaggi in oggetto, c’è anche il rischio che i creduloni siano più degli scettici e che alla fine il concetto passi.
Dopodiché, visto che il governo americano ha decisamente più strumenti per difendersi rispetto all’AIA, Bertolaso è stato costretto a rettificare, ma ho l’impressione che l’episodio non abbia scalfito nemmeno un po’ la sua popolarità .
Galaxiastore e la mia nuova macchina fotografica
A Natale ho deciso di regalarmi una nuova macchina fotografica, visto che la mia Nikon Coolpix 4300 comincia ad accusare i segni del tempo che passa. Dopo una lunga esitazione tra una compatta ed una reflex ho alla fine scelto una soluzione di compromesso rappresentata da una bridge (o prosumer che dir si voglia), ovvero una macchina con un’ottica di livello reflex ma con un obiettivo fisso, il che rappresenta un ragionevole compromesso in termini di peso e ingombro tra le due categorie. Mantendendomi fedele a Nikon ho scelto una Coolpix P90.
L’offerta online più valida per l’oggetto in questione mi pareva quella di un rivenditore chiamato Galaxia store che mi proponeva macchina, card e custodia in un kit unico. Dopo una lunga attesa di un paio di settimane mi arrivava infine la macchina. Non l’ho ancora utilizzata così a fondo da poter dare un parere, ma la brutta sorpresa è stata costituita dalla custodia che purtroppo era di dimensione sbagliata, troppo piccola per contenere la macchina. Non c’è nemmeno bisogno di dire che Galaxia mi ha proposto di rimborsarmi il costo presunto (presunto perché contenuto in un kit unico quindi sotto il prezzo di mercato) facendomi però pagare le spese di spedizione. Inutile dire che farò loro pubblicità …
E adesso?
Erano occhi vitrei quelli con cui l’Olimpico vedeva ieri sera scendere le squadre in campo. Non era la chiusura della curva Scirea ma la chiusura degli stomaci biancoeneri a far calare un clima sordo sull’incontro.
La Juve però c’era, faceva sfogare per cinque minuti la Roma e poi iniziava a mulinare gioco. Il ritorno di Momo ritemprato dalla Coppa d’Africa dava al centrocampo un ritmo inusitato ed a quel ritmo si rifaceva vedere il Diego delle prime giornate, con una distribuzione di gioco spesso spumeggiante ed incisiva. La Roma manovrava con velocità  ma la sua manovra non aveva quasi mai le caratteristiche della pericolosità , mentre la Juve entrava in area con gran facilità ed un numero ragguardevole di palloni piovevano davanti a Julio Sergio, mancando sempre solo la stoccata decisiva. Il primo tempo scorreva via con un pubblico che quasi incredulo guardava la Juve malata tenere il campo e mettere sotto gli avversari, dati in grandi condizioni. Certo, il gioco sulle fasce continuava ad essere improvvisato e né Marchisio né Brazzo riuscivano a creare lo spazio per gli inserimenti di Grosso e Grygera, ma nonostante queste falle che si chiuderanno solo, forse, con il rientro di Mauro German, si faticava ad essere insoddisfatti.
La ripresa iniziava, come il primo tempo, con la Roma in attacco, ma bastavano pochi minuti per rivedere la Juve del primo tempo e, batti batti, il gol veniva grazie al Capitano che si scagliava su un pallone vagante e lo faceva sibilare nell’aria come un colpo di schioppo che forava il gelo dell’Olimpico trasformandolo in entusiasmo e sollievo. Sembrava la volta buona e la reazione timida della Roma non faceva presagire grossi rischi ma proprio la spavalderia tradiva il nostro Giorgione che si allungava imperdonabilmente un pallone in fase di ripartenza regalando un insperato contropiede a Taddei che, giunto in area e fronteggiato da Grosso, cercava di aggirarlo, franando a terra come colpito da un raffica di mitra. Tagliavento indicava con sicurezza il dischetto del rigore.
Quando qualche giorno fa avevo sentito su Sky ricordare che Tagliavento era considerato il portafortuna della Roma, visto che quando arbitra lui la Roma vince quasi sempre, credevo si trattasse di una statistica priva di senso. Ho pensato poi fosse una combinazione il fatto che Tagliavento fosse anche l’arbitro di Cagliari-Juve del 2007, quando concesse prima due rigori dubbi contro la Juve e, concesso un terzo (del tutto inesistente) fu indotto a cambiare idea dal collaboratore di linea, cosa piuttosto insolita, che gli fece probabilmente notare che stava esagerando. Sta di fatto che quando poi l’incontro viene deciso da un rigore, piuttosto generoso, qualche dubbio ti viene.
In ogni caso, in attesa di scoprire dove e come c’è stato il contatto tra Grosso e Taddei, si andava sul dischetto con Totti che fulminava Buffon. Prima di ritornare verso il centrocampo il capitano romanista si preoccupava anche di irridere il pubblico della Curva Nord, perdendosi di botto la simpatia accumulata con gli spot pubblicitari. Qui sì che val la pena di chiedersi perché solo Balotelli viene criticato o addirittura multato per certi atteggiamenti.
Quando cerchi faticosamente di edificare una casa e poi un meteorite te la distrugge è difficile trovare la forza per ricostruirla; la Juve ci provava con piglio ma con troppa confusione. Finalmente entrava in campo Candreva che, rispetto a un Salihmidzic sempre più inconsistente, nei pochi minuti di esibizione faceva un figurone. Tuttavia, di lì a pochi minuti, le speranze della Juve si frantumavano quando una palla schizzata fuori area su un corner di Diego si trasformava in un rilancio che, con le nostre torri difensive lanciate all’attacco, coglieva di sorpresa gli improvvisati centrali Sissoko e Marchisio, che si facevano bucare dall’inserimento centrale di Riise. Il norvegese filava tutto solo verso Gigi che non poteva far altro che buttarlo giù prendendo poi senza esitazioni la strada degli spogliatoi.
Di lì alla fine la partita si trascinava stancamente tra una Roma che dimostrava di non disdegnare il pari e i nostri sfibrati e sfiduciati che lottavano senza costrutto. Una dramma non può però avere un finale mediocre ed il dramma della Juve non può esser da meno ed allora ci pensava ancora Riise, all’ultimo minuto di recupero, a spedire in rete un lungo cross di Pizarro senza che un Brazzo improvvisato da Ferrara terzino, riuscisse nemmeno a dargli un po’ fastidio.
E’ difficile commentare una sconfitta come questa, che in un altro momento susciterebbe mille processi e che oggi, nello sconfortante panorama attuale in bianco e nero, pare quasi consolante. Di certo la società dimostrerebbe una straordinaria incoerenza nel levare oggi a Ferrara quella fiducia concessagli dopo le precedenti umilianti sconfitte. La coerenza però è talmente rara oggi che parrebbe quasi sorprendente.
Del fatto che l’incontro si sia giocato con la Curva Scirea chiusa per i cori razzisti contro Balotelli e del fatto poi che sui cori razzisti contro Sissoko, che due volte si sono sollevati dal settore occupato dai tifosi romanisti, non ci sia menzione su giornali e televisioni ho già scritto a parte.
I soliti cori razzisti
Giusto per la cronaca ieri sera all’Olimpico per due volte dalla zona dei tifosi ospiti si sono elevati i soliti cori razzisti nei confronti di Momo Sissoko. E’ successo nel primo tempo dopo un fallo di Momo su Totti ed è risuccesso nella ripresa quando il maliano si è beccato brevemente con Perrotta in occasione del rigore assegnato alla Roma.
Vedremo che decisioni il giudice sportivo prenderà : multe, squalifiche, partite a porte chiuse o nulla di tutto ciò? Scommeterei sull’ultima ma sono sicuro che faranno di tutto per smentirmi…
Sicurezza e burrocacao
Ieri sera all’Olimpico di Torino ho avuto modo di notare come le misure di sicurezza vengano scrupolosamente fatte rispettare dai tutori dell’ordine dello Stadio. Al mio ingresso alla partita il Carabiniere di turno mi ha frugato le tasche e, trovando un pericolosissimo tubetto di burrocacao, me lo ha sequestrato. E’ infatti noto quali ordigni esplosivi, bottiglie molotov e altri pericolosissimi manufatti si possano realizzare con il burro e cacao; la più subdola è la preparazione improvissata di una tavoletta di cioccolato bianco con il quale percuotere i tifosi avversari. I Carabinieri, capendo la mia buona fede, sono stati miti e non mi hanno arrestato, nonostante il mio folle tentativo, ma la sicurezza è stata anche stasera salva.
Ovviamente, una volta dentro, ho potuto notare che i tifosi romanisti avevano potuto introdurre tranquillamente un discreto numero di bombe-carta e di razzi bengala con cui hanno fatto il solito tiro a segno nei confronti di steward e tifosi avversari come prima di loro tifosi napoletani e milanisti nelle scorse occasioni all’Olimpico. Rispetto ai tempi di Paparelli gli ultras romani hanno perso un po’ di mira e stavolta non è andato in ospedale nessuno, a differenza di quanto accaduto, ad opera dei più precisi tifosi partenopei, una diecina di giorni fa. Non sono mancati poi i soliti cori razzisti nei confronti di Sissoko, che però anche questa volta saranno misteriosamente sfuggiti all’ascolto di arbitro e suoi collaboratori.
Tutto questo però è comprensibile, perché l’emergenza della serata era tenere fuori dallo stadio il pericolosissimo burrocacao e le Forze dell’Ordine hanno vigilato affinché la serata potesse trascorrere nella massima sicurezza.
Il Corriere e i pregiudizi
E’ errore comune confondere l’indipendenza di un quotidiano con l’equidistanza. La prima proprietà significa avere una propria linea editoriale indipendente da pressioni esterne, dall’evoluzione di forze politiche ed economiche condizionanti. Ci si fanno pochi amici e molti nemici ed in un contesto come quello italiano, nel quale la rete fittissima di condizionamenti e alleanze reciproche tende a schiacciare chi ne sta fuori, si è votati ad un probabile triste destino. L’equidistanza significa invece semplicemente non avere un referente politico stabile ma subire condizionamenti in modo distribuito tra le diverse forze politiche, a seconda della loro consistenza e del loro potere di ricatto. Ovviamente la sequela dei veti incrociati fa sì che, in chi si autodefinisce equidistante, emerga alla lunga soprattutto una tendenza filogovernativa e, conoscendo lo stile editoriale dei giornali filogovernativi, non stupirà quindi che sul Corriere della Sera dell'”equidistante” De Bortoli esca un articolo come quello scritto da Giovanni Sartori (non certo un uomo schierato a destra tra l’altro) sul tema dell’integrazione dei immigrati musulmani. Il pezzo è un composto piuttosto informe di luoghi comuni, riferimenti storici imprecisi, considerazioni inconsistenti o decisamente errate. Tito Boeri ha pensato di rispondergli in un articolo che riportava dati molto interessanti, tra i quali ad esempio che la percentuale di extracomunitari che sposano italiani (buon indicatore della propensione all’integrazione) è molto alta e lo è anche tra i musulmani. Alla successiva risposta di Sartori, Boeri controrispondeva ancora ma questa volta De Bortoli decideva che, vabbé l’equidistanza, ma se poi dai troppo spazio a dati ed elementi troppo dissonanti rispetto a luoghi comuni ed opinioni diffuse dalle parti del banco del mercato, rischi di suonare estremista e quindi non equidistante; e così la lettera di Boeri non è mai stata pubblicata sul Corriere della Sera ed è stata diffusa dallo stesore via rete.
Mentre quindi il Corrierone si segnalava per la sua progressiva trasformazione in bollettino dell’ignoranza e del pregiudizio, io facevo un salto sul blog di Giuseppe Civati per scoprire questo interessantissimo documento che contiene un insieme di dati che smentisce in modo sintetico e brillante la maggior parte dei discorsi da scompartimento ferroviario su musulmani così come sugli immigrati in generale. Consiglio di stamparlo e tenerlo in tasca per sfoderarlo al prossimo viaggio in treno o il prossimo taglio dal parrucchiere, quando l’immancabile vecchietto leghista comincerà con la sua requisitoria contro emigrati e musulmani.
In ogni caso, ancora una volta, la pericolosissima Rete si è dimostrata più affidabile ed utile del più tradizionale dei quotidiani, meditate…
Er go’ de’ Turone
Da 30 anni in qua, quando ci si avvicina a Juve-Roma, non mancano le rievocazioni storiche sul celeberrimo “Gol di Turone” e anche quest’anno l’episodio è stato puntualmente riesumato. Per chi non conosca i fatti si trattò di un gol annullato alla Roma negli ultimi minuti dello scontro al vertice Juve-Roma del Campionato 1980-81, giocatosi a due giornate dalla fine, quando la Juventus era un punto avanti ai giallorossi. Negli ultimi minuti della partita sullo 0 a 0 e con la Juve in 10 per l’espulsione di Furino, la Roma segnò con un colpo di testa di Turone ma il guardalinee segasnalò il fuorigioco e l’arbitro Bergamo (quello che poi, diventato designatore, fu coinvolto in Calciopoli) annullò la rete. Quest’anno è persino uscito un libro del romano Massimo Zampini dal titolo “Er go’ de Turone” in rievocazione di tutto quello che quel gol ha provocato nell’immaginario del tifo romanista e italiano nei confronti della Juventus, soprattutto per la campagna stampa che lo ha circondato, tendente a passarlo alla storia come un errore arbitrale marchiano, incomprensibile, inaccettabile.
Qualche anno dopo, all’arrivo dei primi mezzi tecnici che consentivano di farlo, su RAI Due il giornalista di fede romanista Giorgio Martino propose una ricostruzione dell’episodio tendente a dimostrare che effettivamente Turone si trovava in posizione regolare, sebbene di pochi centimetri. Poco tempo dopo, il moviolista di RAI Uno (pare interista) Carlo Sassi smentì però il collega con una controricostruzione tendente a dimostrare che invece Turone si trovava effettivamente in fuorigioco.
In una serata di cazzeggio, nella rilassatezza che sono solito concedermi dopo aver passato un esame, ho provato, con opportuno uso di semplice software di elaborazione grafica, a cimentarmi anch’io in questa semplice analisi applicando le mie minime conoscenze in termini di prospettiva.
Ho preso il fotogramma dell’esatto momento in cui Pruzzo indirizza di testa il pallone verso il compagno che lo schiaccerà in porta. Ho inserito sul fotogramma delle rette immaginarie passanti per la linea di fondo (blu), per la linea dell’area di porta (rossa) e per il piede più avanzato di Turone (fucsia). Trovando un punto di intersezione tra le prime due linee ho individuato quindi il punto di fuga dal quale fare passare la terza (vedi figura sotto).

Ingrandendo il fotogramma si individua, tramite la retta fucsia, la posizione di Turone (il giocatore in alto a sinistra) che è senz’altro più avanti di Gentile (il giocatore che nel fotogramma si trova proprio a cavallo del dischetto del rigore).

Oltre la linea fucsia c’è invece apparentemente l’altro bianconero in mezzo all’area di rigore (Prandelli) la cui posizione però è falsata dal fatto che sta saltando di testa. Egli infatti, al momento del passaggio decisivo di testa di Pruzzo, si trova, come l’avversario, in fase aerea e quindi i piedi non sono proiettati sul terreno, condizione necessaria per poterne ricavare la posizione attraverso il metodo utilizzato. L’unico modo per ricostruire la presumibile posizione di Prandelli è quindi risalire ad un fotogramma precedente nel quale ancora i suoi piedi erano a terra. Sovrapponendo il fotogramma precedente a quello successivo si presume che anche la posizione di Prandelli potesse quindi essere al di qua della linea fucsia ed essere quindi il giocatore romanista in fuorigioco. Utilizzo il verbo “presumere” perché questa asserzione presuppone che Prandelli sia saltato in verticale o tuttalpiù in avanti, cosa peraltro estremamente probabile visto che l’attuale allenatore della Fiorentina salta per contrastare Pruzzo che è davanti a lui.

Per fugare ogni dubbio non guasta infine ricordare che ai tempi, differentemente da quanto accade oggi, il regolamento prevedeva che in caso di perfetto allineamento tra attaccante e difensore il primo fosse da considerarsi comunque in fuorigioco e quindi, in caso di dubbio, il fuorigioco andava sanzionato.
Insomma, tutto lascia pensare che, come spesso accade, la storia che ci hanno raccontato si sia basata su un errore di prospettiva. Non parlo tanto dell’allineamento delle telecamere ma quello del sistema mediatico, che già allora era affetto da forti sbilanciamenti. Il risultato di questo e di altri sbilanciamenti mediatici è poi che purtroppo la storia che viene fuori dai nostri media non è il racconto dei fatti ma delle emozioni (nella migliore delle ipotesi) di chi i fatti è stato incaricato di raccontare o degli interessi (nella peggiore) di chi lo ha incaricato di raccontarli.
Che ce ne importa di Craxi
Se un tale che non sa nulla dell’Italia leggesse i giornali ed ascoltasse i notiziari di oggi e dei giorni scorsi resterebbe probabilmente meravigliato nello scoprire che, in un momento di profonda crisi economica e sociale come quella presente, in un momento di tante emergenze nazionali e internazionali, un intero paese sembra tutto intento ad interrogarsi su quale giudizio morale esprimere su un politico di nome Bettino Craxi.
Costui si informerebbe e scoprirebbe che Craxi è morto ben 10 anni fa, latitante all’estero dove era fuggito per evitarsi alcune condanne definitive, che il partito di cui era segretario, che peraltro non è mai andato oltre al 15% dei consensi, sostanzialmente non esiste più, che i suoi figli hanno ruoli politici di secondo piano, che la sua eredità politica è piuttosto ambigua visto che era un socialista che piaceva fondamentalmente ai conservatori, che non è mai stato Presidente della Repubblica ed è stato Presidente del Consiglio solo una volta quando in Italia c’è chi è arrivato a 7, l’attuale capo del governo è già a 3 e pare non si voglia fermare. Scoprirerebbe per di più che lo stesso Craxi è stato a capo del governo del paese nel periodo nel quale il debito pubblico italiano è quasi raddoppiato, schiacciando come un macigno un’economia italiana che ancora non si è ripresa da allora. Non pochi rimproverano infine a Craxi di essere stato fautore della scelta anti-nuclearista che oggi molti in Italia considerano esser stata una sciagura. In sostanza ci sono tutti gli elementi perché di un personaggio simile si perda la memoria ed invece se ne parla oggi più di Garibaldi. Mi sono reso conto che se quel tale me ne chiedesse le arcane ragioni farei un po’ fatica a spiegargliele ma ho provato a trovare comunque qualche risposta.
Ho innanzitutto l’impressione che ciò abbia a che fare con quella grande illusione collettiva che è stata Mani Pulite, e col fatto che la sua suggestione ancora oggi sopravviva. Chi come il sottoscritto ha vissuto quegli anni nel pieno degli entusiasmi giovanili ricorda la passione rivoluzionaria che animava quei giorni e la speranza che ci scuoteva. Una classe politica che aveva saccheggiato il paese finalmente era messa di fronte alle sue responsabilità che erano politiche molto prima di essere penali. La caduta del muro aveva liberato le coscienze di molti di noi dall’ansia che scelte troppo drastiche potessero mettere in pericolo la nostra democrazia ed eravamo convinti che quello e solo quello ci avesse trattenuto fino ad allora dallo smascherare i sordidi affari di chi ci governava. Scoprimmo lentamente che non era così e la svolta con la quale molti iniziarono a riempire di distinguo le stesse pagine degli stessi giornali sui quali fino a poco prima attaccavano il sistema in modo così giacobino, ci fece pensare che la svolta in cui speravamo sarebbe stata più difficile del previsto. Ci fu poi la discesa in campo di Berlusconi, la lenta virata della Lega che da partito dei giudici divenne loro acerrimo nemico e quanto ne seguì.
Oggi c’è una parte maggioritaria del paese che ha pienamente assorbito lo strappo di allora e che ha smesso di nutrire la benché minima speranza di un paese migliore, spera solo che qualcuno sappia estrarre, dal paese che abbiamo oggi, il meglio che può offrire e tenerci a galla fino a che sarà possibile, rassegnandoci magari ad un lento declino, sempre preferibile al rischio di disfacimento del tessuto sociale del paese. C’è la convinzione che corruzione diffusa e connivenze ambigue con aree oscure del paese sia un dato ineliminabile, perché connaturato al tessuto sociale del paese e combatterlo sia una battaglia contro i mulini a vento. Questa visione tuttavia è solo lievemente maggioritaria nel paese e per unire il paese sotto la bandiera della restaurazione, ha bisogno di stravincere la battaglia contro il paese minoritario, quello che continua idealmente Mani Pulite, quello che “o si cambia o si muore“. In quest’ottica Craxi è un simbolo, un simbolo perché è stato grossolanamente individuato come il capo della banda nella retorica di Mani Pulite e perché si suppone che riabilitando lui si possa liquidare definitivamente il fenomeno come un irrazionale moto di popolo. Affossando lo spettro di Mani Pulite si affosserebbero anche le speranze di chi ancora in quel presunto moto di popolo riconosce la tensione ad un paese più civile, più efficiente, più moderno e si potrebbe cercare di riprendere in modo condiviso una strada più “modesta” sulla strada dello sviluppo, accettando di convivere con i mali profondi della società italiana. L’ala del PD che è più vicino a questa visione è arrivata, con l’elezione di Bersani, a capo del partito e sta lavorando in quest’ottica, strizzando l’occhio al PdL, da sempre su queste posizioni un po’ per ideologia conservatore, un po’ per i guai in cui il capo è incorso. L’elettorato del PD e di sinistra in generale pare ancora piuttosto freddo, ma la sensazione di accerchiamento comincia a pesare.
Oltre a questo orizzonte più generale c’è, come di consueto, qualche interesse specifico sempre di carattere simbolico. Non sfuggirà ad un osservatore mediamente attento come la maggior parte dei commenti autorevoli su Craxi siano all’insegna del: “E’ stato comunque un grande statista” senza necessariamente affermare con ciò che sia stato vittima di una persecuzione giudiziaria. E’ un po’ come riaffermare in altra forma che il valore politico o qualunque altro merito, vero o presunto, possa cancellare le eventuali responsabilità giudiziarie; è come dire che le capacità siano, in un giudizio morale complessivo, più importanti dell’onestà . E’ un concetto che abbiamo sentito molte volte più o meno velatamente trapelare dalle parole dei difensori di Berlusconi e con il quale si giustificano le più sfrontate leggi ad personam. Probabilmente la speranza è che, applicandolo su qualunque casistica, a lungo andare diventi un modo di pensare totalmente interiorizzato dagli italiani. La discussione su Craxi è perfettamente funzionale a questo.
Nel frattempo ciò che indiscutibilmente accade è che, come testimonia Le Monde, la visione che si ha all’estero di noi è di un paese che ha perso completamente di vista taluni valori e questo non migliorerà certo l’opinione che dell’Italia già oggi si ha, come di paese sempre più afflitto da corruzione e malaffare, opinione che Transparency ribadisce ormai da anni. Al di là di questioni di orgoglio nazionale ciò non fa per niente bene alla competitività della nostra economia e questo non può, credo, far piacere a nessuno.

