Il precario equilibrio del razzismo
Ieri, per la prima volta in Italia, gli immigrati sono scesi in piazza a manifestare per i propri diritti. E’ una novità ed è strano che lo sia perché è da anni che i diritti di questi signori vengono calpestati. Lavorano per noi, collaborano alla produzione del 9% del PIL, pagano le tasse, ma per contro: non votano, sono costretti se perdono il lavoro a tornare in paesi dai quali si sono allontanati magari decine di anni fa, i loro figli non hanno diritto alla nazionalità nel paese in cui nascono, spesso non hanno diritto nemmeno a luoghi in cui professare la loro religione… Vivono in una condizione non troppo dissimile da quella in cui vivevano gli afroamericani nell’america di Martin Luther King. Perché tutto ciò? Come è possibile? Si può spiegare solo con il cieco egoismo degli italiani e con la scarsa capacità di aggregazione degli immigrati?
Il problema è che l’organizzazione sociale della società capitalistica ha sempre e comunque bisogno di una categoria sociale strutturalmente subalterna. Una volta era la stessa società a produrre quella barriera grazie ad eredità storiche di arretratezza ed ignoranza. Poi l’istruzione obbligatoria ha fatto progressivamente cadere le barriere tra classi sociali e la società europea si è rimescolata creando un vuoto in fondo alla scala sociale che gli immigrati stranieri sono venuti inconsapevolmente a colmare.
Paraddosalmente chi nega a costoro i loro diritti lo fa per paura, per ignoranza, per sfiducia ma assolve inconsapevolmente ad una funzione di barriera sociale, consentendo di perpetuare un sistema di sfruttamento simile a quello che vigeva nell’America post-schiavista nei confronti degli afroamericani e che il razzismo sosteneva, reagendo ad ogni ipotesi di integrazione.
Il giorno in cui nelle società europee contemporanee la barriera di pregiudizio, sfiducia, intolleranza cadesse, il giorno in cui riconoscere agli immigrati i loro diritti non fosse più eresia, l’integrazione sociale si compierebbe e non succederebbe nulla di straordinario dal punto di vista culturale: gli immigrati si integrerebbero semplicemente nel tessuto sociale esistente.
Il problema vero che si porrebbe è che a quel punto non vi sarebbe più una categoria socialmente subalterna da sfruttare, da sottopagare, a cui attribuire mestieri umili se non umilianti. E’ legittimo ipotizzare che a quel punto se ne dovrebbe trovare un’altra: chi saranno? I robot come nei romanzi di Asimov? O le scimmie come nel vecchio film di J. Lee Thompson? Difficile da dire. Sicuramente è sempre interessante provare a guardare in fondo alle emozioni degli individui ed alle funzioni a cui inconsapevolemnte assolvono.
Sei non bastano ancora
Da anni mi chiedevo perché nel calcio, sport che si gioca in un campo di metri 90×120 l’arbitro è uno solo (coadiuvato nelle categorie superiori da due assistenti), mentre in altri sport in cui il campo è molto più stretto gli arbitri siano molti di più. Nella mia esperienza d’arbitro ricordo la sensazione di totale spaesamento nel dover controllare ventidue giocatori su un campo enorme da solo (nelle categorie inferiori non ci sono nemmeno i guardalinee). Quest’anno finalmente l’UEFA ha deciso di introdurre oltre ai classici due guardalinee (o assistenti) due “assistenti d’area” addetti a segnalare all’arbitro, oltre che la segnatura di un gol, altre infrazioni nell’area di rigore che possano essere sfuggite alla sua osservazione. Giovedì sera per la prima volta mi sono trovato di fronte al sestetto arbitrale e la considerazione che mi è venuta da fare è che se un arbitro non è all’altezza può anche avere una dozzina di aiutanti ma continua a fare brutte figure. La direzione del pessimo arbitro francese Duhamel non è parsa infatti aiutata più di tanto dagli omini dietro la pora. Penso soprattutto ad un paio di episodi. Il primo accadava quando Sissoko lanciato verso la porta veniva agganciato da dietro da un difensore olandese, l’arbitro poteva anche esser stato coperto o distante ma l’assistente d’area no e la mancata segnalazione dell’episodio può essere strana. Ancora più clamoroso era l’episodio del secondo tempo nel quale Legrottaglie deviava nettamente un cross di Emanuelson: tra l’incredulità dei giocatori in campo e anche di buona parte del pubblico l’arbitro decretava la rimessa dal fondo per i bianconeri. La deviazione che non era sfuggito a me, tifoso juventino, a sessanta metri di distanza, sfuggiva invece all’imparziale arbitro (caso improbabile ma possibile) ma anche all’assistente d’area (e qui non ci credo) che era ad un metro di distanza. L’unica cosa che si possa ipotizzare è che non sempre l’assistente ha il coraggio di cambiare la decisione dell’arbitro o non sempre l’arbitro accetta la correzione ma il rodaggio di questi meccanismi sarà determinante per fare funzionare questo sistema.
Di Juventus-Ajax molto altro da dire non c’è: la solita Juve brillante e spumeggiante per 30-40 minuti, poi un calo graduale fino ad un antipatico assedio finale dei lancieri, fortunatamente senza esito. Il solito Diego generosissimo ma sempre privo della stoccata finale. Il solito Manninger sicuro di sé quando si trova vicino ai pali, ma incerto (più del solito) quando deve staccare il cordone ombelicale che lo lega alla porta ed avventurarsi al di fuori dell’area piccola.
L’importante era andare avanti sperando che la fortuna di Zac duri ancora un po’…
L’Italia saudita
Pochi giorni fa l’Italia è finita sulle pagine dei giornali di mezzo mondo (vedi qui, qui, qui, qui, qui e qui) per la sentenza che ha portato la condanna di alti dirigenti google in seguito alla presenza sul portale Google Video di un video in cui si ritraeva il pestaggio di un disabile. Perfino l’ambasciatore americano in Italia ha condannato la sentenza e il presidente del “Center for Democracy and Technology” di Washington ha accostato l’Italia ai regimi autoritari che censurano Internet.
In effetti è difficile non considerare, nella migliore delle ipotesi, ridicola la decisione del tribunale di Milano: è un po’ come se mettessi una bomba nel deposito bagagli della stazione ed il responsabile venisse condannato per concorso in terrorismo, è come se mandassi una videocassetta con contenuti pedopornografici tramite corriere DHL ed il signor DHL venisse condannato per questo, è come se venissi condannato perché qualcuno ha scritto una frase irriguardosa sul muro dello stabile di casa mia. Tra l’altro la condanna è stata pronunciata nonostante fosse stato evidente che Google aveva rimosso il video appena le era stato comunicato. Per evitare la sentenza Google avrebbe dovuto attivare un meccanismo di controllo sui milioni di contenuti presenti sul portale, cosa che evidentemente costringerebbe Google, Youtube e qualunque altro portale Internet a chiudere bottega. In Italia però Internet continua ad essere visto come un prodotto deforme di quella cosa preoccupante che si chiama progresso che dai tempi di Galileo turba i nostri sonni; quindi mentre tutto il resto del mondo si scandalizza, l’Italia passa dalle reazioni caute all’aperta esultanza per una vittoria della privacy.
Negli stessi giorni accadeva in un paesino in provincia di Mantova, di nome Goito (celebre per la battaglia) che la giunta di centrodestra ed il sindaco UdC Anita Marchetti autorizzasse l’asilo “Angeli Custodi”, finanziato con denaro pubblico, ad approvare un regolamento in cui si prevede che siano accolti tra i suoi iscritti solo i figli di famiglie che si professino cristiane. E’ il segno di ciò che si muove nella provincia padana nel segno di un desiderio di progressiva emarginazione del diverso, di creazione di una società che ha nel Sudafrica dell’apartheid il suo modello e che, al di là del fatto che sia odioso dal punto di vista morale, è difficilmente compatibile con un modello di sviluppo moderno.
Alla fine scopro che forse il titolo dell’articolo è ingeneroso nei confronti dell’Arabia Saudita. E’ vero che si tratta dell’unico paese islamico in cui, come i leghisti vorrebbero per l’Italia, è vietata la costruzione di templi di culto di religioni diverse da quella maggioritaria e che prevede la pena di morte, praticata con la spada, per una serie molto ampia di reati, tra i quali adulterio, sodomia e apostasia. Tuttavia pochi giorni fa è stato reso noto che il prossimo ministro dell’istruzione saudita sarà una donna e che le donne potranno in futuro esercitare la professione di avvocato. Non stupisce apprendere che Internet abbia avuto una parte nell’alimentare la voglia di libertà delle donne nella società saudita. Sembra che anche lì qualcosa stia cambiando rapidamente, che stia, pur lentamente, arrivando la modernità : un morbo al quale pare solo l’Italia sia del tutto immune.
Le due facce del calcio
La settimana scorsa a Monaco l’arbitro à˜vrebà¸Â aveva combinato i disastri di cui questo blog ha trattato, la stampa italiana era insorta contro il fischietto e perfino questo blog ha stigmatizzato l’evento. Ieri sera a Milano i ruoli si sono invertiti: l’arbitro spagnolo Gonzales ha infatti commesso una serie di gravi errori, tutti a favore all’Inter, culminati nel placcaggio da rugby di Samuel su Kalou nell’area nerazzurra, che avrebbe comportato se visto, oltre che il rigore, l’espulsione del difensore interista e la quindi probabile debacle della squadra milanese. Sarebbe stato onesto almeno allineare i due episodi, ammettere che il problema non è tanto il peso politico di questa o quella nazione, puntualmente tirato in ballo in questi casi, ma il fatto che gli arbitri che l’UEFA manda in giro sono mediamente scarsi ed il ricambio lento ed inefficiente. Pochi all’interno della stampa sportiva hanno avuto oggi il coraggio di riconoscere ciò almeno in parte. Che sia perché i giornalisti hanno sempre bisogno di soddisfare o almeno non irritare i loro referenti per interviste, notizie o semplici raccomandazioni, ovvero i dirigenti sportivi?
Sabato sera a San Siro è successo il finimondo quando l’arbitro Tagliavento si è permesso di espellere due giocatori dell’Inter in una escalation di quanto già accaduto nello scorso derby milanese contro il Milan. Eppure l’espulsione di allora di Sneijder, a norma di regolamento, era ineccepibile, come ineccepibili sono state riconosciute dalla stampa (pressoché all’unanimità ) le espulsioni decretate da Tagliavento Sabato scorso. Eppure ancora oggi buona parte dei tifosi interisti sono convinti che gli arbitri espellono solo gli interisti e d’altra parte Mourinho non ha fatto nulla per smentire il suo gesto delle manette con il quale Sabato aveva aizzato il pubblico contro l’arbitro, accusato di essere incatenato ad un sistema che complottava contro i nerazzurri. Sarebbe inutile ricordare che, secondo i numeri, l’Inter deve gli ultimi due scudetti agli errori arbitrali, che l’Inter non ha avuto per un anno e mezzo rigori contro, che parlare di Inter maltrattata dagli arbitri è come parlare di Berlusconi maltrattato da Emilio Fede, inutile ricordare le furenti polemiche seguite ai recenti incontri dell’Inter con Chievo e Siena, ritenutisi penalizzati in modo decisivo da errori dei direttori di gara, sarebbe come lottare contro i mulini a vento. Sarebbe inutile perché le squadre di calcio battono la grancassa per dimostrare di essere vittime del sistema e intimidire in tal modo gli arbitri che verranno e più forte è la loro grancassa, più la battono.
Due facce ci sono anche nei confronti degli scandali. Mourinho ha dichiarato: “Quando ho saputo di Calciopoli, mi sono vergognato terribilmente di dare da mangiare alla mia famiglia con i soldi del calcio. “. Chissà come si sarà allora vergognato quando gli hanno spiegato quanto scoperto da un indagine condotta nel 2003-04 sulla squadra che allenava allora, il Porto, ovvero che, tra le altre cose, aveva fatto ben di peggio di quanto attribuito a Moggi: aveva infatti aggiustato esplicitamente nel periodo in cui lo Specialone la allenava alcune partite e per questo fu penalizzata di 6 punti. Chissà come mai non lo ha ricordato nel suo sfogo, nonostante lo avesse direttamente coinvolto…
Perché sempre queste due facce? Perché quanto commentatori e addetti ai lavori dicono dipende sempre e solo da chi sono gli attori in campo?
Perché si può, perché glielo permettiamo, perché quando Mourinho o qualcun altro si agita tiriamo fuori i fazzoletti come tanti zombi e facciamo la nostra paà±olada senza chiederci se stiamo lottando per una giusta causa o se siamo solo ingranaggio di una macchina che permette ad un allenatore miliardario di trovare una facile scappatoia per guadagnare ancora di più o ad un giornalista di gratificare la parrocchia per la quale lavora. Non dico sia facile, non dico che non ci cadiamo spesso un po’ tutti, me compreso, ma se ce lo chiedessimo almeno sarebbe già un buon inizio.
Muta come un PESC
Quando, pochi mesi fa, Catherine Ashton fu nominata responsabile della politica estera dell’Unione Europea (quello che si è definito Mister PESC) ci fu chi sostenne che affidare ad un inglese il futuro dell’Unione era come affidare una cassaforte alla Banda Bassotti. Come già scrissi i nostri media non eccellono per pubblicità per le cariche europee e così la baronessa inglese, così come il Presidente Van Rompuy, è rimasta finora, almeno in Italia nel più profondo anonimato. Ci sono però casi nei quali anche il più timido fa fatica a non intervenire e nella crisi tra Svizzera e Libia anche i più taciturni avrebbero faticato, al posto della Ashton, a non intervenire.
Come i più sapranno la cosa è iniziata quando la Libia come ritorsione verso l’arresto, fatto con modi piuttosto sommari, del figlio del Colonnelo Gheddafi Hannibal, ha arrestato due uomini d’affari svizzeri. Il caso è poi esploso quando, come controritorsione, la Svizzera ha negato l’accesso alla confederazione ad una serie di personalità libiche tra le quali lo stesso Colonnello e la Libia in risposta ha bloccato tutti i visti d’ingresso per i cittadini svizzeri e, già che c’era, anche a tutti quelli che rientrano nell’accordo di Schengen che la Svizzera ha sottoscritto. I paesi coinvolti, che coincidono in larga parte con quelli dell’UE, hanno naturalmente reagito in modo molto dissimile: l’Italia ha solidarizzato immediatamente con la Libia probabilmente in quanto è dotata di una forma di governo più affine alla cultura di chi ci governo, la Commissaria UE Malmstrom ha invece attaccato i libici. Sarebbe stato simpatico in questa fase confusa avere un punto di vista super partes rappresentativo dell’Unione Europea, cosa che era nelle attese di chi ha creato il ruolo di Mister PESC ed invece la baronessa del Lancashire è rimasta nel più fiero silenzio. Solo dopo alcuni giorni ho trovato alcune dichiarazioni di Mrs PESC piuttosto ovvie e cerchiobottiste.
E’ difficile dire fino a che punto la colpa sia di Mrs Ashton e fino a che punto sono i media a non dare peso al personaggio, rimane comunque vero che, anche con il Trattato di Lisbona non pare che l’Unione Europea abbia ancora trovato una via per affiancare al suo ruolo monetario un ruolo politico altrettanto concreto.
Telefestival
Per la prima volta dopo molti anni mi è capitato di assistere alla serata finale del Festival di Sanremo e devo dire che è stata un’interessante fotografia dell’Italia di oggi. Come saprete pubblico ed orchestra hanno contestato sonoramente l’esito del Festival ed in particolare il terzo posto dell’orribile e retorica canzone del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Canonici.
Il dato che ho trovato più significativo è aver scoperto che i primi tre arrivati sono: un ex-concorrente di Amici, un ex-concorrente di X-factor ed il trio sopracitato, composto da un cantante nonché presentatore televisivo (Pupo) e dal Principe di casa Savoia, più popolare forse per la sua partecipazione a “Ballando con le Stelle”, che per il suo casato.
Sanremo è stato sempre un baraccone, nel quale convivevano vecchi dinosauri della canzone italiana, giovani in cerca di successo o cantanti già affermati alla ricerca di un allargamento della propria visibilità ; ci sono sempre stati giudizi controversi e polemiche sui risultati, tuttavia il Festival era in un modo o nell’altro l’occasione nella quale il mondo della musica si presentava agli schermi televisivi. Oggi il rapporto tra televisione e Sanremo si è ribaltato ed il Festival non è che la propaggine del resto del mondo televisivo nel quale non si può avere successo se non si ha preso parte ad un reality o un gioco a premi. Questo è almeno come il pubblico (che con il televoto ha pilotato il risultato) ha visto il Festival ed i risultati stanno a raccontarlo.
Dall’altra parte, nei panni dell’orchestra e del pubblico in sala, si è trovato chi ha in mente un modello diverso, chi pensa che una canzone sia bella o brutta, un cantante sia bravo o meno bravo, a prescindere da quante volte il suo volto è apparso in tv. Come spesso avviene in quest’epoca questo dissidio ha preso toni forti, quasi violenti, come spesso accade quando il dissidio si crea tra chi vive in mondi diversi, circostanza frequente nell’Italia di oggi tra chi guarda solo la televisione e chi no.
Una nota finale la merita l’apparizione nel minestrone mediatico, di Scajola e Bersani e un gruppo di operai di Termini: passerella elettorale della quale si poteva fare tranquillamente a meno, come della claque che ha battuto freneticamente le mani a Scajola. L’importante però è esserci e allora anche il Festival della Canzone può essere una buona occasione, chissà che qualcuno non prenda Bersani per un concorrente dell’Isola dei Famosi e lo voti, forse è la sua unica speranza…
Noi non ridevamo
La frase pronunciata dall’imprenditore Piscicelli che, insieme al compare Gagliardi, pregustava gli affari della ricostruzione “Alle tre di notte ridevo nel letto“, è una di quelle immagini che passeranno probabilmente alla storia come espressione della degenerazione più patologica di una classe dirigente, della percezione di impunità che giunge fino a non sentire nemmeno il più labile legame morale con il resto del mondo. Sono immagini di una classe dirigente corrotta che rappresentano un’epoca, un po’ come lo furono i tesori di Poggiolini. Allora come adesso esplode l’indignazione nell’amarezza del “Noi non ridevamo” scandita dai manifestanti de L’Aquila, 18 anni dopo la contestazione contro Craxi davanti all’Hotel San Raphael e la rabbia è ancora e sempre la stessa perché è la stessa l’arroganza, la miopia, l’incapacità di concepire la società diversamente da una torta da spartire che caratterizza le persone di questo paese. Perfino il linguaggio è rimasto simile: “mariuolo” allora, “birbantelli” adesso.
Ci sono nazioni che in questi 18 anni sono passate dal terzo al primo mondo ed invece la nostra Italia è rimasta dov’era, senza muoversi di un passo. Si è rimasti ad un tessuto economico governato da rapporti interpersonali, da amicizie, da nepotismo, dalla corruzione più sfrenata, senza nessun reale segno o intenzione di introdurre criteri concorrenziali, moderni. Nelle inchieste sulla Protezione Civile ci sono tutti questi ingredienti.
Se guardiamo altrove il quadro non è meno consolante: un’informazione prevalentemente affidata a personaggi che più che giornalisti sono dei teatranti che si limitano a recitare, con più o meno bravura, un copione che altri gli scrivono: una classe politica che ha un concetto così basso della amministrazione della cosa pubblica da utilizzarla come merce di scambio o come gratificazione per amici, cortigiane e ballerine.
Certo non tutto è così: ci sono imprese che si confrontano con il mercato, anche se poi fanno sempre fatica a rimanere concorrenziali dovendo sostenere il giogo di un sistema inefficiente (che costa secondo le statistiche 60 miliardi ogni anno), ci sono giornalisti che informano, indagano, smascherano il potere, ci sono anche politici che con passione lottano per un paese migliore. Sono disgraziatamente ancora e sempre una minoranza, per quanto compatta.
18 anni fa ci accorgemmo che il re era nudo, ma alla fine la maggioranza degli italiani fu convinta che fosse meglio guardare da un’altra parte e dare il tempo al re di mettersi un’altra maschera. Oggi che il re è di nuovo nudo e che anche ai più miopi la cosa non può sfuggire, ci gireremo di nuovo dall’altra parte?
Il Presidente leale
E’ sempre antipatico replicare a qualcuno che lancia accuse, ricordando a costui il suo passato; pare di concedersi al luogo comune per cui: “Lo fanno tutti”, pare di volerlo indurre al silenzio con la minaccia di rivangare il suo passato, roba da Feltri o dal Belpietro. Tuttavia ci sono casi in cui la storia personale di taluno rende un po’ ridicola la sua uscita e spinge irresistibilmente a riguardare indietro. E’ il caso del Presidente del Genoa Preziosi che dopo la partita di Domenica scorsa con la Juve ha rincarato la dose delle accuse pronunciate nei confronti di Del Piero dall’allenatore Gasperini accusandolo di slealtà . Al di la del fatto che le affermazioni siano gratuite e quasi grottesche visto che gli stessi giocatori del Genoa in campo non avevano avuto nulla da ridire né nei confronti dell’arbitro né tantomeno di Del Piero. Le stesse immagini che avevano poi fatto scoprire a tutti che il fallo era fuori area confermavano altresì che il contatto, fortuito o meno che fosse, c’era stato e che la caduta a terra di Del Piero non era artefatta, cosa che d’altronde è sempre da escludersi quando un giocatore è solo davanti al portiere.
Parlando però di lealtà sportiva può esser interessante ricordare quel giorno di Giugno di qualche anno fa nel quale lo stesso Presidente Preziosi affidò una busta piena di euro al dirigente del Venezia Pagliara, giusto alla vigilia dell’ultima giornata del campionato nella quale il Genoa affrontò e battè proprio il Venezia ottenendo la promozione in Serie A. Quella borsa malandrina mandò il Genoa in serie C anziché in Serie A e costò a Preziosi non solo una condanna sportiva ma anche una condanna penale per frode sportiva.
Preziosi avrebbe potuto essere di lì in poi il simbolo del calcio corrotto ed invece, in un paese di cui ci si ricorda solo di quello di cui parla la televisione, potè continuare senza troppi complessi la sua carriera di Presidente riportando con tutti gli onori il Genoa in Serie A ed anzi molti si affacendarono a cercare di dimostrare che si trattava di un grande complotto. Grande complotto fu probabilmente, nella sua mente, anche quello che portò sempre il Preziosi ad una condanna per bancarotta fraudolenta nell’ambito del fallimento del Como Calcio, la squadra di cui era stato precedentemente Presidente. Alla faccia di chi sostiene che un’inchiesta giudiziaria ti lascia un marchio a vita pare che del passato di Preziosi si siano dimenticati tutti, lui compreso. Meglio così.
Nella stessa dichiarazione, tra l’altro, Preziosi ha accusato il pubblico della Juve di essere “dannoso”. Non dico che ciò non sia vero, ma tenendo conto che Domenica scorsa un poliziotto è finito in ospedale per un razzo lanciatogli contro dai tifosi genoani, almeno poteva essere opportuno astenersi da tali giudizi, in questo caso più che altro per buon gusto.
Aggiornamento: in seguito agli incidenti di Domenica scorsa il Giudice Sportivo ha accertato che i filmati, così come le testimonianze dirette, confermavano la responsabilità dei tifosi del Genoa nel ferimento dell’agente di Polizia ed ha quindi comminato la sanzione più pesante (sebbene molto mite vista la gravità dell’evento) al Genoa (40.000 Euro) mentre alla Juve è stata comminata una sanzione appena minore (15.000 Euro). Non contento per aver scampato la squalifica del campo che tutti si aspettavano per la tifoseria che fosse risultata responsabile il solito Preziosi ha sbottato: ““Vince sempre la Juve, è inaccettabile. Il marcio non è andato via con Moggiopoli. […] quando bruciavano i seggiolini nelle scorse settimane non è arrivata alcuna multa”. Il nostro ha la memoria corta non solo quando si parla di lealtà , perché si dà il caso che nelle ultime settimane la Juventus sia stata multata o sanzionata quasi ad ogni esibizione. Con la Roma la Curva Scirea è stata addirittura chiusa al pubblico per i cori contro Balotelli, dopo la stessa partita con la Roma la Juve è stata multata per lancio di petardi così come dopo la partita con la Lazio. Dopo la partita con il Chievo le fu poi comminata una sanzione di 20.000 Euro per aver disturbato i suoi tifosi disturbato gli avversari con un raggio laser.
Quello che però disgusta è l’aver paragonato il danneggiamento dei seggiolini al ferimento di un agente di Polizia. Una cosa è la disonestà materiale o morale, un’altra è lo sprezzo per la vita umana. Lui dice “Il marcio non è andato via con Moggiopoli.”. Vien fin troppo facile replicare: “Sì, infatti c’è Preziosi c’è ancora”.
Non si dica che non lo si sapeva
Ieri sera l’arbitro norvegese à˜vrebà¸, nell’ottavo di Coppa Campioni Bayern-Fiorentina, ne ha combinate davvero di tutti i colori insieme al suo assistente Holen: non contento di aver concesso un rigore, per giunta piuttosto dubbio, al Bayern proprio mentre Gomez stava realizzando l’1-0, ha poi espulso Gobbi per un fallo decisamente veniale, non ha espulso Klose per un fallo molto più grave e poi, clou della serata, ha convalidato un gol del Bayern viziato da un fuorigioco abissale dello stesso Klose fermo in mezzo all’area di rigore: un errore per il quale un arbitro di seconda categoria sarebbe stato rimandato ad arbitrare i ragazzini. Per intenderci su quanto sia incredibile un errore del genere in una manifestazione simile, è come su un partecipante ai mondiali di biliardo squarciasse il tavolo con la stecca. Di tutto ciò però la cosa che indigna è che si tratta dell’ennesimo caso in cui questo signore ha dimostrato la sua incapacità di arbitrare: perfino questo blog aveva dedicato qualche riga al signor à˜vrebภdopo i disastri compiuti in Juve-Bordeaux all’inizio di questa stagione, ricordando la sua straordinaria puntualità nel fare figure meschine. A questo punto la domanda viene sempre più chiara: chi è questo à˜vrebà¸? Chi lo raccomanda? Di chi è amico? Quale potente legame ha con l’UEFA che giustifichi il fatto che la federazione europea preferisca passare per una sgangherata bocciofila ogni volta che va in campo, piuttosto che rimandarlo a coltivare la sua professione di psicologo?
Quando il progresso lo lasciamo fuori dalla porta
Quest’estate, in occasione della partenza per le vacanze, ci era capitato di trovarci a Malpensa nella necessità di un accesso Internet e ci era capitato che all’ufficio informazioni, alla richiesta di dove si potesse trovarne uno, ci rispondessero più o meno come se avessimo chiesto dove potessimo trovare del buon fumo, spiegandoci che gli Internet Point erano stati chiusi dall’anti-terrorismo “perché i terroristi li usavano per organizzare gli attentati“. Al di là dell’intelligenza dell’addetta che così si era espressa, mi era sfuggito il motivo di questa decisione ridicola: ho poi scoperto sul blog di Gilioli questo articolo dal quale ho appreso che la sparizione degli Internet Point è uno dei tanti effetti assurdi del Decreto Pisanu, a causa del peso della burocrazia introdotta necessità di schedare tutti coloro che utilizzavano gli Internet Point. Il decreto scadeva al 31 Dicembre scorso ma è stato recentemente prorogato.
Sono convinto che tra i tanti che si stanno battendo contro il Decreto Pisanu la convinzione diffusa è che la nostra classe politica sia contraria alla diffusione di Internet perché lo considera una fonte di informazione difficilmente controllabile e manipolabile. Io penso che invece il problema sia semplicemente l’ignoranza di chi ci governa, un’ignoranza che ci inchioda ad un condizione di sottosviluppo che è tipica di chi, non conoscendo ciò che gli viene incontro, preferisce le sicurezze del passato all’incertezza del futuro.
