Salvati dalla burocrazia

palazzo_mole.jpgDopo lunghe discussioni e ricorsi è finalmente naufragato forse definitivamente il progetto di costruzione di un palazzo di sette piani in Via Riberi proprio a fianco della Mole Antonelliana. E’ stato determinante il parere contrario della Sovrintendendenza ai monumenti che nel Luglio scorso ha formulato parere contrario dopo avere in realtà  dato nel passato il suo assenso. Il Comune ha pensato bene di far ricorso al TAR perché alla stupidità  non c’è limite, ma pare che comunque vada il palazzo non si farà  più.
Non sono tra quanti si oppongono a qualunque cosa che cambi il panorama della mia città . Saluto con soddisfazione la costruzione di nuove costruzioni, a patto che abbiano un valore estetico e architettonico e non sovvertano il patrimonio artistico e gli scorci più suggestivi. Una città  non è un museo e i cambiamenti fanno parte della vita di una città . Sono stato il primo nel passato a trovare francamente incomprensibili le levate di scudi e le raccolte di firme contro il grattacielo del San Paolo o quello della Regione. L’idea però di mettere un palazzo di sette piani a fianco della Mole, il più caratteristico dei monumenti cittadini, è una di quelle zappate sui piedi che una città  che ha scoperto una vocazione turistica, insospettabile fino a pochi anni fa, non può davvero pensare di darsi. Chi giri per le vie attorno alla Mole noterà  la frequenza con cui si vedono i turisti scattare foto agli scorci del monumento antonelliano. Metterci un palazzo davanti avrebbe avuto tutte le caratteristiche del suicidio di massa.
Può essere anche un po’ sconsolante constatare che a fermare questa follìa non siano stati i rappresentanti dei cittadini, né il Sindaco, anche lui scelto dalla cittadinanza, ma un oscuro ente che siamo soliti definire burocratico. Tuttavia questo potrebbe anche essere utile per indurci a riflettere sul fatto che determinati passi di controllo dell’operato della Pubblica Amministrazione forse dilazionano i tempi, ma a volte sono un toccasana per salvarci dai disastri che spesso i nostri rappresentanti non solo non sanno evitare ma addirittura propiziano. La rivolta iconoclasta che va in scena in questi anni contro la bulimia della Pubblica Amministrazione non ci deve far perdere di vista l’utilità  di una struttura di controllo che un paese, che vuole definirsi civile, deve essere in grado di far funzionare in modo efficiente, o almeno abbastanza efficiente da potersela permettere.

Jan 24th, 2012

Il Comandante Privilegio

Mi rendo conto che sulla tragedia della Costa Concordia un esercito di finissime menti si è già  cimentato in tonnellate di metafore ed accostamenti, che simbolismi e analisi psicologiche stanno invadendo da giorni qualunque fonte di informazione e giustamente qualcuno ha manifestato pure una certa insofferenza. Tuttavia, buon ultimo, anch’io volevo manifestare una strana associazione che la mia molto meno fine mente ha prodotto, di fronte alla vicenda del Comandante Schettino, con un evento apparentemente del tutto scorrelato.
Dovete sapere che qualche mese fa alla Reggia di Venaria si è svolto un gran galà  per l’inaugurazione di una mostra al quale erano invitati una pletora di VIP. Visto che molti VIP evidentemente non si aspettano di dover parcheggiare la macchina nel parcheggio come qualunque mortale, i “personaggi molto importanti” in questione hanno tapezzato di auto la piazza circolare pedonalizzata antistante l’ingresso alla Reggia. La conseguenza è stata quella che sarebbe ovvia in ogni paese civile: multe alle auto parcheggiate in sosta vietata. La reazione dei VIP è stata veemente: proteste sia contro il Comune di Venaria che contro l’organizzazione della serata, il cui Presidente Fabrizio Del Noce, berlusconiano di lungo corso, ha promesso che avrebbe rimborsato i VIP per le multe con i soldi pubblici della Reggia (non con i suoi ovviamente…). Meno male che la Regione ha avuto poi il buongusto di bloccare la demenziale iniziativa.
schettino.jpgChe cosa c’entrano le multe alla Venaria con Schettino? Mah, diciamo che ho l’impressione che il mio processo mentale sia stato qualcosa del tipo: “Già . Il protocollo marinaro dice che il Comandante deve abbandonare per ultimo la nave. Boh, probabilmente è così un po’ per una questione organizzativa, un po’ perché si presuppone che, data l’importanza del suo ruolo, gli competa una responsabilità  superiore a quello di tutti gli altri, perché si pensa che siano gli altri quelli a cui va prestato il primo soccorso e che il Comandante, se è tale, sia quello che più di ogni altro sa badare a sé stesso. Però – ho poi pensato – nel nostro quotidiano applichiamo mai questo principio?“. E allora mi sono venuti alla mente tanti episodi della nostra vita quotidiana pubblica e privata, in cui è esattamente il contrario, in cui la posizione di potere è una rocca dalla quale scaricare sugli altri incombenze, fregature, scomodità  e allora mi è venuto in mente il VIP che pensa: “Parcheggino gli altri nel parcheggio a 100 metri di distanza. Io voglio lasciare l’auto davanti alla porta d’ingresso eccheccazzo”. La butto lì: è se fosse che questo accade perché nella nostra società  la posizione di potere è così frequentemente il frutto di un regalo del destino, anziché il riconoscimento di una qualche superiorità , di un qualche primato, che chi se ne giova la vive proprio così, solo come l’occasione per vivere solo un po’ meglio degli altri e mai per essere quello che più di altri spinge la nave fuori dalla secca? Forse Schettino l’ha vissuta proprio così: sono il Comandante e ne approfitto per salvarmi la pelle prima di tutti gli altri. A me personalmente la cosa dà  un travaso di bile ma sarei proprio curioso di guardare negli occhi uno dei VIP multati alla Reggia e chiedergli se al posto di Schettino non avrebbero fatto lo stesso.

Jan 19th, 2012

L’insostenibile leggerezza del regolamento

La stagione calcistica in corso non è tra le più gloriose per i direttori di gara. Anche gli arbitri più rinomati: Rocchi, Rizzoli, Tagliavento sono incorsi in brutte prestazioni, perfino Damato, su cui (nonostante le molte polemiche) si era molto puntato nel passato, non ha convinto, tanto da indurre il designatore ad assegnare il derby milanese all’outsider Orsato. Un catalizzatore di frequenti contestazione è stato il Milan a causa di alcuni rigori concessi con una certa generosità . Domenica il popolo juventino si è meravigliato nel vedere Matri ammonito per simulazione, non tanto perché l’episodio fosse clamoroso ma perché, in occasione di un episodio identico, di cui era stato poche Domeniche fa protagonista Ibrahimovic a Bologna, l’arbitro aveva concesso il rigore al Milan propiziandone il successo. In entrambi i casi si può rilevare un lieve tocco dell’avversario sul piede dell’attaccante ma in entrambi i casi il tocco non sembra decisivo e c’è probabilmente un’accentuazione degli effetti del contatto da parte dell’attaccante: insomma per molti si tratta di due casi pressoché identici.
Se poi ci si aggiunge che la settimana scorsa un altro rigore di difficile interpretazione era stato concesso sempre al Milan a Bergamo si capisce come dai forum ai bar Sport il popolo tifoso è impegnatissimo in elaborare finissime teorie in merito a quanto fosse rigore o a quanto ci sia la sudditanza psicologica. Anche il caso di Bergamo è difficile da interpretare: il giocatore dell’Atalanta Manfredini si avventa sul pallone per liberare l’area di rigore ma Pato si frappone all’ultimo istante e i due vengono a contatto: è l’atalantino a colpire il milanista o viceversa? Quando entrambi i giocatori sono in movimento chi è che colpisce l’altro?
fallo_dejong.jpgUna cosa che in genere gli appassionati di calcio non fanno mai in casi come questi è consultare il regolamento per capire davvero cosa distingua una simulazione da un fallo da rigore o cosa fare se due giocatori vengono a contatto reciproco: vi dico subito che forse c’è un motivo per cui non lo fanno ed è che l’impresa non è affatto semplice, ma ci proverò lo stesso. Muniamoci di una copia agiornata del regolamento e andiamo a pagina 121, al capitolo che si chiama “Regola 12-Falli e scorrettezze”. Lì si dice che:
“Un calcio di punizione diretto è accordato alla squadra avversaria se un calciatore commette una delle sette infrazioni seguenti in un modo considerato dall’arbitro negligente, imprudente o con vigoria sproporzionata:
• dà  o tenta di dare un calcio ad un avversario;
• fa o tenta di fare uno sgambetto ad un avversario;
• salta su un avversario;
• carica un avversario;
• colpisce o tenta di colpire un avversario;
• spinge un avversario;
• effettua un tackle su un avversario.”

Al terzultimo punto si parla di “colpisce o tenta di colpire un avversario”: direi che è quello che serve a noi. Si tratta di capire se gli interventi in oggetto erano negligenti, imprudenti o portati con vigoria spoporzionata. Gli ultimi due casi li escluderei ma sulla negligenza ho molti dubbi: quando un intervento è negligente? Il regolamento originale utilizza l’aggettivo inglese “careless” ma la cosa non ci aiuta molto di più. Il regolamento vuole venirci incontro quando spiega: ‘”Negligenza” significa che il calciatore ha mostrato una mancanza di attenzione o considerazione nell’effettuare un contrasto o che ha agito senza precauzione’. La definirei una definizione molto generica, che può includere o escludere, a seconda delle interpretazioni, moltissimi casi tra i quali senz’altro quelli citati di Matri e Ibrahimovic; per quanto riguarda il caso Pato-Manfredini siamo ancora nella nebbia. Più avanti troviamo scritto: “Un calciatore dovrà  essere ammonito per comportamento antisportivo se ad esempio: […] tenta di ingannare l’arbitro fingendo un infortunio o di aver subito un fallo (simulazione)“. Se ne deduce che è prevista l’ammonizione solo nel caso in cui il giocatore abbia finto di aver subito un fallo o anche nel caso in cui ne abbia accentuato gli effetti? Anche questo non è chiaro. Ogni capitolo del regolamento si chiude con la cosiddetta “Guida Pratica” che illustra come muoversi una serie di casi pratici che sono ben 65 nel capitolo 12, ma nulla che ci aiuti a risolvere uno dei casi in oggetto, o meglio solo una frasetta nel caso 3 che dice: “Gli arbitri non devono, in ogni caso, punire le azioni che sono del tutto fortuite“che ci dice che nel caso in cui il colpo è fortuito l’arbitro non deve intervenire, possiamo allora considerare fortuito il contatto Pato-Manfredini?
In definitiva ho l’impressione che pochissime energie siano state spese per spiegare, nelle centonovantadue pagine del regolamento, in modo un più esauriente, quando un contatto possa essere considerato falloso. Perché questa parsimonia su un argomento che rappresenta un buon 90% delle controversie regolamentari? Penso che il problema sia legato principalmente ad una caratteristica piuttosto peculiare del calcio, ovvero di essere uno sport sostanzialmente apolide. E’ vero che è nato in Inghilterra ma è diventato in moltissimi paesi lo sport più popolare, anzi è diventato parte stessa del cultura di quei paesi con le proprie caratterizzazioni locali: le proprie aspettative e la propria scala di valori. Ci sono paesi in cui il contatto fisico fa parte del gioco del calcio e ne è anzi una componente importante, altri in cui invece il contatto è visto come ostacolo al libero esprimersi della bellezza tecnica e questa visione è parte della cultura di quei paesi. La FIFA quindi, ogni volta che mette mano a questa parte del regolamento, lo deve fare con molta circospezione per non incidere sulle interpretazioni locali del regolamento; per contro le federazioni nazionali, che pur hanno diritto ad emettere interpretazioni “nazionali” del regolamento, evitano di introdurre caratterizzazioni troppo forti che creino veri e propri regolamenti differenti da nazione a nazione, specie considerando che poi ci si deve affrontare nella competizioni internazionali possibilmente trovando un compromesso ragionevole. Il risultato è avere regolamenti molto generici che lasciano ampia discrezionalità  all’arbitro, con la conseguenza però di prestare il fianco, anche a livello locale, a doppiopesismi che potranno sempre essere giustificati, regolamento alla mano, da chi li compie. Il fatto che poi il condizionamento mediatico a cui gli arbitri sono quotidianamente sottoposti (che emerge in modo lampante da tanti dei colloqui sentiti al processo su Calciopoli) possa far leva su questa area di incertezza per volgere gli episodi dubbi a favore delle squadre che hanno maggiore presenza sui mezzi di informazione, è un elemento non dimostrabile ma senz’altro ipotizzabile. E’ questa una conseguenza ineluttabile di quanto sopra esposto? In parte sì ma ho l’impressione che qualche parolina in più potrebbe essere spesa dalla FIFA per meglio indirizzare i direttori di gara e rendere meno arbitrarie e soggettive le loro decisioni. Se ne gioverebbero non solo gli sportivi ma anche i direttori di gara stessi a cui non fa certo piacere essere presi sempre per il colletto, qualunque decisione prendano.

Jan 17th, 2012

La bravata

Siamo talmente abituati agli episodi di violenza più selvaggia e inconsulta che forse la notizia del professore, a cui uno studente ha fracassato la testa a colpi di estintore in un istituto professionale di Milano in reazione ad un rimprovero, poteva passare inosservata. Non è passata inosservata per una parolina che mi ha lasciato basito. Non riesco ad immaginare che un essere umano di fronte ad una persona in ospedale con quattro denti rotti e un trauma cranico possa pensare di utilizzare la parola “bravata” ma così pare sia successo. Troverei aberrante questo lessico se fosse stato usato dai genitori del responsabile in crisi iperprotettiva, lo trovo patologico se è ad usarlo è addirittura il preside della scuola, Clara Magistrelli, la cui agghiacciante dichiarazione, come riportata da Repubblica.it, è stata: “àˆ stata una bravata di un ragazzo che ha problemi di crescita e di esuberanza“. Esuberanza, problemi di crescita, tutte buone ragioni per andare in giro a spaccare la faccia alle persone secondo il Preside Magistrelli.
clara-magistrelli.JPGPotere del motore di ricerca si scopre che la Professoressa Magistrelli ha avuto altre occasioni di rilasciare dichiarazioni alla stampa. Ad esempio quando dichiarava che: “la trasgressione e il rifiuto delle regole sono una parte stessa del processo di crescita“, affermazione condivisibile se accoppiata alla sottolineatura del compito di chi educa di arginare e tenere sotto controllo questa tendenza, sviluppando i necessari freni inibitori che evitino che questa tendenza sfoci in tragedia. Questo temo sia appunto il problema: la convinzione che ogni freno inibitore sia una violenza più grave di quella che intercetta ed evita, convinzione che porta l’educatore a tollerare ogni comportamento e che si ripercuote su una generazione di giovani che cresce senza freni inibitori, senza una reale necessità  di autocontrollo, nella convinzione che non ci sono mai conseguenze. Non voglio addentrarmi né nel caso specifico che ovviamente non conosco più che per quanto riferito nell’articolo, né profondermi in teorie psicopedagogiche che non saprei padroneggiare, ma è abbastanza ovvio che siano proprio i freni inibitori a trasformare l’essere umano in civile e la presenza di freni esterni permette ad un essere umano di svilupparne di interni, di diventare civilizzato, di saper contenere l’aggressività , di controllare le proprie azioni in base alle possibili conseguenze. Il fatto che ci sia una generazione di genitori e educatori convinti che tutto non ciò non serva, che si debba lasciare briglia sciolta anche fino alle estreme conseguenze, ci espone al rischio di crescere una generazione di figli inadatti ad una vita di civile convivenza.
Pare che non sarà  sporta alcuna denuncia contro il giovane, che se la caverà  con una sospensione di qualche giorno, pronto a tornare all’azione con altri atti simili con la benevolenza del Preside dell’istituto. Benevolenza che però in altre occasioni non mostrò la stessa Preside, trasformatasi in implacabile sceriffo quando fece sospendere oltre 500 studenti dell’istituto che avevano partecipato ad uno sciopero. Anche qui tutto torna perché l’unica trasgressione che in Italia non si accetta mai è quella di chi reclama i propri diritti.

Jan 14th, 2012

Vacanze di Natale a Cortina

Cortina Corso Italia 1Non posso che manifestare la mia ammirazione per chi da 28 anni propone al pubblico italiano lo stesso identico film raccogliendo ogni anno successi oceanici. Sono convinto che nemmeno Frankenstein Junior possa vantare appassionati che lo abbiano visto 28 volte, il cinepanettone probabilmente sì. Un’altra volta mi cimenterò magari in un’interpretazione di questo miracolo, oggi però vorrei invece pronunciarmi su un altro panettone ancora meno divertente di quello di Neri Parenti, andato in scena sempre a Cortina d’Ampezzo nell’imminenza del Capodanno: quello che la GdF ha proposto ad un drappello di vacanzieri con poca consuetudine, fino a quel momento, con il fisco. L’evento ha sùbito scalato le prime posizioni nelle fonti di informazioni italiane e dal 30 Dicembre scorso la blogosfera trabocca di pareri in merito. Chi non conosca il nostro paese può chiedersi certamente come mai un così ampio dibattito si sia sviluppato su un evento tanto ordinario quanto una serie di multe a evasori fiscali, chi invece lo conosca non si stupisce e mi piacerebbe provare a capire perché. Prendo a riferimento l’articolo di Luca Ricolfi pubblicato su La Stampa (che fa seguito ad un precedente articolo di Settembre), solo in quanto punta dell’iceberg di una particolare lettura dell’evento diffusa in ampi strati dell’opinione pubblica e anche della politica.
L’articolo di Ricolfi scandisce gli argomenti più abusati: gli evasori come capri espiatori e la priorità  che andrebbe data alla riduzione delle imposte piuttosto che alla lotta all’evasione e così via. Sul primo punto posso non gradire esteticamente la spettacolarizzazion fatta dell’evento ma solo perché, per l’appunto, la spettacolarizzazione è data dall’inconsuetudine, esattamente come la spettacolarizzazione delle inchieste sulla corruzione. In un paese in cui colpire gli evasori sia un’attività  normale hai un bel da spettacolarizzare… D’altra parte Ricolfi è un sociologo e non dovrebbe sfuggirgli il fatto che quando una società  vuole combattere un comportamento deviante, considerato pericoloso, usa dei simboli che rendano visibile questa battaglia per suggestionare il pubblico e indurlo ad assumere un più marcato atteggiamento di biasimo sociale, che è poi l’unica soluzione efficace per combattere l’evasione. L’idea del tizio che va in vacanza in una località  esclusiva con una fuoriserie su cui non si è nemmeno preoccupato di pagare le tasse è certamente un bel simbolo da giocarsi per trasmettere il messaggio che c’è chi di fare sacrifici anche minimi non ne vuole proprio sapere. Mi rendo conto che ci va di mezzo viene esposto ad una gogna che va oltre alle sue colpe, ma fa parte dei rischi che si corrono violando le regole. Mi rendo anche conto che c’è chi si infervora su queste cose forse più del dovuto, ma anche questo fa parte dei meccanismi tradizionali attraverso i quali una società  evolve verso un differente sistema di valori.
Più degna di approfondimento è la questione riguardante la priorità  tra lotta all’evasione e riduzione delle imposte. Per stabilire se abbia senso definire una priorità  tra i due aspetti bisogna intanto stabilire se i due aspetti sono davvero correlati. Può essere intuitivo che all’aumentare dell’esazione fiscale aumenti l’evasione eppure i dati empirici sono molto meno chiari da questo punto di vista, sia perché l’andamento storico dell’evasione fiscale in Italia non sembra avere particolare correlazione con il corrispettivo andamento della pressione fiscale, sia perché paesi con modelli fiscali completamente diversi (per esempio Austria e Svizzera) ma con modelli culturali affini hanno tassi di evasione assolutamente paragonabili. Gli studi che mi è capitato di leggere in merito dicono che in realtà  la correlazione è molto debole per quanto riguarda i privati mentre è più rilevante per le aziende. Se ci pensate c’è anche una possibile interpretazione: evadere il fisco per un privato significa confrontarsi con il proprio individuale senso civico, prima che con il proprio bilancio familiare: la componente etica è in questo caso quindi prevalente rispetto alla valutazione costo/beneficio; nel gestire un’azienda si tende invece probabilmente a svestirsi di una dimensione etica e a considerare una sorta di rischio di impresa l’evasione. E’ ovvio a quel punto che nel momento in cui il premio al rischio è più elevato (aliquote più alte) la propensione al rischio aumenti. Come Ricolfi sottolinea c’è indubbiamente un’evasione “di lusso” ed un’evasione “di sopravvivenza” ma proprio perché sono due cose diverse mi vien difficile capire il collegamento logico tra le supercar di Cortina e l’azienda che evade l’IVA per non fallire. La piccola azienda che faccia fatica a sbarcare il lunario a cui Ricolfi si riferisce, non prende certo una Ferrari come auto di rappresentanza.
Se poi anche la correlazione tra evasione e pressione fiscale fosse più apprezzabile di quanto non risulta ci dovremmo in ogni caso però spiegare come fare a ridurre l’evasione solo dopo aver ridotto le tasse, quando l’evasione diffusa è ciò che obbliga lo Stato a tenere aliquote elevate. In periodo di rigore finanziario non sembra essere possibile ridurre il gettito fiscale senza nuove fonti certe di entrata e la lotta all’evasione non è tra queste, non so poi se Ricolfi abbia soluzioni creative alternative: di certo nei suoi articoli non se ne intravedono.
Ricolfi ricorda giustamente come il Total Tax Rate dell’Italia sia molto più elevato della media dei paesi europei ma non dice che la Francia ha un dato vicino a quello italiano. Come mai i cugini d’oltralpe non hanno le stesse ripercussioni negative? Mi viene a questo punto da ricordare che il costruire un’amministrazione pubblica efficiente è uno dei modi per facilitare il compito alle aziende e quindi che avere una pressione fiscale elevata può non essere fatale per l’economia di uno Stato che riesca, con quanto racimolato, a dotarsi di un’efficiente rete di trasporto, di un apparato burocratico snello e a disposizione del cittadino, di un sistema giudiziario rapido ed efficace, di costi ridotti di carburanti ed energia. Chi sappia strutturare un’efficiente macchina pubblica può anche mantenere una pressione fiscale elevata ritornando alle aziende e ai privati in servizi quanto sottratto per via fiscale.
Complessivamente quindi quanto vediamo ripetutamente detto qua e là  non sembra avere in realtà  grosso fondamento. Un governo che voglia efficacemente combattere l’evasione non può che fare quello che si è fatto a Cortina, cioè combattere l’evasione più clamorosa e tracotante con semplicissime correlazioni tra database della Pubblica Amministrazione e parallelamente cercare di ridurre la pressione fiscale, guardando con un occhio al bilancio e con l’altro alla preservazione dell’efficienza già  scarsa dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione, dalla Pubblica Istruzione e dalla rete di trasporti.
Rimane alla fine da chiedersi perché un evasore trovi tanti avvocati difensori, dal sociologo all’albergatore cortinese intervistato alla televisione, fino ad esponenti di primo piano della politica. Se il 30 Dicembre ci fosse stato, anziché un blitz della GdF contro gli evasori, un blitz della polizia contro un gruppo di borseggiatori sulla metropolitana di Milano, troveremmo mai Ricolfi o Pionati parlare di “caccia alle streghe”? Troveremmo gli stessi personaggi pronti a spiegare che sono le condizioni sociali a portare i borseggiatori a scegliere questa strada e che loro non vorrebbero? Troveremmo forse i negozianti delle stazioni del metro dichiarare alla televisione di essere preoccupati che in futuro i borseggiatori possano scegliere di operare sull’autobus perché rischiano di rimetterci nella vendita di coltellini a serramanico? Io capisco Bisin che come economista (conscio di farlo da economista) si chiede semplicemente quante sarebbero le aziende che chiudono nel giorno in cui non ci sia più evasione, capisco meno che un sociologo come Ricolfi si dimentichi che il suo strizzar l’occhio agli evasori rallenta un processo culturale di rifiuto dell’evasione e di consapevolezza dei danni che essa porta ad una società , processo che è il modo più efficiente anche dal punto di vista economico per combattere l’evasione stessa. Temo che il problema sia che in ogni strato della nostra società  manchi ancora la concezione del rispetto delle regole come valore in sé, valore anche economico in quanto consente di risparmiare in termini di sistema di controllo e sanzione. Molti di noi si fermano a valutare quanto costa nell’immediato alla società  passare col rosso, evadere il fisco, borseggiare sul metro e si dimentica quanto costa dover darsi e dare ogni volta una ragione per la quale non commettere ognuna di queste infrazioni alle regole che non sia semplicemente che la legge lo vieta.

Jan 13th, 2012

L’eterno conflitto tra regole e convenienza

18122011107.jpgDurante il recente incontro di calcio Juve-Novara sono stato testimone di un curioso episodio. Negli ultimi minuti dell’incontro il pallone, come spesso accade, è uscito dal campo nel settore di Tribuna Est, finendo nei pressi di una signora seduta in prima fila. La signora raccoglieva il pallone ma, tra lo sconcerto generale, anziché rilanciarlo in campo, se lo infilava in borsa e si rimetteva comoda sul seggiolino, fingendo indifferenza come nella speranza che nessuno l’avesse vista. Dovete sapere che da qualche tempo la Juventus ha delle politiche molto severe in termini di gestione dei palloni, questo perché in passato ci si è accorti che si spendeva un capitale in palloni e talvolta si rischiava di non averne a sufficienza per completare regolarmente l’incontro; conseguentemente gli steward hanno mandato di esigere la restituzione del pallone, quando gli spettatori non lo facciano spontaneamente. Non erano passati quindi che pochi secondi da quando la signora si era messa in saccoccia il pallone che un paio di steward si avvicinavano alla signora reclamando la sfera, ricevendo però un netto rifiuto. Nel frattempo un signore seduto vicino a lei iniziava ad infervorarsi, scagliandosi contro gli steward ed indicando ripetutamente la curva, come a sottolineare che quando il pallone andava fuori nel settore dei tifosi più accesi, nessuno di sognava di richiederne la restituzione. Si formava un conciliabolo di steward che discutevano quale strategia adottare per come andare all’attacco della riottosa signora, finché non arrivava, immancabile in questi casi, un tizio con l’aria del grande capo il quale si metteva a parlamentare con la signora e con il suo compare. Sembrava quasi averli convinti quando caso voleva che il pallone andasse a finire proprio nella curva che l’infervorato signore aveva prima indicato e ovviamente il ragazzotto che veniva raggiunto dalla sfera se la metteva da parte senza che nessuno venisse a reclamarla. A quel punto il tizio si lanciava di nuovo contro gli steward e contro l’iniquità  del mondo, che consente agli uni e non agli altri di tornarsene a casa con un pallone che pochi secondi prima è stato tenuto in mano dal Gigi nazionale. Alla fine il pallone veniva restituito ma le discussioni andavano avanti ben oltre il termine della partita.
18122011108.jpgE’ un episodio stupido e irrilevante ma, proprio per la banalità  dell’oggetto del contendere, dà  la dimensione di quanto esasperante sia per chi vive nella nostra società , l’eterno conflitto che ognuno di noi, chi più chi meno, vive tra la consapevolezza dell’importanza di stare nel recinto delle regole comuni, e la constatazione che molti dal recinto stanno fuori e se ne giovano. E’ in fondo la stessa scena che ognuno di noi osserva nel suo quotidiano in molte circostanze: quando il tizio che fuma dove è vietato si scaglia contro chi gli chiede di spegnere la sigaretta al grido di: “Ma qui fumano tutti“, o quando il tizio che aveva parcheggiato l’auto in doppia fila si scaglia contro il vigile che gli fa la multa al grido di “Ma qui la parcheggiano tutti in doppia fila!“. Come molti anch’io sono cresciuto imbevuto da una cultura civile che mi porta ad essere istintivamente infastidito da chi si mette in pallone in saccoccia con l’alibi che “lo fanno anche quelli la”. Ogni società  ha un certo grado di illegalità , di violazione delle regole e l’alibi in oggetto potrebbe essere a buon diritto usato in qualunque contesto sociale. Quando però le sacche di illegalità  non sfuggono al controllo per svista o per la fisiologica larghezza delle maglie della rete di controlli, ma sfuggono per una studiata e metodica applicazione delle regole a diverse velocità , l’alibi di cui sopra diventa molto più fondato, si crea un modo di pensare e si crea un conflitto interiore che vive nell’animo di molti e chi ne fa le spese è il povero steward che forse anche lui si chiede perché gli viene chiesto di richiedere il pallone indietro agli uni e non agli altri e l’unica risposta che gli viene è che gli altri lo gonfierebbero di botte.
Intendiamoci: non sto con la signora che voleva fregare il pallone: ha torto marcio e a lei e a quelli come lei va tutto il mio biasimo. Ma il mio biasimo sarà  vano fintanto che non ci sarà  uno steward che va a chiedere il pallone anche all’ultrà  della curva, così come sarà  vano il biasimo verso chi fuma dove non si può fintanto che chi è deputato a farlo non glielo dice, così come sarà  vano il biasimo verso chi parcheggia in doppia fila finché ci ritroveremo la volante della polizia parcheggiata in doppia fila davanti al bar.

Jan 9th, 2012

Piantare la bandiera

iwojima.gifAvete presente la famosa immagine della battaglia di Iwo Jima nella quale un gruppo di soldati americani piantano la bandiera a stelle e strisce? Che senso può avere quell’atto? La battaglia è ancora in corso (o almeno così avrebbe dovuto essere anche se forse la storia non è come ce l’hanno raccontata) e un gruppo di soldati rischia la vita per piantare un drappo colorato. Eppure in quel momento qualcuno era convinto che quell’atto puramente simbolico potesse valere il rischio della vita di chi ne fu l’autore. Non posso non pensare che altrettanto simbolico sia l’attacco all’articolo 18 che in questi giorni è stato riscoperto come atto di liberazione dai vincoli sindacali.
Da una parte non sono convinto che l’articolo 18 sia quanto di più essenziale vi sia per tutelare i diritti di un lavoratore. In fondo la peculiarità  dell’articolo 18 è di permettere al lavoratore che lo richieda di essere obbligatoriamente reintegrato in azienda dal datore di lavoro che lo ha licenziato ingiustamente. Non augurerei a nessuno di essere reintegrato in un’azienda che lo ha licenziato e contro la quale lo stesso ha intentato un’azione legale presso il Tribunale del Lavoro. In una situazione normale preferirei senz’altro una buon’uscita ragguardevole al ritornare in un ambiente di lavoro che evidentemente non aveva bisogno più di me e che non mancherà  di farmelo pesare anche in futuro e non a caso normalmente c’è una percentuale superiore al 90% di scelte per il risarcimento. C’è però da dire che un risarcimento è interessante in un contesto nel quale facilmente troverò entro breve un altro posto di lavoro, nella situazione attuale di crisi probabilmente al lavoro non rientrerò più per un lungo periodo e quindi la reintegrazione mi permette di avere garanzia di sopravvivenza.
Dall’altra però non ho nemmeno l’impressione che l’articolo 18 sia la salvezza delle aziende. Non lo è sicuramente in un contesto in cui le aziende fanno ampio uso (e più ampio ne faranno in futuro) di contratti a tempo determinato e nella quale solo il sottoinsieme di lavoratori a tempo indeterminato nelle aziende con più di 15 dipendenti possono essere assoggettati alla normativa. E’ chiaro che nella testa di molte aziende c’è, per uscire dalla crisi, o una riduzione di personale o una riduzione dei redditi del personale da eseguirsi con un turnover tra personale meglio pagato da licenziare e personale peggio pagato da assumere, ma questa logica finisce con il deprimere anche i consumi e siamo alla fine sicuri che non si ritorca contro le imprese medesime? Però, si dirà , quando le imprese vanno in crisi cosa possono fare se non lasciare la gente a casa? Giusto, e infatti non c’è una soluzione per tutti, ci sono solo compromessi che scontentato gli uni e gli altri in misura non troppo sbilanciata.
Nel giro c’è da considerare anche la Previdenza Sociale e i suoi impatti sul bilancio dello Stato. Questo perché le imprese, in alternativa al licenziamento, possono mettere le persone in Cassa Integrazione, facendo sì che lo stipendio gli venga pagato in misura ridotta dalla previdenza sociale. A questo punto però i lavoratori gravano sulla previdenza sociale e allora ecco che anche per chi è al Governo fa comodo rispolverare l’articolo 18, immaginando magari nella libertà  di licenziamento un modo per ridurre l’uso strumentale della Cassa Integrazione da parte delle aziende e quindi ridurne i costi.
Sia come sia non posso non ravvisare che in quanto scritto sopra ci sono solo ipotesi ma nessuno ha detto come intenderebbe riformare l’articolo 18, né il Ministro Fornero, né Emma Marcegaglia; né d’altro canto i sindacati hanno detto cosa eventualmente sarebbe accettabile mettere in discussione e cosa no. Non sappiamo se nella testa di chiede una riforma c’è una rimozione totale dei vincoli al licenziamento (ma allora che senso ha parlare di assunzione a tempo indeterminato?), di abolizione del reintegro o di altro tipo di revisione.
Alla fine non posso che confermare quanto scritto sopra: l’articolo 18 è importante dal punto di vista simbolico perché considerato, forse a ragione, una pietra miliare di quel processo storico che ha concretizzato il concetto di certezza del posto di lavoro, che ha fatto dello status di assunto un punto d’arrivo fondamentale nella scala sociale, che consente al lavoratore di avere certezze sul proprio reddito futuro. Toccarlo significa toccare un impianto ideologico ma anche economico su cui si è retta l’economia italiana e parte di quella europea, ovverosia: se io fornisco ai cittadini delle certezze sul futuro spenderanno, consumeranno, nella convinzione che il loro futuro sarà  garantito come il presente. Non so quali siano gli elementi per dire che oggi quel sistema non può più funzionare, probabilmente gli unici elementi che abbiamo sono la concorrenza di paesi con un sistema del lavoro diverso che rendono non più concorrenziale il nostro, che ci sfidano sul costo del lavoro da una parte, mentre dall’altra sfruttano il nostro (ancora) opulento mercato di consumatori per poter crescere. Laddove anche si veda l’abbattimento di quell’impianto come un ineluttabile destino non possiamo dimenticarci che farlo significa rivoluzionare il modo di vivere di molte persone, votarci ad un futuro pieno di incertezza e di precarietà  nel senso più desueto e più interiore del termine. Per questo oggi chi sta da una parte vede l’articolo 18 come la collina da conquistare e dove piantare la bandiera e chi sta dall’altra lo vede come la trincea da difendere fino all’ultimo uomo.
Di fondo c’è la considerazione che forse, da qualunque parte la si veda, viene da chiedersi se sia il caso, nel pieno di una tempesta finanziaria, di stimolare gli animi sulla modifica di un impianto sociale così sensibile  come quella del posto di lavoro, rischiando un ulteriore effetto reattivo su consumi, produttività , conflittualità  sindacale, sostegno al Governo, per di più senza avere apparentemente un piano preciso. La retromarcia tardiva dà  ulteriormente l’impressione che quella della Fornero sia stata una mossa azzardata, più che una voluta provocazione. Ho l’impressione che se la Ministra si fosse tenuta per sé i suoi dubbi sull’articolo 18 ne avremmo guadagnato tutti.

Dec 22nd, 2011

Il tavolo della pace

tavolodellapace.jpgQualche giorno fa il gotha del calcio italiano si è riunito insieme a Federazione e CONI a Roma attorno ad un tavolo definito pomposamente “Il Tavolo della Pace”. Dovessi provare a dire quale fosse l’argomento di discussione non saprei fare di meglio che dire che l’oggetto era la storia del calcio italiano degli ultimi vent’anni. E’ quasi ovvio dire che non si è risolto nulla. Se la trasponiamo su ambiti ben più seri è un po’ come se esponenti politici di destra o sinistra si incontrassero per arrivare ad una lettura comune della caduta del comunismo o del fascismo, o, passando alla gastronomia, è un po’ come se un napoletano ed un piemontese si incontrassero per discutere se è più buona la Mozzarella o il Castelmagno, la Pastiera o il Bonet.
Ma cosa spinge i rappresentanti di alcune delle più grandi aziende italiane a riunirsi per chiedersi se cinque anni fa lo scudetto lo meritasse la Juve, l’Inter o qualcun altro? Li spinge qualcosa che nel calcio riveste un’assoluta sacralità : l’Albo d’Oro. L’Albo d’Oro è, in ogni sport, la lista dei vincitori di una competizione nelle sue varie edizioni. Nel caso del Campionato di Calcio l’Albo d’Oro è il mantra che ogni appassionato di calcio ripassa periodicamente perché, per quanto si possa protestare, mugugnare, elevare proteste ed invettive all’organizzazione, l’Albo d’Oro è quello che fa fede: chi ha vinto ha vinto e tutto il resto rimane col tempo confinato alla chiacchiera da Bar Sport, al limite tra storia e leggenda metropolitana. Anche per questo forse, in tante edizioni di Campionato e su tanti casi di illeciti che hanno determinato penalizzazioni e retrocessioni, solo una volta (nel 1927) la Federazione ha revocato uno scudetto e la cosa è ancora talmente controversa che da più di una parte c’è chi ancora reclama quel titolo. Figurarsi revocare in una volta sola due scudetti due, per di più stravinti da una squadra colonna portante della nazionale campione del mondo nel 2006 in Germania, e colonna pure della Francia vicecampione, una squadra che quello scandalo distrusse proprio quando viveva il suo apice. Sovvertire l’esito di quei campionati sarebbe stato un mezzo vulnus nella storia del calcio anche se avessero scoperto un arbitro con un assegno firmato da Moggi con il risultato finale della partita indicato come causale; figuriamoci cosa poteva accadere nel momento in cui tutto ciò è accaduto a seguito di un processo sportivo che, così come quello penale, per stessa ammissione dei giudici, è stato puramente indiziario e nel quale, per di più, gli indizi e gli elementi erano simili per tutte le maggiori squadre, comprese formazioni nemmeno toccate dalle inchieste.
Oggi ci ritroviamo con un tavolo al quale gli uni si approcciano intimamente convinti che Calciopoli sia stata una somma manifestazione di giustizia che ha liberato il calcio da una gang di “truffatori” senza i quali il calcio ha ritrovato la sua genuninità  perduta, un’epurazione che ha evitato che il contagio di codeste mele marce potesse far marcire tutto il cesto calcistico. Gli altri invece approcciano il tavolo considerando Calciopoli una congiura di palazzo destinata a colpire chi aveva meritatamente conquistato i suoi successi e che al massimo si era dovuto adeguare ad un malcostume diffuso e imperante. E’ ben difficile trovare un punto di incontro tra gli uni e gli altri in questo contesto. Eppure gli uni e gli altri sono le colonne del calcio italiano, gli uni e gli altri portano entusiasmo e denaro sugli altari del Dio Pallone ed il fatto che gli uni e gli altri si fregino dello stesso Scudetto toglie fascino al rito dell’Albo d’Oro e quindi a quello dell’intero calcio.
Può la Federazione lasciare aperta questa voragine senza perdere completamente di credibilità  di fronte al mondo dei sostenitori calcistici? Ma come può d’altronde rimediarvi senza in ciò scontentare pesantemente gli uni o gli altri?
Quando ci si caccia in un vicolo cieco in genere ci si chiede dove stava l’errore che ha portato a questa conclusione. Certamente nello specifico l’errore fu a suo tempo organizzare un processo di piazza sulla base del tamtam mediatico, senza andare a fondo in quanto era successo e in quanto non era successo. L’errore fu ignorare quello che già  nel 2006 si intuiva, ripetendo il dogma di Moggiopoli, del bene contro il male, della giustezza delle sentenze sportive e del calcio finalmente ripulito. Chi non lo fece ed in questi anni ha scavato sotto l’apparenza della narrazione mediatica si è ritrovato con una verità  molto diversa e pressoché inconciliabile con quella ufficiale. Tutto questo però è figlio, a sua volta, di un errore di fondo, cioè della debolezza cronica della Federazione Gioco Calcio. Nel Campionato di Calcio la Federazione riveste poco più che un ruolo di arbitro, di giudice di pace tra le parti: non ha una reale autorevolezza, non ha un reale potere di dissuasione e spesso nemmeno di persuasione. Per questo la Federazione ad ogni scandalo si trova trascinata dal batage mediatico, si trova messa in croce dai presidenti scontenti, si trova tirata per la giacchetta da questo e da quello. Per questo il calcio italiano si sentì in dovere di infliggere pene esemplari nel 2006, pur non avendo ben capito perché, solo perché il sistema mediatico glielo chiedeva ed oggi non se la sente di fare un passo indietro perché il sistema mediatico la invita, nella sua maggioranza, a desistere. Per questo nel passato, in tantissimi altri casi in cui importanti interessi erano in gioco, la Federazione ha deciso in modo ambiguo e accomodante. Non dimentichiamoci che quelli che hanno preceduto il 2006 erano anni in cui il primo che si alzava a dire che c’era un complotto, che era tutto fasullo e che la Federazione era in mano a quattro fantocci riscuoteva solo applausi e consensi. Una Federazione che tolleri tutto ciò non può essere credibile, non può essere autorevole e diventa un vaso di coccio tra i vasi di ferro risultando odiosa sia ai vasi di ferro che agli altri vasi di coccio.
Ho l’impressione che al tavolo della pace più che discutere delle telefonate di Moggi o di Facchetti si dovrebbe discutere di un riequilibrio che faccia della Federazione un organismo realmente direttivo, e della Serie A un campionato fatto per essere equo, competitivo, e soprattutto non sia più un tavolino fatto apposta per ospitare il braccio di ferro tra le famiglie più potenti del paese. Se questo si fosse discusso su quel tavolo della pace probabilmente si sarebbe trovato un punto di accordo tra i presidenti di società  presenti, solo che sarebbero stati probabilmente tutti d’accordo nell’opporvisi.

Dec 20th, 2011

Il sesso di Angela

merkel.jpg Il gioco di parole contenuto nel titolo non vi illuda che si tratti di un ritorno di fiamma dell’antiberlusconismo, questa volta per discutere le valutazioni estetiche dell’ex-Premier. Vorrei invece esternare il mio disagio per il dibattito che impazza sulla Germania, sullo suo strapotere in Europa, sul rifiuto degli Eurobond, sulla revisione dei trattati, sul veto britannico e altre amenità  che si sprecano, tutto questo mentre un continente sta inarrestabilmente scivolando verso il baratro, così come la leggenda narra che i teologi bizantini discorressero del sesso degli angeli, mentre i turchi assediavano la città .
Ho l’impressione che non ci sia uno, ma nemmeno uno, dei mille temi relativi alla crisi che si succedono in questi giorni, che abbia senso affrontare prima di un altro, fondamentale. C’è nella testa di qualcuno (e se sì di quanti) un progetto concreto e a breve termini di un Unione Europea con una struttura politica federale, autonoma rispetto agli Stati Nazionali e con poteri coercitivi sui medesimi in termini di politiche fiscali e non solo? La domanda si impone, perché ho sempre più l’impressione che se questo progetto non c’è, rischiamo di ricadere su noi stessi. Non sarà  continuando a trovare soluzioni di ripiego che nascondano l’assenza di un vero progetto di unione politica che eviteremo il disastro finale che sarebbe rappresentato dalla prospettiva di tornare indietro a logiche di chiusura nazionale.
Oggi in Germania c’è qualcuno che pensa di creare una sorta di Padania europea, una mini Europa dei paesi virtuosi che realizzi una “secessione europea”, nella convinzione che i bilanci dei virtuosi se ne gioverebbero. Ora, io mi guardo un po’ attorno e scopro che io e la mia compagna abbiamo due auto tedesche, su una delle quali è montata un’autoradio tedesca, in casa abbiamo un televisore, un videoregistratore, un lettore di MP3, un rasoio, un tagliabasetta e uno stereo olandesi, due telefonini finlandesi. Se l’Italia non fosse nell’Unione Europea (o in un’altra Unione Europea) probabilmente tutto ciò avrebbe altra provenienza, forse l’estremo oriente. E allora siamo proprio sicuri che convenga ai paesi dell’Europa “virtuosa” mandare a gambe levate il mercato europeo? In Italia c’è chi un po’ pensa che abbiano ragione e paragona le istanze tedesche con quelle padane, eppure c’è anche chi nel passato si è preoccupato di chiedersi se la secessione che la Lega torna in questo periodo a chiedere convenga davvero al Nord Italia e si è dato una risposta negativa.
Nel frattempo i governi europei, con l’immancabile eccezione del Regno Unito, hanno deciso di rivedere i trattati introducendo meccanismi che garantiscano un maggior rigore nel rispetto del patto di stabilità . Sicuramente è meglio che niente, ma siamo sicuri che questo cambi in modo sostanziale le cose? Siamo sicuri che gli investitori si fideranno di un’economia regolata da un trattato tra stati sovrani che possono bellamente fregarsene del patto di stabilità , come in passato, senza un potere superiore che abbia reali capacità  coercitive? Personalmente non intravedo motivi per escludere che, con queste premesse, non possa verificarsi un nuovo caso Grecia e che un eventuale nuovo caso Grecia non si risolva di nuovo in un lungo stillicidio di rimbalzi e tempeste finanziarie.
Proprio il Regno Unito ci dà  la dimensione della difficoltà  di rinunciare a secoli di storia nazionale nel nome dell’interesse comune: dall’introduzione dell’Euro la Sterlina ha perso un terzo del suo valore rispetto alla valuta europea (da un cambio intorno all’1,6 del 2002 all’attuale 1,1 nonostante la tempesta finanziaria) e forse non è un caso se il Regno Unito è il paese dell’Unione Europea in cui il carburante è complessivamente più caro (il primo per il diesel, il secondo per la benzina), eppure l’idea di entrare nell’economia dell’Euro non sfiora neppure i britannici e gli ultimi inciampi li hanno rafforzati in questa convinzione, anziché convincerli della necessità  di contribuire a rafforzare l’impianto europeo. In un momento tetro come questo suona quasi rassicurante il fatto che finalmente il Regno Unito, ostacolo immancabile di ogni trattativa europeista, si defili e marci verso un suo destino di isoletta dispersa nel Mare del Nord. E’ chiaro però che dover fare a meno del Regno Unito sia un duro colpo per il posizionamento dell’Europa nello scacchiere futuro.
Revisione dei trattati a parte, anche le altre proposte di cui si parla in questi giorni sembrano appartenere alla categoria dei pannicelli. Un esempio è quello degli Eurobond. Avrebbe senso che la BCE emettesse dei titoli di Stato quando in Europa un vero Stato non c’è? Quale risparmiatore può sentirsi garantito da un’Unione tra Stati la cui funzione è oggi solo quella di erogare sussidi? Un altro esempio è quello di introdurre un Ministro delle Finanze europeo. Avrebbe senso che si introduca una simile figura senza alcuna leva fiscale o potere di redistribuzione in mano? Farebbe forse la fine del Ministro degli Esteri europeo, il fantomatico Mister PESC, che nella persona di Mrs Ashley ha mostrato in questi anni la sua totale irrilevanza.
L’impressione è che ci giriamo attorno senza citarlo come in una circonlocuzione fatta apposta per non toccare mai un tabù, ma il tasto che non vogliamo premere è l’unico che può dare respiro e stabilità  all’Europa, quello dell’unione politica, quello della creazione di un vero Stato europeo. Il prossimo anno avremo le elezioni presidenziali in Francia e nel 2013 ci saranno le elezioni politiche in Italia e Germania. Se le coalizioni conservatrici al potere in questi paesi hanno determinato lo stallo attuale, non sarebbe male che le coalizioni progressiste cominciassero a riparlare concretamente di unione politica in Europa. Siamo già  in abbondante ritardo.

Dec 14th, 2011

Equità

1031654-elsa_fornero.jpgSi è parlato a lungo nei giorni che hanno preceduto la presentazione della manovra del governo di equità , come in un ideale lunghissimo rullare di tamburi che preannunciasse chissà  quale florilegio buoni sentimenti. Comunque andasse era comprensibile che alla fine molti siano poi rimasti delusi, date le attese. Qualche dubbio però sul fatto che la manovra sia stata equa, a prescindere dalle attese, ce l’ho anch’io a dire il vero. Bloccare la rivalutazione della pensione a chi prende 1000 Euro mensili in effetti non mi è parso un atto propriamente solidaristico, c’è da spiegarsi le lacrime della Fornero. Tuttavia mi chiedo: si poteva fare altro? Mah… Vediamo un po’.
Nei giorni che hanno preceduto la presentazione della manovra si era parlato a lungo di un aumento dell’IRPEF al 46% per la fascia di reddito più elevata per la tassa in oggetto, cioè dai 75000 euro di imponibile in su. Visto che quello in carica è un Governo di tecnocrati abbandono per il momento ogni punto di vista etico e mi metto in un’ottica puramente tecnica: in quest’ottica posso capire che 75ooo euro di imponibile non sia propriamente uno stipendio da fame, ma nemmeno un reddito che possa garantire un tenore di vita all’insegna dello sfarzo, anche in periodo di crisi. Posso immaginare quindi che aumentare l’IRPEF di 3 punti a chi guadagni 75000 euro possa avere ripercussioni sui consumi e quindi avere un effetto di controreazione negativo per l’economia. Mi pare ragionevole però sostenere che ci sia una soglia oltre la quale l’aumento di qualche punto percentuale dell’IRPEF abbia effetti trascurabili sui consumi. Mi pare altrettanto ragionevole sostenere che 200mila euro possano rappresentare una valida ipotesi di soglia. Secondo la statistica più recente che ho trovato in Italia i detentori di reddito superiore ai 200mila euro sono 76888 e hanno un imponibile medio di 377mila €. Se quindi, anziché aumentare di 3 punti l’aliquota più alta, si fosse creato un nuovo scaglione sopra ai 200mila euro con un’aliquota aumentata di 6 punti (49%) quale sarebbe stato il maggior gettito? Tranne errore sono 816 milioni. pensionati_kleenex.jpegPortare la soglia di blocco della rivalutazione delle pensioni a quota 1400 Euro sarebbe costato, secondo i miei calcoli e i dati che ho trovato, 912 milioni. Non sarebbe stata forse una finanziaria non solo più equa ma anche con maggiori prospettive di rilancio dei consumi? Certo, avrebbe significato togliere in media circa 11mila euro a circa 77mila persone e darne circa 300 a circa tre milioni di pensionati: psicologicamente sembra un assurdo eppure secondo logica strettamente economica non lo è, perché è ipotizzabile che i 300 euro cambino i comportamenti di consumo nei secondi più che i 11mila nei primi. Dico è ipotizzabile perché non dispongo di dati sulla propensione al consumo di chi ha redditi superiori al 200mila euro e quindi non ho idea se i numeri che cito hanno un senso. Vorrei esser certo che il Governo invece avesse tali dati e che quindi abbia fatto la scelta che ha fatto a lume di indicatore economico, e che non sia invece che le cose stavano come le ipotizzo ma c’erano veti a toccare l’IRPEF e quindi le alternative non c’erano, ma solo per motivi elettorali. Sì, lo so, un’alternativa ci sarebbe stata per lasciare in tasca i 300 euro ai tre milioni di pensionati, e i 11mila ai 77 mila “overduecentomila”. Ci sarebbe stata la possibilità  di chiedere ben di più di miseri 800 milioni ai network televisivi, a cui lo stato si accinge invece addittura a regalare un po’ di nuove bande di frequenza per la televisione digitale terrestre, subito dopo aver chiesto e ricavato invece, per frequenze della stessa banda, cospicui danari (2 miliardi e 900 milioni) dagli operatori di telefonia mobile. Ci sarebbe la possibilità , ma ovviamente in questo caso i soldi bisognerebbe sfilarli dall’unica tasca in Italia a cui lo Stato da 17 anni in qua non ha diritto di accesso.
Ho fatto questo lungo spoloquio rimanendo, come preannunciato, su un piano strettamente economico; se poi torniamo su quello etico dico che far gravare la manovra sui network televisivi o su chi guadagna più di 200mila euro poteva rientrare in quello che si definisce un approccio “equo”, farla gravare su chi prende 1000 euro di pensione direi proprio di no, ma neanche di striscio. Se questa manovra vuole poter essere definita equa questo schiaffo va cancellato al più presto.

Dec 7th, 2011
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