Alla riscossa!
Ci sono volte che seguire una partita dagli spalti costa così tante energie che pare di essere in campo a giocare con i propri paladini e la giornata che ha segnato la prima vittoria dopo un mese della Signora è una di quelle. Tanti sono stati i ribaltamenti sul campo, nel risultato e nelle emozioni che si sono avvicendati all’Olimpico.
L’inizio era ancora più mesto della mestizia che aveva ricoperto le ultime esibizioni casalinghe (tre sconfitte ed un orribile pareggio): il Genoa imperversava sul campo e finiva anche per fare gol, mentre sugli spalti il pubblico della Curva Nord sembrava di nuovo intento principalmente a scambiarsi con i colleghi genoani bombe carta a ripetizione. Alla fine il risultato come al solito è che ci rimetteva uno che non c’entrava nulla, ovvero un poliziotto che finiva in ospedale. Forse se l’arbitro avesse sospeso la partita ai primi botti, come sarebbe stato doveroso, il poliziotto in oggetto se ne sarebbe tornato a casa tranquillo Domenica sera ma lo spettacolo deve continuare (che spettacolo poi?) ed ecco un’altra vittima della violenza cieca e della stupidità non solo di singoli delinquenti da stadio ma del sistema calcio nel suo insieme.
La partita si trascinava con la Juve che girava attorno al solito disperato Diego, disperato perché si muove, si agita, cerca palloni ovunque, ma attorno a sé il movimento è poco ed inefficace ed una giornata decisamente sottotono di Momo non aiutava. Alla fine però, come sempre in questa stagione, Martin saliva in cattedra e nel suo ruolo nuovo nuovo di centrocampista di destra cresce di minuto in minuto fino al cross che permette ad Amauri di salire in cielo come ai bei tempi e castigare Amelia. La Juve si riscuote, inizia a macinare gli avversari, l’impegno è totale, la determinazione feroce, la confusione ancora ben oltre la misura. All’intervallo si sentono, per la prima volta dopo secoli, perfino degli applausi. Il secondo tempo ricominciava con un super Martin, un Diego che dettava gioco e perfino Del Piero sembrava rinato ed era proprio il Capitano a sradicare la palla dai piedi di Mimmo Criscito, invogliare Diego ad una raffinatezza, ed andare a depositare in porta un gol splendido. Sembrava festa grande ma quando ancora si stava applaudendo il duetto Diego-Alex, Buffon si faceva prendere dall’entusiasmo e su un tiraccio di Mesto si faceva sfuggire il pallone: sarebbe stata solo una piccola imperfezione se Marco Rossi non avesse avuto un tempismo straordinario e non fosse riuscito ad anticipare il recupero del pallone di Gigi. I ragazzi però non si perdevano d’animo, si ripartiva subito: Diego, Martin, Alex, Amauri sembravano davvero nella giornata giusta ma segnare ancora sembrava un’impresa davvero oltre le forze. Giungeva però il momento del greco Papastathopoulos (cognome così lungo da costringere il tabellone ad usare un altro font rispetto a quello standard) che risolveva lui la partita allungando la gambetta proprio mentre Del Piero, scattato un centimetro più in qua della linea del fuorigioco, gli stava passando davanti, con ovvio aggancio e fallo da cui il rigore decisivo che il Capitano trasformava. E’ difficile vedere una squadra di fronte ad un rigore concesso a dieci minuti dalla fine accettare così sportivamente la decisione dell’arbitro eppure il Genoa così faceva: una bella scena in una giornata così scura per il calcio. Peccato che poi negli spogliatoi si scopriva che il fallo era fuori area (in campo non se n’era accorto nessuno) ed allora Gasperini, il tecnico genoano, si lanciava in una requisitoria contro l’arbitro Mazzoleni e soprattutto contro Del Piero, accusato di simulazione in modo talmente scorretto e pretestuoso da far pensare che Gasperini possa anche essere un grande allenatore ma un uomo troppo piccolo per essere il prossimo allenatore della Juve.
Di lì alla fine non succedeva più quasi nulla ma la paura che ancora la porta bianconera si potesse aprire agli avversari era tanta da lasciare fino all’ultimo una tensione palpabile.
Sì, lo so, è una vittoria fortunosa, giunta al termine di una gara a tratti inconcludente e anche grazie ad un errore dell’arbitro Mazzoleni, peraltro in stato confusionale per tutto l’incontro. Tuttavia è oro per una squadra che deve ritrovare soprattutto la tranquillità di poter sbagliare, perché solo prendendosi il rischio di sbagliare si possono compiere grandi imprese: il magico colpo di tacco di Diego che ha propiziato il primo gol di Del Pierone è l’emblema di tutto ci.
Baciami ancora
Quello che dà un senso ai giorni di ognuno noi, quello che dà un indirizzo, che lo sottrae al succedersi squallido dei giorni, alla lenta ed inarrestabile decadenza, è rappresentato da quelli che si definiscono “sogni” ed in cui non rientrano solo ciò che l’amore ha lasciato in noi ma anche desideri, ambizioni, progetti. Un giorno poi accade che con l’avvicinarsi ai quarant’anni i primi capelli grigi e le prime rughe ti ricordano che il tempo passa per tutti, e quindi anche per te, ed allora scopri che tanti di quei progetti che avevi non li hai realizzati, che il percorso di vita che avevi previsto è stato stravolto, che troppe deviazioni ti hanno portato da tutt’altra parte e non sei felice quanto avevi sperato di essere alla fine di quel percorso. Allora cominci a fare e a disfare, a guardare con crescente insoddisfazione al punto dove sei arrivato e con crescente rimpianto a dove avresti potuto arrivare. Poi un giorno ti decidi ad imboccare una strada e, quale che sia la strada che hai preso, ti ritrovi ad essere finalmente libero dal giogo insopportabile dei progetti ed a vivere finalmente in modo sereno. Tutto questo e un po’ d’altro ho trovato nel film “Baciami ancora”.
Partendo da queste basi Muccino allestisce una commedia piacevole, nella quale però i cliché dei litigi isterici, degli slanci di passione, del marito geloso e cornuto, delle corse sotto la pioggia, sembrano un po’ troppo abusati per rendere il film qualcosa di più di una pellicola di facile presa. Muccino non manca di proporci l’Accorsi instabile e paranoico di sempre e spreca Favino in un ruolo di macchietta che non fa giustizia alle sue capacità . In definitiva un film che si può vedere ma che si può anche perdere, specie se, a differenza del sottoscritto, non si è quarantenni.
L’amante infedele
Quante relazioni sentimentali sono suggellate da patti di fedeltà regolarmente disattesi e regolarmente rinnovati nella più totale fiducia reciproca? L’amante infedele ritorna dalla sua compagna o dal suo compagno promettendo che non succederà più, che sono state le circostanze, che che è dipeso da altri, che lui o lei è genuinamente fedele. L’amante tradito guarda il suo partner con sospetto, con paura, ma alla fine si ributta tra le sue braccia.
Gli italiani sono un po’ come quegli amanti traditi alle quali vengono promessi da un quindicennio almeno riduzioni fiscali; promesse puntualmente disattese tranne riduzioni minime ed occasionali. Da una parte c’è la coalizione perennemente berlusconiana (ormai il concetto di destra e sinistra mi pare poco adatto a fotografare la situazione politica italiana) che con cadenza periodica accende i cuori dei contribuenti (come fatto recentemente per l’ennesima volta) promettendo riforme fiscali radicali con riduzioni abissali delle aliquote IRPEF, dall’altro c’è la coalizione avversa, destinata su questo come su altri ambiti ad inseguire le promesse fatte dall’altro versante, poi puntualmente disattese e altrettanto puntualmente dimenticate dagli elettori italici, probabilmente grazie al lavaggio del cervello operato dai media. Il bilancio di sedici anni di tradimenti è impietoso nei confronti della classe politica fedifraga ma soprattutto nei confronti degli italiani cornuti.
[TABLE=4]
Come si vede in figura (pagina 6 dei dati ISTAT) le fluttuazioni della pressione fiscale è stata -0,7% nei 5 anni 1996-2001 di governo dell’Ulivo, +0,8% nei 5 anni di governi Berlusconi tra il 2001 e il 2006, e di nuovo +0,8% nei 2 anni 2006-2008 dell’ultimo governo Prodi. Praticamente bazzecole, legate più alle fluttuazioni congiunturali che ad un effettiva modifica delle aliquote. Scorrendo gli archivi dei giornali online si ritrovano una sfilza infinita di annunci di riduzioni fiscali, di semplificazione, di riforma complessiva, ad opera di Berlusconi, Tremonti e soci, mai attuati. Dei buoni motivi ci sono stati sempre: la congiuntura, il debito pubblico, la poca collaborazione del resto della coalizione di governo, ma alla fine la pressione fiscale è rimasta la stessa.
Intendiamoci: quella della poca collaborazione del resto della coalizione è una scusa che non sta in piedi, ma le altre sono ragioni piuttosto valide: per ridurre le tasse senza rischiare il default vanno tagliate le spese e tagliare le spese significa o danni al paese (vedi tagli a scuola e università ) o danni a prebende e clientele che portano voti, in periodo poi di crisi sarebbe necessario spingere l’economia con nuovi investimenti e una riduzione fiscale diventa quantomai inopportuna. Il problema non è però di capire se hanno fatto bene o meno Berlusconi e Tremonti a non ridurre mai le tasse e perché non l’hanno fatto, su questo il discorso sarebbe lungo e senza certezze, ma quello che non si capisce è come mai hanno continuato a prometterlo per sedici anni, rimangiandosi puntualmente la parola data, senza perdere di credibilità , senza che nella mente degli italiani sia balenata l’idea che li stiano prendendo in giro. Ingenuità ? Una sorta di Sindrome di Stoccolma? Necessità di vivere di illusioni talmente urgente e forte da renderli ciechi? Ci vorrebbe un trattato di sociologia per spiegarlo…
L’Europa sconosciuta
Leggevo su La Stampa di Sabato il Buongiorno di Gramellini, che aveva per argomento la decadenza europea, e mi tornava alla mente una riflessione di qualche giorno addietro, fatta allorché mi era sembrato di scorgere, in un filmato su Euronews, il volto del Presidente dell’UE Herman Van Rompuy. Ho scritto “mi era sembrato” perché solo in quel momento mi sono reso conto che, pur guardando spesso notiziari su tv o Internet, avevo seri dubbi sulle esatte fattezze del personaggio in questione. Mi sono reso conto che, contrariamente a quanto accadrebbe per il più infimo sottosegretario in questi mesi non c’è stato una trasmissione, un approndimento, un articolo o un servizio del telegiornale sul personaggio in questione. Sarà anche poco carismatico, una presidenza debole come qualcuno l’ha definita, eppure c’è: a giorni ha convocato un vertice dell’UE per discutere gli scottantissimi temi della crisi economica, che potrebbe decidere del destino di paesi come Grecia e Portogallo, eppure nessuno ne parla, non sappiamo nemmeno che faccia ha, chi è, cosa ha fatto prima, se ha delle barche o delle ville in Sardegna, se ha la passione del golf o del modellismo. In realtà scopro che Van Rompuy scrive haiku: uno dice “I capelli volano nel vento, dopo anni c’è ancora vento, ma sfortunatamente non più capelli“. Non sembrano capolavori per carità , ma rispetto a Bondi siamo già un gradino sopra. Eppure questo signore non ha su tv e giornali italiani lo spazio che avrebbe un mediocre presidente di provincia.
Perché non se ne parla? Perché quello del nostro Presidente è un volto che i nostri media lasciano nell’oblìo? Provincialismo? Ignoranza? Paura di perdere potere da parte dei potentati politici nazionali? Questo e molto altro probabilmente, ma non c’è nessuna possibilità che ci sentiamo europei, che crediamo nell’Europa, che ci convinciamo che l’Unione Europea è l’unica speranza che abbiamo di arrestare il declino di un continente, se non ci vien detto nemmeno che esiste.
La svolta di De Bortoli
Vi ricordate il De Bortoli direttore del Corriere tenace avversario del giornalismo d’assalto pronto ad “assecondare la campagna scatenata contro il premier“? Vi ricordate quando si mostrava solidale nei confronti di chi nutriva un “profondo senso di ingiustizia nel vedere l’immagine internazionale del nostro Paese messa così ingiustamente alla berlina“? Le persone intelligenti sanno però cambiare opinione e così sembra aver fatto De Bortoli, assecondando invece la campagna contro Di Pietro scatenata nelle ultime settimane dai giornali di casa Berlusconi (Libero e Il Giornale) e pubblicando quindi un interessante articolo corredato da foto in cui riferisce della presenza di Di Pietro nel Dicembre del 1992 ad una cena nella quale era presente ed addirittura seduto al suo fianco nientemeno che Bruno Contrada, funzionario del SISDE che di lì a poco sarebbe stato incastrato come fiancheggiatore di Cosa Nostra. Ho l’impressione che all’immagine internazionale del nostro paese non faccia molto bene il fatto che un giornale, che un tempo era considerato il più autorevole quotidiano italiano, dia credito all’ipotesi che il governo americano tramasse, insieme alla Mafia, per abbattere il partiti al governo in Italia ma forse anche su questo De Bortoli ha cambiato idea.
Non entro nel merito della teoria che circola in questi giorni per la quale Di Pietro, quale rappresentante della magistratura, stava tramando con la CIA per abbattere la classe politica italiana, consegnando il paese agli ex-comunisti con la benedizione di George Bush senior: ovviamente mi pare il parto di una mente malata ma non mi pronuncio oltre, giusto per non dovermi rimangiare tutto il giorno in cui appaia sul Corriere una foto nella quale Bush, Di Pietro, Provinzano e Achille Occhetto, in un vicolo dei bassifondi di Brooklyn, stringono l’oscuro patto. Mi sono però permesso di analizzare l’articolo di cui sopra, a firma Felice Cavallaro, per evidenziarne lo stile davvero ragguardevole. Si parte da una foto, si accenna appena che la cena era organizzata dai Carabinieri di Roma e che nulla, oltre l’essere seduti vicini, fa pensare che Contrada e Di Pietro si conoscessero o familiarizzassero. Quindi qual è la notizia? Forse che Di Pietro non abbia raccontato in giro di essersi trovato a cena con un tizio, all’epoca funzionario del SISDE, che successivamente sarebbe stato accusato e condannato per collusioni con la Mafia? Mah… Non è chiaro. E’ chiaro invece che nell’articolo si fa riferimento di continuo al tentativo di far sparire le foto che forse potrebbe essere l’elemento più torbido della vicenda ma non viene detto da nessuna parte chi e come avrebbe ordito questo disegno e, pur lasciando intendere che Di Pietro sarebbe stato il committente, ciò non viene esplicitato da una parte lasciandolo intendere al lettore, ma senza dall’altra esporsi a smentite o denunce. Per il resto l’articolo è scritto tutto in uno stile articolato e poco chiaro che pare fatto apposta per dire e non dire. Mirabile è il mettere in mezzo un esponente di una società investigativa americana, The Kroll, tanto per adombrare la pista CIA senza però, anche in questo caso, esplicitare il sospetto. Dopo la reazione di Di Pietro ci si aspetterebbe che la cosa finisca lì. Ed invece segue un secondo articolo ancora più curioso: questa volta l’argomento è un tal ingegner Bianchini (in realtà mai laureato e questo è già un elemento che sa di torbido) che avrebbe promesso all’allora segretario dell’IDV Di Domenico finanziamenti da parte di uomini d’affari americani. Bianchini fu quindi messo in lista ma non eletto, cosa che fece tramontare l’incasso dei grossi finanziamenti compreso un assegno che pure il falso ingegnere aveva già staccato. La cosa straordinaria è che l’articolo, pur citando Di Pietro di continuo, non indica alcun ruolo che il leader dell’IDV avrebbe avuto nella negoziazione (se non quello di chiedere a Di Domenico di contattare il Bianchini), nella quale comunque non si individua alcun reato né altro elemento squalificante. L’unica colpa che l’articolo attribuisce a Di Pietro è di aver dimenticato questo viaggio perché in un’intervista avrebbe detto giorni fa di non essere mai stato in America con Di Domenico mentre un’altra foto allegata all’articolo lo inchioda alla sua smemoratezza. Specifico che il viaggio in questione sarebbe avvenuto nel 2000 quando la carriera di magistrato era da tempo finita, ma viene comunque bene tirare di nuovo in ballo l’America per accreditare ulteriormente la “pista CIA”.
Quello che mi vien da chiedermi, al di là del sarcasmo, è perché un quotidiano che ha ancora una parvenza di credibilità pubblica articoli palesemente inconsistenti che appaiono anche ai più ingenui solo siluri contro una forza politica in piena campagna elettorale? Evidentemente in un contesto in cui la credibilità di Libero e Il Giornale è scesa sottozero, serviva una sponda più credibile alla campagna in oggetto, probabilmente considerata importante, e De Bortoli ha deciso di offrire quella sponda. Lo ha fatto con una certa discrezione ma lo ha fatto, a costo di diventare la parodia del direttore “equidistante” che pretendeva di essere.
Come scrissi qualche giorno fa, nell’Italia di oggi i giornali che provano ad essere indipendenti forse finiscono male, ma quelli che provano ad essere equidistanti prima o poi finiscono sicuramente berlusconiani.
Ho sopravvalutato Gramellini
Ho una grande stima per Massimo Gramellini, giornalista che ritengo dotato di intelligenza non comune e soprattutto straordinaria capacità di penetrare le contraddizioni del nostro vivere, dei nostri valori, delle nostre abitudini, delle nostre convinzioni più o meno radicate. Avevo trovato di una genialità fulminante il suo “Buongiorno” dal titolo “Se questo è un uomo” in cui, in quello che pareva un volo di fantasia, ipotizzava un Berlusconi-Benigni che andava a raccontare ai frati di Betlemme una barzelletta sulla Madonna che avrebbe preferito una femminuccia. Ho trovato questa immagine esilarante e, sentita alla radio mentre facevo colazione, l’ho interrotta travolto da una fragorosa risata. Sono rimasto ammirato: per quanto stimassi già Gramellini ancora non credevo riuscisse a riassumere così bene la realtà da immaginare qualcosa di così paradossale ed inverosimile, ma in fondo in linea con i suoi contorni, come se si limitasse ad increspare i contorni che la realtà ci propone, ma mantendendone perfettamente le proporzioni. Poi ho sentito i notiziari, o almeno quelli che riportano queste notizie, ed ho scoperto che era tutto vero, che davvero l’aveva fatto, che davvero il nostro buffonesco capo del governo aveva raccontato ai frati di Betlemme una barzelletta sulla Madonna.
Ho sopravvalutato Gramellini sì. Ma forse l’ho sopravvalutato soprattutto perché ho il terribile difetto di sopravvalutare la realtà .
Welcome
Ci sono volti che da soli raccontano una storia e, alla fine di Welcome (ultimo film di Philip Lioret), mi pareva che solo nel volto scavato e vissuto di Vincent Lindon avrebbe potuto farsi sentire in tutta la sua forza dirompente, per tutti i 110 minuti del film, il travaglio che un continente vive di fronte al problema dell’immigrazione. Nei sentimenti di Bilal, il giovane curdo che vuole raggiungere l’Inghilterra a nuoto, c’è solo un po’ più di romanticismo rispetto a quelli di ognuno dei milioni di persone che cercano di raggiungere l’Europa, ma c’è la stessa disperazione e lo stesso bisogno di aiuto. E qui entra in scena l’homo europeus, così imbevuto di cultura cristiana dalla Scandinavia a Lampedusa, da soffrire dall’un lato con loro, da partecipare emozionalmente alle loro disavventure, ma che poi dall’altro lato crede di essersi guadagnato, probabilmente proprio grazie a quella stessa cultura cristiana, un benessere che ha paura di perdere spartendolo con altri.
Proprio mettendo il dito nella piaga di questa contraddizione irrisolta l’istruttore di nuoto Simon (Lindon) riscatterà il suo fallimento e ritroverà la sua autenticità perduta trasmettendo un messaggio ai milioni di persone che vivono senza capire da che parte stare, nei quali il conflitto tra solidarietà e egoismo si combatte ogni giorno, che per paura di perdere la propria identità , distruggono i valori che compongono quell’identità stessa.
L’intuizione più geniale del film di Lioret è forse proprio nell’immagine dello zerbino sul quale sta scritto “Welcome”, dando il titolo al film, e che in una sola inquadratura mi ha trasmesso la contraddizione lacerante dell’Europa di oggi.
Il riscaldamento globale
E’ passato circa un mese dalla conclusione del vertice di Copenhagen dove i grandi della terra sono riusciti con grande fatica a trovare un accordo su quanto il mondo farà per combattere il riscaldamento globale. Si tratta di un accordo molto al ribasso che l’Unione Europea ha criticato per la sua inconsistenza anche perché si tratta di un lettera di intenti non vincolante.
Mentre accadeva tutto ciò l’Italia era coperta da una fitta coltre di neve ed Il Giornale ne approfittava per rivitalizzare la sua campagna contro il razionalismo moderno proponendo la logica: “Fa freddo quindi il riscaldamento globale è una bufala”. Lo stesso quotidiano dava poi la parola a Franco Battaglia, famoso per il suo paragone tra ambientalismo e nazismo, che ribadiva che le ragioni antropiche del riscaldamento globale sono una bufala, facendo uso di argomentazioni già ampiamente smentite in passato. Perfino la divulgazione di alcune e-mail che erano trapelate, a seguito di un’operazione di hacking, dall’istituto Climatic Research Unit di Norwich, aveva surriscaldato nella rete il cuore dei serrascettici, solo perché contenevano affermazioni che lasciavano intendere che alcuni dati a sostegno delle cause antropiche del global warming potrebbero esser stati gonfiati ad arte, potrebbero perché ciò si basa sull’intepretazione di alcune frasi e di alcune parole. Pohi giorni orsono poi il Presidente (credo a vita) della Regione Lombardia Roberto Formigoni ha lanciato anche un ballon d’essai con alcune frasi sprezzanti nei confronti dei “catastrofisti del riscaldamento globale” che sembra fatto apposta per verificare la possibilità di importare il serrascetticismo in politica. L’obiettivo era probabilmente capire se quello che il resto del mondo ritiene assodato in Italia può diventare convinzione minoritaria di pochi estremisti, cosa della quale non mi stupirei.
In realtà non si tratta di un tentativo così velleitario: la comunità dei serrascettici è abbastanza nutrita e spesso denota una veemenza nel sostenere le sue argomentazioni che pare insolita per una teoria scientifica che raccoglie il consenso quasi unanime della comunità scientifica. Difficile individuarne i motivi: qualcuno avrà pure degli interessi in merito ma sicuramente la maggioranza dei serrascettici è sinceramente convinta delle sue tesi, forse perché siamo comunque talmente intrisi di positivismo che chi arresti il libero progresso della società si guadagna comunque l’ostilità di molti.
Personalmente non ho certo le competenze scientifiche per entrare nel merito dei temi in discussione e dare ragione agli uni o agli altri, anche se vi invito a leggere su noisefromamerika.org un articolo sul tema, forse il più completo che mi è capitato di trovare. Mi è però abbastanza chiaro che il mondo non è né ricostruibile in laboratorio, né simulabile al computer. Ragion per cui tutto quello che la comunità scientifica può fare sull’argomento è formulare ipotesi e trovarsi attorno a quelle che appaiono più sensate. Non avremo quindi mai la certezza che il riscaldamento globale sia determinato dall’opera dell’uomo ma nemmeno le certezza contraria ed anche se, riducendo le emissioni la temperatura si riabbassasse, qualcuno potrebbe sostenere anche in quel caso che è stata solo una coincidenza. Tutto quello che quindi possiamo fare è fidarci della comunità scientifica (o almeno della stragrande maggioranza di essa) che ci suggerisce che siano le emissioni di CO2 umane a determinare questo fenomeno e ci indica quindi come impellente la sua riduzione. La riduzione delle emissioni di CO2 potrebbe avere interessanti risvolti in termini di conversioni ad energie rinnovabili o comunque a minori impatti in termini di emissioni inquinanti ed anche la possibilità di ricavare energia dal sole, dal vento o dal calore terrestre, risorse sufficientemente diffuse sul globo, ridistribuirebbe le fonti di energia tra le diverse zone geografiche in un maniera della quale paesi come l’Italia avrebbero indubbiamente a giovarsi. La cosa ha dei costi, indubbiamente, ma se proviamo a chiederci che costi sta avendo il riscaldamento globale ci diciamo che forse, anche se non siamo certi al 100% che basterà ridurre le emissioni, conviene almeno provarci.
Siamo come su un’auto lanciata contro un muro: non sappiamo con certezza se tirare il freno basterà ad evitare l’impatto, ma siccome frenare è l’unica cosa che possiamo fare, appare privo di senso chiedersi se val la pena di consumare i freni.
Un intellettuale
Da quando la destra italiana si è raccolta attorno ai poli berlusconiano e postmissino un tarlo ha sempre roso i suoi esponenti. La schiacciante prevalenza della sinistra all’interno del mondo della cultura è un fatto che rimane a costoro decisamente indigesto: attori, cantanti, scrittori sono quasi regolarmente di simpatie più o meno marcate per la sinistra. La componente solidaristica e quella progessista si fondono in un comune disprezzo per il modello che Berlusconi incarna. Dopo lunga ricerca è al fine emerso, quale massimo esponente artistico della cultura di destra, Luca Barbareschi.
Non è un granché in realtà : prima della svolta politica era un attore di secondo piano ma, a forza di spintarelle, compresa una candidatura ed elezione in Parlamento, di cui l’attore si ben guardato dal frequentare gli scranni, Barbareschi si è guadagnato ruoli in una discreta lista di produzioni televisive ma soprattutto uno show in prima serata su La7, pur con ascolti da notte fonda, dal titolo Barbareschi Sciock. Visto che se il talento non lo si ha lo si può sempre copiare, Barbareschi ha pensato bene di prelevare un po’ di battute per il suo show dal blog satirico Spinoza.it, sottoposto a licenza Commons Creative, senza evidentemente dare troppa importanza a quelle strane scritte poste in fondo alla pagina. Gli autori del blog hanno pensato bene di rendere la cosa pubblica e Barbareschi ha reagito allo sputtanamento in modo ancor più goffo. In particolare ho trovato impagabile la frase: Â«àˆ buffo che Internet possa prendersi il diritto di saccheggiare contenuti qua e là e se invece io porto Internet su un mezzo generalista come la Tv mi si rinfacci il diritto d’autore». Di corbellerie ne ho sentite a proposito della Rete ma la antropomorfizzazione di Internet mi mancava ancora. Probabilmente, a forza di sentir parlare di Internet, Barbareschi ha iniziato a pensare che Internet sia una persona in carne e ossa, o magari un essere informe, con molte mani, molti piedi, perfino diverse proboscidi. E’ bello pensare a come deve essere il mondo visto attraverso la mente semplice di questo personaggio. E’ meno bello pensare che questo è considerato un intellettuale…
Un uomo che se ne va
Ieri la storia di Ferrara allenatore della Juve è giunta alla conclusione che tutti si aspettavano. Non c’è molto da dire in merito. Non trovo abbiano valide ragioni per lamentarsi né coloro i quali considerano la soluzione tardiva né coloro i quali accusano la società di non aver rinnovato la fiducia a Ciro. Come altre volte ho scritto, non è proficuo per una società di calcio mandare via un allenatore alle prime difficoltà senza avere una valida alternativa. Quand’anche il tentativo riesca è in genere perché semplicemente le sconfitte erano dovute a sfortuna o situazioni contingenti ma la squadra era ben impostata. Quando però la serie di risultati negativi acquisisce dimensioni storiche, quando la crisi diventa sfascio non è nemmeno ragionevole assistervi senza intervenire in modo drastico. Le colpe di tutto ciò, come già scritto, sono vaste ed essersi trovati a lottare per l’ultimo obiettivo dell’anno, la Coppa Italia, sostanzialmente in 10 contro 11, dopo l’infortunio di Momo, ne è l’esemplificazione. Zaccheroni non porterà certo novità sconvolgenti e forse non ha la personalità per imprimere la svolta risolutiva che auspichiamo, ma è comunque un segno di vita della società che la squadra non può che recepire positivamente. Anche l’ottimo esordio di Candreva di Giovedì sera è un altro elemento che fa ben sperare.
In questi giorni il gotha del giornalismo anti-juventino si è scatenato per mettere alla graticola la dirigenza, rea di comportarsi in modo scorretto nei confronti di Ferrara. Perfino Mourinho, avvoltoio come non mai, ha subito approfittato della situazione per guadagnarsi un altro po’ di spazio mediatico. In un calcio nel quale è all’ordine del giorno che i presidenti licenzino dopo due sconfitte di fila l’allenatore dichiarandolo incapace e incompetente, nel quale Mancini vinse addirittura uno scudetto (quello scippato alla Roma) già sapendo che avrebbe fatto le valigie, solo alla Juventus può capitare di essere attaccata in queste condizioni. C’erano tutte le premesse perché Ciro ne potesse approfittare, potesse fare la vittima, il perseguitato, recriminare come Ranieri fa ogni volta che apre la bocca. Invece lui ha sempre, con coerenza e onestà , rivendicato il diritto della società di fare le sue scelte, ha rivendicato il suo status di professionista che lo mette nelle condizioni di essere retribuito dovutamente e di pagare conseguentemente anche i suoi insuccessi in un do ut des che lascia poco spazio a vittimismi. In un mondo di personaggi strapagati e strapotenti che giocano a fare la vittima del sistema c’è stato un uomo che non ha perso la sua onestà e la sua correttezza anche in frangenti che devono essere stati difficili per lui. Peccato che quell’uomo se ne sia dovuto andare, non sempre i migliori sono anche i più bravi. E questa in fondo è una delle cose del mondo che meno ci piacciono.
