Il male oscuro dei sondaggi in Italia
Ormai ci siamo quasi abituati e la maggioranza di noi non si stupisce più, eppure c’è una caratteristica peculiare delle elezioni in Italia: che i sondaggi non ci azzeccano mai ma proprio mai. Nell’euforia della vittoria degli uni e nello scoramento della sconfitta degli altri non sono molti quelli che si sono accorti che De Magistris a Napoli ha vinto con il 65% dei voti quando i sondaggi alla vigilia del voto non gli concedevano più del 51%. Ancora peggio è andata a Cagliari dove addirittura gli intention poll alla chiusura dei seggi hanno delineato un testa a testa, rivelatosi una totale invenzione. Se a Milano il ballottaggio non è stata una debacle per i sondaggisti, la Caporetto era stata il primo turno con la netta vittoria di Pisapia che ha colto tutti di sorpresa. Non sto poi a ricordare lo storico di sondaggi e exit poll totalmente fuori tiro che la storia della politica italiana può vantare.
I rappresentanti degli istituti demoscopici ci ripetono sempre che i sondaggi sono affetti da un margine d’errore che spesso ribalta il risultato, ma apparentemente nessuno al mondo commissionerebbe un sondaggio che avesse il 10-15% di margine d’errore. Guardando fuori dai confini ci si rende conto, ad esempio, che le elezioni dell’anno scorso in Regno Unito rispettarono sostanzialmente, a meno di qualche punto percentuale, i sondaggi della vigilia, e soprattutto gli exit poll fotografarono con assoluta precisione il risultato finale (cosa complicata dal sistema uninominale). La stessa cosa si può dire delle elezioni in Germania del 2009. Non sembra quindi esserci dubbio che si tratta di un problema che altrove non si riscontra, almeno non in questa misura. Ci sono varie ipotesi sui motivi di questa tradizione di debacle che rende ormai gli italiani talmente scettici sui sondaggi da considerare più affidabile il risultato delle prime dieci sezioni scrutinate che quello delle più solide proiezioni. C’è chi addossa la colpa alla poca sincerità degli elettori, sempre timorosi di dire per chi votano davvero, oppure alla loro incertezza (eppure non c’è un elettorato più stabile di quello italiano, no?). C’è chi addossa la colpa ai sondaggisti che tenderebbero a moderare i risultati troppo sorprendenti. Certo che girando un po’ alla ricerca di sondaggi stranieri mi sono fatto l’impressione che ci sia qualcosa di più profondo che non va. Se guardate alle intenzioni di voto in vista delle elezioni politiche, raccolte in questi ultimi giorni dai diversi sondaggisti in Italia, si trovano i risultati più disparati: qui il PDL ha il 29% e là il 21%, qui il PD ha il 26%, là il 30%. A differenza di altri sondaggi l’intenzione di voto è una domanda chiara: “Per chi voterebbe se ci fossero le elezioni domani?”. Sembra quindi che l’unica possibilità di avere dissonanze così forti tra sondaggio e sondaggio sia una diversa scelta del campione ma, visto che ci sarà qualcuno che ci ha azzeccato e qualcuno che ha sbagliato grossolanamente, rimane da chiedersi come è possibile che si verifichi un errore così marcato (chiunque sia a commetterlo). Provo a confrontare i dati di sondaggipoliticoelettorali.it con quelli di un sito analogo in Regno Unito e noto che nell’arco di una settimana l’oscillazione dei voti tra sondaggio e sondaggio non varia mai per più del 2%. Perfino in una situazione così fluida come quella delle elezioni del Presidente della Repubblica francese, in programma il prossimo anno e senza che i socialisti abbiano ancora espresso il loro candidato, si può notare una straordinaria uniformità nei risultati dei sondaggi.
Non è allora che semplicemente i sondaggisti italiani utilizzano metodi rozzi e imprecisi per stabilire il campione semplicemente perché costa meno e perché ai loro committenti in realtà non frega molto di avere risultati precisi? L’imprecisione in fondo permette da una parte agli uni di sventolare il sorpasso e agli altri di scommettere sulla tenuta, ai leader di certificare la bontà delle proprie scelte, alla base di metterle in discussione. Non è che sapere come davvero stanno le cose, in fondo, non interessa a nessuno? Non ho elementi per dirlo, non ho fatto né trovato alcuna analisi in merito però il dubbio francamente mi viene.
Quando Gramellini fa nomi e cognomi
Ci sono tanti motivi per i quali apprezzo Massimo Gramellini: l’intelligenza, il senso critico, la sensibilità … Quanto però trovo di più apprezzabile e peculiare in lui è il prediligere spesso, quando racconta i vizi dell’Italia di oggi, l’uso di forme impersonali, il parlare in astratto, il fare riferimento spesso ad un noi che include anche lo scrivente, perché è giusto non tirarsi fuori, come a sottolineare che non si vuole ergere a castigatore dei costumi ma solo a loro acuto osservatore, che non vuole creare un confine tra buoni e cattivi ma solo sottolineare che cosa ognuno di noi dovrebbe o non dovrebbe fare per poter costruire un paese migliore.
Evidentemente però ci sono dei casi in cui anche Gramellini si rende conto che non bastano più modelli astratti, non basta più evidenziare il vizio, il morbo che infuria, ma che bisogna puntare il dito, indicare chi sono gli untori, chi sostiene con la propria capacità comunicativa un modello di sistema basato sulla arroganza e sulla prevaricazione di chi comanda, che molti di noi sarebbero felici di rottamare. Forse il momento è venuto soprattutto ora che ci si rende conto che quel modello sta perdendo punti, sta diventando sempre più minoritario e ciò che ci divide dall’abbandonarlo, più che una diffusa adesione, è un manipolo di personaggi installatisi in posizioni di potere che cercano disperatamente di tenere in vita quel modello di potere agonizzante, ma capace di reggere ancora in sella i suoi più fedeli referenti.
Capita allora che anche Gramellini decida di fare oggi i nomi e i cognomi e fa il nome e cognome di colui che è forse il più coerente in quest’ambito: Giuliano Ferrara, che Gramellini attacca frontalmente su La Stampa di oggi. Ci sono molti nomi che si potrebbero fare ma Ferrara è forse il più adatto, un po’ perché è considerato il più acuto, un po’ perché il più anziano tra i cani da guardia dell’attuale sistema di potere, un po’ infine perché si è creato l’aura di uno che ci crede davvero, che penserebbe la stessa cosa anche se non lo pagassero per dirla. Però – parliamoci chiaro – uno che ci credesse davvero non ripeterebbe la stessa nenia da 25 anni, c’è forse un dipendente delle poste che per 25 anni batterebbe sulla busta lo stesso timbro se lo facesse per sua scelta, per suo divertimento? E allora forse Ferrara è solo il più brillante dei commedianti ma proprio perché è brillante li rimorchia tutti dietro di sé e porta con sé anche una bella fetta dell’opinione pubblica che magari non legge Il Foglio, ma che ascolta ancora con un certo interesse l’eloquio dell’Elefantino. E’ una fetta però nella quale si sta diffondendo sempre più evidente il dubbio che il re sia nudo e se è il re è nudo tanto vale denudare anche i suoi vessilliferi e magari farlo perfino davanti ai moderatissimi lettori de La Stampa. E’ tutta questione di scegliere il momento giusto e il fatto che Gramellini, che giudico persona accorta, abbia scelto proprio questo Martedì 21 Giugno 2011 per farlo mi fa guardare al futuro con un certo ottimismo.
La TAV e la lotta tra il bene e il male
Da anni provo a misurarmi con le ragioni del NOTAV, sforzandomi di capirne fino in fondo le motivazioni nel loro complesso, alcune condisivisibili, altre meno. Tuttavia non sono mai riuscito a trovare una vera coerenza tra la veemenza con la quale il movimento si oppone all’opera e le ragioni di tale opposizione. Nella realtà le motivazioni della contrarietà alla Torino-Lione sono spesso diverse, anche se poi comprensibilmente coalizzate sotto uno stesso cappello. Ci sono i meri nimbisti che semplicemente non vogliono un’opera con ovvi impatti ambientali nella loro valle, qualcunque essa sia e qualunque beneficio essa porti; ci sono altri, vicini alle idee della decrescita felice, che considerano qualunque opera di questo genere superflua, indipendentemente dal posizionamento geografico; ci sono quelli che avversano ogni opera pubblica agitando la paura che ci mettano il naso speculatori e mafie; ci sono infine quelli che non hanno nulla contro l’alta velocità in astratto ma che considerano la tratta Torino-Lione una tratta ferroviaria non strategica e quindi tale da non meritare massicci investimenti (ho fatto una categorizzazione sicuramente rozza e imprecisa ma era solo dare dei contorni al ventaglio delle opinioni). Spesso poi le posizioni si mescolano, come è normale d’altronde quando su un tema lo scontro si radicalizza e si comincia a creare una forte contrapposizione tra pro e contro che alimenta la simpatia verso le posizioni di chi sta dalla tua parte, questo anche se magari il giorno prima la pensavi diversamente. Sta di fatto che questo coacervo di posizioni diverse si è radunato negli anni attorno ad un movimento che ha accresciuto via via la radicalità del suo posizionamento, forse anche perché, con il successo del Movimento 5 stelle, ha cessato di essere trasversale alle varie forze politiche, trovando una collocazione precisa al fianco di uno schieramento politico che, per il momento, si conserva impermeabile ad alleanze e quindi compromessi con altre forze.
Ogni volta che però che provo a fare il bilancio delle ragioni del No alla Torino-Lione non riesco a non trovarle assolutamente deboli. Parto col dire che la linea Torino-Lione non è una cattedrale nel deserto, come potrebbe essere ad esempio il ponte sullo Stretto, ma una delle tante linee ad alta velocità che stanno sorgendo in Italia e in Europa. Sono da poco stati conclusi i lavori per la nuova linea ad alta velocità che passerà sotto il Gottardo e che poi verrà completata con la tratta italiana per congiungere Zurigo con Milano (costo 7 miliardi per la tratta svizzera). Stanno per partire i lavori per la tratta che collegherà Genova a Milano con 39 chilometri di galleria (costo più di 5 miliardi). E’ inoltre da pochi anni in esercizio la linea Bologna-Firenze (costo 6 miliardi). E’ difficile sostenere che questi lavori abbiano avuto impatti ambientali diversi da quelli che avranno quelli per il nuovo traforo del Frejus e quindi ci si aspetterebbe dai NOTAV un coerente rifiuto di tutte queste opere che invece paiono non sollevare grosse riserve. Opporsi poi all’opera per le possibili inflitrazioni mafiose o speculative che potrebbero approfittare dei molti cantieri è anche qui poco originale, la stessa cosa varrebbe certamente per qualunque altra opera pubblica sorta sotto il sole italico. L’unica motivazione solida da opporre specificatamente alla linea ad alta velocità che dovrebbe congiungere l’Italia alla Francia pare quindi essere quella strategica, facente capo a chi ci spiega che la Torino-Lione è una tratta ferroviaria che, sia per il traffico merci che quello passeggeri, ha visto negli ultimi anni calare il proprio utilizzo e che quindi difficilmente può essere considerata un investimento sensato. Questa argomentazione si scontra ovviamente, da un lato con l’ipotesi non irrealistica che lo scarso utilizzo della linea sia legata non tanto ai pochi rapporti tra Francia e Italia ma alla concorrenzialità di altri mezzi di trasporto, dall’altro soprattutto con la debolezza fisiologica di qualunque valutazione di ritorno economico su un’opera che sarà pronta, se va bene, tra quindici anni. La realtà è che gli uni e gli altri fanno una scommessa su come saranno Italia e Francia tra quindici anni, ci si può divertire a fare ipotesi ma è difficile spacciarle per verità incontrovertibili. Può essere infine rispettabile l’opinione di chi non si sente di spendere 20-30 miliardi per una scommessa, ma valeva la pena allora di spenderne più di 10 per l’EXPO a Milano del 2015?
Non scrivo tutto questo per sostenere le ragioni dell’alta velocità , non certo meno fragili di chi vi si oppone, ma per sottolineare quanto questo è un tema ben lontano dalle più profonde idealità , un tema che si può tranquillamente discutere confrontandosi su numeri, ipotesi, proiezioni future; nulla che sembrerebbe poter scatenare conflitti di popolo e invece da quanto si legge pare che stiamo andando alle crociate, con gli uni che annunciano atti di disobbedienza civile, gli altri che minacciano l’invio dell’esercito.
Perché siamo arrivati fin qui? La risposta ce l’abbiamo forse nei referendum di Domenica scorsa che ci hanno detto fondamentalmente una cosa: la perdita di credibilità a cui è giunta la nostra classe politica è enorme e qualunque altro quesito fosse stato sottoposto ai cittadini lo scorso weekend avrebbe probabilmente ottenuto il sì. Tutto questo potrebbe far tirare un sospiro di sollievo a chi, come il sottoscritto, da anni si lamenta della propensione degli italiani a concedere ai propri politici cambiali in bianco. Ma la realtà è che c’è il grosso rischio che questa non sia altro che l’ennesima oscillazione del pendolo dell’opinione pubblica italiana, capace di passare dal totale asservimento alla ribellione più radicale per poi far ritorno al punto di partenza senza che nulla sia cambiato. Mi domando e domando a chi legge se può esserci una società italiana più matura che non si fida né di chi lo governa, né di chi vi si oppone, ma che entra nel merito delle questioni ed esprime la propria opinione indipendentemente dalle bandiere che sventolano di qua o di là o dalla simpatia di chi sostiene le diverse posizioni. Dopo 17 anni di berlusconismo, di ideologizzazione e radicalizzazione di qualunque tema discussione, sono nauseato all’idea che stiamo solo passando da uno scontro all’altro, da una radicalizzazione ad un’altra, che quelli che ieri erano “coglioni” perché votavano a sinistra oggi siano stupidi perché sono a favore del nucleare, della gestione privata dell’acqua, della Torino-Lione. Questa necessità di creare spartiacque tra bianchi e neri, scemi e illuminati, buoni e cattivi è forse, più che Berlusconi, il morbo dal quale in Italia dovremmo guarire, ma ho l’impressione che la strada sia ancora lunga.
Il calcio sporco che nessuno vuol pulire
In questi giorni si intrecciano il nuovo scandalo delle scommesse clandestine, che assomiglia molto a quello che scosse il calcio sul finire degli anni ’70, e la conclusione del processo di Calciopoli, in cui è lentamente emerso che quello che era stato denunciato era molto meno scandaloso di ciò che era stato omesso. La dinamica è la solita: si butta in prima pagina quello che emerge in modo grossolano e approssimativo, a costo di inventarsi nomi e cognomi partendo da oscuri riferimenti; poi ad un certo punto qualcuno dice che è ora di finirla, si individua allora qualche capro espiatorio a cui addossare tutte le colpe e si chiude il sipario. Se poi qualcosa riemerge lo si riinabissa di comune accordo, in fondo “The show must go on”. Il problema è che lo show contempla cose molto strane che succedono tuttora senza che nessuno se ne abbia a male.
In questi giorni si stanno disputando i playoff e playout della Lega Pro (la ex-serie C) e la settimana scorsa si sono disputate le semifinali dei playoff di Lega Pro 1, playoff che decreteranno le squadre promosse alla Serie B. Una di queste semifinali contrapponeva l’Alessandria alla Salernitana, squadre che avevano chiuso al terzo e al quinto posto rispettivamente il girone A del campionato. Visto che la squadra piemontese aveva terminato il campionato in posizione migliore, partiva col vantaggio di poter andar in finale anche in una situazione di parità al termine dei due incontri.
L’andata si disputava a Salerno ma, nonostante il fattore casa, l’Alessandria iniziava meglio l’incontro e alla fine del primo tempo andava in vantaggio. Subito dopo però c’era uno scontro sul limite dell’area tra il difensore dell’Alessandria Fucino e l’attaccante della Salernitana Ragusa, il difensore dava l’impressione di colpire per primo la palla e di essere poi travolto dall’attaccante, l’arbitro invece non solo concedeva la punizione ai campani ma espelleva il giocatore alessandrino per una situazione di “chiara occasione da gol” che francamente vedeva solo lui. Nonostante l’inferiorità numerica l’Alessandria resisteva e allora l’arbitro all’inizio della ripresa pensava bene di mandar fuori anche il giocatore Barbagli comminando al giocatore piemontese due ammonizioni in pochi minuti. In 11 contro 9 la Salernitana raggiungeva poco dopo la parità , ma l’Alessandria resisteva fino alla fine portando a casa un comunque preziosissimo pareggio.
Si arrivava alla partita di ritorno e anche qui l’Alessandria partiva molto meglio e, dopo una traversa di Martini nel primo tempo, andava in vantaggio ad inizio ripresa con un gol dello stesso Martini. Pareva fatta, ma anche qui entrava in scena l’arbitro, questa volta il signor Viti che, pochi minuti dopo il vantaggio dei padroni di casa, concedeva un rigore ai campani per un fallo avvenuto un metro e mezzo almeno fuori area, complice anche l’assistente Ernetti evidentemente voltato da un altra parte al momento dell’episodio. Era 1 a 1 ma l’Alessandria era ancora in finale e allora al signor Viti era richiesto un supplemento che non si faceva mancare cinque minuti dopo, quando espelleva il giocatore alessandrino Romeo per un fallo men che veniale. La Salernitana non si faceva scappare l’opportunità gentilmente regalata e faceva 1-2 e 1-3 con l’Alessandria a chiudere la gara di nuovo in 9 per l’espulsione di Croce per proteste.
Ho scoperto per caso la vicenda di questo doppio incontro che ricorda un po’ le atmosfere di certi racconti sul calcio di Osvaldo Soriano. Devo dire però che in lunghi anni di passione calcistica mai mi era capitato in 180 minuti di vedere tanti svarioni da parte di due arbitri diversi a favore della stessa squadra, tanto che pensare che sia stata solo una beffarda sequenza di coincidenze è davvero difficile. E’ davvero così che maturano i risultati del calcio? Siamo davvero di fronte ad un mondo nel quale si decide altrove chi vincerà e perderà ? Chi non crede ai risultati del calcio ha quindi ragione? Non mi prendo la responsabilità di pronunciare sentenze, mi limito a dire che temo questa volta non ci saranno magistrati che apriranno inchieste, non ci saranno procuratori federali che riceveranno documenti riservati, non ci saranno giornali che racconteranno ipotesi ai quattro venti spacciandole per verità , non ci saranno analisi sugli spostamenti di SIM svizzere. Ci sarà solo qualche migliaio di tifosi dell’Alessandria incarogniti con il mondo e qualche decina di migliaia di tifosi salernitani un po’ più contenti, e ai più andrà bene così, anche perché presto avremo anche questa volta dimenticato tutto.
Il quorum del problema
Scrivo quanto di seguito oggi per evitare volutamente che possa essere considerata la classica recriminazione del giorno dopo. Mi auguro vivamente, al di là del merito dei quesiti, che nei prossimi due giorni gli italiani vadano massicciamente a votare ai raggiungendo il quorum, non tanto per i quesiti oggetto della consultazione, ma soprattutto per salvare l’istituto del referendum che la classe politica da anni sabota più o meno apertamente.
Tuttavia, a prescindere di questo referendum, quello dell’attuale normativa in ambito referendario è da considerarsi una delle sconcezze più incredibili del nostro paese, talmente evidente e incontrovertibile che anche la più inconcludente e incancrenita maggioranza di governo al mondo vi avrebbe messo mano da almeno un decennio. E’ infatti dal referendum del 1995, quello sugli spot pubblicitari, che nessun referendum raggiunge il quorum: questo vuol dire che ben sette volte da allora gli italiani sono andati inutilmente a votare, mettendo il paese nelle condizioni di spendere 450 milioni di euro ogni volta (per un totale di 3150 milioni) del tutto inutilmente. Il diritto, sancito dalla Costituzione italiana, e dalla maggior parte delle costituzioni europee, da parte dei cittadini di poter operare direttamente sulla legislazione in vigore è stato per sedici lunghi anni cancellato dall’escamotage, operato dalle forze politiche contrarie di volta in volta al referendum, di invitare all’astensionismo. In tal modo, sommando gli elettori effettivamente contrari ad una fetta di elettorato che fisiologicamente non partecipa alle consultazioni elettorali, si è facilmente quanto regolarmente arrivati a superare il 50% di astensione complessiva, invalidando in tal modo la consultazione.
Ma perché mai esiste un quorum per il referendum abrogativo? Per gli stessi motivi per cui in un’assemblea di condominio per essere regolarmente costituita deve contare almeno un certo numero di millesimi: per evitare che un’esigua minoranza di elettori possa decidere per tutti. Quel che il costituente probabilmente non si attendeva era che, con il tempo, la degenerazione che il rispetto istituzionale ha avuto in Italia avrebbe portato la nostra classe politica ad incitare gli elettori all’astensionismo pur di far fallire i referendum che non piacciono, in un corto circuito che negli anni ha colpito un po’ tutte le forze politiche, ma soprattutto ha spogliato i cittadini di un fondamentale strumento di democrazia.
Come ben spiegato da Massimo Morelli su Noise from Amerika esisterebbe una soluzione semplice che non andrebbe contro la volontà del costituente e allo stesso tempo disinnescherebbe l’inganno dell’astensionismo, ovvero il sostituire il quorum strutturale (cioè basato sul numero di persone che partecipano alla consultazione) con un quorum funzionale (cioè basato sul numero di persone che votano favorevolmente all’oggetto del referendum). In questo modo la quota minima di elettori che possa abrogare una legge rimarrebbe la stessa, ovvero il 50% (di SI) del 50% (di partecipanti al voto) dell’elettorato, quindi il 25%, ma senza offrire escamotage ai contrari al referendum che pur siano minoranza del potenziale corpo votante. E’ una norma elementare che esiste già in Germania e che dovrebbe essere nel nostro ordinamento costituzionale almeno da quando, nel 1990, per la prima volta le lobby degli armaioli incitarono al non voto per far fallire il referendum contro la caccia. Il fatto che in oltre vent’anni, a quanto mi risulta, non ci sia mai stata da parte di nessuno schieramento politico una proposta concreta di riforma, dimostra tristemente come la democrazia e l’efficienza delle istituzioni sia davvero l’ultima delle priorità della nostra classe politica. Mi auguro che il Movimento 5 Stelle che ha nel suo programma l’abolizione completa del quorum possa portare avanti questa proposta, meno estrema, ma che, se non raccolta dal resto della politica, smaschererebbe la volontà dell’intero arco politico di arrivare all’esuatoramente dell’istituto referendario.
Il male e la malattia
Il noto regista Lars Von Trier è stato, nelle settimane passate, al centro di un caso, in seguito a sue dichiarazioni rilasciate durante il Festival di Cannes. Tali dichiarazioni hanno destato scalpore soprattutto in quanto tradotte in un primo momento come “Ho simpatia per Hitler”. In realtà una traduzione più attenta riconduceva i sentimenti di Von Trier verso il dittatore a semplice compassione. Rimaneva comunque lo scandalo, per la verità rafforzato durante la stessa conferenza stampa da un atteggiamento costantemente fuori dalle righe del regista danese. Non mi addentro nella complessa psicologia di Von Trier e dei motivi che lo hanno spinto a pronunciare dichiarazioni così estreme. Provo invece a domandarmi perché avere compassione per Hitler sia un fatto di per sé squalificante.
Visto che oggi è così facile per un blogger beccarsi un’accusa di revisionismo, sottolineo subito che non voglio minimizzare in nulla l’atrocità della Shoah e della seconda guerra mondiale tutta, tuttavia è interessante sociologicamente notare che Hitler e il nazismo hanno un caratteristica pressoché unica nel ampio ventaglio della storia: rappresentano qualcosa di molto vicino al male oggettivo, la condanna del nazismo è qualcosa che accomuna quasi tutti e quei pochi che non lo condannano sono votati all’isolamento. Non a caso l’argomento nazismo è oggetto di teorie in ambito comunicativo come quella del Reductio ad Hitlerum o della Legge di Godwin. Se Von Trier avesse espresso compassione per Pinochet, per Stalin o per Gheddafi, avrebbe riscosso probabilmente reazioni contrastanti, con Hitler no, perché il male assoluto non si può compatire. Ma se, per ipotesi, invece che una creatura malvagia consideriamo lui o qualunque altro dittatore un folle, prigioniero di un suo obiettivo politico divenuto ossessione, al punto da sacrificare senza esitazione vite umane a milioni, pur di non fallire, allora possiamo considerarlo degno di compassione? Forse no, forse è davvero segno di squilibrio far arrivare a tanto la nostra capacità empatica però lo stesso problema, in piccolo, ce l’abbiamo nel nostro quotidiano con i protagonisti dei delitti che spesso riempiono i nostri telegiornali: la ragazza che uccide la cugina per gelosia, il padre che uccide le proprie figlie per la impossibilità di accettare un matriomonio finito, il prete pedofilo, sono semplici autori di comportamenti devianti o sono malati? Dobbiamo averne disprezzo o compassione?
Anche se solo una minoranza di noi considerano ancora certi comportamenti riconducibili ad una generica entità chiamata “Male”, rimane connaturata alla nostra organizzazione sociale la condanna etica dei comportamenti devianti, con particolare enfasi quando si tratta di delitti attuati contro la persona (omicidio, stupro, pedofilia, violenza personale). C’è una sterminata letteratura su quanto atti di violenza, apparentemente inspiegabili, siano giustificabili con vere malattie mentali o piuttosto con forti forme di disturbi psicologici, correndo lungo la linea di una separazione tra una dimensione fisiologica e una psicologica non sempre chiara. Ma se consideriamo anche il disturbo psicologico come una patologia, come sempre più accade nella cultura contemporanea, siamo poi sicuri di trovare una linea di confine rispetto alla semplice devianza sociale? Il figlio che uccide i genitori perché spera di averne l’eredità soffre di disturbi mentali o ha solo una scala di valori completamente dissonante rispetto a quelli prevalenti nella nostra società ? Se definiamo la malattia come un’alterazione delle condizioni normali di funzionamento del corpo (ivi compresa anche la mente), possiamo arrivare a pensare che il funzionamento normale della mente sia quello di aderire alle norme sociali e quindi anche il mafioso, il borseggiatore, perfino l’evasore fiscale è un malato?
Sono tutte domande interessanti e stimolanti ma, alla fine, ho l’impressione che le risposte abbiano più a che fare con il nostro personale atteggiamento nei confronti dell’atto, con la reazione emotiva che la notizia determina in noi, che con la sostanza del problema. La sostanza è infatti che il malato e il criminale sono in fondo sottoposti ad un trattamento simile: vengono ovvero sottratti alla società , per difenderla dal possibile reiterarsi del comportamento deviante, e isolati in luoghi nei quali si auspica possano superare le ragioni (che siano fisiologiche, psicologiche o magari culturali) che li hanno portati al loro stato anormale. Che poi raramente il carcere sia un luogo di recupero è verissimo, ma l’intento ufficialmente dovrebbe essere questo, e d’altra parte nemmeno dalla casa di cura o dalla comunità di recupero si esce necessariamente emendati dalle proprie problematiche. L’individuazione della ragione del comportamento (fisiologica, psicologica, sociale) ha alla fine un’utilità semplicemente terapeutica, serve a capire come trattare l’individuo e la sua devianza, la sua anomalia. La devianza rimane comunque un fattore che la società di propone di eliminare, di qualunque natura essa sia.
Quando quindi sentiremo parlare dell’ennesimo folle omicidio o incomprensibile atto di violenza non stupiamoci di provare sentimenti contrastati verso il suo autore. Da una parte di considerarlo un poveretto bisognoso di cure, dall’altra un criminale degno di provare le stesse sofferenze che ha arrecato. Si tratta del nostro perenne conflitto tra la preservazione del nostro edificio etico e l’empatia verso il nostro prossimo: lo stesso contrasto, se ci pensiamo bene, che su, una dimensione completamente diversa, affligge ogni genitore che accoglie il proprio che figlio giunto a casa a testa bassa per un brutto voto preso a scuola, o la moglie che scopre il marito mentre guarda costernato e contrito i cocci del piatto preziosissimo che ha appena fatto cadere a terra.
Il grande ingorgo
Sarà un effetto del global warming, sarà , come altri sostengono, un naturale cambio climatico, ma da una quindicina di anni in qui sono pochi gli eventi atmosferici meno insoliti, nell’Italia del Nord, di un temporale a Giugno. Se un evento non è insolito si suppone che non porti a conseguenze disastrose, ma ci sono casi in cui, se posizionato al momento giusto, può mettere in ginocchio una regione, anzi una e mezza. E’ proprio quanto è successo ieri, allorquando un temporale ha scosso la riviera ligure di ponente.
Erano suppergiù le due del pomeriggio quando il cielo si è aperto in una pioggia torrenziale durata un paio d’ore abbondanti. Piemontesi e lombardi scesi in Liguria per il ponte, dietro alle finestre delle loro case di villeggiatura o dei bar dove avevano trovato rifugio, iniziavano a guardar fuori attendendo impazientemente che la pioggia si placasse. Quando infine il temporale cessava qualche centinaia di migliaia di persone si riversavano contemporaneamente per strada, causando inconsapevolmente un ingorgo di dimensioni apocalittiche. Un satellite che avesse osservato dall’alto la scena avrebbe potuto vedere un unico serpentone di auto ferme sull’autostrada tra Imperia e Savona e di lì fino a Torino, ma soprattutto, cosa assolutamente insolita, un unico serpentone di auto ferme tra Imperia e Ceva lungo la statale del Colle di Nava. Noi eravamo in quest’ultimo serpentone fermo per almeno venti minuti nella frazione Cantarana, comune di Ormea. Era singolare stare fermi lì, in mezzo ai boschi, e, ad un certo punto, scendere dall’auto chiedendo a quelli dell’auto che precedeva cosa fosse successo, in un gesto che solitamente si compie in autostrada, o in centro città . Anche i cittadini di Cantarana sembravano incuriositi dal serpentone che, fermo lì in mezzo, sembrava avere improvvisamente acquisito una dimensione umana, e allora saltavano fuori dagli usci per osservare un po’ preoccupati, un po’ divertiti, quello strano popolo che aveva improvvisamente invaso la loro frazione, improvvisamente diventata come una grande metropoli. Anche la piccola Matilde, nostra figlia, pareva meravigliata dalla situazione e aspettava pazientemente la sua cena fino alle 22, quando, dopo una provvidenziale deviazione per le colline che sormontano la Val Tanaro, raggiungevamo casa di mia zia a Mombasiglio dove trovavamo finalmente un fornello per preparare la pappa e poi magari fare un boccone, anche noi genitori. Quando poi alle due di notte, otto ore e mezzo dopo essere partiti, arrivavamo a casa a Castellamonte, l’impressione era di aver vissuto un’avventura ai confini della realtà , ben più che un semplice ingorgo.
Si potrebbero fare molte considerazioni sulla follia per la quale un temporale può sconvolgere il traffico di una così ampia area geografica, si possono fare molte considerazioni su come deboli siano le misure prese in tali condizioni dalle forze dell’ordine, si possono fare ancora considerazioni su come il problema del traffico, secondo alcuni studi così grave per l’essere umano, sia ancora totalmente fuori controllo.
Rimane, il giorno seguente, dopo aver cioè assorbito gli istinti aggressivi che le sette ore di viaggio hanno alimentato, lo stupore per la straordinarietà dell’evento. L’idea delle migliaia e migliaia di auto, una dietro l’altra, come se i conducenti fossero stati lì guidati da un novello pifferaio di Hamelin, come se fossero le tessere di un immenso domino, mi pare formare un’immagine dotata di una capacità simbolica fortissima. Ieri sera avremmo di certo preferito stare in qualunque altro posto al mondo, ma oggi in fondo sono contento di aver provato l’esperienza insolita di essere stato una tessera di questo immenso domino.
E’ davvero finita?
Non vorrei passare per profeta di sventura ma trovo un po’ troppo trionfalistici gli annunci di caduta dell’impero di Berlusconi che tutto il quadro politico italiano, dalla destra finiana alla sinistra vendoliana ripete oggi freneticamente.
Che il consenso di Berlusconi fosse in caduta libera lo sapevamo da mesi, era anche chiaro che il suo fare terreno bruciato attorno a sé, attaccando tutto e tutti quelli che non fossero disposti a seguirlo ovunque, avrebbe portato il suo partito all’isolamento e quindi ad un lento declino, e quello di Domenica è stato forse solo il primo di una serie di scivoloni elettorali, però dire che l’Italia ha oggi voltato pagina e che si è finalmente disfatta della zavorra che la teneva ancorata agli anni ’80 (come metaforizza mirabilmente Gramellini) mi pare decisamente frettoloso. Berlusconi ha costruito il suo consenso su un popolo nutrito da una fiducia dogmatica in lui, sostenuta giornalmente dal mantra delle televisioni.
Quando un dittatore perde consenso, succede che i poteri che lo sostenevano si sfilano progressivamente fino a costringerlo alla resa. Nel caso di Berlusconi il potere che lo sostiene è di sua proprietà e data l’inviolabilità che la proprietà privata ha nella nostra società non c’è speranza che venga meno. Le televisioni garantiscono a Berlusconi uno zoccolo duro di consenso che potrebbe aggirarsi intorno al 10/15 percento, anche laddove l’elettorato che lo vota perché ideologicamente schierato defluisca verso la Lega o il Terzo Polo, questo zoccolo duro rimarrebbe. Che se ne farebbe Berlusconi? Si accontenterebbe di fare da ago della bilancia, di diventare un generico partito dei pensionati e delle casalinghe? Difficile pensarlo: in alternativa potrebbe mettere quella quota di elettorato in palio, non più esponendosi in prima persona, ma proponendo un cavallo su cui puntare. Che cosa chiederebbe a questo cavallo? Quello che in fondo gli interessa davvero: protezione giudiziaria e la salvaguardia della posizione di potere televisivo. Se però in questi anni ha avuto bisogno di tenere in mano le redini del paese per difendere la propria posizione non è solo per sete di potere ma anche perché una delega ad altri potrebbe non essere sufficiente a difendersi dagli scheletri che ha nei suoi armadi.
In definitiva non aspettiamoci che si rassegni facilmente ad un sereno declino. In questi mesi ha alzato sempre più la posta ed anche se i risultati elettorali gli hanno dato torto, questo potrebbe non dissuaderlo dall’alzare ulteriormente la posta e fare danni al paese che sarebbe poi lungo e complicato riparare.
Ho l’impressione che, come per Gheddafi, anche per lui servirebbe un salvacondotto, uno Zuma che venisse a proporgli una via d’uscita indolore per lui e per l’Italia. Se il pittoresco presidente sudafricano volesse, dopo il bunker di Gheddafi, visitare anche Palazzo Grazioli, l’Italia ringrazierebbe sentitamente.
Simulazioni e fairplay finanziario
Come saprete, Sabato scorso il Barcelona si è laureato campione europeo dopo una splendida prestazione che le ha permesso di superare gli inglesi del Manchester United. Mi vorrei qui soffermare però su uno strano articolo sulla squadra catalana apparso sul Wall Street Journal pochi giorni prima della finale. In questo articolo era contenuto sorprendentemente un duro attacco contro il Barcelona. La compagine di Pep Guardiola veniva accusata di essere un’accolita di commedianti che paiono avere come maggior freccia al proprio arco l’abilità nell’intenerire gli arbitri con simulazioni e sceneggiate. L’articolo citava anche numeri che suffragassero questa tesi, quale il fatto che ai giocatori delle squadre avversarie vengano fischiati più falli che al Barca e che la concorrente Real Madrid riceva un maggior numero di sanzioni disciplinari. Che sia aria fritta mi pare palese né mi paiono particolarmente significative che l’articolo citi le proteste di Mourinho, visto che i lamenti del portoghese sono talmente inflazionati da non avere ormai nessun valore. E’ evidente, anche in considerazione dello squilibrio tecnico che vige nel campionato spagnolo, che gli avversari del Barca si ritrovino spesso a far ricorso alle maniere forti, così come è noto che il gioco del Real è molto più fisico di quello dei rivali e che quindi sia normale che le ammonizioni ai madridisti siano molto più frequenti che ai catalani.
Rimane la domanda: perché un articolo del genere su un giornale che solitamente si occupa d’altro e lo fa con molta misura? Probabilmente la risposta sta nel fatto che l’autore dell’articolo è un giornalista inglese, Jonathan Clegg, che dirige in realtà la redazione sportiva europea del WSJ, la cui sede è a Londra. E’ cattiva abitudine della stampa inglese (ma non solo) cercare di condizionare direttore di gara alla vigilia di gare di interesse britannico e visto che il Barca si giocherà con il Manchester la Coppa Campioni Sabato non è escluso che una delle motivazioni sia questa, anzi è forse l’unica.
Rimane il fatto che le proteste dell’allenatore del Real Madrid Mourinho, all’indomani della sconfitta in semifinale con il Barcelona, hanno lasciato non poche tracce nell’opinione pubblica. Molti blogger hanno ipotizzato una irresistibile simpatia dell’UEFA verso il Barca, legata ad un modello di gioco così spettacolare che la rende una sorta di biglietto da visita dell’organizzazione. Ovviamente questa ricostruzione non spiegherebbe come mai l’anno scorso i direttori di gara furono invece così poco sensibili al fascino dei blaugrana nella doppia semifinale con l’Inter (un gol irregolare convalidato ai nerazzurri, due rigori evidenti negati ai catalani, ed il gol della qualificazione negato al Barca al 92′), ma in genere chi elabora teorie complottiste è sempre molto abile a evidenziare casi favorevoli e tralasciare quelli contrari.
Se l’apparente simpatia dell’UEFA nei confronti del Barà§a ondeggia, sembra essere una costante invece l’antipatia di molti nei confronti dell’UEFA di Platini. Cosa avrà mai fatto la UEFA che la renda così antipatica? In Italia si addebita ancora all’UEFA la mancata concessione degli Europei di Calcio del 2012, andati invece al binomio Polonia e Ucraina. In realtà la cosa rappresentò tutto meno che un affronto: intanto l’Italia presentò la sua candidatura immediatamente dopo essersi svergognati davanti al mondo con lo scandalo di Calciopoli, in una situazione nella quale il calcio italiano era del tutto screditato e in più la federazione si fece rappresentare proprio da Franco Carraro, prima dipinto come il grande vecchio del calcio italiano durante la sbornia di Calciopoli, poi miracolosamente uscito indenne dal processo. Vi è poi da ricordare che l’Italia sarebbe stata il primo paese europeo ad organizzare per tre volte la fase finale e solo Belgio e Francia l’hanno organizzata due volte. Il tutto ci autorizza a dire che quell’atto fu tutt’altro che uno sgarbo.
C’è poi l’ostilità da parte dell’UEFA ad introdurre le innovazioni tecnologiche che potrebbero aiutare l’arbitro (moviola in campo, sensori nelle porte ecc.). Su questo altre volte ho scritto schierandomi a favore dell’uso di tali strumenti. C’è però un problema di fondo: l’UEFA e Platini in particolare si battono da anni per mantenere le competizioni internazionali realmente internazionali, evitando che si trasformino in una Superlega tra una diecina di grandi club, ricambiati in questo dall’appoggio totale fornitogli dalle piccole e medie federazioni. Una manifestazione come la Champions si gioca al Bernabeu e all’Allianz Arena ma anche negli stadi di Baku e Thorshavn. Dotare degli stessi sofisticati mezzi tecnologici stadi espressione di un calcio miliardario e stadi espressione di un calcio dilettantistico sarebbe del tutto improponibile, l’unica alternativa sarebbe introdurre il mezzo tecnico solo da un certo punto in poi della manifestazione (ad esempio dagli ottavi), creando però una disparità regolamentare che non può piacere a nessuno. Di qui la predilezione per il più economico giudice di porta che consente di ridurre gli errori arbitrali senza gravare per niente sulle finanze dei club e gravando solo blandamente su quelle dell’UEFA.
Quest’ultimo punto si collega direttamente all’ultima possibile ragione, più nascosta ma forse più autentica. La UEFA sta introducendo nel calcio europeo quello che si definisce il fair play finanziario, ovvero delle norme rigide in termini di bilancio che obbligheranno le squadre a ridurre l’indebitamento e limiteranno la possibilità di ripianare i propri debiti grazie a generosi mecenati come accade oggi. Anche se il presidente del Real Madrid Florentino Perez continua a difendere la sostenibilità dei suoi investimenti faraonici è abbastanza chiaro che i grandi club non hanno molto da guadagnare da queste norme che impediranno ai grandi magnati di immettere capitali nel business del calcio e che porterà le squadre di calcio a competere di nuovo sul campo, senza essere in balìa della megalomania di pochi ricconi. D’altronde in Italia, dove chi conta ha meno pudore che altrove nell’influenzare l’opinione pubblica, Galliani ha chiaramente espresso la sua posizione bocciando il fair play finanziario. Insomma, di qui al 2012, quando l’UEFA inizierà a intrufolarsi nei bilanci delle squadre che partecipano alle Coppe Europee, aspettiamoci altri, anche più vigorosi, attacchi all’UEFA. Per parte mia credo invece l’UEFA abbia terribilmente ragione, che il calcio europeo deve essere la competizione tra società che fanno calcio e non tra sceicchi o ricchi scemi che si divertono a dilapidare le risorse economiche della famiglia. Se ai Perez, ai Berlusconi, agli Abramovich la cosa non piace se ne dovranno fare una ragione e sono sicuro che troveranno altri trastulli per passare il tempo a casa propria, senza rovinare il giocattolo che piace a tanti di noi.
29 Maggio: 26 anni dopo
26 anni fa 39 persone morivano nello stadio Heysel di Bruxelles per una stupidissima partita di calcio tra Juventus e Liverpool. La lettera che il Presidente della Juve Andrea Agnelli ha inviato all’organizzatori della commemorazione per la ricorrenza e l’annuncio che nel museo della Juventus (che sorgerà nel nuovo stadio) ci sarà un’area dedicata al ricordo di quegli eventi, ha evidenziato una sensibilità Â che nei decenni passati non sempre la società aveva dimostrato. Mi limito anche quest’anno a riportare la personale testimonianza di quella maledetta serata.
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follia omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.
In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni
