Involontaria autoironia
Nell’edizione di Sabato del TG1 della sera uno degli ultimi servizi aveva per argomento i nuovi ritrovati della tecnologia per palestre e fitness. Uno di essi era rappresentato da un tapis roulant con console dotata di monitor e collegamento ad Internet: per stare su facebook anche quando si fa jogging. Il primo piano della console rivelava che la fascinosa jogger stava navigando proprio sul sito del Tg1. Sapreste immaginare cosa trovava la signorina sul sito del telegiornale di Minzolini? Ebbene sì, sulla homepage campeggiava una enorme foto del Premier Berlusconi.
Sapersi prendere in giro è una qualità che non conoscevo in quelli del TG1 ma che apprezzerei molto, mi viene però un dubbio: forse l’autoironia era involontaria?
Chi ci crede ancora?
Come in una ben costruita sceneggiatura Inter-Juve è caduta proprio nell’infuriare dello scandalo Calciopoli 2. Proprio mentre anche chi non è solito farsi sfiorare dal dubbio comincia ad avere qualche sospetto che chi si fregiava del titolo di paladino del calcio puro ed onesto fosse marcio quanto gli altri e che la ricostruzione fatta dal processo sportivo del 2006(forse perché orchestrata dall’interista Guido Rossi?) fosse quantomeno parziale, arriva l’incontro sul campo tra chi da quella ricostruzione fu affossato e chi invece ne fu elevato a martire. L’aver scoperto che il Milan di Galliani e l’Inter di Moratti facevano esattamente quanto costò a Moggi la cancellazione del calcio non ha solo voluto dire riconsiderare la storia antecedente al 2006 ma anche quella successiva di cui, a differenza di Moggi, Moratti e Galliani hanno continuato ad essere i padroni. E se questo tarlo c’era in chi ha guardato la partita l’altra sera, lo sceneggiatore di cui sopra non poteva esimersi dal dare voce a quel tarlo, inventandosi una partita quasi interamente condizionata da una controversa decisione arbitrale. Intendiamoci, per sgombrare il campo dagli equivoci, l’espulsione di Sissoko non è scandalosa: la seconda ammonizione ci poteva stare e se la prima era quasi del tutto ingiustificata (Thiago Motta lo spintonava vistosamente per un contrasto precedente per il quale l’arbitro non aveva preso provvedimenti) è anche vero che è prassi consueta degli arbitri meno attenti, in caso si accorga di due giocatori che litigano, ammonirli entrambi. Il punto è però un altro: a ruoli invertiti l’arbitro Damato avrebbe preso la stessa decisione? Si sarebbe fatto condizionare dalle prevedibili polemiche di Mourinho, di Moratti, e dei tanti giornalisti in quota nerazzurra (ovvero quasi tutti i commentatori RAI)? Quanto accadde in Inter-Sampdoria di fronte a ben più motivate decisioni dell’arbitro può non condizionare chi deve decidere? Avrebbe dato Tagliavento alla Lazio un rigore non propriamente solare che poi Floccari ha sbagliato, se l’avversaria non fosse stata la Roma in concorrenza con l’Inter per il titolo? Sarebbe stata l’Inter favorita in tutti i modi dall’arbitro nel recente Roma-Inter, pur perso 2-1?
Intendiamoci, siamo nel campo della pura cultura del sospetto, ma come si fa a non vivere nella cultura del sospetto quando si scopre che l’Inter, se dovesse vincere questo Campionato, lo vincerà grazie agli “aiutini” arbitrali, così come l’anno scorso e l’anno prima? Possibile sia solo una combinazione? Siamo sicuri che non ci sia stato, come cinque anni fa, un designatore che ha rassicurato Moratti promettendogli che “avrebbero cercato di rialzare la situazione”? Un regalino natalizio, qualche riunione segreta, qualche arbitro caro amico? I tanti giornalisti che si sono trasformati improvvisamente in pompieri sono genuinamente convinti di quanto sostengono oppure sono parte di un sistema mediatico la cui parola d’ordine è tener sotto il tappeto realtà fastidiose e potenzialmente devastanti per il sistema? Speriamo di no. Mi limiterei però alla speranza: crederci mi pare troppo. Anche perché credere in un calcio che presenta un Inter-Juve con San Siro semivuoto mi pare davvero una sfida oltre le mie forze.

Così Venerdì sera, di fronte ad una cornice indegna del match, l’incontro iniziava con la solita Juve gagliarda della prima mezzora (e basta). Del Piero e Iaquinta facevano paura a Julio Cesar, Diego saltava gli avversari come birilli, apriva benissimo il gioco e faceva il Diego che ci aspettavamo almeno da Ottobre. L’Inter non rimaneva ad assistere e la cronica difficoltà della Juve di disimpegnare con raziocinio lasciava spazio alle ripartenze micidiali dei nerazzurri che ci davano non pochi grattacapi. In porta però c’era Gigi, che vale molto più dei 25 milioni per i quali Secco e Bettega pensano di venderlo, e la cosa faceva stare per il momento tranquilli. Non era però tranquillo Momo che si beccava uno spintone da Thiago Motta ed un’ammonizione inopinata da Damato (a proposito: ma che ci fa il pessimo Damato a dirigere un incontro del genere?). Poco dopo lo stesso Sissoko perdeva un pallone sulla trequarti difensiva e per recuperarlo andava a fare un fallo su Milito regalando una punizione dal limite all’Inter. Non contento infine interveniva ancora fallosamente su Zanetti e Damato lo cacciava. Era la fine delle speranze perché l’Inter iniziava un assedio che finiva solo quando Maicon sparava là dove nemmeno Gigi arrivava e finiva lì la partita, anzi finiva quando su una punizione dal limite Diego tirava, come al solito, come se indossasse un paio di pantofole, consentendo una facile parata a Julio Cesar.
Era la sconfitta più bruciante, perché un qualunque risultato positivo, per quanto forse inutile, avrebbe potuto ridare un po’ di nobiltà ad una stagione invereconda. I risultati della Domenica certificavano l’uscita definitiva dalla zona Champions. Adesso si dovrà riiniziare quasi da zero con il macigno dei tanti che senza Champions non vorranno venire o rimanere, come in una seconda Serie B. In realtà qualche base solida ci sarebbe, tipo il nostro Gigi, che però, come sopra accennato, sarebbe in partenza. In definitiva è difficile vedere un lato positivo e spargere un po’ di ottimismo su questo finale di stagione juventino. Chi ne vede qualcuno si faccia avanti, a me non viene in mente nulla.
Una provincia di nome Italia
Ho trovato interessante il modo in cui l’evento dell’eruzione del vulcano Eyjafjallajà¶kul è stato raccontato dai telegiornali della RAI. A partire del nome stesso del vulcano quasi mai citato, (d’accordo: è difficile da pronunciare, ma ogni tanto citarlo? Giusto per ricordarsi di quale si parla) l’accaduto è stato raccontato come qualcosa di lontano, come se fosse avvenuto su un’altra galassia o su un atollo disabitato. Nessun servizio che coprisse l’evento, gli impatti devastanti sulla popolazione locale: per carità , qualche migliaio di persone , non di più, ma pur sempre gente che ha dovuto abbandonare casa propria ad un non invidiabile destino. Spesso nemmeno un minimo di chiarimento sul fenomeno dal punto di vista scientifico, sui precedenti storici che includono altri Jà¶kulhlaup (ovvero eruzioni di vulcani posti sotto un ghiacciaio) come quello del 1996, o su altre eruzioni del passato che in altre parti del mondo provocarono innalzamento di polveri nell’atmosfera come quella di Tambora nel 1815. L’unica cosa che ci interessava sembravano essere i disagi per i viaggiatori che non potevano volare a causa della nube, a cosa poi fosse legata la nube, se fosse dovuta ad un contadino malaccorto che aveva esagerato nel bruciare le stoppie o ad un’esplosione che aveva inghiottito tutta l’Islanda.
E’ la filosofia di un’informazione che vuole solo soddisfare le curiosità , mai informare, mai raccontare, mai allargare gli orizzonti.
Quando l’arbitro si mette a giocare
I notiziari sportivi e non sono pieni di notizie sulle nuove intercettazioni su Calciopoli rese pubbliche dalla difesa di Moggi che ribaltano tutto il teorema su cui erano stati costruiti il processo sportivo e l’inchiesta giudiziaria. Tra queste però le conversazioni di Calciopoli 2 che ho trovato più interessanti non sono quelle che hanno avuto più risonanza, ovvero quelle che dimostravano che gli stessi identici tentativi di influenzare le designazioni che compiva Moggi erano compiute dai dirigenti di Inter, Milan ed altre squadre.
Ovviamente chi in questi anni non ha fatto che ripetere i suoi dubbi sulla sentenza affrettata e piena di omissioni di allora fatica a trattenere lo sdegno nel momento in cui emerge con chiarezza che i comportamenti dei dirigenti delle squadre concorrenti erano gli stessi identici di Moggi, lo stesso tentativo di influenzare per non dire di dettare le decisioni dei designatori, la stesso tentativo continuo di garantirsi favori e favore, spesso anche la stessa arroganza. Emerge il fatto che le griglie Bergamo non le concordava solo con Moggi ma anche con Facchetti e con Meani ed anzi, quando la Juve affrontava il Milan, la griglia aveva colori decisamente rossoneri. Emerge il fatto che contro gli arbitri che non si adeguavano alla linea milanese le sanzioni non erano solo la presunta chiusura nello spogliatoio ma gli si prometteva il peggio (“gli tagliamo la testa“, prometteva Meani).
Le conversazioni che ho trovato più interessanti sono però quelle che individuano qualcosa di più che non trova riscontro nemmeno nelle tante addebitate a Moggi. Sono quelle in cui, sia con esponenti del Milan che dell’Inter, il designatore arbitrale Bergamo riferisce le emozioni da tifoso che ha provato da un lato nel vedere l’Inter rimontare dallo 0-2 al 3-2 contro la Sampdoria, dall’altra nel vedere il Milan soccombere contro la Juve, addirittura in un’altra conversazione giunge a dire, a proposito della crisi dell’Inter, “àˆ una situazione che vorrei proprio anch’io aiutarvi a raddrizzare” come se si proponesse di fare le veci dei giocatori nel rilanciare la squadra nerazzurra. Non so se Bergamo sia tifoso dell’Inter, del Milan o di chi altro ma ho il dubbio che non sia né l’uno né l’altro. Temo che il problema sia che nel sistema, puramente clientelare, sul quale il calcio italiano si basava e si basa tuttora: questo sistema comporta che non basti che il giudice non sia propriamente super partes, non basta che si pieghi ai tentativi di influenzarlo, all’arroganza dei più potenti. Il giudice deve dimostrare in modo chiaro ed inequivocabile di essere dalla tua parte, di essere sul carro del potente di turno, di fare il tifo per te e questo lo porta a salire sull’aereo del Milan o a promettere all’Inter un aiuto per risollevarla dalla crisi.
Alla fine in questa vicenda, in cui l’unica certezza è che i dirigenti delle tre principali squadre agivano allo stesso modo e quella dell’Inter ha solo l’aggravante di essersi spacciata per diversa, la figura di Bergamo rimane la più interessante. La sua indignazione per essere stato travolto dalle scandalo è ben più genuina di quella di Moratti. Quest’ultima è quella del classico potente che ritiene di essere intangibile e quindi non accetta di essere processato nemmeno di fronte all’evidenza delle sue responsabilità , che giustifica le proprie malefatte sulla base della difesa di un proprio primato morale arbitrariamente attribuitosi e superiore a regole scritte e non. La figura di Bergamo ricorda invece quella di Citaristi, il cassiere della DC travolto dagli scandali di Tangentopoli, e rappresente lo stupore di chi si è limitato a stare nelle regole di un sistema più grande di lui e che adesso non capisce perché viene messo sotto accusa. Ecco, ricorda un po’ il giudice della Corte Costituzionale che si indigna di fronte a chi lo critica per essere andato a cena con Berlusconi alla vigilia della sentenza sul Lodo Alfano. E’ alla fine il personaggio più diffuso in un paese che prova con pertinacia a darsi delle regole ma poi non riesce che a vivere di accordi sottobanco, intrallazzi, piccole truffe come in un rapporto, con questi vizi, di malsana dipendenza.
Sentenze solo apparentemente ideologiche
“Non esiste la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del Web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità “. Si apriva così, con una citazione tratta dalle motivazioni della sentenza, l’articolo con cui Repubblica ha raccontato le motivazioni della sentenza con cui il giudice Oscar Magi ha condannato quattro alti manager di Google Italia, nell’ambito del processo che, per chi non lo sappia, riguarda la temporanea presenza sulla risorsa Google Video di un filmato i cui contenuti violavano la legge sulla privacy divulgando dati personali, oltre che diffamare un’associazione che si occupa di bambini Down. Tra i capi di imputazione verso i manager di Google Italy figurava una corresponsabilità nei contenuti caricati sul portale.
Intendiamoci l’affermazione sopracitata è ovvia, è quasi tautologica, e proprio questa sua ovvietà porta a vederla, leggendo l’articolo, come una sorta di mantello ideologico della sentenza che pare gettare una significativa ombra sull’operato dei giudici.
Nell’articolo di Repubblica si specifica poi che in realtà la motivazione della condanna non è legata al mancato controllo preventivo dei dati inseriti (accusa dalla quale in realtà gli imputati sono stati assolti) ma alla carenza nell’informativa sui dati personali presentata agli utenti in fase di registrazione e upload, ma vengono riproposti subito dopo altri passi della sentenza dal quale si percepisce un intento ideologico, o almeno un’impostazione dottrinaria in merito alla questione.
Essendo totalmente digiuno di diritto ho faticato assai a muovermi nelle 111 pagine della sentenza ma alla fine l’impressione che ho tratto è che il giudizio fosse al contrario discretamente “laico”, che si affermasse con chiarezza l’inesigibilità di un controllo preventivo sui dati immessi sul portale da parte dei responsabili dello stesso, che il capo di imputazione che ha fatto scattare la condanna è solo ed esclusivamente quello dell’informativa sulla privacy e che le frasi riportate sono parte di un discorso che, solo se estrapolate dal contesto, assumono il tono che hanno nell’articolo.
Se io scrivo “E’ vero che in taluni più efferati casi un omicidio non può non scatenare nell’individuo un sentimento di respingimento di ogni moderazione nell’individuazione della punizione che lo porta ad invocare l’uccisione di un essere umano che si è spinto tanto oltre rispetto ai limiti che la civiltà umana si è data, ma in considerazione di un superiore valore assegnato alla vita umana e del fatto che tale reazione, pur comprensibile, risponde agli stessi sentimenti violenti e belluini che combatte, sono del tutto contrario alla pena di morte.“. Immaginate che qualcuno riporti il mio discorso nelle sole parti in grassetto: trasformerebbe la condanna della pena di morte in una sua apologia. Questo è il gioco che spesso i giornali fanno e che alla lunga porta molti di noi ad essere sempre più scettici verso ciò che ci viene proposto.
Tornando alla sentenza se ne può discutere e non conosco così bene la normativa in merito per pronunciarmi su quanto fosse effettivamente carente l’informativa sulla privacy ma di certo si tratta di qualcosa di molto diverso da quanto ci è stato raccontato dai media. Tra l’altro la considerazione finale della sentenza, che ricorda che in merito a quest’area sarebbe utile avere una buona legge quadro, è sicuramente condivisibile. Sicuramente fintanto che avremo un Parlamento popolato da analfabeti e da avvocati intenti solo ad inventarsi leggi per evitare che i loro clienti vadano in galera, ciò non succederà mai, ma successivamente chissà …
Lotta di classe allo stadio
Anche lo stadio, come la società , tende a dividere le persone in gruppi, in clan ed ogni steccato è buono per far sentire le persone appartenente al gruppo che sta di qua o a quello che sta di là . Non c’è solo lo steccato che divide i tifosi di una squadra dall’altra e che li porta ad insultarsi e indirizzarsi ogni sorta di espressione d’odio che probabilmente non si scambierebbero se non avessero una barriera in mezzo. C’è anche lo steccato della divisione dello stadio in settori che porta a far sentire gli occupanti di un settore diversi da quello dell’altro e quindi a creare sottogruppi di tifosi della stesse squadra che assumono comportamenti e atteggiamenti diversi ed in qualche caso contapposti. Questo interessante caso sociologico si è presentato a chi era ieri allo stadio a seguire Juve-Cagliari.
La partita si presentava come un’ultima chiamata alla Juventus per continuare a sperare in una qualificazione in Coppa Campioni che ormai è diventata una chimera. La tifoseria delle curve però chiariva subito che non avrebbe fatto sentire il suo sostegno, fischiando sonoramente, durante l’annuncio dell’altoparlante, i giocatori considerati colpevoli Zebina, Melo, Amauri, Grosso, Cannavaro. Per alcuni si tratta di ruggini mai cancellate (Cannavaro), per altri di screzi recenti con i tifosi (Zebina, Melo), per altri ancora non so proprio dirvi (Grosso e Amauri). La partita iniziava e la Juve iniziava subito a soffrire: nella stessa azione prima Cannavaro buttava giù in area in modo che più evidente non si può Matri senza che l’inguardabile arbitro Valeri battesse ciglio e subito dopo Cossu prendeva in pieno la traversa. Le curve, due settimane fa silenziose, erano ritornate rumorose ma i cori erano tutti all’insegna degli insulti per la società , i giocatori di cui sopra ed il ritorno di Moggi. La squadra si muoveva per il campo con circospezione e senza né Diego nè Alex non c’era un’idea di gioco che fosse una. Iaquinta e Amauri continuavano a fare sponde che parevano quelle di un biliardo sfondato da oratorio di periferia, Camoranesi giocava con grande impegno e con grande impegno ne azzeccava poche. I due più bistrattati Zebina e Melo erano tra i migliori, come se i fischi facessero bene.
In questa confusione massima si inseriva improvvisamente Chiellini, insieme alla Dea Bendata, che dava una capocciata ad un pallone che danzava in area di rigore mandandolo alle spalle di Marchetti. Le due curve rimanevano zitte, il resto dello stadio esultava come fosse una finale di Coppa. Di qui in poi sul campo non succedeva quasi più nulla di rilevante, se non forse un ingresso tardivo di Giovinco, che in giornate come queste sarebbe di vitale importanza nel ridare vivacità ad un gioco al valium.
Era ben più interessante quanto accadeva sugli spalti, dove il pubblico delle tribune cominciava a far sentire il suo dissenso verso una contestazione che ormai dura da Gennaio e che ormai è diventata piuttosto autoreferenziale. Iniziavano applausi frenetici a Zebina e Melo, fischi ai cori più pesanti, fino ad un coro “Scemi, scemi” che coinvolgeva buona parte del settore di Tribuna Est rivolto ai contestatori delle curve. Non è il primo caso: ci fu già una contestazione ai tempi della B verso alcuni giocatori da cui la Tribuna di dissociò; ci furono poi altri fischi indirizzati dal resto dello stadio alle curve ai tempi della morte di Sandri o in occasione di cori verso Balotelli ma mai si era sentito uno scontro così forte. Significativo anche il diverso atteggiamento a fine partita nei confronti dell'”enfant du pays“ Marchisio, che faceva il giro del campo per ringraziare (nonostante tutto) il pubblico. Dalle tribune si alzava un applauso scrosciante, dalle curve alcuni applausi ma anche molti fischi e gesti irriverenti.
Perché questa divaricazione, questo scontro tra due settori diversi, riecheggiato poi anche dalle discussioni sui forum del Lunedì? Sicuramente diverso è il pubblico, più giovanile e squattrinato quello delle curve, più maturo e benestante quello delle tribune. Diverso è quindi l’atteggiamento nei confronti della situazione della squadra: più emotivo e sanguigno quello dei curvaioli, più meditato e razionale quello dei tribunisti. Va ricordato che il tifo è una delle attività più frustranti che si possano concepire: ti porta ad un totale trasporto per qualcosa sul quale non hai nessun controllo. E’ quindi comprensibile che le reazioni di fronte alle crisi sportive delle squadre di calcio vadano dalle reazioni isteriche dei più emotivi all’insegna del “tanto peggio, tanto meglio” alle reazioni dei più razionali che vanno dal “Beh, però bisogna stare vicino alla squadra” al “In fondo è solo un gioco, perché mi devo rovinare la salute?”. Se poi i due mondi si trovano fisicamente in due settori diversi niente di più possibile che si determinino scontri, almeno verbali, tra i due settori che si protraggono poi sui forum al Lunedì con reciproche accuse e generalizzazioni.
Nel frattempo la partita offre pochi spunti di entusiasmo, al limite qualcuno di ottimismo, come il fatto che con Buffon di nuovo tra i pali la Juve è tornata, dopo la bellezza di 19 partite, a non prendere gol. Gigi in più di un’occasione si trasformava durante la partita in difensore aggiunto per compensare gli imbarazzi di Cannavaro. Questo la dice lunga su quanto preoccupanti sono le voci di una sua possibile cessione che porterebbe un po’ di soldi ma lascerebbe un vuoto assolutamente incolmabile non solo nei cuori del popolo biancoenero.
Un coto come presidente
Nel dialetto torinese l’espressione coto (pronuncia: cutu) sta a significare persona con limitate capacità intellettive e deriva dal nome dello storico Istituto Cottolengo di Torino che prestava assistenza in particolare agli affetti da malattie mentali. Durante l’ultima campagna elettorale il candidato alla presidenza del Piemonte Cota (poi vittorioso) è stato soggetto quindi a facili ironie per via del cognome, ironie peraltro aiutate anche dal fatto che non si può certo dire che l’esponente leghista sia dotato di un’espressione particolarmente intelligente. Un ben più illustre precedente è stato certamente George Bush jr, che è diventato ed è rimasto per otto anni l’uomo più potente del mondo, pur essendo dotato di uno sguardo decisamente poco brillante. Non mi dilungo ad esprimere il mio parere sull’effettiva rispondenza dell’aspetto all’intelligenza dei personaggi ma, in considerazione del fatto che molti elettori non vanno molto oltre le apparenze, vien da pensare che l’intelligenza non sia necessariamente la qualità che più viene ricercata in un leader politico.
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Eppure ho l’impressione che non sia sempre stato così: nel passato gli uomini politici (di destra o di sinistra indifferentemente) apparivano tutti come dei grandi pensatori, anche le pose in cui venivano ritratti erano pensose, meditabonde, quando parlavano abbondavano di aggettivi, di parole pesate. I politici di oggi vengono ritratti in pose da fototessera, i loro discorsi sono ridotti all’osso tanto da essere costretti a continue rettifiche per renderli compatibili con la complessità della trattativa politica.
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Come nasce questo cambiamento? L’ipotesi che mi vien da fare è che nell’Italia di trent’anni fa, di recente alfabetizzazione, i depositari della cultura fossero visti quasi come degli eroi, un’istituzione da riverire. Allora chi si destreggiava con concetti complessi, difficilmente accessibili era guardato con ammirazione. Oggi invece alla cultura ci si accosta con diffidenza, quasi con fastidio, un discorso complicato è quasi sicuramente una presa in giro, nasconde un probabile tentativo di raggiro. Tutto questo porta buona parte dell’opinione pubblica a scegliere preferenzialmente chi sente uguale a sé, chi vede le cose come le vedono tutti, chi individua come problemi quelli che tutti sentiamo tali e quindi chi individua per essi le soluzioni più semplici.
Tutto ciò ha un grosso difetto:Â i problemi che tutti sentono tali spesso sono falsi problemi e le soluzioni efficaci spesso non sono quelle più semplici o quelle più facilmente comprensibili. Non mi sarà difficile farmi capire se dico che il problema principale sono gli immigrati, anche se probabilmente sto dicendo il falso, mi sarà invece molto difficile spiegare che il debito pubblico è un problema molto più grave, anche se probabilmente è vero. Il risultato è incentivare una generazione di politici, che vanno sotto il nome di populisti, che non fanno che combattere falsi problemi con soluzioni inefficaci.
E’ una trasformazione senza ritorno? Non saprei rispondere, ma un filo di speranza mi viene ricordando quanto raccontantomi a proposito di una serie di interviste fatte ad elettori all’indomani del successo elettorale di Obama. Uno di questi diceva qualcosa del tipo: “L’altra volta ho votato per Bush perché mi pareva uno come me, uno con cui sarei andata a bermi una birra. Però poi ho capito che uno che deve governare gli Stati Uniti non può essere uno così. Deve essere una persona speciale, uno che mi desta ammirazione. Per questo ho votato Obama questa volta“. Nella saggezza dell’umiltà di questo anonimo signore trovo la speranza che in un futuro avremo anche in Italia meno politici in cui riconosciamo e più politici che ammiriamo.
Morattopoli e l’acqua calda
Dopo 4 anni dal processo di Calciopoli i mezzi di informazione italiana sono scossi per la prima volta da un grande dubbio: che in realtà le cose non stessero come sembravano? Che Moggi non fosse il grande padrone, ma solo uno dei tanti ad agire come agiva? Che lo scenario non fosse quello che la stragrande maggioranza dei mezzi di informazione ci hanno raccontato? Che non ci fosse una “cupola” che tramava contro la povera Inter ma che ci fossero una serie di dirigenti e di squadre che tramavano l’uno contro l’altro utilizzando gli stessi metodi: la cooptazione di designatori, giornalisti, dirigenti federali? E’ sempre positivo quando si scoprono nuove verità , quando certezze troppo granitiche vengono scalfite ma la domanda che mi faccio è come mai solo ora si è arrivati a questo dubbio. Il dubbio che scuote il calcio italiano e induce la federazione a pronunciarsi per una riapertura del processo non nasce però dalla scoperta di un manoscritto trovato nel doppio fondo di una valigia chiusa in un armadio in una polverosa soffitta di una casa abbandonata nella periferia di Caracas. Il dubbio nasce dalla lettura di alcune delle intercettazioni che sono da cinque anni (dico cinque anni!) nelle mani degli inquirenti del processo penale di Napoli e che solo per l’intervento della difesa di Moggi sono state trascritte e rese pubbliche. In queste intercettazioni si scopre che, esattamente come Moggi, anche Facchetti e Moratti, così come il milanista Galliani, chiamavano comunemente i designatori (cioè coloro che stabilivano quali arbitri dovessero arbitrare i vari incontri) per lamentarsi di decisioni sgradite e contrattare gli arbitri preferiti per le prossime partite. La teoria, sulla base della quale era stato condotto il processo sportivo del 2006, era che le sole squadre coinvolte nell’inchiesta attuassero questi comportamenti e che quindi ciò costituisse un modo indiretto per influenzare il comportamento degli arbitri e quindi l’esito del Campionato. Si diceva allora che ci fossero arbitri che grazie ai favori alla Juve avevano fatto carriera e quindi costituissero quella che venne definita “la cupola” ovvero una consorteria che dominava il calcio. Si scopre invece nelle intercettazioni addirittura che l’arbitro De Santis, ritenuto uno dei componenti della “cupola”, era in ottimi rapporti con la dirigenza dell’Inter, esattamente come aveva dichiarato nel 2007 prendendosi però una querela dalla famiglia Facchetti. Peraltro nel processo è anche emerso l’episodio di un assistente, tale Coppola, che aveva subìto pressioni per ammorbidire il referto onde evitare una squalifica all’interista Cordoba e che, non avendo assecondato tali pressioni, fu fatto fuori (anche qui non ci sono episodi analoghi attribuiti a Moggi). Anche qui risulta che l’episodio fosse stato già denunciato in fase istruttoria ma non verbalizzato dagli inquirenti. Nella sostanza emerge un sistema nel quale, quanto attuato da Moggi, era in realtà un comportamento analogo a quello degli altri concorrenti e, ove ritenuto illecito, avrebbe dovuto accomunare nella condanna Moggi a dirigenti di altre società , tra cui in primis l’Inter, che invece addirittura fu allora considerata parta lesa.
Al di là delle omissioni degli inquirenti di Napoli, già denunciate da questo blog, e rese ancora più ecclatanti da questi ultimi sviluppi c’è però una domanda addizionale che mi faccio: sono davvero fulmini a ciel sereno queste clamorose rivelazioni giunte dal processo di Napoli? Era una novità il fatto che Carraro (Presidente della Federazione) alla vigilia di Inter-Juve dicesse al designatore Bergamo, perché lo riferisse all’abritro designato: “faccia la partita onesta per carità , ma che non faccia “errori” a favore della Juventus per carità “? Era una novità il fatto che Bergamo dicesse espressamente in una telefonata che l’Inter era una delle squadre alle quali Pairetto (l’altro designatore) era più sensibile (tre le quali per la cronaca non c’era la Juventus)? Erano una novità le telefonate di Facchetti (Presidente dell’Inter) con il Pairetto stesso circa tessere dell’Inter o arbitri internazionali? No, non lo erano, erano dati noti dal 2006. Ma soprattutto, visto che Bergamo sostiene da anni quello che oggi è di pubblico dominio, è possibile che a nessuno, che non siano gli avvocati di Moggi, sia venuto in mente di interrogarsi in merito e di verificare come stessero davvero le cose? Possibile che il nostro paese così pieno di giornalisti di assalto quando si tratta di scoprire che un direttore di giornale è omosessuale o che un politico ha rapporti con transessuali, se ne è improvvisamente svuotato lasciando a pochi volontari juventini l’accertamento della verità su un processo che ha sconvolto il calcio italiano e l’immenso business che ci gira intorno? Con chi dovrebbero prendersela gli azionisti della Juventus FC che sono stati truffati da un intero sistema mediatico? Chi li risarcirà delle omissioni che hanno condizionato la sentenza di un processo che ha stravolto le gerarchie del calcio italiano, portando la squadra prima in Europa per finali di coppa tra il ’94 e il ’06 a diventare una comprimaria?
La stampa in queste ore si divide tra i giustizialisti (una sparuta minoranza), i possibilisti e gli insabbiatori. Straordinari gli articoli apologetici su Moratti di Fabio Monti su il Corriere, rispetto al quale gli editoriali di Belpietro sui processi a Berlusconi sembrano dei fulgidi esempi di giornalismo indipendente. Perfino Marco Travaglio, così incendiario di solito, si è trasformato in pompiere. Sarebbe stato d’altronde sorprendente che dalla stampa si sollevasse un mea culpa, un “ci siamo sbagliati”, un “siamo stati distratti”: se così fosse avremmo oggi il dubbio che le omissioni fossero errori involontari, un improvviso attacco di miopia contagiosa e non un tentativo di assecondare i propri interessi di bottega. Nello sconsolante panorama della stampa italiana si distingue forse il solo Oliviero Beha, giornalista mai stato tenero con Moggi nel passato (è stato l’inventore dell’espressione Moggiopoli), la cui intervista, rilasciata pochi giorni orsono su Radio Radicale, merita secondo me l’ascolto, perché è un atto di accusa pesantissimo nei confronti della stampa italiana che dalla politica al calcio sembra non saper sopravvivere senza riferire ad un padrone.
La Federazione per ora non si pronuncia, ma la prima precisazione fatta sulla questione da Abete lascia intendere che l’atteggiamento è ben diverso da quello del 2006 laddove chiede, anche legittimamente, delicatezza nei confronti di Facchetti (deceduto proprio in quell’anno) che non può più difendersi, questo mentre all’epoca dello scandalo Simona Ventura rischiò il posto in RAI per avere intervistato Moggi.
Cosa può succedere ora? Saranno riviste le sentenze del processo sportivo? Impossibile e comunque ingiustificabile: non sono emersi elementi a favore di Moggi ma solo elementi che equiparano la posizione di altri a quella di Moggi. Al limite sarebbe quindi praticabile un nuovo processo che rivedesse la posizione delle altre squadre (in queste ore stanno emergendo anche altri attori) ma sarebbe praticabile oppure la prescrizione cadrebbe implacabile? Quasi automatica dovrebbe infine essere la revoca dello scudetto 2005-06 all’Inter, visto che l’assegnazione del titolo era stata espressamente condizionata, nella sua formulazione, dal fatto che non emergessero comportamenti “poco limpidi” diffusi, cito: “Gli organi federali possono tuttavia intervenire con un apposito provvedimento di non assegnazione quando ricorrono motivi di ragionevolezza e di etica sportiva, ad esempio quando ci si renda conto che le irregolarità sono state di numero e portata tale da falsare l’intero campionato, ovvero che anche squadre non sanzionate hanno tenuto comportamenti poco limpidi“. Naturalmente la revoca sarebbe automatica laddove il sistema fornisse garanzie di equità e pulizia, ma che garanzie può offrire un sistema che scopre, dopo ben 4 anni, l’acqua calda? Che garanzie abbiamo che il sistema Moratti, scoperchiato da queste intercettazioni, sia finito con il 2006 o che non sia proseguito anche successivamente? Che speranza abbiamo che la serie sterminata di aiuti di cui ha goduto l’Inter negli scorsi due Campionati (vedi qui e qui) sia stata una casualità e non l’effetto di quanto sopra?
Questo pazzo popolo della sinistra
Le ultime elezioni regionali hanno dato un responso abbastanza chiaro per quanto riguarda il Partito Democratico ed il centro-sinistra: gli elettori hanno premiato la sinistra laddove il candidato era stato scelto tramite primarie (Puglia, Umbria) o si sono comunque svolte primarie per la scelte delle liste (Toscana), gli elettori hanno invece penalizzato il PD laddove la scelta era stata fatta dalle segreterie di partito, perfino laddove, come in Piemonte, il candidato era il Presidente in carica che riscuoteva pure un discreto consenso. Nel caso di Vendola le primarie sembrano esser state quasi miracolose visto che fino a poco prima delle primarie la popolarità del Presidente della Puglia era tra le più basse tra i Presidente in carica ed invece la vittoria alle primarie lo ha lanciato verso un ampio successo. Tutto chiaro, no? E allora vai con le primarie. In fondo non è strano che in un epoca nella quale si diffonde una crescente sfiducia nelle istituzioni far partecipare gli elettori alle scelte sia premiante. E’ assai probababile che molti pugliesi abbiano premiato Vendola, proprio perché l’hanno percepito come una sfida della base elettorale verso le burocrazie di partito e probabilmente la stessa percezione l’avrebbe avuta Chiamparino in Piemonte, se fosse stato contrapposto alla Bresso in primarie regionali.
C’è tuttavia un grosso però: il però è che pochi mesi fa le primarie del PD hanno segnato il trionfo della candidatura alla segreteria di Bersani; l’unico dei tre candidati che non ha mai nascosto un chiaro scetticismo nei confronti dello strumento delle primarie. Come si spiega questa apparente contraddizione? Se si guarda al popolo del PD e della sinistra come ad un’unica entità c’è da rimanere spiazzati. La realtà è che non è un’unica entità , non è altro che una moltitudine di persone in cui si accostano modi diversi di vedere la politica, sintetizzabile in una dicotomia molto grossolana: da una parte ci sono gli iscritti che reclamano il proprio diritto di eleggere il segretario, quelli che “se vogliono contare si iscrivano anche loro”, quelli che credono nella struttura del partito, quelli del partito della piadina al Festival dell’Unità , quelli che “gli asili emiliani sono i migliori d’Europa”, quelli che hanno nostalgia di un partito che fu fabbrica di personale politico di alta qualità ; dall’altra parte c’è l’elettorato scettico, quello che diffida delle segreterie dei partiti, quelli che “non mi riconosco in questa politica”, quelli che, se votano, votano ad ogni elezione per un partito diverso, quelli che “la rivoluzione deve partire dal basso”. Per portare questi ultimi a votare bisogna blandirli, bisogna stanarli, andarli a solleticare, bisogna rassicurarli che la scelta è stata democratica, che non ci sono inciuci e connivenze. Così come la mamma che blandisce il figlio più capriccioso anche lo stato maggiore del PD finisce, con questo gioco, per irritare il figlio più ubbidiente, gli iscritti ed ecco quindi l’ostilità verso le primarie della base del partito. Se ci si aggiunge che allo stato maggiore del partito può non piacere l’idea di non poter scegliere autonomamente le candidature il quadro è completo.
Così nasce questo strano fenomeno del PD e della sinistra che hanno l’arma neanche tanto segreta per vincere ma fanno di tutto per non usarla.
Incompetenza, malafede o entrambe?
Il processo di Napoli su Calciopoli è giunto dopo una lunga serie di interrogatori piuttosto interlocutori al suo pezzo forte. Prima le lunghe deposizioni del colonnello dei Carabinieri Auricchio che ha condotto le indagini, che paiono un campionario di dimostrazioni di incompetenza e approssimazione; poi la rivelazione da parte della difesa di Moggi delle intercettazioni che dimostrerebbero in modo inoppugnabile che altre squadre, prime tra tutte l’Inter e il Milan, intrattenevano con i designatori arbitrali gli stessi rapporti che intratteneva Moggi e che hanno causato la retrocessione della Juventus e la revoca di due scudetti.
La seconda novità desta molto scalpore in chi abbia seguito distrattamente gli eventi in oggetto, nel sottoscritto desta solo indignazione per il fatto che queste verità emergano solo ora, a 4 anni di distanza da quegli eventi, dimostrando quanto inquinata sia l’aria che respiriamo sotto la cappa del sistema mediatico e che pare che in Italia le aule dei tribunali paiono essere davvero diventati l’unico luogo in cui ci si può aspettare di conoscere qualche verità . L’aspetto invece che ho trovato più interessante anche se sconsolante, è però proprio la prima novità , cioè la paradossale esibizione che ha dato di sé il colonnello Auricchio. Leggendo qua e là resoconti dei lunghi interrogatori emerge un’immagine davvero sconsolante del modo in cui è stata condotta l’indagine: superficiale, approssimativa e all’insegna della più genuina incompetenza. Intanto emerge che l’inquirente, che si dichiara incompetente in ambito calcistico, si è ben guardato dal cercare consulenze tecniche ed ha preso per buono quanto scritto da giornali sportivi e non, circa rigori, fuorigioco ed altre decisioni arbitrali, un po’ come se un inquirente prendesse gli editoriali de Il Giornale come elemento di prova a carico in un processo contro Di Pietro. Emerge il fatto che nel valutare se le sospensioni inflitte ad arbitri che avevano commesso presunti errori erano condizionate dall’alto, gli inquirenti si sono ben guardati dall’esaminare il rapporto che gli osservatori di campo avevano stilato durante la partita. Emergono errori marchiani, di pura superficialità che si potrebbero evitare sfogliano un qualunque almanacco sportivo: come quello che spinge l’inquirente a dare per squalificato un giocatore (Gamberini in Bologna-Juventus) solo perché in una telefonata si dice così senza nemmeno verificare che Gamberini giocò regolarmente quella partita, o a dare per ammoniti e squalificati tre giocatori dell’Udinese che ammoniti e squalificati non furono; o a dare per vinto dalla Juventus un incontro contro la Sampdoria che invece la Juve perse 1-0. Emerge ancora il disinteresse degli inquirenti per tutti gli elementi che non coinvolgano direttamente la Juventus ed in un processo per frode in una competizione è curioso che si considerino irrilevanti i comportamenti dei concorrenti. Fa quasi tenerezza l’Auricchio quando ad un certo punto giunge ad escludere che ci siano legami di interesse tra il Milan e le televisioni Mediaset.
Io a questo punto vorrei davvero sperare che questo signore sia un inviato di qualche potere forte che voleva prendersi delle rivincite nei confronti di questo o di quello, che il processo sia stato manovrato e che il colonnello Auricchio sia semplicemente in totale malafede. Me lo auguro, perché se no la sceneggiata degna di una commedia di Totò e Peppino rappresentata nell’aula di Napoli getta un’ombra ancora più oscura sulla giustizia italiana. Davvero la giustizia è in mano a persone che faticherebbero a mettere il bollo su una raccomandata? Davvero ci sono esponenti delle forze dell’ordine che mettono a repentaglio la fedina penale dei cittadini scrivendo Roma per Toma in un atto giudiziario senza troppe remore e patemi, e senza soprattutto che il sistema intraprenda dei controlli e delle verifiche per evitare che simili figuri facciano danni? Come normale cittadino mi sento abbastanza preoccupato da questi interrogativi.




