La giustizia negoziata
Si è concluso recentemente il processo legato alle violenze commesse nella caserma di Bolzaneto, in occasione del G8 di Genova del 2001, con il riconoscimento della colpevolezza di tutti i 44 imputati. Capita però che in ambito penale la condanna sia scattata solo per 7 imputati, essendo stati tutti gli altri reati provati e accertati ma prescritti. Evito il consueto pistolotto su quanto è odiosa la prescrizione e su quanto assurda sia la lunghezza dei processi così come sulla capacità di autoassoluzione che dimostrano sempre le nostre forze dell’ordine. C’è una cosa di questa vicenda che mi lascia perplesso: perché una sentenza finalmente esemplare scatta solo quando il reato è ormai prescritto? C’è una norma non scritta che vieta di condannare poliziotti di un certo rango e quindi solo la scappatoia della prescrizione offre ad un giudice la possibilità di scrivere una sentenza veritiera e non condizionata da veti e pressioni? E’ troppo sospettare che la severità dimostrata nel giudizio della Corte d’Appello di Genova sia stata negoziata in base a rassicurazioni sull’intervento della prescrizione? Suona irrealistico che la Corte abbia potuto decidere in libertà ed in modo equo, solo perché poche erano le persone che rischiavano un’infamante condanna detentiva? Le storie dei processi contro Andreotti e Berlusconi sono pieni di sentenze tirate per i capelli: da una parte per salvare la deontologia professionale del giudice che impedisce ai giudici di scrivere sentenze fasulle, dall’altra per aggirare l’impossibilità di emettere sentenze di condanna nei confronti di certi personaggi. Creso sarebbe interessante scoprire come si svolgono queste trattative, questi negoziati, magari in cene segrete, magari nel separè di localini fuori mano.
Secondo indiscrezioni l’ex-amministratore della Juve Giraudo è stato vittima di una di queste negoziazioni, nella quale era stata fatta al suo avvocato la promesssa di un’assoluzione nel processo Calciopoli, promessa per la quale l’avvocato aveva optato per il rito abbreviato. Così il Giraudo, a dispetto delle promesse e dell’assenza di elementi probanti, si è ritrovato con una bella condanna a tre anni per frode sportiva, senza nemmeno aver capito il perché.
Insomma ancora nella vicenda di Giraudo si dimostra che il modello che funziona meglio non è quello da sukh arabo, in cui si negozia anche quando non ce n’è bisogno, ma quello in cui valgono regole e leggi e non la persuasione personale. Ma che dire, a noi piace così…
Le bugie, le città e le province
“Il partito del capo del governo ha registrato nella tornata elettorale regionale dello scorso finesettimana una flessione significativa del 5% rispetto alle elezioni europee dello scorso anno.”: potrebbe essere il titolo di un notiziario di oggi se l’Italia avesse un’informazione come quella di un qualunque altro paese europeo. Ed invece campeggiano sui principali quotidiani e telegiornali titoli che inneggiano alla vittoria si Silvio. Certo, la dialettica che segue ogni elezione è quella per la quale tutti cercano di convincere tutti di avere vinto e chi è forte mediaticamente meglio riesce a convincere, ma non ci vuole un grande acume per farsi venire qualche dubbio sulla lettura prevalente dei risultati elettorali.
E’ sicuramente un fatto oggettivo che nelle regioni in cui si è votato la destra abbia riconfermato suoi Presidenti là dove li aveva (Lombardia e Veneto) e li ha ottenuti in Lazio, Piemonte, Campania e Calabria, dove invece governava la coalizione opposta, ma negli ultimi cinque anni sono successe così tante cose in Italia, che il 2005 sembra poco più di un pallido ricordo. In quelle elezioni la sinistra ottenne un successo quasi totale (conquistò anche l’Abruzzo che poi perse successivamente in elezioni anticipate), lasciando alla destra in Italia solo Lombardia, Veneto, Molise e Sicilia e si preparava a stravincere le elezioni del 2006 prima che il Porcellum permettesse a Berlusconi uno straordinario recupero. Eppure anche nelle regioni che hanno segnato il trionfo del berlusconismo, il Piemonte ed il Lazio, curiosamente la coalizione che sosteneva i candidati vincenti ha ottenuto meno voti di quanti non avesse ottenuto 5 anni fa la coalizione omologa.
Se poi proviamo a verificare, come solitamente si fa, la tendenza del momento, il trionfo di Silvio assume rapidamente le sembianze della disfatta. Partirei proprio dal Piemonte dove, come già ricordato, la coalizione che sosteneva Cota ha ottenuto meno voti (46,9 contro 48,6) di quanti ne aveva avuto la coalizione che sosteneva Ghigo cinque anni fa: è vero che quella coalizione comprendeva anche l’UDC ma si è visto molte volte che non ci si porta dietro quasi mai i voti quando si cambia coalizione. Soprattutto però c’è un arretramento impressionante rispetto ad un anno fa (che rappresentò comunque un’elezione in parte deludente per Berlusconi) visto che il PdL perde un 7% secco di voti dei quali la Lega recupera solo un 1%. Rispetto alle Europee nemmeno in Liguria va molto meglio con il PdL in calo del 5% ed una crescita minima della Lega. Se in Lombardia il PdL limita i danni ad un -2%, nel Sud la presenza di liste locali ha reso ancora più pesante la disfatta del Pdl che in Campania, pur eleggendo il Presidente, perde il 12%, esattamente come in Puglia, mentre in Basilicata si arriva addirittura al -14%. In definitiva basta raffrontare il risultato di queste elezioni con quelle dello scorso anno per rendersi conto di quale sia l’esito reale delle elezioni e quanto l’informazione riesca a sovvertire le cose.
Un altro elemento che queste elezioni hanno segnalato come sempre più ragguardevole è la distanza tra le città e le loro province. In un Veneto che regala a Zaia un trionfo, Brunetta viene bocciato clamorosamente a Venezia, in una Lombardia feudo di Formigoni tre capoluoghi su tre hanno visto il successo del candidato di sinistra, ed in due di essi addirittura non è nemmeno necessario il ballottaggio. Il bello è che in uno dei due comuni, Lecco, il candidato perdente è il Viceministro Castelli che, come Brunetta, ha cercato senza fortuna di dare degli idioti ai suoi concittadini, chiedendo loro di eleggerlo pur mantenendo la sua carica di governo. Nella provincia di Cuneo in cui trionfa Cota (55%) la Bresso è nettamente in vantaggio nel capoluogo. Questa dicotomia sempre più forte ha certamente una possibile chiave di lettura nella differenza usuale tra contesti culturali di provincia e di città . Il fatto che però questo gap si allarghi suggerisce un’altra lettura: visto infatti quanto diverso sia l’orientamento elettorale di chi usa Internet da chi non lo utilizza sarebbe interessante chiedersi quanto, alla distanza sempre più ampia tra città e provincia, contribuisca quello che si definisce il digital divide, ovvero la fatica che la larga banda fa nel superare i confini delle città e coprire anche il territorio che sta al di fuori di esse.
Un primato che si sta esaurendo
Questo Campionato di calcio segnerà , nel caso in cui lo vincessero Inter o Milan, uno storico sorpasso: quello del numero di scudetti vinti a Milano rispetto a quelli vinti a Torino. Attualmente il conto è 34 a 34 e poco importa che sotto la Mole ne contiamo 37Â contro 33 (Vedi campionati 1926-27, 2004-05 e 2005-06), la Federazione vede diversamente questi numeri.
E’ forse significativo che proprio nella stagione del possibile sorpasso, si siano verificati due fatti con pochi precedenti nella storia della città , uno per ognuno delle sponde del Po. So che juventini e granata inorridiranno ad essere accomunati, ma il fatto che lo stesso grado di contestazione violenta sia esploso prima tra i tifosi granata e poi tra quelli juventini nella stessa stagione calcistica ha un significato che è difficile considerare casuale. Da decenni Torino è considerata da molti una città in decadenza: sicuramente lo è dal punto di vista demografico, probabilmente lo è anche da quello industriale, ma ha sempre dimostrato una straordinaria vitalità in ambito calcistico presentando, almeno fino all’inizio degli anni ’90, le proprie due squadre stabilmente al vertice del calcio italiano. Negli anni ’90 iniziò una lenta decadenza del Toro che divenne squadra da metà classifica prima e altalenante tra A e B poi. La Juve però, fino ai fatti di Calciopoli, era rimasta la dominatrice del nostro calcio e protagonista di quello europeo, capace di raggiungere in quindici anni più finali europee perfino del Real Madrid. Dalla retrocessione in B in poi la situazione è cambiata e quella terribile macchina da gol e da successi sembra essersi trasformata in un macinino.
Per anni in giro ci si chiedeva come mai sotto la Mole si giocasse meglio al calcio, cosa portasse tanti titoli nella quarta città italiana, che si permetteva di avere due squadre quando Napoli ne aveva una sola, e questo pur non brillando per partecipazione popolare e per incassi ai botteghini. La risposta che ho sempre provato a dare stava in una frase che era stata attribuita a Diego Maradona: “C’è una sola città al mondo in cui io possa entrare in un bar, ordinare un caffé, berlo ed uscire senza che nessuno dimostri di avermi riconosciuto: ed è Torino!“. Personalmente ho nutrito a lungo il sospetto che la forza della città fosse proprio quel temperamento serafico, quella flemma sabauda, che liberava i giocatori di Juve e Toro dalle tensioni tipiche di altre piazze italiane, che consentiva di affrontare vittorie e sconfitte senza patemi e angosce. Se altrove le contestazioni, gli agguati, erano abitudine abbastanza consolidata, a Torino anche in situazioni di tensione e di delusione, non si andava mai oltre. Né la Juve che epurò Capello (giocatore) e Anastasi, né quella che offrì ai tifosi i numeri deludenti di Barros e Zavarov indussero a simili proteste, né mi pare che il tifo granata, pur avvezzo anche in presenza di momenti difficili, fosse giunto mai all’agguato. Un segno che le cose stavano cambiando si era avuto nel ’94, la deludentissima stagione che precedette l’arrivo trionfale di Lippi, quando Andrea Fortunato, promettente terzino juventino, fu preso a sberle in quanto accusato di scarso impegno. Si scoprì poi che la sua condizione precaria era legata ai primi sintomi della leucemia che lo avrebbe colpito di lì a pochi mesi portandolo alla morte.
Dopo la retrocessione in B il tifo juventino ha cominciato a diventare sempre più iroso, non tanto contro gli avversari sportivi, quanto contro la società , la proprietà , la dirigenza, talvolta anche i giocatori. La Juventus ha la caratteristica di essere una società legata a doppio filo con la proprietà e per questo è difficile pensare ad una contestazione nei confronti della proprietà senza danneggiare la società stessa. Di qui un circolo vizioso di malcontento, tensioni e risultati deludenti giunto fino alla folle aggressione a Zebina di Domenica che i cronisti più pruriginosi hanno subito voluto etichettare come razzisti, ma che è in realtà il classico scappellotto dei tifosi iracondi, al quale chi giochi a calcio ad altre latitudini è abituato, a Torino lo siamo molto di meno. Sull’altro versante, quello granata, dai primi moti di piazza ai tempi del fallimento, per finire ad un crescendo di rabbia culminato con l’aggressione di Gennaio ad un gruppo di giocatori.
Sarà un caso, sarà una coincidenza, ma non sarà proprio la perdita di una certa specificità pedemontana, di quella tranquillità che il carattere di queste parti concedeva a chi doveva riprendersi da una sconfitta, ad essere tra le molte ragioni di una decadenza sempre più marcata? Non sarà la perdita della serenità necessaria per poter portare avanti un lavoro quotidiano che è anche di giornate sfortunate, di rese incondizionate, ad aver fatto tramontare il primato di Torino capitale del calcio? In questi giorni l’estremismo della Lega Nord, dopo tanti anni di difficoltà nel penetrare in Piemonte, per la prima volta sfonda in questa regione: non sarà anche questo un segno dell’imbarbarimento della regione ai piedi dei monti?
Chissà se questa regione e questa città hanno ancora speranza di riuscire a recuperare la loro specificità e la loro identità di propaggine dell’Europa in Italia o se sprofonderà nella decadenza civile dell’Italia di oggi? Non solo i tifosi di calcio attendono una risposta a questa domanda.
L’ex-governo del fare
Il Presidente del Consiglio ha dichiarato nei giorni scorsi: “sono costretto a star qui a parlare di queste cose (le inchieste, ndr) piuttosto che raccontare le tante cose fatte dal governo“. Ci sarebbe in effetti da mordersi le mani fino ai polsi, non fosse stato per le inchieste avremmo forse infine scoperto cosa ha mai fatto nei due anni da che si è insediato il governo Berlusconi Ter. Sappiamo tutto dei vari Lodo Alfano, legge sull’intercettazioni e altre cose che però interessano il Premier e i suoi avvocati e casomai qualche malvivente comune che ne possa approfittare. Sappiamo tutto dell’emergenza rifiuti a Napoli e della sua brillante soluzione nel giro di poche settimane da parte di Bertolaso, già che c’era magari sarebbe stato meglio prolungarla un po’ visto che dopo due anni la situazione è punto e a capo e perfino il PD se ne è accorto recentemente (forse perché ormai non c’era più bisogno di difendere Bassolino?). Sappiamo tutto della soluzione del problema Alitalia e della sola del secolo rifilata dagli amici della Cordata Italiana ai contribuenti, sola che oscura quella che la Fiorentina ha rifilato alla Juve cedendole Felipe Melo. Sappiamo tutto anche del miracolo del terremoto in Abruzzo, miracolo che è consistito nel non riuscire, in un intero anno, a sgomberare le piazze dalle macerie fino ad indurre la gente esasperata a fare da sé.
Sappiamo relativamente poco della riforma dell’università tranne quando paghiamo la retta universitaria che ormai è dell’ordine di quella di Harvard. Sappiamo relativamente poco della riforma della scuola, tranne quando scopriamo che qualche conoscente insegnante è rimasto a spasso.
Sappiamo molto poco di tutto il resto, o meglio, ogni tanto sappiamo che un ministro ha annunciato che farà questo o quello entro domani, ma poi? Leggo ad esempio un interessante resoconto sullo stato di avanzamento del Piano sulla Pubblica Amministrazione di Brunetta. Degli 11 punti, 7 dovevano chiudersi a Dicembre 2009 e nemmeno uno è stato in realtà raggiunto, uno degli altri 4 è quello della banda larga che, essendo stati tagliati i fondi, è rinviato a data da destinarsi e con fondi comunque ridimensionati.
In sostanza quello che si autodefiniva il “governo del fare” poteva definirsi così nel 2001, magari con uno sforzo di cieca fiducia nel 2008, ma dopo altri due anni oggi non può che essere definito: “Il governo dell’annunciare“.
La civiltà che sceglieremo
Di episodi che segnalano la barbarie che avanza nel paese ce ne sono tanti, ma alcuni sono davvero significativi. In un paese della provincia di Vicenza, Montecchio Maggiore, il sindaco leghista Milena Cecchetto ha deciso di sospendere, presso la scuola elementare Manzoni, la fornitura della mensa scolastica ai bambini i cui genitori fossero indietro con la retta della scuola. Gli interessati si sono ritrovati di fronte, in luogo del normale pranzo, un pezzo di pane e una bottiglietta d’acqua. I colonnelli della Lega si sono subito affrettati a applaudire all’iniziativa e molte manifestazioni di solidarietà sono state espresse da cittadini (alcuni sono stati intervistati anche dal TG1 di qualche sera fa).
Nella cultura nella quale sono cresciuto, cose del genere le facevano i personaggi più malvagi dei libri di Dickens, oggi li fanno le cariche pubbliche che dovrebbero essere (e in genere lo sono) rappresentativi del volere dei cittadini. Ormai anche la pietas verso le sorti di un bambino è un concetto superato in nome di una cultura dell'”Ognuno fa per sé” e del “E se non ci riesci sono fatti tuoi” che mi ricorda tanto la giungla. Ho l’impressione che ritornare a ragionare come animali non fosse proprio negli intendimenti di chi ha vissuto e di chi è morto per costruire la civiltà moderna, ma questa è la realtà che esiste nella nostra società e con la quale dobbiamo fare i conti oggi.
Non c’è però solo questo, c’è la gente di Montecchio che è scesa in piazza per protestare, ci sono soprattutto gli altri bambini che hanno rinunciato ad un po’ del loro pranzo per darlo agli amici meno fortunati, c’è un altro modo di intendere, oggi ed in prospettiva, la società umana.
Non pretendo di stabilire quale sia il modo giusto, ciò dipende appunto da una concezione soggettiva del giusto e del bello. La cosa importante è essere coscienti che quando qui in Piemonte come in altre regioni, tra pochi giorni, sceglieremo se votare in un modo o in un altro (in qualsiasi altro), se prediligere il candidato leghista o uno degli altri, staremo facendo una scelta tra due diversi modi di concepire la società e la civiltà umana. Basta esserne coscienti.
E se non fosse così sbagliato?
Nelle scorse settimane uno degli argomenti principe di giornali è tv è stato la serrata dei talk show politici che ha portato ad una protesta che ha sorprendentemente unito Michele Santoro e Bruno Vespa fino alla trasmissione clandestina di Annozero di domani sera. La cosa era in realtà nata dalla decisione della Commissione di Vigilanza della RAI che aveva stabilito che anche nei talkshow politici le diverse liste avrebbero dovuto essere presenti in parti uguali, la decisione poi è stata estesa dall’Agcom alle tv private fino al pronunciamento contrario del TAR. Ovviamente la cosa avrebbe stravolto le modalità di funzionamento dei talkshow di qualunque orientamento, da Annozero a Portaporta e questo ha portato alla chiusura temporanea di tali trasmissioni. Non ci vuole un’intelligenza sopraffina per ipotizzare che la decisione sia stata strumentale alla sospensione delle trasmissioni sgradite e che, lasciando il terreno della comunicazione politica a Telegiornali ed alle private, la maggioranza che controlla la RAI abbia cercato di trarne vantaggio.
Tuttavia ho dei seri dubbi che sia, in linea di principio, sbagliato che la comunicazione politica venga distribuita in modo equo tra le varie liste candidate. Ottemperare a tutti gli obblighi di legge per presentare una lista alle elezioni è abbastanza complesso da pensare che ci riesce abbia diritto ad aver il suo spazio a confrontarsi con gli altri candidati in condizioni di parità . Se così non fosse la rappresentanza politica smette di essere un sistema per riportare le istanze e i diritti dei cittadini e diventa una festa ad inviti.
Al riguardo ho trovato interessante il video di Vittorio Bertola circa la richiesta insoddisfatta del Movimento Cinque Stelle di avere un confronto con i candidati che vanno per la maggiore alla Presidenza del Piemonte, Mercedes Bresso e Roberto Coto (…pardon Cota). E’ giusto che di fronte alla richiesta di confronto di chi si è legittimamente e legalmente presentanto alle elezioni si risponda come hanno fatto i due più accreditati candidati alla Presidenza regionale?
Shaolin soccer
Ve lo ricordate il film cinese di qualche anno fa “Shaolin soccer” che riproponeva nel calcio le sceneggiature d’azione, dalle caratteristiche paradossali, tipiche dell’estremo oriente? Che la stagione della Juve sia paradossale era già vero ma vedere scene che mi ricordassero il film in oggetto non me l’aspettavo proprio ed invece l’immagine di Chimenti trascinato in porta dalla fucilata di Cassano ben figurerebbe nel film di Stephen Chow e credo diventerà una delle foto più sintomatiche di questa disastrosa annata. Il fatto che l’anziano portiere si sia poi fratturata la mano per la rabbia diventa la prova che reagire in modo sbagliato alle sconfitte è il miglior modo per propiziarne altre.
Ho ormai la nausea delle lamentazioni: “Ah, Diego ha deluso. Ah, Del Piero non è più quello di una volta. Ah, Iaquinta è troppo statico.”. Se in tutto il primo tempo abbiamo giocato senza fasce laterali, stringendosi sistematicamente verso il centro vuol dire che c’è qualcosa che non va nella disposizione della squadra. Paura di scoprire la difesa? Paura di non avere fiato per tornare? Schema tattico prudente? Comunque sia il problema sta lì e non nel piede di Diego che resta di cristallina qualità nel trattamento di palla; è poi vero peraltro che lo stesso piede produce solo ciabattate quando va al tiro ma anche questo, ricordando i gol che segnava quando era a Brema, è una cosa che meriterebbe una spiegazione da chi ha in gestione la salute dell’unico asso che abbiamo…
La città degli scacchi
La grande Federazione russa è composta da un numero impressionante (83) di entità federate con varie differenti forme organizzative. Una di queste è la Repubblica autonoma di Calmucchia il cui Presidente è un tipo curioso di nome Kirsan Ilyumzhinov che è anche presidente della federazione mondiale scacchi. Ilyumzhinov è stato eletto Presidente della Repubblica nel 1993 in piena confusione post-sovietica, poi dopo alcune riconferme popolari la riforma della federazione ha soppresso l’elezione diretta del Presidente e quindi Ilyumzhinov è stato riconfermato in modo imperituro da Putin come Presidente della Calmucchia. La sua passione per gli scacchi va ben oltre l’impegno nella Federazione mondiale: egli ha infatti costruito nella capitale calmucca Elista un intero quartiere dedicato agli scacchi chiamato Шахматный городок (pr. Shakhmaty garadok) ovvero la citta degli scacchi, una città costruita nel massimo sfarzo che richiama nelle sue architetture, nei suoi monumenti e nella toponomastica il popolare gioco. Pare che il Presidente scacchista abbia speso tra i 30 e i 50 milioni di dollari per costruire la città , il che non è male considerando che la Repubblica di Calmucchia ha anche la caratteristica di essere poverissima.
Lo so, il nome del paese è un po’ buffo e anche l’idea della città degli scacchi sembra tratta da un romanzo surrealista, ma è tutto vero. La cosa fa un po’ inorridire e un po’ sorridere e sembra fatta apposta per essere ambientata in un paesello lontano governato da un pazzo scatenato, ma non sorridiamo troppo: anche un vulcano artificiale in giardino non è un’idea tanto meno folle.
Segni
Metto a confronto la prima pagina di Libero di ieri con un paio di vecchi manifesti di propaganda fascista. L’analogia è chiara e non credo che il direttore di Libero Belpietro, per quanto non sia una cima, non si rendesse conto, quando l’ha approvata, della possibile simiglianza della prima pagina con gli slogan del ventennio.
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Oggi sento che Berlusconi dichiara che non gli dispiace la definizione di Bersani di “capopopolo” e anche questo è un segno del fatto che ormai di fronte a certe definizioni la finta indignazione cede il passo al compiacimento.
A questo punto l’unico segno positivo è il fatto che in realtà a Roma la manifestazione ha avuto una partecipazione deludente ma anche questo, in un mondo mediatizzato nel quale aggiungere uno zero non è assolutamente un problema, sembra essere solo un piccolo incidente di percorso.
Sei non bastano ancora (2)
Uscendo un anno fa dallo stadio dove avevo appena visto la Juve pareggiare 2-2 contro il Chelsea e lasciare così la Coppa dei Campioni, facevo la considerazione che, per quanto gli infortuni che anche allora falcidiavano la squadra avessero inciso in modo determinante, tra l’altro compreso quello di Nedved durante la partita stessa, una squadra che giungesse all’episodio decisivo della stagione con in campo Grygera e Salihamidzic era una squadra con un organico insufficiente e quindi non adeguato a grandi ambizioni. Che la presenza decisiva in senso negativo dei due “parametri zero” abbia caratterizzato anche l’episodio decisivo a livello internazionale di questa stagione è il segno che, nonostante qualche sforzo in più in termini di ampliamento dell’organico, siamo ancora al punto di partenza. Non ce l’ho con i volenterosissimi Brazzo e Zdenek e tantomeno con Jonathan che quando non è infortunato dà sempre tutto e forse anche troppo visto che spesso finisce come Giovedì sera… Ce l’ho con una società che deve imparare a programmare anche i rischi e quindi evitare di cedere Ariaudo in prestito o lasciare Criscito a Genova per pochi spicci, per poi perdersi così i milioni della Champions e della Coppa Europa. Ce l’ho con chi da anni ha un numero di infortuni superiori alla media e solo ora ha cominciato a prendere in considerazione la possibilità che non sia solo una fatalità . E’ penoso che dopo aver preso quattro reti condite da due pali, ci sia chi attacca Diego, Camoranesi e Trezeguet: anche Mazinga e Goldrake all’attacco avrebbero faticato a sostenere una squadra alla quale bastava un cross da centrocampo per andare nel panico.
Vorrei però che queste considerazioni non facciano calare il velo su quanto combinato dall’arbitro Kuipers. Avevo già scritto che l’aggiunta, sperimentata in Europa League, dei due assistenti di area avrebbe aiutato senz’altro l’arbitro ma che non azzerava le capacità richieste ad un direttore di gara. Possiamo anche avere in campo dodici, venti giudici ma se l’arbitro principale ha studiato il regolamento sul bignamino purtroppo saremo sempre qui a commentare gare falsate, giudizi stravolti, sospetti di compensazioni e combine. Non so come sarebbe finita senza l’assurda espulsione di Cannavaro, probabilmente saremmo usciti lo stesso, ma temo che il signor Kuipers la regola 12 non l’abbia mai sfogliata o mai capita, o quantomeno che il suo concetto di “evidente opportunità di segnare una rete” sia piuttosto originale e questo un’organizzazione come l’UEFA non se lo deve poter permettere.



