Orgoglio piagnone
Qualche mese fa mi è capitato di piangere, ascoltando la fine de “L’eleganza del riccio” (uso il verbo ascoltare perché l’ho acquistato e ascoltato in audiolibro ma questo non c’entra con il tema che vorrei trattare). Ho pianto non tanto per il finale drammatico quanto per la profondità e la bellezza delle parole che sgorgano dalla penna di Muriel Barbery nelle ultime pagine del libro (o nelle ultime tracce dell’audiolibro). Perché mai raccontare ai lettori di questo blog questo evento? Non si tratta di trasferire sulla rete la tv verità , il dolore in rete, si tratta al contrario di dire con forza che un uomo adulto e padre di famiglia può manifestare le sue emozioni anche attraverso il pianto senza per questo sentirsi in difetto. Rivelerò a chi mi legge che ho pianto leggendo le ultime pagine de Il maestro e Margherita di Bulgakov, de Le mille luci di New York di McInerney e perfino di Alta Fedeltà di Hornby che non è certo un libro drammatico. Ho pianto al finale de L’Attimo Fuggente e mi sono commosso perfino vedendo Avatar. Ho pianto ascoltando Khorakhané di De André, mi sono commosso ascoltando La Leva Calcistica della Classe ’68 di De Gregori o cantando “Stanco e Perduto” di Capossela. Mi sono commosso rivedendo Platini in campo all’Olimpico nel Novembre 2006. Ho pianto tante altre volte, anche quando non c’era di mezzo un personaggio famoso, ma semplicemente qualcuno che aveva saputo in qualche modo toccare le corde più tese della mia emotività . Ho pianto di dolore, ho pianto di gioia, ho pianto d’amore. Piangerò ancora: so che piangerò caldissime lacrime la prima volta che mia figlia, che al momento non padroneggia ancora tutte le sillabe necessarie, mi dirà che mi vuole bene. Lacrime, lacrime, lacrime, lacrime.
Non è stato facile, non è stato facile affatto, perché già quando sei in fasce il pianto è vissuto come una tragedia: un bambino che piange è spesso percepito come una calamità mentre è solo il più genuino e naturale dei modi per comunicare, per manifestare le proprie emozioni. Se poi sei uomo un ulteriore motivo di repressione nasce nel momento in cui ti avvicini all’adolescenza e ti viene spiegato che piangere è segno di poca virilità , e non vorrai mica essere poco virile: sarebbe una catastrofe per il tuo io…
E allora inghiotti la tua commozione, rifuggi le tue emozioni, tieni a debita distanza il dolore per non rischiare che qualche lacrima ti rovini la reputazione e l’autostima.
Poi recuperi un po’ della tua infanzia, della capacità liberatoria delle tue lacrime, della forza emotiva del pianto. Scopri che le emozioni che generano il pianto non sono sintomo di debolezza, ma di ricchezza, della ricchezza delle tue passioni che non ha senso reprimere. Fai la pace con tutte le tue emozioni, perfino con il dolore che è una presenza che ci eviteremmo volentieri, ma con il quale dobbiamo comunque convivere e tanto vale allora farlo in modo sano e consapevole. E allora ecco che le lacrime, al momento opportuno, riprendono a sgorgare senza problemi, senza remore e senti che in fondo piangere fa bene (e se lo dice perfino il Corriere possiamo stare tranquilli). Alla fine, come di tutte le conquiste, ne vai quasi orgoglioso. Beh sì, un po’ di orgoglio l’ho provato mentre le ultime splendide parole di Renée Michel, la protagonista de L’Eleganza del Riccio, venivano bagnate dalle mie coraggiose lacrime.
L’eterna giovinezza
In lunghi anni di governi di estrazione politica siamo stati bombardati dalla stampa schierata che, con tono pomposamente e fastidiosamente celebrativo, commentava ogni provvedimento del Governo come la panacea a tutti i mali. Avrei sperato adesso di prendere una boccata d’aria e invece ecco che la pomposa e fastidiosa celebratrività raddoppia, giacché ora non sta solo di casa in una porzione del sistema informativo, ma nella sua totalità , tranne poche eccezioni. Così, di fronte alla prospettiva della riforma delle pensioni, i vari maitre-a-penser di destra e sinistra sono impegnatissimi a spiegarci, finalmente all’unisono, perché la riforma che il governo Monti ha appena annunciato è una grande idea e perché chi vi si oppone non capisce nulla. Non vi spiegherò di seguito che la riforma è una boiata e chi vi si oppone è un illuminato, sia perché non credo né all’una cosa che all’altra, sia perché non credo sia facile fare controproposte a chi ci fa notare che il sistema pensionistico così com’è oggi non sta in piedi. Ci sono tuttavia alcune cose che vorrei precisare a proposito di un paio di argomenti molto usati in queste ore.
Il primo argomento frequentemente usato è che chi va in pensione sia un mantenuto parassita che vive alle spalle del sistema e in particolare dei giovani che lavorano per lui. Chi si lascia andare a queste affermazioni forse si dimentica che le pensioni sono finanziate con il denaro che chi lavora fornisce allo Stato durante i suoi decenni di militanza lavorativa. Il pensionato solitamente è un ex-lavoratore che ha a lungo contribuito a finanziare la previdenza sociale. Il fatto che, arrivato ad un’età opportuna, possa godere di quanto ha versato mi pare un criterio di mero rispetto di un contratto, in assenza del quale la contribuzione previdenziale può essere a buon diritto definita una truffa ai danni del contribuente. Il punto è esattamente quale sia l’età opportuna e vedremo di seguito di capirlo.
Quando ho iniziato a versare i contributi previdenziali le idee in merito di pensione e quindi le condizioni per andarci erano molto diverse da quelle attuali e ancor più da quelle che usciranno dalla riforma appena presentata. E’ giusto che le condizioni cambino “in corsa”? Non è forse vero che “Pacta sunt servanda”? Qualcuno mi dirà di no, perché c’è il superiore interesse dello Stato e altre considerazioni di questo tenore. Tutto vero, però quantomeno non mi si venga a dire poi che sono io che chiedo la pensione il truffatore.
Vengo a questo punto però al secondo punto tipico degli “incensatori” della riforma, ovvero che la vita media si è allungata e quindi dobbiamo conseguentemente ristrutturare il sistema pensionistico. Chi sostiene l’avanzamento dell’età pensionabile ne fa una questione meramente economica: se sono troppi quelli in pensione e pochi quelli che lavorano (e quindi finanziano le pensioni) il sistema pensionistico non sta più in piedi. Non dimentichiamoci però che la pensione viene incontro al problema per il quale il fisiologico decadimento fisico dell’individuo lo rende sempre meno abile al lavoro e lo mette quindi nella condizione di avere, con l’avanzare dell’età , sempre più difficoltà a guadagnarsi il necessario per vivere. Se la soluzione è far avanzare l’età della pensione siamo sicuri che poi il sistema previdenziale svolga ancora la sua funzione? E’ vero infatti che la vita media si è allungata, ma non si è allungata perché abbiamo trovato l’elisir dell’eterna gioventù, si è allungata perché è migliorata la qualità delle cure mediche e quindi molte persone aggirano ostacoli che una volta sarebbero stati fatali, superano molto spesso le disavventure tipiche dell’età avanzata (disturbi cardiaci, tumori, calcoli) e sovente arrivano ad età molto avanzate, ma non ci arrivano con la freschezza del ventenne o almeno del quarantenne, ma con i piccoli e grandi malanni tipici, ieri come oggi, del sessantenne. Non ho elementi, e non credo ce ne siano, per dire che un sessantacinquenne di oggi, che goda di buona salute, sia in grado di lavorare più di quanto non lo fosse un sessantacinquenne di trent’anni fa. Se trent’anni fa si riteneva che il sessantacinquenne non avesse più la resistenza alla fatica o la prontezza, fisiche o intellettuali, per competere sul mercato del lavoro, non vedo perché dovrebbe essere in grado di farlo oggi. E’ opinione comune del resto che nel mercato del lavoro di oggi sia difficile trovare un posto di lavoro dopo i quarant’anni, figuriamoci dopo i sessanta.
Quello a cui rischiamo di andare incontro quindi, è una società nella quale ci sia una massa di persone ultrasessantenni che non possono andare in pensione, ma che in realtà occupano una posizione marginale nel mercato del lavoro, o faticando a trovare un lavoro, se non ce l’hanno, oppure, se ce l’hanno, occupando il posto di un giovane che potrebbe svolgere le sue stesse mansioni con efficacia e produttività maggiore. Non varrebbe la pena allora di sforzarsi di trovare una soluzione diversa, magari creando una fase di accompagnamento alla pensione nel quale il pensionato riceva solo una parte della pensione e continui parallelamente a lavorare con un contratto di lavoro ad hoc che garantisca pensionato e datore di lavoro?
La mia può essere solo una provocazione, ma certamente è necessario fare uno sforzo di fantasia per trovare una soluzione che non sia socialmente devastante come quella a cui stiamo andando incontro. L’alternativa può essere solo scoprire il segreto dell’eterna gioventù, magari portando alla luce finalmente la celebre pietra filosofale: scelga il nostro nuovo Premier quale può essere la strada più percorribile.
L’Europa mandarina
Se nelle nostre esistenze c’è uno strumento di cui si parla poco è quello che usiamo in assoluto di più, ovvero il linguaggio. Ognuno di noi passa le sue giornate a parlare di auto, televisioni, computer, anche Governo, magistratura e perfino riforma elettorale ben di più che di lingua, eppure la lingua è ciò che ci permette di parlare di tutti gli altri argomenti sopra citati. Poco spazio è parimenti dato dai mezzi di comunicazione ai problemi connessi alla lingua, il suo uso, l’evoluzione delle lingue, la scelta di una lingua piuttosto che un’altra. Proprio in quanto strumento così direttamente connesso alla nostra esistenza tendiamo a darlo per scontato e preoccuparci di qualunque altra cosa prima che della lingua. Ho del resto l’impressione che sia proprio il frequentare la lingua così di rado in termini problematici a farci dimenticare della sua importanza sociale in una sorta di circolo vizioso logico.
Eppure i problemi che la lingua solleva sono spesso devastanti. Pensate al Belgio, un paese minuscolo caratterizzato dall’essere diviso tra da due gruppi etnici che si guardano in cagnesco, eppure vivono insieme da secoli: che cosa li divide allora così pronfondamente se non la lingua? D’accordo, ci sarebbe anche la confessione religiosa, ma nell’Europa contemporanea così laicizzata ho l’impressione che le divisioni religiose siano davvero labili. Ho trovato interessante due dati: l’uno il numero di matrimoni misti tra valloni e fiamminghi (sotto al 10% del totale) e l’altro il numero di matrimoni misti tra belgi e stranieri (che hanno raggiunto il 17%). Sto probabilmente confrontando patate con carote perché non è chiaro quali siano i criteri con cui le due statistiche sono state calcolate ma l’impressione che la barriera etnica (che nell’immaginario collettivo sembra un baluardo inespugnabile) sia meno solida della barriera linguistica è abbastanza forte.
Oggi che la crisi induce molti a chiedere un’accelerazione del processo di integrazione europea alcuni (ma sempre pochi) si accorgono che la lingua potrebbe essere un ostacolo a tale processo. Eh già , perché un governo europeo non può essere forte senza una legittimazione democratica e questa dovrebbe passare al vaglio degli elettori di tutta l’Unione: ma come faccio a fidarmi, ad apprezzare e quindi votare per un certo Van Rompuy se parla una lingua che nemmeno tutti i belgi conoscono, come il fiammingo? E’ allora evidente che un processo di unificazione dell’Europa difficilmente può prescindere dall’esistenza di una lingua comune europea. Per molti la soluzione c’è già : si tratta dell l’inglese che moltissimi hanno studiato a scuola e che molti parlano già per lavoro, o utilizzano comunque durante viaggi e scambi internazionali. Potrebbe essere anche un’ottima idea se l’inglese non fosse già la lingua ufficiale in un paio dei paesi dell’Unione. Come potrebbero un italiano o un lituano competere ad armi pari con un inglese o un irlandese in una società in cui la lingua ufficiale sia l’idioma di Shakespeare? Per contro ogni proposta di una lingua comune neutrale (Esperanto, Latino o una lingua creata ex-novo per dare un po’ di lavoro ad un equipe di consulenti) naufraga contro l’obiezione “Ma come? Centinaia di milioni di persone dovrebbero imparare una lingua nuova? Impossibile!”. E’ inutile ricordare all’interlocutore che è proprio quanto successe in Italia quando si decise che l’italiano doveva diventare la lingua nazionale (e allora non c’era Internet): non c’è verso di smuoverlo. E allora, baloccandosi su questa incertezza, su questi scenari diversi ma tutti considerati impraticabili, l’Europa continua a rimandare ogni tentativo di soluzione del problema linguistico e quindi, contemporaneamente, di soluzione del problema politico.
Chi come il sottoscritto, data la sua lunga militanza nel movimento esperantista, si è trovato spesso a parlare di “lingua di scambio”, non può però non aver notato come lo status dell’inglese come lingua di scambio sia erroneamente percepito dai più come un elemento immutabile. Essere nati e cresciuti in un’epoca storica caratterizzata dalla posizione di dominio di potenze anglofone, prima il Regno Unito, e poi gli Stati Uniti, ci porta a pensare che sia ovvio che quando un italiano e uno spagnolo si incontrano parlino in inglese. La realtà è invece che si tratta in realtà di un fenomeno transitorio e infatti sembrerebbe che il dominio dell’inglese cominci a scricchiolare: almeno a giudicare da un articolo uscito qualche tempo fa su Repubblica nel quale si prefigura un futuro molto vicino (2015) nel quale la lingua più nel mondo studiata cesserà di essere l’inglese a beneficio del cinese mandarino. Diffido degli articoli su Repubblica in cui si disegnano scenari imprevedibili, quasi sempre ottenuti manipolando acrobaticamente i numeri. Se però non sarà il 2015 sarà magari il 2020, ma la potenza economica della Cina rende assolutamente realistico che tra non molti anni il cinese sorpassi l’inglese come lingua oggetto di studio.
Preso atto di ciò mi viene da disegnare uno scenario paradossale ma che sembra l’unico che permetta di trovare una quadra. Se infatti nell’Europa del futuro fosse il cinese e non più l’inglese la lingua più diffusamente studiata e conosciuta, la lingua di scambio e la lingua degli affari, ci ritroveremmo tra le mani una lingua del tutto neutrale che potrebbe tranquillamente, quella sì, essere adottata come lingua dell’Unione Europea senza avvantaggiare nessuno, senza creare figli e figliastri. Sarebbe certo divertente vedere Merkel, Sarkozy e Monti disquisire di Eurobond nella lingua mandarina o scambiarsi pizzini scrivendoci sopra ideogrammi, sarebbe ancor più buffo trovarci a chiacchierare con uno spagnolo o con un portoghese usando quella bizzarra lingua che fino a pochi anni fa ci sembrava una cantilena per bambini, fatta di un sacco di vocali per noi indistinguibili, sarebbe paradossale ma forse potrebbe essere l’unica soluzione. Sarebbe sì amaramente divertente, ma sarebbe anche una terribile nemesi storica per l’indolenza che l’Europa dimostra nell’affrontare il proprio futuro in questo ed in altri campi, e sarebbe anche simbolico della subalternità a cui l’Europa, con questo atteggiamento, si sta inesorabilmente votando.
Redistribuire o no?
E’ abbastanza comune nei momenti di crisi che ci sia qualcuno che mette la propria bandierina sul quadro economico per spiegarlo a proprio uso e consumo delle proprie convinzioni.
Da noi l’ha certamente fatto in una recente intervista al Corriere della Sera Guido Rossi, personaggio che, quando non si fa nominare Commissario di federazioni sportive per attribuire scudetti alla sua squadra del cuore, è uno stimato… non so bene cosa, visto che ha fatto un po’ di tutto. Nell’intervista al Corriere, Rossi espone la sua teoria secondo la quale l’origine della crisi stia nella crescente diseguaglianza creatasi all’interno delle società paesi occidentali negli anni ’90 e all’inizio del nuovo secolo, che ha portato l’economia al collasso. Onestamente l’intervista mi pare molto frammentaria e Rossi sembra più pronunciare delle formule che seguire un discorso logico ma questo ovviamente non esclude che possa avere ragione. Certamente la sua intervista ha suscitato reazioni contrastate nella blogosfera: Gilioli e Civati l’hanno portato ad esempio, Sandro Brusco su Noisefromamerika l’ha stroncato senza pietà criticando tra l’altro proprio i sopracitati apologeti.
Cambiando radicalmente sponda, leggo che il Tea Party, che sta rastrellando ampi consensi negli Stati Uniti, sostiene invece l’esatto contrario, ovvero che è stata la farraginosità dello Stato a determinare la crisi e se il reaganismo avesse completato il suo smantellamento della struttura statale oggi l’America sarebbe ancora la grande potenza che fu.
Chi ha ragione e chi torto? Non ho elementi sufficienti per rispondere a questa domanda con certezze e forse in effetti non ve ne sono, per cui non mi addentro in analisi economiche che d’altra parte non saprei svolgere, ma mi accontento di manifestare la franca impressione che la causa della crisi, come di tante altre crisi, a partire da quella settecentesca dei bulbi dei tulipani, sia stato l’uso disinvolto di crediti e debiti e non tanto la redistribuzione o la presenza dello Stato nell’economia. Semmai la mia impressione è che la disparità sociale renda più aspra la crisi dal punto di vista psicologico proprio perché trasmette l’impressione che a pagare sia solo chi ha di meno. Quando io ho uno stipendio fisso, per quanto modesto, e delle certezze sul futuro, accetto più benevolmente che qualcuno guadagni cento volte tanto. Quando vengo licenziato e vedo i dirigenti dell’azienda che mi ha licenziato continuare a vivere nello sfarzo magari mi irrito un po’. In effetti il paradosso del motto berlusconiano “I ristoranti sono pieni” è che, lungi dall’essere consolatoria, la formula è ulteriormente beffarda nei confronti di chi al ristorante non ci è mai andato.
Preso per buono che l’attribuzione della crisi ad un deficit redistributivo sia strumentale, non si può negare che la redistribuzione sia un fattore che incide profondamente nell’economia di una società . I meccanismi redistributivi sono un volano per il funzionamento del cosiddetto “ascensore sociale”, cioè la possibilità per chi nasce poco abbiente di ascendere fino ai più alti gradi della gerarchia sociale. L’efficienza dell’ascensore sociale assicura produttività e competitività ad un paese, senza contare che un paese a ricchezza diffusa ha un mercato di consumi diffusi e questo non può che favorire la domanda interna e quindi, secondo una formula abusata, “far girare l’economia”. Allo stesso tempo però un’eccessiva redistribuzione appiattisce il quadro sociale, svilisce i meccanismi di meritocrazia e di competitività che si traducono in efficienza economica. Dove sta quindi l’equilibrio ottimale tra queste opposte tendenze? Prima di tutto sta in un punto che si sposta nel tempo, perché il contesto culturale determina quanto peso abbiano i fattori sopra descritti e quando quindi gli effetti contrari si compensano. C’è però soprattutto un elemento soggettivo, perché ai meccanismi di valutazione economica sovrapponiamo delle valutazioni etiche personali. C’è quindi chi preferisce una società in cui ognuno viene premiato secondo i suoi meriti e c’è chi preferisce una società nella quale nessuno viene lasciato indietro: in definitiva siamo disposti quindi a vivere in una società un po’ meno efficiente dal punto di vista economico ma che appaghi un po’ di più il nostro modello etico. Oltre a questi elementi non dimenticherei infine che anche i nostri modelli etici sono a loro volta mutevoli, sulla base degli sviluppi storici, economici e culturali, e questo rende ulteriormente instabile e fluttuante il punto di equilibrio di cui sopra. E’ un equilibrio talmente instabile e fluttuante che la società non riesce a tenergli dietro e oscilla intorno ad esso creando crisi, scompensi e insoddisfazione. Temo in definitiva che dovremo metterci tutti il cuore in pace: non esiste una facile ricetta per evitare le crisi e chi crede di averla trovata probabilmente ci sta prendendo per il naso, solleticando le nostre aspirazioni e i nostri sogni. Anche a me piacerebbe che un economista mi dimostrasse che il modello di società che più appaga le mie preferenze etiche ed estetiche sia anche quello che funziona meglio, così come vorrei che i cibi che preferisco fossero anche quelli che sono più giovevoli alla mia salute, ma mi aspetto che non sia così.
Tutto questo non significa che ci dobbiamo rassegnare al periodico disastro, ma che contro la crisi è preferibile adottare un approccio meramente scientifico nel cercare di prevedere asetticamente (per quanto ciò sia possibile) le conseguenze delle nostre politiche e, solo una volta delineati gli scenari, fare scelte sulla base delle nostre preferenze valoriali. Se cerchiamo di far dire all’economia quello che ci piacerebbe dicesse, perdiamo solo tempo. Dall’esplosione della crisi non faccio dall’esplosione della crisi che cercare di ricordare chi fosse quell’economista al quale, verso la metà degli anni ’90, in pieno clintonismo, sentii dire che gli Stati Uniti avevano un debito privato superiore all’intero debito del terzo mondo e che questo era un elemento di debolezza che rischiava prima o poi di far esplodere l’economia del mondo occidentale. Se qualcuno in più l’avesse ascoltato, anziché rincorrere neoliberismi o neokeynesianismi, forse oggi staremmo tutti un po’ meglio.
Di nuovo in piazza? Chissà perché…
Sarò strano io ma ho l’impressione che quando per giorni senti ogni notiziario proporre tra le sue prime notizie le nuove manifestazioni in Egitto contro il governo e i militari, non sia così innaturale chiedersi: “Ma perché diamine protestano?”. Mi pare una curiosità minimale la cui soddisfazione può esser desiderata anche dal meno acuto dei fruitori del circuito dell’informazione. Ed invece praticamente nulla: il massimo dell’approfondimento che si riesce ad ottenere sono generici riferimenti alle paure diffuse che l’esercito voglia addomesticare il processo democratico mettendo lo Stato egiziano sotto tutela militare, senza spiegare che base hanno queste paure. Non parlo solo dei vari telegiornali di ampio ascolto, ma anche della stampa online altrettanto generica sulla questione. Ci si potrebbe avventurare in dietrologie facenti riferimento al desiderio di normalizzazione ed alla tendenza quindi a trasmettere l’immagine della rivolta come fine a sé stessa, ma non ho l’impressione che ci sia una manipolazione dietro questo fenomeno ma solo tanta superficialità . Mi pare che semplicemente siamo ormai talmente abituati ad un’informazione a costi ridotti, dalla rapida capacità di reazione e quindi necessariamente superficiale, che l’approfondimento è diventato per molti un elemento di costo e di lentezza, in definitiva superfluo.
Alla fine, cercando laboriosamente su Google, sono riuscito a trovare una spiegazione ampia e chiara di quale sia l’oggetto del contendere. Si tratta di un documento, pubblicato ai primi del mese corrente, con il quale l’esercito intendeva imporre una serie di linee guida al il processo costituente, linee guida che lascerebbero all’esercito un potere quasi assoluto, facendo del futuro impianto statuale sostanzialmente un fantoccio. Non stupisce che qualcuno si sia allarmato, non stupisce che molti siano tornati in piazza e che per taluni la democrazia egiziana rischi di morire in fasce; stupisce semmai che quello che ha spinto centinaia di migliaia di egiziani a tornare in piazza sia così difficile da spiegare agli italiani, al punto da rinunciare subito all’idea. Non dico che siamo delle cime ma nemmeno così stupidi come ci dipingono.
Contropopulismi
Si è soliti dire che in periodi come questi, nei quali la stima nei confronti della politica cala paurosamente, i populismi vivono momenti di gloria. Non sono però sicuro che si sia tutti d’accordo su cos’è il populismo (anche wikipedia sembra molto confusa sul tema). Ho l’impressione che questo avvenga perché in fondo riconduciamo istintivamente qualunque atteggiamento da parte di chi ha potere che cerchi di parlare alla pancia e non alla testa dei cittadini al populismo, indipendentemente da come il contenuto espresso si collochi in termini di categorie di destra e sinistra o di progressismo e conservatorismo. Di solito pensiamo al populismo come qualcosa riconducibile ad una visione conservatrice perché in genere i populisti parlano alla paure della gente, e la paura è spesso ciò che ci induce ad essere conservatore, ma ci sono anche altre emozioni diverse che si possono solleticare.
Ho fatto questa noiosa prolusione per commentare quello che ho letto su Liberazione di questa mattina che ha pubblicato un elenco di ministri tecnici che il giornale avrebbe proposto. Si va dal sindacalista delle Ferrovie Dante De Angelis ai trasporti, alla NOTAV Nicoletta Dosio ai Lavori Pubblici, a Gino Strada alla Sanità fino al culmine di Zdenek Zeman allo Sport. Mi si dirà che la proposta è provocatoria ma ho l’impressione che rifletta un modo di vedere le cose non particolarmente inconsueto nella sinistra radicale e che a me suona molto populista. Populista nel senso di sopra, laddove quindi l’emozione a cui si parla non è in questo caso la paura, ma la simpatia, la stima, magari la rabbia per come certi personaggi come il De Angelis sono stati trattati ma sempre emozioni sono. La ragione ci dice invece che val la pena mettere a capo di un Ministero chi sia in grado di dirigerne uno e, con tutto il rispetto, non ho elementi per dire che coloro i quali ho citato prima ne siano in grado. Non sono entusiasta della squadra di Monti né sono contento di scoprire che Monti considera un lavoro ben fatto la rottamazione dell’Università che la Gelmini ha compiuto, ma le capacità per svolgere un’attività governativa devono essere un prerequisito per occupare una carica simile.
Non troppo dissimili sono altre uscite lette ultimamente sulla stampa di area. Una per tutte il pezzo di Rossana Rossanda (candidata da Liberazione Ministro degli Interni) sul referendum greco morto in fasce. Come i più sapranno l’ormai ex-capo di Governo greco Papandreu aveva avanzato l’ipotesi un referendum per l’accordo di stabilità con l’Europa. Di fronte alla reazione terrorizzata dei mercati ha poi ritirato la sua proposta finendo per dimettersi lasciando spazio, anche lì, ad un governo di unità nazionale. La Rossanda si scagliava nel suo pezzo contro questo presunto esprorio del diritto del popolo di pronunciarsi in merito, con parole che, per inciso, ricordano molto quelle che oggi i leghisti pronunciano per condannare l’insediamento di un governo che non è stato votato dagli elettori. E di nuovo qui si parla alla pancia, perché anche la mia in fondo dice che è giusto, che se si devono fare dei sacrifici è giusto che i cittadini li approvino, mettano il loro sì. A questo punto però ci deve venire in soccorso una riflessione razionale su cos’è la democrazia o cosa non è. La democrazia non è un sistema attraverso il quale la maggioranza (assoluto o relativa che sia) dei cittadini di un paese governa, ma è un sistema attraverso il quale la maggioranza dei cittadini sceglie chi lo governerà . Questo non per sfiducia nei cittadini ma perché il governo di un’organizzazione anche se meno complessa di uno Stato nazionale richiede una velocità di decisione e una coerenza di strategia che una massa di milioni di persone difficilmente riesce a darsi. Peraltro anche dire che i cittadini scelgono chi li governa è improprio perché in realtà si può dire che esprimono una loro preferenza che, in base a quanto previsto dalla Costituzione e dalla legislazione, concorre alla scelta di chi governerà . Anche questo non per sfiducia nei meccanismi democratici, ma per creare opportuni contrappesi a chi ottenga la preferenza del voto popolare che evitino di concetrare troppo potere in chi governa. Non si può quindi ridurre la democrazia allo scheletro al principio della sovranità popolare, ma ricordare che si tratta di un sistema complesso di poteri e contropoteri tra di loro teoricamente in equilibrio, che riceve legittimità dalla sovranità popolare per affrontare i problemi che è chiamato a risolvere. Chi incarichiamo del governo del nostro paese non può poi tornare da noi a chiedere un parere ogni volta che c’è una decisione difficile o impopolare da prendere. Io pago un amministratore di condominio anche perché prenda delle decisioni e mi aspetto che quando il palazzo va a fuoco chiami i pompieri e non una riunione di condominio per decidere se chiamare i pompieri. Il referendum è uno strumento fondamentale di controllo ma non può essere invocato dalla classe di governo come declino delle proprie responsabilità . Papandreu l’ha proposto col tono pilatesco di chi invita i cittadini greci a prendersi loro la responsabilità di mandare in fallimento il paese. La realtà è che i cittadini greci hanno legittimato Papandreu ad operare alle scorse elezioni ed avranno modo di giudicarne l’operato alle prossime. L’aver ritirato il referendum non è quindi una spoliazione di un diritto del “popolo” ma il risultato di un richiamo alle responsabilità che il governo in carica deve assumersi.
In definitiva ho l’impressione che ci sia nella sinistra radicale chi cominci a dimostrare insofferenza per una visione intellettuale e razionalistica fredda e compassata e abbia nostalgia di una politica che parli all’emotività , che rispolveri il lessico che ruota attorno al sostantivo “popolo”, che salga sulle barricate. E’ una posizione che probabilmente garantirà a chi l’assume un po’ di facili consensi, magari portandone via qualcuno a Lega e Movimento Cinque Stelle. Tutto bene, purché non accada poi che chi sbandiera questo neopopulismo di sinistra si ritrovi di nuovo un giorno parte della maggioranza di governo. Altri Turigliatto non li sopporterei.
Il pericolo in sosta
Una quindicina di anni fa, quando abitavo a Milano, mi capitò un buffo episodio. Stavo andando a prendere la mia macchina parcheggiata in Viale Lorenteggio, all’intersezione con Piazza Frattini. Proprio in corrispondenza dell’imbocco del viale e quindi in posizione piuttosto pericolosa c’era, come spesso accadeva in quel punto per la presenza di alcuni negozi, una macchina parcheggiata in doppia fila. Passando a fianco alla macchina feci segno al conducente che stavo andando via e che avrebbe quindi potuto fruire del mio posto. Il tizio mi fece spallucce e io, credendo non avesse capito, esplicitai meglio il mio gesto. Lui mi guardò stupito e mi spiegò che, siccome aspettava la sua ragazza che era andata a fare una commissione, “non gli serviva parcheggiare”. La cosa mi chiarì che per molti parcheggiare in mezzo alla carreggiata ostacolando il passaggio delle auto, e spesso mettendone a repentaglio la sicurezza, altro non è che un modo più rapido di parcheggiare, risparmiandosi il tempo perso in lunghe e complicate manovre. E’ quindi solo di rado l’assenza di posteggi regolari a provocare i parcheggi selvaggi, semmai ben più sovente lo è la comodità .
Questo episodio mi è tornato alla mente quando ho appreso della dinamica dell’incidente occorso qualche giorno fa a Milano, nel quale un ragazzo che viaggiava in bici è morto travolto da un tram. La vittima stava procedendo sulla sua bicicletta in Via Solari, a quanto pare famigerata per la presenza costante di auto parcheggiate in modo selvaggio. La guidatrice di una di queste, che aveva appena fermato la macchina in mezzo alla carreggiata, avrebbe aperto improvvisamente la portiera obbligando il ciclista ad una sterzata che lo faceva cadere proprio sulle rotaie sulle quali stava sopraggiungendo il tram. L’episodio mi ha ricordato anche di una statistica ISTAT sulle cause di incidente d’auto da cui risultava che il numero di incidenti dovuti ad auto parcheggiate in sosta irregolare sia del tutto paragonabile al numero di incidenti causati da stato di ebbrezza del conducente. E’ quindi curioso che chi si mette al volante in stato di ebbrezza sia considerato in Italia un criminale, mentre chi parcheggia in divieto sia considerato una vittima dell’inefficienza della pubblica amministrazione nel predisporre i necessari parcheggi. Questa visione distorta autorizza poi i cittadini a sentirsi dei paladini della libertà nel momento in cui battagliano contro i vigili che vanno in giro a fare le multe o contro i Comuni che ne esigono il pagamento. Proprio in Via Solari sorse tempo addietro una rivolta di popolo contro le multe, ma di rivolte di popolo contro le multe abbiamo una discreta esperienza anche da noi a Torino.
In ambito di multe a Torino, come d’altra parte anche a Milano, da qualche mese c’è una grossa novità : lo Street Control. Si tratta di un occhio elettronico che riprende le targhe delle auto in divieto e che consente ai vigili di redigere con calma poi i verbali corrispondenti alle infrazioni rilevate. E’ così aumentato il numero di multe ma conseguentemente è anche aumentato il numero di persone irritate e non ci siamo fatti mancare pure il solito politico populista, pronto a raccoglierne i bassi istinti durante la scorsa campagna elettorale per le elezioni comunali. Rimane storico del resto il battibecco a mezzo stampa tra il politico torinese Agostino Ghiglia ed un impiegato della Polizia Municipale, reo di aver difeso l’operato dei suoi colleghi che si appostavano per multare le auto che svoltavano a sinistra dove era vietato.
Anche qui, in definitiva, come d’altronde in altri ambiti, le colpe sono condivise: da un lato la società civile nel suo complesso esprime un insufficiente livello di biasimo sociale per i posteggiatori selvaggi, dimenticando di quale danno provocano, dall’altro la politica non manca di strizzare l’occhio ai multati rendendo più arduo il compito di prevenzione. Questo concorso di colpa produce l’effetto deleterio di rendere le nostre strade meno scorrevoli e soprattutto meno sicure. C’è certamente anche un deficit di programmazione dello spazio nelle nostre città , nelle quali ci sono interi quartieri senza nemmeno un parcheggio interno ma, in attesa che si rimedi a ciò, non possiamo pensare di trasformare quei quartieri in autoscontro.
La nuova svolta di Salerno
Non vorrei offendere nessuno con una lezione di storia non richiesta, ma vorrei ripercorrere con chi vorrà i fatti dell’anno 1943. Chi pensi di potersi annoiare salti al prossimo paragrafo senza esitazione. In quell’anno, dopo il rovescio delle truppe tedesche a Stalingrado a Febbraio e di quelle italo-tedesche in Tunisia a Maggio, la seconda guerra mondiale aveva preso una chiara direzione, evento forse imprevedibile fino a pochi mesi prima. Quando nel Luglio di quell’anno gli alleati sbarcarono in Sicilia la situazione precipitò, la sconfitta era ormai inevitabile e anche i più fedeli seguaci del Duce cominciarono a manifestare sfiducia per l’esito del conflitto e irritazione per l’apparente determinazione di Mussolini a continuare il conflitto. Fu così che con una mossa repentina nella notte tra il 24 e il 25 Luglio il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini e il giorno seguente Vittorio Emanuele III formalizzò al Duce la sua destituzione, per sostituirgli il Generale Badoglio, al quale spettò il compito di allacciare le trattative con gli alleati che portarono alla firma dell’armistizio l’8 Settembre. Nel frattempo Badoglio iniziò i contatti con il Comitato di Liberazione Nazionale per dare una legittimità politica al suo governo ma fu solo nell’Aprile del 1944 che, raggiunto il beneplacito delle potenze Stati Uniti e Unione Sovietica, le forze politiche facenti parte del CLN, unite nella lotta partigiana ma divise in politica, decisero di sospendere temporaneamente le proprie controversie politiche ed appoggiare il secondo governo Badoglio che nacque quindi a Salerno, sede provvisoria del Governo durante l’occupazione tedesca di Roma (di qui la definizione di Svolta di Salerno).
Sarà che le cadute di regime si assomigliano tutte ma a me pare che tutti gli eventi descritti si stiano ripetendo, solo con piccole variazioni sul tema in questi giorni. La sola grossa differenza è forse che ciò che allora successe in nove mesi stavolta sta succedendo in pochi giorni ma i passi sono gli stessi. La sfiducia da parte del Capo di Stato, la nomina di un nuovo capo di governo superpartes, che sembra fatto apposta per essere un uomo di paglia delle potenze occupanti, un patto di non belligeranza tra i partiti politici fino alla conclusione del cammino di lacrime e sangue (questa volta si spera solo in senso morale) che ci attende nei prossimi mesi.
D’altra parte anche la situazione del paese assomiglia molto a quella dell’Italia del ’43: oggi le potenze straniere non ci hanno occupato militarmente ma ci hanno occupato politicamente, con un commissariamento de facto, nella presa d’atto dell’intollerabilità , nell’economia integrata del terzo millennio, di un vuoto pneumatico di governo quale quello messo in atto dalla coalizione PdL-Lega. Un governo che si disinteressi dei mercati, della stabilità economica e dell’equilibrio di bilancio compie nel mondo contemporaneo un atto grave quanto una dichiarazione di guerra. Chiunque vada oggi al governo non sarà che un fantoccio destinato ad agire sotto la dettatura delle potenze straniere e degli organismi sovranazionali. In quest’ottica la parte più complicata dell’operazione, ovvero la nuova “Svolta di Salerno”, ovvero il convergere della maggioranza delle forze politiche a sostegno di un governo di Mario Monti sembra essere l’unico modo per por fine agli inevitabili tatticismi: nessun capo di partito sano di mente avanzerebbe la sua candidatura ad un governo fantoccio che, prendendo ordini dall’altro, nella migliore delle ipotesi farà infuriare tutti allo stesso modo (e ho comunque seri dubbi che qualcuno avrà ragione di infuriarsi più degli altri). E’ poi comprensibile e intuibile che le ali più populiste e minoritarie dei due principali schieramenti prendano altre vie.
Il tutto naturalmente accade mentre l’artefice del disastro sta meditando sul da farsi. In effetti la prospettiva che si apre a Berlusconi è crearsi una sua Repubblica di Salò in cui rifugiarsi, oppure in alternativa assecondare gli eventi in attesa che si calmi la buriana, sperando di riemergere in un futuro o almeno di barcamenarsi abbastanza a lungo da poter regolare a suo vantaggio i conti ancora aperti con la giustizia.
E mentre lassù si arrovellano su tatticismi e ricorsi storici, il paese lasciato così indifeso dal disfacimento della sua classe politica che così maldestramente si era scelto, si avvia al macello con la ingenua rassegnazione di un vitellino. 150 anni di Unità d’Italia e 66 anni di Repubblica per ritrovarci di nuovo ad essere sotto amministrazione controllata. Non è un bel vedere, non lo è per nulla.
Ho l’impressione che l’unica speranza che abbiamo di non tornare ad essere colonia altrui è che la crisi spinga le nostre personalità più illuminate a spingere per la velocizzazzione del processo di passaggio di sovranità politica alle istituzioni europee. Questo affinché i cittadini italiani di domani, nell’impossibilità di avere, forse per ancora molti anni, un governo italiano credibile, abbiano almeno la possibilità di influire su un governo europeo credibile, forte ed in grado di fare da contrappeso democratico all’Europa dei banchieri e della finanza. Tra l’altro questo non va solo nell’interesse del nostro paese ma anche in quello degli altri aderenti all’Euro che non possono più permettersi di rimanere impotenti di fronte alla distruzione dell’economia di cui fanno parte, ad opera di governi su cui riescono ad influire se non con grossa difficoltà e ritardo. Un cittadino tedesco dovrebbe chiedersi oggi se non sarebbe preferibile anche dal suo punto di vista avere un governo europeo con reali poteri coercitivi nei confronti dei governi nazionali che possa proteggere le economie più stabili come la sua, da schegge impazzite che ne possano compromettere la stabilità .
Il pesce non puzza solo dalla testa
Ieri la notizia della salita di Berlusconi al Quirinale si è incrociata con la sentenza di Calciopoli che ha condannato a pene draconiane i principali imputati del processo, risparmiando ben pochi dei molti accusati. Ho scorto un interessante simbolismo in questa casuale sovrapposizione tra una sentenza e l’episodio che nell’immaginario di tanti chiude l’epoca del berlusconismo (sarà poi vero? Mah…). Eh sì, perché il craxismo prima e il berlusconismo poi. attribuendo una veste politica alla magistratura, avevano finito per farcela collocare sullo stesso piano assiologico su cui si colloca la contrapposizione politica. Dire magistratura era arrivato quindi ad evocare, per i berlusconiani un oscuro coacervo di cospiratori, pronti a sovvertire il potere costituito sulla base di chissà quale grande disegno, per gli antiberlusconiani l’ultimo baluardo dello stato di diritto contro malaffare ed immoralità . Eravamo talmente abituati a sentire politici colti con le mani nella marmellata negare ogni addebito e bollare le inchieste come complotti, da arrivare a percepire i magistrati come idealisti senza macchia e le sentenze come unico autentico criterio veritativo.
Oggi che Berlusconi si avvia verso il tramonto possiamo forse augurarci che da domani si tornerà a prendere atto tutti, a prescindere dalla propria collocazione politica, che il problema della massiccia presenza di grumi di illegalità nella nostra politica e nella vita pubblica in generale è uno dei più grandi problemi del nostro paese e possiamo augurarci conseguentemente che tale constatazione smetta di avere un colore politico. Allora potremo tornare a elogiare o censurare un magistrato nel merito del suo operato senza, in ciò, fare una scelta di campo politico. Si accorgeranno gli ex-berlusconiani che nelle Procure ci sono grandi professionalità che hanno strenuamente lottato in questi anni per un paese migliore, ma si accorgeranno anche gli ex-antiberlusconiani che nelle Procure, come in ogni altro ambito della vita pubblica italiana, ci sono personaggi senza scropuli in cerca di visibilità e potere. Se in Italia ci sono intoccabili che per quanto facciano in galera non ci metteranno mai piede, nonostante la buona volontà di magistrati e procure, il processo di Calciopoli ha detto anche, come tanti altri processi, che però, per contro, ci sono tutti gli altri cittadini che in galera rischiano di finirci senza sapere nemmeno perché, maciullati dagli ingranaggi del sistema giudiziario.
Non ho nessuna intenzione di profondermi in una apologia di Moggi. Dal processo sono emerse oggettivamente pratiche poco chiare: appuntamenti clandestini con arbitri, SIM svizzere distribuite senza una chiara spiegazione dei motivi e degli obiettivi e una sensazione generale di chi rimesta nel torbido. Nulla però di tutto ciò rende credibile la bislacca ricostruzione fornita dall’accusa dell’associazione a delinquere “a singhiozzo”, nella quale gli associati entravamo e uscivano pressoché liberamente: tutto questo per spiegare come mai i presunti associati spesso e volentieri danneggiavano gli interessi della associazione medesima. Condannare su questa base a 5 anni e 4 mesi di reclusione il cittadino di un paese nel quale gli assassini di Federico Aldrovandi se la sono cavata con 3 anni e 8 mesi non sembra francamente avere un senso. Non ha però soprattutto un senso condannare a 1 anno e 5 mesi uno come Dattilo che nel processo pare proprio entrato per sbaglio. Gli elementi a carico di costui paiono essere davvero minimi: in primis il fatto di essere sospettato di essere stato un destinatario, in base alla ricostruzione dei movimenti trovata sui tabulati, di una delle SIM svizzere, senza nessun elemento certo sull’effettivo possesso della SIM né tantomeno sul contenuto di quanto detto con quella SIM (tra l’altro il deus ex-machina delle SIM svizzere Fabiani è stato assolto il che lascia dei dubbi che la cosa possa essere stata considerata rilevante dal tribunale); poi di una frase detta da Moggi al moviolista de LA7 Baldas in cui gli chiedeva di essere generoso con Dattilo; infine l’avere espulso il giocatore dell’Udinese Jankulovski (reo di aver colpito con un cazzotto un avversario) durante Udinese-Brescia, provocandone quindi la squalifica per il successivo incontro con la Juventus. Quest’ultimo elemento, l’unico che poteva aver un senso, è poi caduto durante il processo allorché è stato chiamato a testimoniare l’assistente di Dattilo in quella partita, il quale ha affermato di aver segnalato lui a Dattilo il pugno che era sfuggito all’osservazione dell’arbitro stesso, come peraltro notato e segnalato da numerosi organi di stampa nel passato. Tra l’altro Dattilo stesso arbitrò poco in Serie A quell’anno e mai la Juve, quindi non si capisce in che modo avrebbe potuto aiutare la presuntissima associazione e quale giovamento avrebbe tratto dall’associazione stessa. Eppure il Dattilo si trova adesso con una condanna a 1 anno e 5 mesi di reclusione da scontare. Forse in un sistema di potere come quello italiano, nel quale ogni ingranaggio è intrecciato inestricabilmente ad ogni altro, in un domino nel quale al cadere di una tessera rischiano di cadere tutte le altre, un Tribunale non può sputtanare una Procura che per anni si era vantata di aver rivoltato come un calzino il calcio italiano, liquidando il tutto con una assoluzione in primo grado. Forse il rischio di richiesta risarcimento da parte delle società danneggiate dal processo sportivo era troppo alto. Forse in appello almeno anche i torti più grossi di questa sentenza saranno riparati. Forse…
Di sicuro mi è difficile non pensare a Dattilo quando sento Berlusconi annunciare, ritirare e poi riannunciare le proprie dimissioni. Sarà pur vero che il pesce puzza dalla testa, ma risolto il problema della testa, per poter ridare dignità al nostro paese, dovremo iniziare a scovare almeno alcune delle metastasi che si aggirano per il resto del corpo e rendono ogni cittadino del nostro paese esposto non solo ai mercati e alla crisi, non solo all’inefficienza della politica, ma anche al sopruso di chiunque abbia un po’ di potere e creda di poterlo usare a proprio totale arbitrio.
C’è però una speranza e la speranza sta nel fatto che oggi, nel 2011, siamo un po’ più protetti di ieri, perché è più difficile colpire il singolo senza che nessuno se ne accorga. Oggi un processo non è più un misterioso rito che si celebra nella semiclandestinità ma è seguibile interamente online e se i media tradizionali fanno finta di nulla e oggi perfino Tuttosport, fino a ieri unico quotidiano che sollevava dubbi sul processo di Napoli, china la testa, sulla rete sono in tanti a levare la loro voce. D’altronde i casi Aldrovandi o Cucchi furono proprio propagati dalla Rete, senza la quale le istituzioni non si sarebbero mai mobilitate. Qui quindi sta la speranza: nel tamtam, ma il tamtam naturalmente lo dobbiamo suonare noi.
Supergiovane
Arrivo a casa la sera, pieno di brividi, sento fitte al ventre, mi gira la testa e forse ho anche un po’ di tachicardia. Mi metto a letto ma sto sempre peggio, ho scariche di diarrea, vomito e ho i sudori freddi. Mi addormento e mi sveglio il mattino come se non fosse successo nulla: i brividi, le fitte, la tachicardia: tutto passato. Ci voglio comunque veder chiaro e vado dal dottore, gli spiego quel che mi è successo e lui mi dice: – Beh, quello che le è successo è il passato. Guardi al futuro. Faccia vita sana, cibi magri, un po’ di sport, ma senza esagerare, vita all’aria aperta, una bella passeggiata ogni tanto, si rilassi e beva tanta acqua. -. Tu pensi – Si, ok, tutte cose sacrosante ma cosa ho avuto? -. Allora provi ad abbozzare: – Dottore, ma è stato un virus, o potrebbe essere qualcosa di cronico? -. E lui: – Ma non parliamo di quello che ha avuto. Adesso sta bene, quello è il passato. Guardiamo avanti -. E tu: – Ma dottore come faccio a guardare avanti senza sapere cosa mi è successo stanotte? -. Credo che al posto mio chiunque cambierebbe dottore.
Questo è quello che mi lascia perplesso di Renzi. Leopolda, la convention durante la quale Renzi ha dettato il suo programma, è stato uno straordinario e riuscitissimo, a mio avviso, coacervo di buone intenzioni. Me le sono lette tutte: riduzione del debito pubblico, nuove forme di energia, riduzione dei costi della politica, riforma della legge elettorale, lotta all’evasione, lotta alla corruzione. Tutte cose che oggi, come intento generale, potrebbero condividere tutti, da Storace e Ferrero, oserei dire perfino Grillo. Qui però non si tratta di fare due o tre cose “di buon senso”, di amministrare da buon padre di famiglia, si tratta di ricostruire un paese. Non si può farlo senza partire col chiedersi perché questo paese si è ritrovato tra le macerie, perché in un momento di oggettiva difficoltà a livello internazionale ci si è ritrovati con al comando un personaggio incapace, più interessato a donnine e bisbocce che al governo del paese? Perché per anni il debito pubblico che ci sta schiacciando è stato considerato una fissazione di pochi economisti troppo rigidi? Dove abbiamo sbagliato? Come possiamo fare per evitare che la prossima crisi finanziaria colga l’Italia nelle stesse miserande condizioni? Queste sono le prime domande che rivolgerei a chi si candidi a curare l’Italia. I consigli della nonna sono poco utili adesso.
Vorrei quindi sentire da chi si proponga di guidare il paese nel futuro cosa ne pensa del conflitto di interessi, cosa ne pensa delle concentrazioni mediatiche, cosa ne pensa della commistione tra affari e politica, e come possiamo costruire un paese nel quale non si riprongano gli stessi grumi di malaffare del passato recente e remoto. Vorrei avere la percezione che chi si definisce “il futuro” disegni scenari futuri, immagini come sarà il mondo del 2050 e ritagli un ruolo che l’Italia e l’Europa avranno in quel mondo e un percorso per raggiungere quel ruolo. La vecchiaia ti porta a restringere la tua ottica, a pensare più al quotidiano che al medio e lungo termine, per questo il rinnovamento è la linfa vitale della politica. Ma ci sono anche i rinnovamenti vuoti, quelli che non cambiano nulla o cambiano in peggio: abbandonare Andreotti e Craxi per ritrovarci Berlusconi e Bossi non è stato un gran salto di qualità . E allora la gioventù non è un valore in sé, lo è se sa davvero analizzare la società , capire da dove arriva e dove sta andando. Anziché definirsi giovane ad ogni piè sospinto su basi meramente anagrafiche, Renzi si dimostri “giovane” nei fatti, nelle sue visioni, nelle sue analisi, altrimenti si ridurrà a scimmiottare il personaggio di Supergiovane, supereroe in perenne lotta con “i Matusa ed il Governo”, nonché parodia del giovanilismo fine a sé stesso partorita dal genio di Elio.
