Manifestazioni
A chi vuol farsi un’idea del difficile rapporto tra la maggioranza di governo ed Internet consiglio di fare la stessa prova che ho fatto io. Mi sono messo nei panni di un attivista del PdL di Torino che volesse andare Sabato a Roma, alla manifestazione del PdL contro….. beh, in realtà non si è ben capito contro cosa sia, se è contro l’esclusione della lista PdL nel Lazio, contro i magistrati che l’hanno decretata, contro i magistrati in generale, contro le intercettazioni che non c’entrano nulla con le elezioni regionali ma va bene lo stesso, oppure semplicemente in favore di Berlusconi che non fa mai male. Sta di fatto che ho passato una mezz’ora a cercare tra siti istituzionali, gruppi facebook o altro ma nulla… Non ho trovato traccia di un autobus, né dei treni speciali annunciati da Ghigo, né di altro mezzo di trasporto. Autobus e treni ci saranno di certo ma forse pubblicizzarne l’esistenza e le modalità su Internet era davvero al di là delle forze e delle competenze di chi ha organizzato la manifestazione.
Sarà anche per questo che si paventa un disastro in termini di partecipazione. Come in ogni manifestazione che si rispetti però la macchina dei numeri gonfiati si è già messa in moto preannunciando 3000 pulmann diretti a Roma da ogni parte d’Italia. In realtà tremila non sono poi tanti (se pieni vorrebbero dire 150.000 persone quindi ben al di sotto dei 500.000 partecipanti sperati anche considerando i partecipanti romani) e comunque paiono un numero irrealistico, tenuto conto che lo stesso Formigoni ha annunciato, nella migliore delle ipotesi, 100 pulman dalla Lombardia il che significa che nell’improbabile circostanza che le altre diciannove regioni siano altrettanto prolifiche arriveremmo a duemila pulman e non tremila. Duemila, per la cronaca, sarebbero meno della metà di quelli mobilitati l’anno scorso di questi tempi dalla CGIL.
La storia dei numeri gonfiati alle manifestazione d’altronde ha superato da tempo il grottesco. Ad ogni manifestazione si annunciano presenze tra quattro e dieci volte la capienza massima del luogo che la ospita. Il Circo Massimo ha una capienza di non più di 560 mila persone eppure Veltroni annunciò 2 milioni di presenze alla manifestazione del 2008. Il record però direi che vada alla manifestazione del 2006 dell’allora CdL quando in Piazza San Giovanni Laterano, che ne contiene 150.000, Berlusconi contò ben 2 milioni di persone. Lo scempio più grande fu allora compiuto dalla questura nell’annunciare che c’erano 700 mila persone in piazza, dato ovviamente assolutamente inverosimile. La questura di Roma ha fatto una figura ancora più barbina Sabato scorso annunciando che alla menifestazione del Centro-Sinistra in piazza del Popolo c’erano solo 25.000 persone. Tenuto conto che in Piazza del Popolo ci stanno 68.400 persone la piazza sarebbe dovuta essere semivuota ed invece una foto navigabile sul sito di Repubblica dimostrava che era strapiena.
In definitiva, visto che il sistema mediatico oggi dà sempre meno peso alla verità dei fatti e sempre più alla capacità di chi li racconta di ingigantirli, manipolarli o inventarli, mi aspetto che il successo della manifestazione non starà tanto in quante persone saranno effettivamente in piazza ma in quanto bravi saranno gli uni o gli altri media a raccontare che erano in dieci o in dieci milioni. Che poi spesso di questo braccio di ferro facciano parte anche funzionari di Polizia non fa che rendere più triste la situazione.
Il popolo sovrano
Nel linguaggio della maggioranza di governo ricorrono spesso, ed in questi giorni ossessivamente, i riferimenti alla “sovranità popolare”. In particolare ho trovato interessante un editoriale di Belpietro che parlava del “vizietto rosso di ignorare il popolo sovrano“. C’è una domanda che mi faccio sempre quando sento questi riferimenti: è chiaro a chi ne parla come di un proprio vessillo che la sovranità popolare è un concetto tipico di qualunque forma repubblicana moderna, democratica o autoritaria che sia? Sono ingegnere elettronico e non ho fatto particolari studi di diritto costituzionale ma mi è chiaro che il popolo è fonte di legittimazione sia di un potere democratico che di uno dittatoriale, anzi spesso chi governa è più popolare in un regime dittatoriale che in uno democratico, proprio perché le voci critiche sono zittite e tutte le fonti sono concordi nel trasmettere un’immagine positiva e rosea della realtà . Per questo in molte dittature si svolgono ugualmente elezioni (che ovviamente danno risultati plebiscitari) e laddove le elezioni non si svolgono è in genere più spesso perché sono ritenute inutili piuttosto che perché il dittatore abbia paura di non essere rieletto.
La differenza fondamentale tra una democrazia e una dittatura (ammesso che ci sia una linea di demarcazione netta tra l’uno e l’altro modello) non è quindi nella legittimazione popolare a governare, la differenza è nel fatto che chi ottiene tale legittimazione sia contornato da pesi e contrappesi che gli impediscano di accentrare in sé tutti i poteri e di bloccare quindi quel ricambio al potere che è il principale punto di forza della democrazia e che consente ai cittadini, potendo avere a disposizione diverse campane, diverse fonti, diversi parametri, di scegliere chi e che cosa meglio difenda i propri interessi e di esercitare in modo più libero e concreto quindi la propria sovranità che in una dittatura è invece fondamentalmente estorta e manipolata.
Dubito che questi siano concetti ignoti a Belpietro o ai suoi pari e quindi devo supporre che non faccia altro che strizzare l’occhio a quell’ampio elettorato del PdL che si colloca in quella parte della destra italiana che non si definisce neofascista, che si indigna se si parla di regime o rischio autoritario, ma che non ha mai completamente digerito il concetto di democrazia e ciò che il concetto significa e comporta.
Il dramma è che in Italia questo modo di pensare è abbastanza diffuso da essere probabilmente prevalente nei partiti della maggioranza e non del tutto assente anche negli altri partiti ed è un dramma perché la democrazia italiana per guarire dai suo mali dovrebbe prima di tutto credere in sé stessa…
Povero Zdenek
Era il 2007 quando Zdenek Grygera, prelevato a parametro zero dall’Ajax, andava a rafforzare la Juve neopromossa. Era una Juve ancora fresca di Serie B, senza ambizioni di grandi successi, senza le Coppe e Zdenek tutto sommato non deludeva. Era pesante, piuttosto limitato tecnicamente e non sempre un’aquila tatticamante, ma era un buon rincalzo quando in forma e tutto sommato se la cavava dignitosamente. Il problema nasceva quando, anche nella seconda stagione in serie A, le difficoltà di Zebina lo trasformavano nel titolare della fascia destra. I limiti del ceco diventavano pesanti per una squadra che cominciava a puntare più in alto, c’erano giornate in cui diventava una spina nel fianco della difesa e molti punti volavano così via, ma la dirigenza pensava ad altro e solo all’ultimo momento della campagna acquisti, quasi per caso, arrivava in prestito dal Barcelona Martin Caceres, che si sarebbe poi rivelato il miglior acquisto della campagna bianconera. Ma anche il bravo Martin si faceva male e Zebina quando non era infortunato era squalificato e Grygera tornava così in auge giusto in tempo per evidenziare quello che molti sospettavano: è rimasto alla Juve un anno di troppo.
Sta di fatto che in un pomeriggio di primavera anticipato, la Juve affrontava un Siena quasi spacciato, con la necessità vitale di ottenere i tre punti in vista delle difficili trasferte di Genova e Napoli. Questa necessità vitale si concretizzava in un furioso inizio che produceva un uno-due-tre mai visto prima e dopo 10 minuti era già 3-0, con doppietta del Capitano e fucilata di Candreva. Pareva un inizio fatto apposta per alimentare gli argomenti dei più incalliti complottisti. Tutto riusciva bene alla Juve e questa volta il pomeriggio sembrava scorrerre felice, anche se la nostra difesa lamentava subito qualche difficoltà . La svolta si aveva però quando Zdenek, con un assist paragonabile a quello fornito un paio di settimane orsono al palermitano Budan, liberava in contropiede Maccarone che andava ad insaccare il 3-1 trovando poca resistenza sia in Cannavaro sia nell’arrugginito Chimenti. Passava poco e Melo si trovava a sventare sulla linea il possibile 3 a 2, ma qualcosa era successo nel frattempo: il centrocampo che nei primi minuti aveva travolto i toscani pareva già affaticato, Melo e soprattutto Momo e Marchisio parevano già ai tempi supplementari, difesa e attacco diventavano lontanissimi ed il Siena si buttava a capofitto nella voragine che si era aperta in mezzo. Quando Camoranesi entrava in campo al posto di Claudio dava un po’ più di qualità al centrocampo ma ci voleva più che altro fiato, e così Maccarone saltava ancora come un birillo Zdenek e prendeva un palo che Ghezzal, abbandonato in mezzo all’area, trasformava nel 3-2. La situazione si complicava quando Legrottaglie era costretto ad uscire per l’immancabile infortunio e questo comportava la creazione di una coppia difensiva Salihamidzic-Grygera più terrorizzante di un film di Romero. Da una parte il Capitano e David sbagliavano il 4-2, dall’altra un palo salvava la Juve, ma alla fine veniva di nuovo il momento di Zdenek allorché in piena area entrava con un ritardo di qualche minuto su Maccarone regalando al Siena il rigore del 3-3. Zaccheroni, con una panchina desertica, provava a mettere in campo Diego al posto di Del Piero ma il brasiliano finiva nello stesso isolamento in cui si era trovato fino a quel momento Alex e la partita finiva senza scossoni.
Si possono fare tante considerazioni sull’ennesimo crollo fisico del secondo tempo, sugli ennesimi infortuni, ma sarebbe poco originale ormai. Vale invece la pena di sottolineare che giocatori come Zdenek sono simpatici e volenterosi ma una squadra che punti a Coppa Campioni e Scudetto è costretta a puntare su giocatori di altro spessore. Insistere ha voluto dire sottoporre Zdenek ad una umiliazione che non meritava per l’impegno e la professionalità che ha dimostrato in questi tre anni.
Codici da scompartimento
Scopro, grazie a nearatree, una polemica fatta esplodere dall’esponente del PdL Ravello a proposito del MAO, il museo di arte orientale aperto da un anno a Torino. Facendo i conti in tasca all’iniziativa, il Ravello ha scoperto che, a fronte di una spesa complessiva di 14 milioni (di cui 11 del Comune più altri finanziamenti), gli introiti legati a biglietti venduti sono solo stati di 300.000 Euro e quindi l’iniziativa si ripagherà in 43 anni. L’assessore alla cultura Alfieri ha replicato ricordando che in altri paesi l’ingresso ai musei è gratuito e quindi non si ripagheranno mai ma la cultura è comunque un beneficio di cui godiamo tutti e quindi di valore sostanzialmente inestimabile.
Probabilmente il Ravello, nel suo computo, ha trascurato il fatto che chi va al MAO magari poi compri libri di approfondimento, visiti altri musei simili in altre città e così via (presumo però che siano briciole dal punto di vista economico), ha trascurato probabilmente anche il vantaggio turistico che permette di aggiungere qualche altra riga alle attrattive di Torino e che magari convinca chi consulta la Lonely Planet e sta pianificando un viaggio in l’Italia a fare una tappa a Torino (qui però il beneficio è difficilmente quantificabile). Al di là di queste considerazioni però il beneficio fondamentale (o ritenuto almeno tale dal sottoscritto) è creare una società con un livello superiore di conoscenza del mondo che la circonda e quindi una società più aperta a culture diverse. Per qualcuno questo è un vantaggio per altri probabilmente è una iattura.
Io sono tra quelli che lo considera un vantaggio, e quindi condivido che sia indirizzato ad esso una piccola quota delle tasse che verso. Altri invece, come il Ravello e probabilmente molti di quelli che lo votano, la considerano una iattura e probabilmente sarebbero contrari ad un museo del genere anche se si ripagasse in molto meno tempo.
In altre parole quindi ho l’impressione che il Ravello potesse evitarsi di fare il conto e scrivere semplicemente che spendere soldi per un museo di arte orientale è una cazzata, avrebbe probabilmente risparmiato tempo e fatica ed avrebbe comunicato più direttamente con l’elettorato. Questo comportamento è in realtà piuttosto diffuso in certi contesti culturali: non si ha il coraggio di manifestare le proprie reali convinzioni perché considerate retrograde ed allora ci si nasconde dietro ragionamenti astrusi, superficiali o comunque insostenibili: si sostiene animatamente che il politico tale è innocente e che è soggetto ad una persecuzione dei giudici, ma sotto sotto si pensa che probabilmente innocente non è ma che in fondo si tratta solo di qualche peccatuccio, si sostiene che nell’università bisogna combattere i baroni ma sottosotto si pensa che studiare sia tempo perso e spendere soldi per far studiare i ragazzi sia uno spreco, si fanno mille distinguo tra immigrati clandestini e regolari ma alla fine si pensa sotto sotto che meno stranieri ci sono in giro meglio è. E’ una specie di codice di riconoscimento, tu fai il tuo ragionamento che probabilmente non sta in piedi, l’altro ti riconosce come uno che la pensa come te e quindi assente. E’ una dialettica che si riscontra spesso in dialoghi da scompartimento di treno ma che poi ha un suo contraltare anche nella politica e nella comunicazione di massa.
Non so quanto questo ciò sia connaturato generalmente al conservatorismo ed è tale in ogni parte del mondo, o quanto invece sia una dato specifico della cultura conservatrice italiana, considerando che forse in Italia più che altrove c’è un distacco tra ciò che si pensa veramente e ciò che si manifesta pubblicamente. Certo è che la cosa crea una discreta confusione e soprattutto trasuda di enorme ipocrisia.
Il voto non più segreto
Ascoltando ieri mattina su Radio Popolare la rassegna stampa ho avuto modo di scoprire l’ennesima cialtronata de “Il Giornale” che aveva pubblicato in prima pagina una delle sue solite notizie tra il tendenzioso ed il falso. Nel filmato di un’intervista al magistrato realizzata dal Tg3 un qualche brillante collaboratore de Il Giornale aveva scoperto infatti che il giudice, che aveva escluso la lista del PdL dalle elezioni del Lazio, aveva nel suo ufficio un ritratto del Che. Il tutto veniva urlato con tanto di fotogramma della sua intervista rilasciata al tg3 che testimoniava la sua appartenenza al partito delle toghe rosse. In realtà , come è evidente appunto nel fotogramma, il ritratto non è appeso alla parete ma è accatastato per terra ed in una successiva intervista la malcapitata giudice spiegava che si trattava di uno dei ritratti che erano nel suo ufficio quando ne ha preso possesso e che erano lì in attesa che qualcuno li portasse via.
Quello che però mi ha colpito è che tra le varie rettifiche alla bufala de Il Giornale ve n’era una che spiegava addirittura che le simpatie politiche della giudice vanno alla destra e che ha quasi sempre votato alle elezioni del CSM per Magistratura Indipendente, la corrente più conservatrice della magistratura.
A qual punto siamo ridotti se un pubblico ufficiale per esercitare senza intimidazioni la sua professione deve dichiarare le sue simpatie politiche? Esiste ancora la segretezza del voto o anche da questo punto di vista la nostra democrazia è ormai prossima alla scomparsa?
Prove generali di governo di centro-sinistra
E’ caratterisitica di tutti i leader autoritari tendere a circondarsi di incapaci, in quanto sono gli unici che non si fanno vincere dalla tentazione di cercare di scalzarli. I nodi però vengono al pettine e mi pare che in questi giorni i nodi al pettine si moltiplichino nella ridicola vicenda delle elezioni e nella ancor più ridicola vicenda del Decreto interpretativo. In questo contesto, quando anche i più miopi cominciano ad accorgersi di aver dato fiducia ad una maggioranza in cui gli incapaci sono numerosi e dannosi almeno quanto i corrotti, il centro-sinistra sta forse già accarezzando l’ipotesi di ritornare al governo del paese. Si direbbe almeno che sia così a giudicare dall’improvviso risveglio delle sindromi che avevano affossato il governo dell’Unione, cioè la straordinaria capacità di litigare e dividersi su tutto, dal vincitore del Grande Fratello, all’abolizione della Corrida. Su un tema quindi del tutto secondario come il ruolo avuto da Napolitano nella vicenda è nata una polemica che rischia di minare la manifestazione di Sabato prossimo.
Che il nostro Presidente non sia un cuor di leone direi che si può essere d’accordo, che nella vicenda si sia fatto prendere per i fondelli oltre che a pesci in faccia senza fiatare e che ciò non sia degno di un “uomo delle istituzioni” è altrettanto vero, che qualche dubbio sul “Decreto Interpretativo” potesse sollevarlo anche lui senza delegare il TAR del Lazio siamo ancora d’accordo, ma di qui a individuare in Napolitano la causa del problema ed a farne un motivo di divisione tra IdV e PD, come ha fatto Di Pietro, ce ne corre proprio.
Se provo a mettermi nei panni di un elettore della coalizione di governo che, nauseato da questa vicenda, si sia fatto tentare dal cambiare il proprio voto, mi vien da dire che dopo le schermaglie tra di Di Pietro e PD sarei subito rientrato nei ranghi.
Perché quindi il risveglio della litigiosità ? Credo sia perchè le emozioni, che spesso, per non dire immancabilmente, investono le vicende che ruotano attorno a Berlusconi ed alla sua corte, vanno e vengono e portano con sé voti e Di Pietro sa che il suo partito ha una cassa di risonanza ed un affidabilità strutturalmente inferiore al PD, il che lo obbliga a cercare sempre un motivo di differenziazione. Paradossalmente più grossa la combina il PdL, più il PD si sente legittimato a schierarsi su posizioni di forte opposizione e più Di Pietro si sente in disparte e deve inventarsi un modo di differenziarsi per evitare un ritorno di elettori verso il PD che è riconosciuto come un partito più ambiguo ma anche più affidabile e democratico di quello dell’ex-magistrato. Questi scontri tattici pregiudicano l’obiettivo strategico, cioè strappare consenso alla coalizione di governo, ma il bisogno di sopravvivere è sempre più impellente rispetto a quello di vincere le elezioni e questo è alla fine la conseguenza ovvia di un sistema basato sul multipolarismo che impone ai piccoli di cercare sempre un’identità da rivendicare e sulla base della quale dichiarare la propria differenza.
Mentre scrivo tutto questo scopro che alla manifestazione del PdL del 20 Marzo che si terrà non si sa dove (perché le piazze sono tutte occupate) non parteciperà Fini. Anche qui il problema è che il bisogno di distinguersi per sopravvivere esiste, non solo a sinistra ma anche a destra.
Zac benvenuto tra noi!
L’allenatore della Juve Zaccheroni, in una intervista a Sky Sport rilasciata Domenica pomeriggio, si è inalberato quando si è trovato a commentare le accuse di favoritismi alla sua squadra. Zac ha ricordato come, dopo tutte le polemiche seguite a Fiorentina-Juve, si è poi scoperto che il gol di Diego era del tutto regolare, che il fallo, comunque dubbio, di Chiellini su Keirrison era comunque fuori area e che l’unico errore potenzialmente decisivo dell’arbitro Damato (anche se poi decisivo non è stato) è rappresentato dal gol della Fiorentina convalidato nonostante un fuorigioco tutt’altro che passivo di Gilardino. Non sarà sfuggito al tecnico romagnolo che in circostanze identiche a Bologna il gol di Melo del possibile 3-1 era stato annullato.
In effetti l’arrivo di Zaccheroni da questo punto di vista è stato tutto in salita: al primo incontro sotto la guida del tecnico romagnolo alla Juve era stato concesso da Saccani un rigore del tutto inventato, cosa che accade non di rado nel calcio, ma che diventa scandalo se di mezzo ci sono le casacche biancheenere.
Succedeva poi la settimana successiva a Livorno che la squadra di casa andasse in vantaggio con un gol viziato da un evidente fallo di Lucarelli su Caceres e che Diego venisse poi travolto in area di rigore da Diniz senza segni di vita da parte dell’arbitro. Zac non commentò, in omaggio alla tradizione della Juve di non parlare degli arbitri, ma si sarà poi stupito di scoprire che la RAI, nella sua trasmissione serale, ignorasse i due episodi e desse per certo invece un fuorigioco di Legrottaglie sul gol bianconero tutto da dimostrare ed un fallo da rigore su Lucarelli che, se c’era, era avvenuto a gioco fermo, visto che l’attaccante labronico si trovava in evidente fuorigioco.
Giungeva poi l’incontro con il Genoa, occasione di nuove polemiche perché veniva concesso alla Juve un rigore per un fallo che in realtà era commesso fuori area, circostanza che non sfuggiva solo all’arbitro ma anche ai giocatori rossoblu che protestavano solo negli spogliatoi dopo aver visto il filmato televisivo. Si sarà stupito anche lì Zac notando che nessuno sottolineasse la circostanza a chi accusava l’arbitro di grave errore e addirittura Del Piero di simulazione.
A Bologna poi non succedeva nulla di rilevante, senonché a posteriori qualcuno aveva scoperto che da una certa angolazione pareva quasi che Del Piero avesse toccato il pallone con le mani in occasione del gol decisivo e giù altre polemiche…
Con il Palermo infine l’arbitro non concedeva alla Juve un rigore per un evidente fallo su Diego: avrebbe voluto forse Zac provare a puntare sull’episodio per giustificare una sconfitta ingiustificabile, ma alla Juve non si fa così ed anche questa circostanza è rimasta quasi del tutto ignota al pubblico.
Siamo quindi tornati ai giorni nostri ed allo sfogo di Zac. Se però lui si stupisce di quanto accade io no, tutti i sostenitori bianchieneri non si stupiscono più e si inalberano ormai di rado. Inutile ricordare che, tanto per dare un’idea, la Juventus ha segnato in questo Campionato due gol su 42 su rigore, mentre la media del Campionato è un gol su 11 su rigore; con chiunque parliate vi dirà che alla Juve i rigori li regalano.
Chissà se solo ora che è alla Juve Zac si è reso conto che la maggior parte dei giornalisti sportivi delle televisioni nazionali appartengono a parrocchie diverse da quella juventina e che non fanno nulla per nasconderlo. Chissà se solo ora si è reso conto che una squadra competitiva dal punto di vista sportivo, ma periferica dal punto di vista mediatico, non può che avere questo triste destino. Chissà se adesso si inalbera, ma quando andrà a fare l’allenatore altrove tornerà a lamentarsi dei torti subiti quando affronta la Juve ed a godere, in tal modo, di improvvisi momenti di notorietà . Chissà se quando Prandelli o Gasperini verranno alla Juve continueranno a sostenere che Del Piero è un simulatore o che il fallo di Chiellini era rigore netto, oppure saranno improvvisamente illuminati?
Nel frattempo, benvenuto tra noi!
Eguaglianza: il grande assente
Si possono fare fare tante considerazioni sul decreto salva-liste. Una delle cose più divertenti è la specificazione per la quale l’ora di scadenza si intende rispettata se la documentazione è comunque presente nei locali del Tribunale. La cosa lascia la goliardica possibilità  ai rappresentanti di lista più burloni di indire simpatiche cacce al tesoro dopo aver nascosto le pratiche in qualche armadio o sgabuzzino.
La critica però più ovvia e di più semplice comprensione è il semplice fatto che, a fronte di molti casi di esclusione di liste nel passato, spesso non per motivi così clamorosi come la mancata consegna della documentazione, mai era successo che il governo intervenisse con un decreto per riammettere le liste e ciò è accaduto proprio per la lista del primo partito della compagine governativa.
Incuriosito da alcuni editoriali sentiti alla radio mi sono quindi messo a scorrrere le rassegne online dei quotidiani di casa Berlusconi per trovarvi uno straccio di giustificazione in questo senso. Mi aspettavo di trovare da qualche parte qualcuno che rassicurava i lettori sostenendo che il decreto non è stato fatto dal governo comandato dal PdL solo perché il beneficiario era il PdL, che con un’audacissima arrampicata sugli specchi spiegassero che era una legge per tutti, che era ora di farla, eccetera. Il solito mantra che costoro ci ripetono ogni volta che approvano una legge per cancellare peccati e peccatucci di qualche loro amico. La ricerca non ha avuto finora esito, nemmeno uno straccio di giustificazione, nemmeno un vago tentativo di fugare il dubbio, di sgombrare il campo da possibili accuse.
Escludo sia stata una distrazione, un’omissione, uno svarione come quello di Mister Milioni. E allora il mio dubbio è che non ci sia proprio il dubbio, che i lettori de Il Giornale, Libero e simili non si pongano proprio più il problema dell’eguaglianza davanti alla legge, che per chi si abbevera al verbo di Belpietro o Feltri (recentemente iscritto da Luca Telese alla lunga lista dei berlusconiani ex-comunisti) l’idea che la legge a cui obbedisce qualcuno sia diversa da quella a cui obbedisce qualcun altro sta ormai nella normalità delle cose, che sia giusto che la legge sia più indulgente con chi ha più potere.
Siccome sono convinto che molti dei lettori de Il Giornale siano gli stessi che leggevano Il Giornale diretto da Montanelli (che negli anni ’80 e primi anni ’90 leggevo anch’io) mi viene da pensare con preoccupazione a quanto le fonti di informazione riescano a modellare come argilla i nostri valori ed il nostro modo di pensare.
Un’altra Pañolada
Non fai in tempo a mettere in evidenza un aspetto del nostro costume riguardante un ambito della vita e ne scopri un altro in cui i comportamenti sono identici. Non fai in tempo a censurare qualcuno da qualche parte che c’è qualcun altro da qualche altra parte pronto a prendere esempio da costui. Non si passano la staffetta, non si mettono d’accordo, è semplicemente il clima della società che ispira i suoi intepreti pubblici ad assumere gli stessi comportamenti che vanno dall’arrogante all’isterico ma che sono accomunati dal non voler fare mai i conti con le proprie responsabilità e con le regole che hanno violato.
Sono passati pochi giorni da quando le ineccepibili decisioni di un arbitro di calcio avevano giustificato una sorta di rivolta di popolo che un’altra rivolta di Popolo (della Libertà ) è in fase di svolgimento. Questa volta non è nemmeno chiaro se gli obiettivi della rivolta siano i magistrati che si sono limitati a prendere atto che alla scadenza prevista la documentazione per la lista della PdL non era presente allo sportello, oppure se siano quelli che avrebbero impedito ai faldoni che non erano entrati in tempo dalla porta di rientrare dalla finestra o infine se l’obiettivo sia il panino che, troppo secco e difficile da digerire, avrebbe impedito all’ormai celeberrimo mister Milioni di arrivare in tempo allo sportello. Sta di fatto che anche di fronte alla più ridicola delle negligenze non è venuto in mente a nessuno di ammettere: “Beh, abbiamo sbagliato. Siamo dei pirla, avete ragione. Andiamo a fare un altro mestiere”. Al contrario si invoca la piazza, si lanciano accuse non ben chiare, si parla di reazioni che suonano più che altro come minacce di sviluppo violento della situazione se non fosse che chi lo fa non ha nemmeno quel minimo di credibilità per potere pensare che passi dalla minaccia all’azione.
Così come la paà±olada di San Siro si è risolta con uno scippo compensativo ai danni della povera Udinese, così anche la paà±olada del PdL avrà come esito presumibile una soluzione all’insegna del “buon senso”, dove però il buon senso diventa semplicemente il senso che i mezzi di comunicazione riescono a veicolare che è poi il senso unico che che regala il diritto ad infischiarsi delle regole e del loro rispetto a chi abbia la forza mediatica e di consenso per potersi permettere di orientare appunto quello che si definisce “buon senso”.
Se il Partito dei ciclisti o la Lega dei tramvieri avesse consegnato le firme un minuto in ritardo sarebbe stata esclusa senza tanti complimenti e gli esperti del buon senso avrebbero tuonato che le regole vanno rispettate; se un giocatore del Chievo avesse applaudito ironicamente l’arbitro sarebbe stato cacciato senza tanti complimenti e gli avrebbero ricordato che veniva solo applicato il regolamento.
Le regole caratterizzano lo stato moderno perché solo la loro applicazione può garantire che la legge sia uguale per tutti: più la legge è interpretata, più il presunto “buon senso” trionfa e più chi riesce ad orientare le opinioni riuscirà sempre a volgere a suo favore regole e leggi. Non ci sarà mai una legge uguale per tutti finché la legge non godrà di quel primato che ha nei paesi sviluppati, finché non capiremo che il rispetto delle leggi, sempre è comunque, è l’unica tutela che abbiamo ai nostri diritti e che chi non si piega a questo rispetto sta attaccando non solo chi lo ha giudicato ma anche tutti noi.
I brutti pregiudizi
Il NY times ha pubblicato pochi giorni fa un articolo nel quale accusa esplicitamente Goldman Sachs, JP Morgan e altre banche d’affari di aver aiutato il governo greco a coprire il suo debito mascherando prestiti sotto forma di operazioni valutarie. Quello che mi ha però più colpito e preoccupato dell’articolo è che, ipotizzando che altri paesi abbiano utilizzato lo stesso stratagemma, il Ny times, apparentemente senza elementi, pensi bene di citare l’Italia.
Certamente l’immagine che la nostra classe dirigente ha dato di sé in questi anni, tra scandali, condoni e dichiarazioni inopportune, ha contribuito a darci una reputazione pessima ovunque e non è strano che quando si parla di sotterfugi, occultamento di verità e finanza creativa, anche al di là dell’oceano, venga in mente l’Italia ed i Ministri finanziari che si sono succeduti in questi anni, da Pomicino a Tremonti. Non c’è che da sperare che fosse questa davvero l’unica fonte del New York Times e non ci siano elementi più solidi.
