Lobbismo alla paranoia

Quante volte abbiamo letto la notizia di uno psicopatico che compie una strage?  Le ragioni che fanno scattare la follìa sono le più disparate: sentimentali, lavorative, perfino una banale arrabbiatura. Per il tarlo che si nasconde nel cervello di costoro e li spinge verso la tragedia, ogni motivo può esser buono per lanciarsi oltre la ragione, oltre le regole sociali, verso lo sfogo più folle.
Mai però mi era capitato, tra le tante notizie di questo tenore, di trovare dei politici pronti ad introdurre distinguo e a prendere le difese dello psicopatico. Cos’è quindi che fa dell’omicida che pochi giorni fa ha ucciso a sangue freddo due persone sulle alture di Genova un personaggio degno di essere difeso da un senatore e un deputato? Apparentemente il far parte di quella strana casta che è rappresentata dai cacciatori. Dico strana perché in fondo dei cacciatori si parla poco anche se sono più di 700 mila e anche se saltuariamente diventano protagonisti della vita pubblica. Fin dai tempi in cui il partito delle doppiette inaugurò la stagione dei referendum mandati a monte dall’astensionismo facendo fallire il referendum sulla caccia del ’91, questa strana confraternita si risveglia ogni volta che si tira in ballo la caccia con una inaudita ed insospettata forza politica. Non ha fatto eccezione la mobilitazione di questi ultimi giorni contro l’intenzione, manifestata dal Ministro Brambilla, di abolire la caccia, arrivando ad ipotizzare una mozione di sfiducia.
Personalmente ritengo la caccia, come sport, una pratica deprecabile e sarò contento, se mai lo vedrò, il giorno in cui sparirà . Tuttavia, fintanto che andare a caccia sarà  consentito, è diritto di chi lo voglia fare svolgere la propria attività  liberamente. Probabilmente però questa vicenda dovrebbe suggerire la possibilità  che controlli più rigorosi debbano esser fatti su chi ha il privilegio di poter andare in giro armato e che magari denuncia qualche problema psicologico.
Indipendentemente però dal fatto che siamo di fronte alla casta dei cacciatori o dei notai, trovo che gli interessi di categoria, qualunque essa sia, anche nel paese delle corporazioni, debbano avere un limite. Quando la pratica lobbistica si spinge a giustificare un doppio omicidio sfocia francamente nella paranoia ed una visita psichiatrica all’Onorevole Cimadoro ed al Senatore Orsi mi parrebbe francamente auspicabile.

May 14th, 2010

La notizia che ci aspettiamo

La differenza tra il taglio con cui Tuttosport e il Corriere dello Sport hanno riferito dell’udienza di Calciopoli di Martedì scorso è da libro di testo sulla Comunicazione Mediatica. Il Corriere dello Sport scrive: “Calciopoli: stavolta è l’accusa a fare gol” e poi “Agli atti 78 nuove telefonate e la confessione televisiva di Moggi che prende qualche brutta botta anche da Ancelotti”. Tuttosport, che pure ha coperto in modo amplissimo l’evento, non riporta nulla di tutto ciò in prima pagina e nell’interno ironizza sui PM: “Il PM Narducci cambia idea a aggiunge 37 telefonate” e minimizza la portata di quanto dichiarato da Ancelotti: “Niente accuse da Ancelotti”. Dove sta la verità ? Difficile da spiegare in poche parole. Sicuramente non si conosce ancora il contenuto delle nuove telefonate e quindi si possono fare tutte le congetture, sicuramente la confessione televisiva di Moggi non contiene nulla che Moggi non avesse ammesso in altre sedi (la regalìa della SIM svizzere a Bergamo e Pairetto), altrettanto sicuramente un lungo interrogatorio come quello di Ancelotti (i cui aspetti più interessanti potete trovare qui) può contenere sia delle ipotesi a favore che contro la difesa e basta evidenziarne uno o l’altro ed ho trovato davvero significativo l’articolo con cui Repubblica riferisce sul tema, perché il contenuto sembra fatto apposta per minimizzare quanto riportato dal titolo.
E’ comunque evidente che le due testate sportive, a partire da alcuni fatti oggettivi, tessono la loro tela comunicativa in direzioni completamente opposte. La cosa ancor più curiosa è che l’editore dei due quotidiani è lo stesso e quindi sono da escludere influenze “politiche” dall’alto. La mia impressione è semplicemente che Tuttosport è il giornale sportivo di Torino ed il Corriere è quello di Roma ed i rispettivi lettori si attendono per la massima o almeno buona parte, gli uni di leggere che il processo dà  ragione a Moggi, gli altri che gli dà  torto. Non c’è quindi una congiura, un’influenza dall’alto, non c’è null’altro che la volontà  di blandire il proprio lettore, di tenerselo stretto confermandolo nelle sue ipotesi, nei suoi desideri.
La domanda che mi faccio in questi casi è però se il desiderio del lettore è sempre e solo di vedersi confermato nelle sue ipotesi o nelle sue aspettative. Temo purtroppo che la risposta sia sì.

May 13th, 2010

Autarchia!

autarchia.jpegIl Ministro della Cultura Sandro Bondi ha annunciato che non presenzierà Â il Festival di Cannes per protesta contro la presenza al Festival della pellicola di Sabina Guzzanti Draquila. Ovviamente la ricaduta mediatica dell’evento potrà  essere solo positiva per l’evento: il fatto che se ne parli anche sui giornali francesi, facendo indiretta pubblicità  al Festival, ne è testimonianza. Basti pensare quale pubblicità  rappresentò ad esempio per il Festival del Libro il boicottaggio contro Israele di due anni fa.
Escludendo quindi che la decisione del Ministro sia legata ad autolesionismo non viene in mente che l’ipotesi che essa sia legata ad obiettivi di immagine interni ai confini nazionali. Accreditare l’idea che oltre confine parlino male dell’Italia perché sono invidiosi, cattivi, pieni di pregiudizi e male influenzati da alcuni incoscienti che vogliono il male del proprio paese, è una strategia mediatica che l’entourage del Presidente del Consiglio deve trovare molto seducente in questo periodo e che continua a riproporre su ogni tavolo. Il mondo esterno d’altronde è quello turpe in cui il malcontento dovuto alla crisi si abbatte su maggioranze parlamentari regolarmente bocciate dagli elettori, mentre la nostra resiste, il mondo esterno è quello che ci annovera tra le economie a rischio mentre per Tremonti possiamo dormire sonni tranquilli, il mondo esterno è quello che ci critica per la nostra limitata libertà  di stampa e per i nostri elevati tassi di corruzione mentre Berlusconi ci spiega che di libertà  di stampa ce n’è fin troppa. Se il PdL sembra aver convinto gli elettori che ogni critica mossa dall’interno dei confini nazionali è giustificata solo da odio ed invidia, cerca ora di spiegare perché anche al di fuori dei confini il nostro governo piaccia poco.
C’è da aggiungere che l’immagine dell’assedio è sempre molto usata dai regimi per stringere attorno a sé i propri sostenitori in situazioni di forte crisi e il regime berlusconiano non fa eccezione. Secondo molti il periodo dell’autarchia fu sì negativissimo per l’economia italiana, ma rinsaldò la popolarità  del regime e di Mussolini.
Come al solito il problema principale di questi atteggiamenti da regime, che l’entourage berlusconiano assume, è che si sta parlando di un regime incompiuto, che non ha ancora soppresso nè la libertà  di espressione né la libertà  di stampa, anche se le ha addomesticate, e quindi, nonostante tutto, esistono ancora opinioni divergenti, comprese quelle espresse dalla stessa minoranza finiana del PdL. In questo contesto l’immagine dell’assedio pare più una deformazione paranoica. L’altro problema è che il governo italiano non fa paura a nessuno e le sue bizze risultano solo folcloristiche con l’unico risultato di togliere ulteriore credibilità  al nostro esecutivo e, con esso, al nostro paese e non se ne sentiva proprio il bisogno.

May 12th, 2010

Peggio del 2006

Sono giorni tristi per noi con il bianco e nero appiccicato in fronte. La stagione di Serie A peggiore della Juve, da quando sono al mondo, si sta concludendo senza alcuna soluzione di continuità  rispetto a quanto visto nel resto del Campionato. Nemmeno il recupero di molti titolari ed una condizione per una volta costante (costantemente scadente) nel corso del match ha evitato l’ennesima sconfitta contro il Parma. Il solito gioco intasato davanti all’area di rigore avversaria che non riesce a trovare respiro sulle fasce, la solita difesa incerta, i soliti straordinari per Gigi questa volta insufficienti ad evitare il tracollo.
Finisce così un’annata che doveva essere quella del definitivo rilancio e che invece precipita la Gà¶ba in una voragine dalla quale è davvero difficile uscire.
Il tifo organizzato, nella sua idolatria irrazionale per i simboli, è stato placato dall’arrivo di Andrea Agnelli, ma se la prima mossa che si annuncia è la cessione di Buffon non c’è da stare allegri. Cedere Gigi è un grossissimo errore, tenuto conto che è tuttora uno dei migliori al mondo e che il ruolo di portiere non è così monetizzabile da potersi permettere grandi investimenti con il ricavato della cessione. Se l’altra mossa sarà  l’arrivo di un tecnico di medio livello (Prandelli, Allegri, Mancini ecc.) in luogo dei nomi altisonanti girati nelle ultime settimane (Benitez, Capello), la speranza di una decisa sterzata dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista dell’immagine, nelle sorti della squadra andrà  delusa.
La partenza di Trezeguet e Camoranesi, pur ampiamente annunciata, contribuisce alla perdita di speranza di una continuità  tra la squadra del 2006 e quella di oggi.
Si annuncia una campagna acquisti difficile in cui i molti partenti difficilmente potranno essere sostituiti da uomini di sicuro affidamento, sia per assenza sia di soldi che di campioni disponibili sul mercato. Quelli affermati sono già  accasati nei club anglo-spagnoli senza possibilità  di muoversi. Si annuncia una campagna abbonamenti deprimente che lascerà  vuoto uno stadio Olimpico, giunto all’ultima stagione prima della migrazione al neo-Delle Alpi.
In definitiva la situazione è ben peggiore del 2006: allora si ricominciava dalla Serie B ma c’era un nucleo di giocatori di grande statura su cui basare la ricostruzione, c’era la voglia di rivalsa per una retrocessione sentita come ingiusta ed iniqua, c’era l’entusiasmo di chi non vede l’ora di ritornare in cima. Oggi la Juve sta perdendo le colonne di allora senza averle sostituite con elementi altrettanto affidabili, ha avuto tutto il tempo di recuperare ma non c’è riuscita, constata che i successi altrui non sono più frutto del ribaltone del 2006 ma di acquisti più pronti ed azzeccati (Milito, Sneijder e così via).
Siamo davvero di fronte ad una rifondazione e le prospettive sono ancora distanti, c’è il nuovo stadio che rappresenta una fonte di guadagno sicuramente importante e c’è l’impressione che la proprietà  abbia compreso che chi si occupa di mercato deve avere una rete di contatti sviluppata e non può essere uno venuto dal nulla. Per il resto bisogna crederci, ma ci vuole molto ottimismo…

May 11th, 2010

Spirito di corpo

C’è uno che va allo stadio Olimpico di Torino e gli piomba addosso una bomba carta, gli distrugge uno zaino e se al posto dello zaino ci fosse stata la sua testa forse non sarebbe tornato a Parma a raccontarlo. C’è invece uno che va ad una festa di compleanno a Roma in motorino, lo ferma un poliziotto e inizia a prenderlo a botte e siccome i criminali sono spesso anche vigliacchi una squadra di altri poliziotti si unisce al primo e il ragazzo finisce la sua serata in galera con un dente in meno, sei punti di sutura alla testa, e l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, forse perché si è protetto con le mani mentre lo gonfiavano di botte. Nel frattempo la folle nottata della Polizia continuerà  con altri arresti a caso e violenze gratuite.
Cosa ha in comune il delinquente che ha lanciato la bomba carta con i delinquenti che hanno picchiato Stefano Gugliotta, a parte il disagio mentale che porta al belluino desiderio di sfogare la propria aggressività  su un perfetto sconosciuto? Hanno in comune quella cosa terribile che va impropriamente sotto il nome di spirito di corpo. Gli ultrà  come le forze dell’ordine sono infatti caratterizzati da uno spirito di solidarietà  interno al gruppo che è più forte di ogni regola sociale, una solidarietà  malata che porta inevitabilmente ad accettare e coprire gli eccessi l’uno dell’altro, in nome di una comune appartenenza. Intendiamoci, lo spirito di corpo propriamente detto sarebbe un’altra cosa, sarebbe il senso di appartenenza ad un’organizzazione che ti porta ad averne cara l’immagine e la dignità , ma una mentalità  malata, purtroppo diffusa, distorce tale spirito fino a renderlo null’altro che il più puro e barbaro spirito da clan che affonda le sue radici in una cultura tribale che non smette di ammorbare la civiltà  moderna. E’ questo quello che porta il tifoso ultrà  a pensare che può lanciare la bomba o il poliziotto che può picchiare selvaggiamente una persona, sapendo di poter contare sul silenzio se non sulla complicità  dei propri compagni.
E’ singolare provare a navigare in queste occasioni, parallelamente, i siti di ultrà  e quelli della polizia per trovarvi gli stessi ragionamenti, basati su “noi” e “loro”, senza però capire chi è “loro”; per sentire il ripetersi del tema dell’esasperazione per “quello che dobbiamo sempre subire”, senza spiegare da chi si subisce e che cosa lega costui a colui con il quale ci si sfoga. E’ come se si sentisse il bisogno di inventare una guerra che non esiste, con un nemico indefinitio, solo per giustificare il bisogno di dissetarsi alla fonte della violenza.
Il fatto che una logica che vale per gruppi paramilitari, chiaramente al di fuori di ogni legalità , come i gruppi ultrà , valga anche per la Polizia di Stato dimostra come una logica malata non concepisca confini dovuti a regole e strutture istituzionali. Nemmeno il caso Cucchi ha indotto la Polizia ad una virata, al superamento di una logica medievale. Non è difficile superare questa logica, è sufficiente che la civiltà  prevalga sul cosiddetto spirito di corpo. Anni fa sempre all’Olimpico di Torino vi fu un episodio di un tale che, da un settore non controllato dagli ultrà , lanciò un petardo in campo e fu immediatamente denunciato alla polizia dai suoi vicini, portato via e condannato ad un anno con la condizionale. Questo dimostra come la violenza sia facilmente disinnescata quando chi vi è incline sa di non poter contare su complicità  e impunità .
Quando anche la Polizia capirà  che la sua credibilità  si difende non occultando colpe evidenti, ma punendo esemplarmente chi le commette, avremo corpi di Pubblica Sicurezza più credibili e che davvero possono combattere la violenza non istituzionale. Ma insieme alla Polizia dovrebbe capirlo una buona parte della società  italiana a partire dai politici che quella parte di società  elegge.

May 10th, 2010

Ministri sfaccendati

Quando uno pensa al mestiere di ministro pensa ad un lavoro impegnativo, sempre di qua e di là . Riunioni di gabinetto, presentazioni, conferenze, viaggi in ogni parte del mondo. Non un momento libero, verrebbe da pensare, non ti immagineresti mai un ministro a fare zapping davanti alla tv con la copertina sulle ginocchia, arrabbiandosi con gli ospiti dei talkshow delle tv private. Il Ministro La Russa ha deciso di sfatare questa visione, evidentemente errata, e vinto dalla noia ha pensato di chiamare la tv privata Antenna 3 per aggredire verbalmente il giornalista di fede juventina Massimo Zampini, reo di averlo criticato per aver difeso Mourinho in occasione del famoso gesto delle manette.
La Russa si è lanciato in uno sproloquio in verità  poco comprensibile al termine del quale ha dato a Zampini dell’idiota. Non contento ha poi affermato che “non si faceva dare lezioni di moralità  da uno juventino” facendo andare su tutte le furie tutti i tifosi juventini d’Italia che da giorni lo dileggiano sui forum.
Non sono mai stato Ministro della Difesa e non so quanto tempo libero lasci questa attività  o quanto ti riempia le serate, ma ho l’impressione che se fossi un militare in Afghanistan non mi farebbe piacere sapere che il mio capo passa le serate a fare zapping tra le tv private e ad insultare giornalisti sportivi.

May 7th, 2010

Ordini di scuderia

cota_ballaro.jpgI sentimenti che la nostra classe politica suscita più frequentemente sono probabilmente la rabbia e il disgusto. Ci sono però momenti in cui in realtà , molto più di questo, vedere i politici mi provoca un sincero sentimento di imbarazzo. Accade quando, nell’introduzione a Ballarò di Crozza, i rappresentanti della maggioranza di governo inquadrati sfoggiano un’espressione fissa che forse, nella loro visione, vorrebbe suggerire un: “Non rido delle tue battute comuniste”, ma che a me ricorda l’espressione di un lobotomizzato.
Avevo il sospetto che questo atteggiamento corrispondesse ad un ordine di scuderia che veniva dall’alto e la conferma mi è venuta dalla puntata del 27 Aprile, che vedeva ospite il neo-Presidente della Regione Piemonte Cota. Non si può dire che il personaggio eccella per sguardo intelligente ma devo dire che in quest’occasione dava davvero il meglio di sé (vedi foto). Quando però Crozza scherzava sulla Bresso e sulla sua richiesta di riconta dei voti, a Cota scappava da ridere ma si sforzava di contenere la risata e alla fine tornava all’espressione bollita.
E’ interessante constatare che la maggioranza di governo, divisa su tutto: dalla giustizia all’Unità  d’Italia, dalla sicurezza alle carceri, ritrovi unità  di intenti nel fare la figura del cretino.

May 6th, 2010

Una tragedia che viene dal nulla

La giornata che ha portato ai tragici eventi di Atene era per me iniziata ascoltando questa intervista (la trovate circa al minuto 7:00) su Radio Popolare all’esponente del Partito Comunista Greco (KKE) Nikos Karatansopoulos (non sono riuscito a trovare molte ricorrenze del nome quindi non vorrei fosse errato). Dopo una lunga requisitoria del deputato ellenico contro i provvedimenti del governo, condita di un po’ di immancabile anti-europeismo, si arrivava alla domanda di Massimo Alberti più imbarazzante: ovvero cosa avrebbe proposto il KKE in alternativa a quanto fatto dal governo, per onorare le clausole sul prestito da 110 miliardi di Euro. Il nostro Nikos rispondeva evocando un’epoca nuova, il superamento del capitalismo ed il sol dell’avvenire… Sì, interessante, ma gli interessi sul prestito chi li paga? Come definireste uno che mentre la casa va a fuoco ipotizza di riverniciarne le pareti, un idiota forse? Ecco…
Eppure non sarebbe nemmeno stato difficile: la Grecia è un paese che ha un budget destinato a spese militari pari al 4,3 percento del PIL. Una cifra priva di senso, superiore a quella degli Stati Uniti per dirne una, che corrisponde ad un totale, calcolato rozzamente in 11 miliardi di Euro. Ciò significa che il dimezzamento delle spese militari consentirebbe agli ellenici, da solo, di pagare gli interessi sul prestito e manterrebbe comunque la spesa militare greca ben superiore in percentuale a quella della Spagna, per far solo un esempio. Ovviamente sarebbe qualcosa di ben difficile da realizzare in tempi così brevi e non sarebbe forse sufficiente, ma almeno proporlo potrebbe dare l’impressione a chi si oppone ai tagli alla spesa sociale che un’alternativa esiste, che i necessari sacrifici potrebbero essere altri, potrebbero non cadere su chi li fa già  tutti i giorni i sacrifici.
Il problema è che forse proporre cose concrete è pericoloso, un giorno qualcuno potrebbe chiederti di farlo davvero e allora meglio rifugiarsi in idee vaghe, fumose, limitandosi a cavalcare la rabbia contro il sistema, anziché migliorarlo. Meglio affidarsi al nulla, in altre parole, finché però, a forza di rincorrere il nulla, l’esasperazione non diventi così forte da giungere alla follìa.
Non dico che sia il deputato Karatansopoulos che ha armato la mano omicida la cui follìa ha causato la morte di tre persone, una delle quali ne portava in grembo una quarta. Dico che in quella mano c’era molto del nulla, del vuoto spinto, che alberga nella testa del deputato Karatansopoulos.

May 6th, 2010

L’ultima delle leggende

Oggi ricorre l’anniversario (è il 61esimo) della tragedia di Superga che strappò alla vita 31 persone e strappò al calcio italiano una squadra che aveva segnato un’epoca, ma che consegnò anche alla storia una leggenda resa forse ancora più indimenticabile da questa tragedia. Uso la parola leggenda perché in questo caso il termine, solitamente abusato in ambito sportivo, ben si attaglia al Grande Torino che forse rappresenta quel confine, lo stesso che Coppi e Bartali hanno rappresentato per il ciclismo, oltre il quale il calcio ha smesso di produrre vere leggende. Il Grande Torino è una leggenda non tanto per i successi sportivi ma per quell’aura di intoccabilità , per quella patina di magia, per gli occhi sognanti con i quali molti dei testimoni di quegli anni raccontano quella squadra. Non c’erano scandali, non c’erano arbitri compiacenti, non c’erano passaporti fasulli o sostanze illecite, c’erano classe, forza e vigoria atletica, c’era un genuino e spensierato entusiasmo.
Intendiamoci, forse c’erano anche molte delle cose brutte sopracitate, ma come in tutte le leggende la narrazione ci è arrivata depurata di scorie che ne rovinassero la perfezione, che incrinassero il mito e va bene così. Il fatto che il Commissario Tecnico della nazionale fosse il Presidente del Torino può suonare oggi come un conflitto di interessi, ma allora invece era solo considerato il riconoscimento della superiorità  di quell’organizzazione e della grandezza di Ferruccio Novo. Pensare a quegli undici giocatori come eroi senza macchia, come icone di un’epoca di riscatto del paese, è ciò su cui si è costruita la leggenda di quella squadra. Da allora l’Italia del calcio e anche quella al di fuori del calcio divenne più smaliziata, più sospettosa, non per sue paranoie, ma perché è stata resa sospettosa da troppe brutte scoperte e allora tutti i successi sono diventati oggetto di attacchi, di sospetti, accusati di essere frutto di intrighi, di trucchi, di combine. Da allora le grandi squadre hanno smesso di essere patrimonio di una storia comune del calcio ma sono diventate solo trofeo di una tifoseria riconosciuta con fatica da ogni altra. Nessun successo ha quindi più assunto i toni epici di allora.
Abbiamo perso a Superga quell’innocenza che espone a truffe ma che crea il magico mondo della leggenda, un mondo che non c’è più e che inseguiamo con nostalgia guardando ogni tanto verso l’alto quella collina e quella cupola, e pensando a quella indimenticabile squadra.

superga.jpg grande_torino.jpg
May 4th, 2010

Perché siamo antipatici?

Ho finito di leggere il libro di Luca Ricolfi: “Perché siamo antipatici“. Il libro è di qualche anno fa ma riecheggia temi che il sociologo-opinionista spesso ripropone dalle colonne de La Stampa. I detrattori di Ricolfi potrebbero dire che il leit-motiv del suo pensiero è: “La destra vince perché fa la destra. Se la sinistra smettesse di fare la sinistra e iniziasse a fare la destra vincerebbe” e questo libro non si discosta da questo tema, anche se è comunque una fonte interessante di riflessione sulla contrapposizione destra-sinistra.
Banalizzando potrei dire che il libro elenca i seguenti difetti della sinistra italiana: è troppo condizionata da una struttura ideologica rigida che la porta ad adattare via via quanto accade alle proprie aspettative ideologiche e non il contrario (quello che viene definito “schema secondario“); la sinistra parla troppo difficile; si discosta troppo da quello che si definisce il “senso comune; si sente superiore alla destra. Spunti di riflessione interessanti, dicevo, ma trattati con poca analicità . La domanda più ovvia (domanda a cui non solo Ricolfi non risponde ma che sembra non essersi nemmeno posta) è: “Ma questi difetti sono tipici della sinistra italiana o lo sono della sinistra in generale?”. Non è una mera curiosità  perché il rischio è che non siano propriamenti difetti della sinistra italiana (come parrebbe di intuire dal testo) ma che siano delle caratteristiche (o se preferite delle deformazioni) della sinistra rispetto alla destra in un qualunque contesto politico.
E’ sicuramente vero che quando la sinistra italiana si trova a dover fare i conti con temi che si richiamano a questioni ideologicamente sensibili (il lavoro, l’ambiente, il pacifismo) spesso ricorre a complicate circonlocuzioni per giustificare posizioni pragmatiche che apparentemente stridono con il dettato ideologico. A me pare però che questo sia un elemento comune a qualunque movimento politico che abbia un’impronta ideologica, in Italia come altrove. Basti pensare a quali acrobazie debbano fare i caporali leghisti per giustificare ai loro elettori gli stanziamenti per Roma capitale o i tagli agli enti locali oggi che sono al governo del paese, dopo anni passati a lamentarsi proprio di questi comportamenti da parte di “Roma ladrona”. Non è quindi ipotizzabile che la fazione più progressista del mondo politico (che la sinistra dovrebbe teoricamente incarnare) abbia dettami ideologici più espliciti e quindi faccia più fatica a mantenere il proprio operare coerente con tali dettami? E se è così non è quindi scontato che la sinistra, in Italia come altrove, faccia più frequente ricorso della destra a quelli che Ricolfi definisce “schemi secondari”?
Altro punto è quello del linguaggio: la sinistra ha paura delle parole e la sinistra parla difficile. Sul primo punto la non italianità  del problema pare quasi scontata, visto che il parlare “politically correct” nasce certamente negli Stati Uniti. Il parlare “politically correct” non è frutto solo di un eccesso di scrupolo, anche se talvolta può suonare eccessivo e petulante, ma soprattutto dalla necessità  di aprire la società  ai diversi, esigenza che una forza progressista ha il dovere, per sua missione, di cogliere prima di una forza conservatrice. Anche il fatto che la sinistra parli difficile non è così strano: è molto più facile parlare di quello che si vive e si conosce che di quello che è confinato a scenari futuri e ad ipotesi. Chi è progressista è portato a prefigurare situazioni ipotetiche, linee di sviluppo, scenari futuri e che in questo sia meno comprensibile di chi parla dell’oggi e dell’immediato è appena ovvio. E’ certamente molto più facile parlare di riduzioni di tasse che dei rischi connessi alla crescita del debito pubblico, è in generale più semplice esprimersi con parole semplici quando si cerca di toccare le corde emotive dei cittadini, mentre è più complesso farlo quando ci si richiama ad un’analisi economica o sociale della società . Se le teorie della fisica classica sono più comprensibili di quelle della fisica quantistica non è colpa di Heisenberg, è responsabilità  semmai del fatto che per sviluppare la nostra conoscenza del mondo è necessario addentrarsi in territori sempre più inospitali ed inaccessibili. Che chi abbia una visione progressista della politica lo faccia e si ritrovi quindi a “parlar difficile” è fisiologico ed è improprio considerarlo un difetto.
Anche il discostarsi del “senso comune” pare fisiologico in una forza progressista. Laddove senso comune si intenda come l’insieme delle conoscenze “diffuse” è certo ipotizzabile che un conservatore consideri le opinioni diffuse come consolidate ed un progressista invece le voglia criticarle e ridiscuterle, fa parte della differenza tra le due caratterizzazioni politiche. Quindi è appena normale che la sinistra si discosti dalle opinioni diffuse e quindi dal “senso comune”.
Infine l’ultimo punto richiama un presunto complesso di superiorità  della sinistra. Anche qui la domanda che mi viene da fare è se questo complesso di superiorità Â sia un fatto italiano o meno. Se gli obamiani si preoccupano di trovare una correlazione tra QI medio della popolazione dei diversi stati e esito delle elezioni in quegli stati, mi viene il dubbio che anche in America ci sia la stessa tendenza. Qual è poi l’origine di questo complesso di superiorità ? Probabilmente sta nella sensazione, che chi è progressista nutre, di avere alla lunga sempre ragione: pensiamo all’ecologia, alla globalizzazione, ai problemi energetici, tutti campi in cui ciò che anni addietro sosteneva da sola la sinistra radicale oggi è patrimonio condiviso. E’ appena scontato che chi si alzi a guardare avanti possa vedere prima di altri ciò che sta per accadere e che quando ciò accade, possa avere la convinzione di aver avuto ragione, di avere una marcia in più rispetto a chi affronti il problema della gestione politica della società  come se essa fosse statica, come se nulla cambiasse. Con ciò non voglio dire che sia giusto che chi è di sinistra si senta superiore: sinistra e destra, conservazione e progressismo, sono due modi diversi di vedere la società , entrambi necessari a creare un equilibrio tra fughe in avanti verso il futuro e immobilismo rispetto all’evoluzione storica della società . Il fatto però che chi si senta più propenso ad un atteggiamento progressista sia convinto di avere ragione è un effetto intrinseco nell’atteggiamento, non una deformazione della realtà  italiana.
Alla fine della lettura non c’è nulla di quanto rilevato di Ricolfi che possa essere infondato, ma non c’è nulla che possa essere, come sembrerebbe dal tono del testo, riconducibile ad una peculiarità  della sinistra italiana. Tuttalpiù potrebbe essere interessante chiedersi se queste proprietà  sono più visibili nell’Italia oggi, allorché la caratterizzazione progressista della sinistra è più chiara, rispetto ai tempi in cui la sinistra in Italia voleva dire PCI, con il suo ambiguo rapporto con l’Unione Sovietica che si rifletteva su una struttura politica interna che di progressista aveva ben poco. Potrei arrivare ad ipotizzare che  la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato in atteggiamenti che forse altrove sono considerati normali, nasca proprio dalla scarsa abitudine nostrana ad un vero fronte progressista. 
Trovo però che senza un approfondimento su questo tema, senza una caratterizzazione storica della realtà  italiana, il testo di Ricolfi resti un conglomerato di idee viste solo in superficie, che forse risulterebbero interessanti se avessero le sembianze di una riflessione delle differenze tra progressisti e conservatori. Come critica alla sinistra italiana finisce invece con il ricordare un po’ il rigore di Nanni Moretti in Palombella Rossa in cui il portiere che l’ha parato spiega al protagonista Michele, perso in mille ipotesi su come dovrebbe essere tirato il rigore, che semplicemente: “Se tu guardi a destra, so che tirerai a sinistra“.
In altre parole piuttosto che spiegare le sconfitte della sinistra italiana con il fatto che ha fatto la sinistra anziché fare la destra, forse sarebbe più utile formulare altre ipotesi. Ad esempio che forse la sinistra perde semplicemente perché gli italiani sono conservatori, e forse gli italiani sono conservatori perché un paese in declino tende fisiologicamente a guardare più al passato che al futuro. Formulare questa ipotesi vorrebbe dire poi chiedersi come fare a far sì che gli italiani riprendano a guardare al futuro. Non sarà  una considerazione originale ma anche ipotizzare che le tv di Berlusconi possano hanno avuto una parte in tutto ciò sarebbe un’ipotesi interessante, piuttosto che confinarla ad una sorta di vittimismo della sinistra, come pare fare Ricolfi. Allora ci si potrebbe chiedere come fare ad uscire dal cortocircuito mediatico e se le nuove tecnologie possano sbloccare la situazione. Non saprei pronunciarmi in modo analitico su queste ipotesi e non saprei dare risposte certe alle domande che sollevo, ma sicuramente se vi interessa un approfondimento su questi temi e se volete una risposta a queste domande non cercateli nel libro di Ricolfi.

May 3rd, 2010
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