Malagiustizia

Da un po’ di anni a questa parte la parola malagiustizia ha un suono sinistro: l’abbiamo sentita troppe volte in bocca ai cani da guardia della porzione peggiore della nostra classe dirigente, pronta ad essere utilizzata ad uso e consumo dell’impunità  di coloro i quali una “buona giustizia” avrebbe invece da tempo inchiodato alle loro responsabilità . Ma l’uso perverso che si è fatto di espressioni come malagiustizia e garantismo non ci deve far dimenticare che l’uno e l’altro sono problemi aperti del nostro paese e che non è accettabile che in Italia ci siano in quantità  rilevante persone che rimangono in carcere per anni, prima di accorgersi che semplicemente non hanno commesso il fatto.
carcere.jpg Recentemente è stato assolto definitivamente, dopo essersi fatto 21 anni di carcere, Giuseppe Gullotta, militante dell’estrema sinistra condannato nel 1990 per l’omicidio di due carabinieri, avvenuto ad Alcamo nel 1976. La vicenda di Gullotta, così come ricostruita dal carabiniere pentito Olino, è di quelle che colpiscono come un pugno allo stomaco. C’è di tutto: torture per estorcere confessioni, falsificazione delle prove, evasioni procurate. Un campionario delle azioni più abiette che un agente di pubblica sicurezza possa commettere. Dopo 21 anni di carcere Gullotta è tornato a casa semplicemente perché, oh che svista, era innocente. Non è l’unico in Italia che ha avuto l’elettrizzante esperienza di passare un po’ di anni nelle carceri nostrane per un banale errore. Anzi vi sono casi anche più paradossali.
Uno di questi è certamente quello di Melchiorre Contena. Accusato, da un conoscente desideroso di vendicarsi di uno sgarbo da lui subito, del rapimento e dell’uccisione dell’imprenditore Marzio Ostini, Contena si è fatto 30 anni di carcere. L’aspetto aberrante è che nel caso di Contena i veri colpevoli furono scoperti e confessarono nel 1993, eppure ancora nel 2002 Contena si vide respingere dalla Corte d’Appello di Ancona la revisione del processo che fu invece disposta nel 2004 dalla Cassazione, con l’ovvia assoluzione conseguente.
Altra vicenda incredibile fu quella, più datata, che fa riferimento alla scomparsa di Paolo Gallo, avvenuta nel 1954, per il cui omicidio furono accusati e condannati il fratello Salvatore e il figlio Sebastiano, tranne poi scoprire, sette anni dopo la condanna, che Paolo Gallo aveva semplicemente deciso di far perdere le sue tracce ma era vivo e vegeto. Tanto paradossale fu la cosa che ci volle una modifica del codice di procedura penale per permettere la revisione del processo, giacché le leggi allora non prevedevano il caso di un omicida assolto causa ritorno in vita della vittima.
Questi e altri casi simili sono certamente paradossali, sono certamente casi singoli su milioni di processi, e d’altronde spero davvero che nessuno possa trovare accettabile che in un paese civile ad un sospettato venga estorta una confessione con la tortura. Tuttavia credo sia diffusa nella nostra società  la convinzione che un colpevole lo si debba trovare anche a costo di qualche forzatura, e che la certezza della pena non la si debba inseguire con maggiori mezzi ed una maggiore efficienza, ma con un’elasticità  delle norme, un’elasticità  delle prove, un’elasticità  mentale di inquirenti e giudici nel formulare accuse e condanne anche quando troppi dubbi annebbiano ancora gli elementi processuali. Siamo tutti felici quando un criminale viene assicurato alla giustizia, ma siamo proprio sicuri di voler barattare questa soddisfazione con il rischio che un innocente si veda la vita rovinata? Non è forse ben più spaventoso che un normale cittadino si ritrovi chiuso a vita in un carcere? Ma cosa possiamo fare in merito?
Il problema è che mentre da sinistra e da destra si farnetica di garantismo, ancora fatichiamo a capire come fare a riformare la nostra giustizia per evitare atrocità  come quelle di cui sopra. Da Tangentopoli in poi, passando per il berlusconismo, tutto il dibattito sulla Riforma della Giustizia è stato avvelenato dal confronto tra politici e giudici: al di fuori di questa improduttiva contrapposizione qualche idea in giro c’è, ma sono ancora poche e in genere non politiche. D’altronde, come diceva Calamandrei, “Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.”. Vorrei essere più ottimista, ma temo che ci vorrà  ancora un po’ di tempo, di pazienza e di innocenti finiti in carcere o comunque triturati dai devastanti meccanismi delle giustizia prima che la politica abbandoni la sua trincea di pretesa impunità  e si ricordi che il problema da risolvere nella giustizia italiana è questo, e non certo i processi di Berlusconi o di Penati.

Feb 21st, 2012

La parola rispetto

Il sostantivo rispetto non è proprio tra i miei preferiti. Non voglio disprezzarlo in assoluto: rispettare significa riconoscere meriti o valore a persone o cose o persone e comportarsi di conseguenza. Non è che in assoluto trattare diversamente qualcuno sia sbagliato, non è che riservare trattamenti differenziati sia sempre errato: ovunque ci siano scale di valori ci sono cose o persone a cui dobbiamo più o meno rispetto. Il problema è che la parola rispetto mi piace molto poco quando (succede spesso) la si usa in campi della nostra vita in cui teoricamente il trattamento dovrebbe essere il medesimo per chiunque, indipendentemente da meriti o valore, quegli ambiti in cui ognuno di noi è uguale ad ogni altro: la giustizia, la legge, le regole. In quest’ambito rientrano i regolamenti sportivi e quindi l’uso che il Direttore Sportivo juventino Marotta ha fatto della parola “rispetto” nelle scorse settimane mi è piaciuto molto poco.
giaccherini-fouled-by-biabiany.jpgNon posso negare che, da tifoso biancoenero, ho l’impressione che gli arbitri in questo Campionato siano molto scadenti e quando gli arbitri sono scadenti sono anche condizionabili e gli arbitri condizionabili, in un sistema mediatico così milanesizzato, facilmente danno vantaggi alle squadre meneghine. E’ certamente curioso che alla Juve, prima in classifica fino a pochi giorni orsono, sia stato concesso dall’inizio del Campionato un solo rigore e per di più negli ultimi minuti di una partita in cui era già  in vantaggio. E’ altrettanto curioso il numero di rigori concessi al Milan in circostanze dubbie ed è soprattutto curioso come in questi casi la copertura mediatica degli avvenimenti abbia limato alquanto polemiche e contestazioni, che invece furono furenti contro l’arbitro Rocchi che danneggiò con un millimetrico errore l’Inter nelle prime giornate. Non posso negare di aver trovato che la direzione dell’arbitro Peruzzo nella recente Juve-Siena, ben prima dell’episodio che ha fatto inalberare Marotta, fosse sotto tutti gli aspetti insufficiente, pur in una gara facilissima da arbitrare. Ha dimostrato per tutto il match incertezze e poca personalità  e non stupisce che non se la sia sentita di concedere un rigore alla Juve a pochi minuti dalla fine, a costo di doversi voltare dall’altra per non vederlo. Anche peggio è andata a Mazzoleni, arbitro invece che appare dotato di personalità  e capacità  ma che, proprio perché arbitro dotato, ha fatto apparire nel Parma-Juve di ieri sera ancora più evidente l’imbarazzo di chi si trova nella situazione di dovere decidere, con una sua decisione, di una vittoria di Madama, sentendo tutto il peso di un sistema mediatico che spaventa anche il direttore di gara più navigato. Spaventa chiunque perché quando un arbitro sbaglia per la Juve finisce sotto processo, (se va bene mediatico, se va male penale) se sbaglia contro le Juve, come visto ieri, il processo lo si fa piuttosto ai tesserati juventini che se ne lamentano. Tutto assolutamente vero, evidente ed inaccettabile, però… Però il rispetto non c’entra perché presuppone un trattamento di riguardo che la Juve, con tutti i suoi meriti di cui io sono il primo sostenitore, non può e non deve rivendicare e non deve avere. Non c’entra il fatto che la Juve deve avere gli arbitri migliori, anche questo è un trattamento di riguardo che fa a pugni con l’equità  di trattamento che il Campionato di Calcio, come ogni competizione sportiva, deve salvaguardare, pena la sua non credibilità . L’Associazione Italiana Arbitri deve essere in grado di proporre ogni settimana 10 arbitri all’altezza di arbitrare una partita di Serie A, punto. Non ci sono e non ci possono essere distinzioni e trattamenti di favore e reputo il fatto che i big match vengano affidati agli arbitri migliori una pratica inaccettabile. La Juventus è la squadra con il maggior numero di tifosi, con le maggior entrate da merchandising, con il ritorno in Champions sarebbe anche la prima per entrate da diritti tv e con il nuovo stadio sarà  probabilmente anche la prima per le entrate che vengono dall’impianto. Ha tutto l’interesse ad un Campionato senza figli e figliastri, in cui tutti siano sullo stesso piano. Ha tutto l’interesse che non ci siano squadre da rispettare ed altre che si possono non rispettare, parlo di interesse perché il problema non è solo etico ma anche pratico, perché l’unica classifica in cui la Juve non sarà  mai al vertice sarà  proprio quella del “rispetto”, laddove esso sia basato sull’intimidazione mediatica o sulla prevaricazione politica, perché purtroppo o per fortuna (secondo me per fortuna) Torino non è, e mai sarà , una piazza adatta per queste manovre e le vicende di Moggi ne sono la dimostrazione.
santacroce_pirlo_parma_juve.jpgSia quindi molto chiara la dirigenza della Juve sul fatto che il problema non è che ci si aspetta che alla Juve siano dati rigori perché è la Juve, ma semplicemente perché è una delle 20 iscritte al Campionato di Serie A e ci si aspetta che lo stesso regolamento sia applicato alla Juve, al Milan come al Lecce e al Novara. Sia chiara la dirigenza juventina sul fatto che il calcio che vuole è quello in cui gli arbitri sono liberi di sbagliare o di azzeccare le proprie decisioni, senza dipendere dalle telefonate intimidatorie dei presidenti di Federazione ex-presidenti del Milan e senza dipendere dalle urla degli opinionisti televisivi della Domenica sera. Se lo farà  troverà  molti alleati, ed i nemici che troverà  saranno i soliti noti che almeno a quel punto non potranno più nascondersi dietro ad un dito, come invece fanno purtroppo da anni con tanti, troppi complici.

Feb 16th, 2012

La furia cieca

2009-12-15-greecepreview.jpgQuando succede qualcosa di simile a quanto accaduto in questi giorni ad Atene mi sento abbandonato dal sistema dell’informazione. Tonnellate di carta e miliardi di bit spesi per raccontare gli eventi ma pochissimi per spiegare cosa spinge migliaia di persone a scendere in piazza, a protestare, a contestare, a dare fuoco a palazzi. Perché lo fanno? In vista di che cosa? Come altre volte anche stavolta ho cercato di dare un senso agli eventi, di trovare nelle parole di chi protesta, un significato, una possibile soluzione ma vi devo dire con dispiacere che non ho trovato quasi nulla. Qualche accenno ad una democrazia diretta di cui in alcuni casi sono stato un acceso sostenitore ma che certamente non è la soluzione per portarci fuori dalla crisi; una ostilità  verso la Germania che pare non meglio circostanziata. Gli Eurobond? Le esitazioni sugli aiuti? Non si capisce… Qualche riferimento confuso ad un’uscita dall’Euro o dall’Unione Europea (senza spiegarne ovviamente i rischi); perfino qualche accenno malato a complotti sionistici e altre amenità . Per il resto solo rabbia che si esprime nel modo più belluino possibile, ovvero un po’ contro tutto e quindi contro nessuno.
In fondo però tutto ciò è comprensibile: questa frustrazione nasce fondamentalmente dal fatto che non è facile individuare un colpevole con cui prendersela ed a cui addossare la responsabilità  delle crisi e delle misure per farvi fronte. Sì, le banche, il Fondo Monetario, la BCE, ma alla fine chi è che ha contratto debiti con costoro senza poterli onorare? I greci. Prendersela con le banche che esigono la solvibilità  del debito sarebbe come prendersela con un risparmiatore che esiga la restituzione di quanto depositato sul suo conto, nel momento in cui scopra che il suo istituto di credito sta forse per fallire. Sono i greci che hanno vissuto probabilmente al di sopra delle loro possibilità , che si sono indebitati in modo irresponsabile. Si dirà : non l’hanno fatto i greci ma la loro classe dirigente, classe dirigente che però non è stata installata lì dalla volontà  divina ma dai greci stessi e se ci sono paesi che hanno avuto politiche economiche virtuose e altri no non è perché i primi hanno avuto fortuna, ma perché si sono scelti con più oculatezza i propri governanti. D’altronde le misure che il governo in carica e il precedente hanno preso non erano gli unici possibili per rientrare nei parametri imposti: sarebbe interessante chiedere al governo greco come mai tutto è stato tagliato tranne le spese militari, ambito su cui pare al contrario ci sia stata un’ulteriore crescita, nonostante la Grecia sia già  il secondo paese in Europa per incidenza della spesa militare sulla spesa complessiva e il terzo al mondo per acquisto di armi. Pare addirittura che in questa ascesa ci sia lo zampino di Francia e Germania che sono tra i venditori. Sarebbe interessante anche spiegarsi come mai le misure contro l’evasione fiscale abbiano permesso alle casse elleniche di recuperare negli ultimi due anni la miseria di 80 milioni di Euro! Queste sono però strade per percorrere le quali forse bisognerebbe mettere in crisi certi equilibri di potere, estendere il conflitto sociale alle classi medioalte, zittire la logica nazionalistica che da quasi cent’anni soffia su una guerra fredda con la Turchia, senza che ve ne sia un fondato motivo.
Ho quindi l’impressione che l’opinione pubblica greca, anziché prendersela con le scelte degli istituti finanziari, della Merkel o di Sarkozy, dovrebbe provare, come dovremmo fare d’altronde noi in Italia, a discutere il proprio modello economico e sociale, il loro modo di selezionare la classe dirigente. E’ un’autoanalisi pesante che, come tutte le autoanalisi, spesso si preferisce aggirare prendendosela con chi ce la impone. E infatti secondo i sondaggi alle prossime elezioni, programmate per Aprile, i greci si ributteranno tra le braccia di Nuova Democrazia, il partito che ha governato la Grecia negli anni della corsa del debito pubblico, dell’occultamento della situazione finanziaria del paese: in sostanza la vittima che si getta tra le braccia del suo carnefice.
Spero che ciò non succeda, che alla furia cieca seguirà  quest’analisi, che la Grecia saprà  prendersela con la sua classe dirigente corrotta, anziché farsi turlupinare dal fantoccio del nemico esterno che, per quanto possa sembrare incredibile, sembra funzionare ancora oggi. Lo spero per la Grecia e lo spero anche per l’Italia che forse sull’orlo della bancarotta non è, ma che potrebbe fare ancora in tempo ad arrivarci.

Feb 15th, 2012

Bentornato Martin!

Essere appassionato di calcio e sostenitore di una squadra significa accompagnarne le imprese con un trasporto che ha tutte le caratteristiche di un rapporto affettivo, non solo verso la squadra ma anche verso i suoi giocatori, le cui gesta ti coinvolgono al punto da sentire per loro una forte vicinanza emotiva, nonostante tu non li abbia mai incontrati e non abbia motivi di pensare che se li avessi incontrati ti sarebbero stati simpatici. Ricordo di una volta in cui incrociai per caso Paolo Rossi all’aeroporto di Johannesburg: la mia prima reazione facciale, di cui credo l’interessato si accorse, fu quella che si avrebbe nell’incontrare un vecchio amico.
caceres.jpgIn genere questa vicinanza si alimenta in lunghi anni di militanza, nell’impegno, nella simpatia, nella pregevolezza delle doti tecniche, nei successi ottenuti grazie a quel calciatore, ma ci sono anche casi in cui l’affetto nasce in breve tempo, anche in circostanze poco felici. Questo è il caso di Martin Caceres che, allorquando nell’estate del 2008 arrivò alla Juve in prestito dal Barcelona, seppe in pochi mesi incantare il sottoscritto per le sue doti, il suo impegno, la sua determinazione. Giocò tre mesi eccezionali, tenendo in piedi la sgangherata Juve di Ferrara, poi la pubalgia ebbe la meglio su di lui e finì la stagione in infermeria, con conseguenze funeste sul finale di stagione biancoenero che fu disastroso. A fine stagione il Direttore Sportivo Marotta, appena arrivato e ansioso di far la rivoluzione, lo lasciò tornare da dove era venuto per prendere al suo posto dall’Udinese Motta, forse il peggior laterale di difesa che ricordi di aver visto giocare nella Juve. Caceres disputò un ottimo mondiale, pur perseguitato ancora dalla pubalgia, e in estate il Barcelona lo cedette al Siviglia dove disputò un’ottima stagione, culminata con il determinante contributo alla vittoria dell’Uruguay in Coppa America.
Fino all’ultimo non ho creduto davvero al suo ritorno, le ripetute ed insistenti voci di un suo riacquisto rimbalzavano nella mia mente come una vana illusione. Vedere quindi ieri sera di nuovo il suo chignon tingersi di bianco e nero è stato di per sé un grossissimo piacere. Vedergli poi segnare due gol fondamentali, il secondo dei quali degno di un fuoriclasse strapagato, è stata una gioia immensa. Adesso sarà  dura, giocare la Coppa America ad Agosto non fa bene alla condizione atletica e nella Juve di Conte la concorrenza sulle fasce è durissima, ma sono davvero contento che Martin sia di nuovo a Torino e miglior ritorno non poteva fare.
Bentornato Martin, mi sei mancato!

Feb 9th, 2012

Il PD è così, che ci vogliamo fare?

violante.jpgNon ci crederete ma da che sono diventato elettore attivo non ho mai votato né per il PD, né per nessuno dei partiti che l’hanno fondato nelle loro mille sembianze. Non so nemmeno come sia possibile, perché in fondo spesso ho manifestato idee che si potevano collocare in quell’area, eppure no, mai votato. Sì ho votato per liste che sostenevano candidati PD, ma mai per il PD (o almeno credo). Alla fine ho sempre trovato dei motivi per non farlo e dopo qualche decennio potrebbe essere il caso di chiedersi perché. Me lo sono chiesto ieri quando ho sentito Violante affermare, a proposito della trattativa sulla riforma della legge elettorale, che “Siamo assolutamente contrari al ritorno alle preferenze, perché aumentano i costi della politica e premiano chi usa le clientele“. La mia prima reazione è stata: “Ma come? E’ da decenni che strepitano giustamente sul fatto che il Porcellum toglie agli elettori la possibilità  di scegliere chi mandare in Parlamento e adesso viene fuori questo a dire che va bene così?”. Il quadro politico attuale non è una costellazione di straordinarie opportunità  per un elettore perplesso come il sottoscritto: Vendola è un diluvio di parole ma non ho ancora capito che cosa ha in mente, Di Pietro fa il paladino della giustizia ma si circonda di delinquenti, votare per chi si è fatto i fatti suoi per diciassette anni facendo finta di governare o per chi lo ha aiutato a farlo lo escluderei a priori, il Movimento Cinque Stelle non ha ancora capito nemmeno lui cos’è: insomma il PD ce l’aveva quasi fatta a convincermi, dopo 25 anni, a votarlo (lo so che non sono venticinque anni che c’è, ma sento che anche se ci fosse stato non l’avrei votato nemmeno nel lontano 1987). E’ bastato però sentire la dichiarazione di Violante per farmi sembrare tutte le altre alternative più attraenti e per accarezzare l’idea di non votarlo nemmeno alle prossime elezioni: ma perché? Perché il PD rovina sempre tutto?
Cominciamo da questa volta: il PD aveva annunciato: “vogliamo restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti”. Qualunque modo si adotti per permettere ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti ha un costo, è evidente che i rappresentanti delle varie liste, per farsi scegliere e quindi votare, cercheranno di farsi conoscere e questo rappresenta un maggior costo: è un problema? Lo è se si stabilisce che il diritto sopracitato è un elemento improduttivo, se si ritiene che invece serva ad evitare che elementi impresentabili vengano messi in lista, blindati dalle scelte del partito, è un costo che val probabilmente la pena di essere sostenuto. In altre parole, e generalizzando, i sistemi elettorali hanno il loro valore aggiunto nella capacità  di selezionare la classe politica, selezione che nei sistemi istituzionali basati sulla cooptazione è meno efficace e finisce per mettere in posizione di responsabilità  persone non all’altezza della situazione. In definitiva considerare la selezione della classe politica solo un costo significa non aver capito nulla di come funziona la democrazia e significa tra l’altro essere pronti a chiedersi, come passo successivo, se non sia meglio abolire del tutto le elezioni con gli ingenti risparmi che ne conseguirebbero. Non escludendo affatto che Violante non abbia capito nulla di come funziona la democrazia, si può però ipotizzare che le sue capacità  comunicative non abbiano funzionato bene e che quello che invece intendeva dire fosse che, migliore di un sistema a liste multinominali con preferenza, sia un sistema uninominale. Anche questo però mi lascerebbe molto perplesso, perché un sistema uninominale in cui la concorrenza diventa direttamente tra singoli individui, e passa in secondo piano l’appartenenza al partito, sarebbe meno costosa di un sistema a liste in cui sì, ci si deve far conoscere, ma il voto al partito è già  un punto di partenza? L’esperienza delle elezioni americane, in genere costosissime e basate su liste uninominali, non depone a favore di questa ipotetica tesi. In definitiva, forse non abbiamo capito noi, o forse Violante ha detto una corbelleria degna del miglior Gasparri.
Sia come sia, mi domando perché, negli anni, il PD trovi sempre alla fine un pirla che dice una corbelleria e che mi fa votare per qualcun altro. Ho come la sensazione che sia perché il PD abbia nella contraddizione la sua forza creatrice: laico e cattolico, conservatore e progressista, riassume la sua essenza nel celebre “maanchismo” veltroniano che ha fatto scuola ma che trova una continuità  nel passato con i DS, con il PDS, forse perfino con il PCI che riusciva con disinvoltura a parlare di democrazia e simpatizzare per l’Unione Sovietica allo stesso tempo: l’importante è tirare dentro tutti e invece il sottoscritto (come tanti) alla fine prova più simpatia per chi assume una posizione lineare e coerente (ehm, diciamo abbastanza coerente), anche se magari non la condivide interamente. E quando hai la matita copiativa in mano e non hai idea dove mettere la croce la simpatia può essere un elemento decisivo.
Chissà , PD, forse non siamo fatti l’uno per l’altro: vabbè, che ci possiamo fare? Va così…

Feb 9th, 2012

Ius soli e zappe sui piedi

iussoli.jpgLa polemica sulla proposta di legge per lo “ius soli” pare aver recentemente rilanciato sui mezzi di informazione il tema dell’immigrazione. Per affrontarlo prendo spunto dalle dichiarazioni di Grillo sul tema, sfociate in discussioni all’interno del Movimento Cinque Stelle tra le quali segnalo in particolare quanto scritto dal consigliere regionale piemontese cinquestellato Davide Bono (che trovate qui), nel solco dei luoghi comuni più di successo sull’immigrazione. Pensandoci bene temo di avere forse anche semivotato Bono in qualche elezione amministrativa, ma se dovessi fare una classifica dei voti che ho più rimpianto rimane sicuramente ben indietro rispetto ad altri (ho votato parecchie volte Pannella per dirne una). Al di là  di questi miei tormenti personali vorrei provare qui ad approfondire il tema in oggetto.
Parto subito con una domanda: che senso ha la concessione di cittadinanza ai figli di immigrati? Nulla di vitale, naturalmente, ma potrebbe essere un passo verso un processo di integrazione che fa sentire il figlio di un immigrato parte di qualcosa che si chiama nazione, regalandogli un senso di identità  che nella sua condizione di senza patria sentirebbe altrimenti fatalmente mancare, e fa sentire anche l’immigrato genitore un po’ meno sradicato e un po’ più parte del paese in cui ha deciso di lavorare, di cui non fa parte personalmente ma di cui fa parte almeno suo figlio. Questo dà  vantaggi all’immigrato ma anche alla società  in cui si trova: nel momento in cui un immigrato infatti si sente maggiormente parte della società  in cui vive e lavora sarà  più motivato a rispettarne leggi e consuetudini. Perché allora essere contrari? Che male fanno un po’ di cittadini italiani in più? Spaventa il diritto di voto? Spaventano altri diritti connessi alla nazionalità  che si ritiene siano esclusivi dei nati da genitori autoctoni? Temo che il problema fondamentale sia a monte: nell’immigrazione come fenomeno che a molti disturba, non piace o che è sentito come penalizzante e che induce quindi a rifuggire da ciò che viene percepito come un “premio” per chi emigra in Italia; non a caso Bono alla fine parla di questo quando si mette a coniugare il verbo “invadere” e secondo me ne parlano, andando fuori tema, molti di quelli che parlano dello ius soli. Vanno fuori tema perché sinceramente non credo che nessun abitante di un paese straniero parta per l’Italia con il remoto obiettivo di fare dei propri figli altrettanti cittadini italiani, escluderei quindi che lo ius soli sia un incentivo all’immigrazione, semmai potrebbe essere un incentivo a non tornare a casa una volta perso il lavoro, ma in questo la legge attuale sembra un incentivo sufficiente visto che non garantisce alcun diritto a permanere sul suolo italico agli stranieri che abbiano perso il lavoro. Ho l’impressione che molti vadano fuori tema parlando di ius soli proprio perché continuano a pensare all’immigrazione come ad un’opzione temporanea che qualcuno consapevolmente ha scelto e che un prossimo governo potrebbe anche rifiutare, arrestandone improvvisamente i processi e facendo sparire ogni traccia del suo passaggio, compresi quegli sgradevoli figli di immigrati che hanno avuto l’ardire di nascere in Italia (pare siano stati circa 78.000 nel 2010). Non è così, che sia una fortuna o una iattura l’immigrazione è un fenomeno generalizzato della nostra epoca storica, che potremmo cancellare solo schiacciando il tasto Rewind sul telecomando della storia, se ne avessimo uno. Certamente si può contenere e razionalizzare il flusso di quanti arrivano, ma è fatale che nei prossimi trent’anni i flussi migratori verso l’Europa non si arrestino e se poi si fermeranno sarà  solo a causa del declino dell’Europa e del fatto che i flussi si siano orientati verso altri paesi, che offrono maggiori opportunità . Prenderei quindi decisamente atto del fatto che l’immigrazione è un processo ineluttabile, in presenza del quale ben più utile e urgente che chiedersi come contenerlo (esercizio fatto spesso in passato con risultati modesti) è chiedersi come minimizzarne gli effetti sociali e forse l’unico modo per minimizzarne gli effetti è creare terreno fertile per l’integrazione di chi arriva. Nell’intervento di Bono non manca la classica strizzatina d’occhio agli italiani che attribuiscono agli stranieri la loro precarietà  o la loro disoccupazione. Anche qui stiamo guardando il dito anziché la luna: il fatto che il mercato del lavoro vada alla ricerca di personale sottopagato, e lo trovi solo in lavoratori immigrati, è solo colpa del mercato del lavoro stesso, o se vuoi della concorrenza che il nostro mercato del lavoro subisce da paesi con costi del lavoro più basso. Può darsi ci siano soluzioni diverse rispetto all’immigrazione a cui nessuno ha ancora pensato e che invece Bono e quelli come lui stanno per presentarci tra lo stupore generale, ma temo che non sia così e non credo proprio che impedire a dei bambini e ragazzini di avere una patria sia la soluzione.
In definitiva il paradosso è che chi si oppone a meccanismi di integrazione come quello contenuto nel progetto di legge di cui si parla, favorisce proprio quegli effetti di emarginazione sociale che sono alla base degli aspetti percepiti come più negativi dell’immigrazione, rafforzando e perpetuando ciò che crede di combattere. D’altra parte non è nemmeno qualcosa di nuovo: abbiamo passato millenni ad ammazzare i colpevoli di omicidio pensando che questo evitasse altri omicidi per poi scoprire che forse questa pratica addirittura li alimentava, quindi val forse la pena di rinunciare a stupirsi ancora dell’irrazionalità  umana.

Feb 9th, 2012

Ameremo le brevi abitudini?

Era il 2002, il Governo Berlusconi andava all’attacco dell’articolo 18 e pareva un po’ Don Chisciotte contro i mulini a vento, pareva Don Chisciotte perché era un po’ come se avesse proposto la riforma della Mamma. Una buona parte degli italiani si indignarono (io tra quelli) e la CGIL ci costruì sopra una manifestazione colossale e un successo mediatico, che le propiziò un ritorno di popolarità  che non aveva eguali dalla fine degli anni ’70. Anche persone insospettabili in quel giorno di Marzo del 2002 si misero in treno, autobus, macchina e andarono a Roma per dire che l’articolo 18 non si poteva toccare senza sollevare un pandemonio. Era ancora l’era in cui la sicurezza del posto del lavoro pareva un rifugio sicuro, in cui il modello che premeva ai confini era quello anglo-sassone, fatto di incertezza sul futuro del proprio lavoro e del proprio reddito, di una vita lavorativa nella quale non bastava sparare tutte la cartucce una volta sola ma si doveva lottare ogni giorno e la conquista era solo e soltanto portarsi a casa lo stipendio per il mese corrente. Sono passati 10 anni, dieci anni che sono passati come uno tsunami sulla nostra società . Oggi il modello che preme ai confini non è più quello anglo-sassone ma è quello cinese che spaventa ben più di quanto spaventava allora quello anglo-sassone e gli effetti che questo sta avendo sul nostro modo di pensare sono insospettabili. Quando la Fornero, poche settimane fa, ha iniziato a avanzare dubbi sull’articolo 18 quello che è successo non assomiglia affatto a quanto successe nel 2002, ci sono stati dei no, certo, ma anche molti “parliamone” e la proposta sul contratto unico ha trovato molti, se non moltissimi, “si può fare”. Ci sono molte persone che hanno sempre votato a sinistra nelle quali trovo oggi sguardi possibilisti, rassegnati o addirittura accondiscendenti, nessuna indignazione e tutto sommato pochi rimpianti per il passato.
Ho come l’impressione che questa crisi ci abbia un po’ cambiati: il mito del posto fisso era forse il prodotto di un mondo nel quale le aziende vivevano a lungo, erano una fortezza inespugnabile e noi, una volta protetti dalle mura della fortezza chiamata azienda, potevamo costruire il nostro futuro: comprare casa, fare figli, sapendo che ogni 27 del mese avremmo, di lì in avanti, potuto contare su una mano. Forse avevamo il dubbio che ci fossero altri modelli più efficienti ma ci piacevano poco. La vita senza posto fisso pareva troppo incerta, una vita nella quale non si potevano fare piani per il futuro e in effetti l’avvento del lavoro precario ha confermato questa idea: milioni di giovani che passano da un lavoro precario all’altro con stipendi bassi, motivazioni basse e in fondo al cuore solo la speranza di raggiungere un giorno la beatitudine del lavoro a tempo indeterminato.
CambiamentoLa crisi ci ha fatto scoprire che le aziende non sempre durano così a lungo, anzi possono crollare da un giorno all’altro e allora del posto fisso ce ne facciamo ben poco. Conseguentemente molti tra coloro i quali tendono a guardare avanti anziché indietro cominciano a chiedersi seriamente se non sia meglio avere un mercato del lavoro più aperto che permetta a chi è rimasto senza lavoro di trovarne un altro in tempi non biblici, magari con uno Stato che si occupi di aiutare, in modo più efficace di quanto non faccia oggi, chi è rimasto senza lavoro a trovare altre possibilità . C’è per la verità  chi sostiene che poter licenziare significa anche migliorare la produttività  complessiva ma in realtà , a quanto sostiene Ichino (che non è certo un appassionato del posto fisso), i dati economici non danno una sicura correlazione da questo punto di vista, anche se molti lo considerano una sorta di dogma. Ho l’impressione che, da questo punto di vista, il problema sia che vi sono fattori diversi a favore o contro la maggior produttività  di un mercato del lavoro flessibile che si accavallanno con diversi rapporti di forze in diverse realtà  culturali. Non c’è dubbio che la licenziabilità  sortisca l’effetto di un maggior turnover e che questo forse, nel lungo periodo, rinnovi costantemente le motivazioni, a fronte di un cambio frequente di lavoro. Quando Monti dice che il posto fisso è noioso fa un’affermazione discutibile dal punto di vista dell’impatto emotivo, ma vera nella sostanza: vorrei trovare qualcuno che mi dice che è divertente fare per quarant’anni lo stesso lavoro. Siccome poi al piacere del lavoro si accompagna la motivazione e quindi la produttività , è ipotizzabile che la produttività  stessa subisca una certa flessione nel tempo ed è ipotizzabile che cambiare spesso lavoro tenga più alta la produttività  media di un lavoratore. Il rovescio della medaglia è però la perdita di qualunque senso di appartenza aziendale, almeno per come noi siamo abituati a concepirlo, vedere il lavoro solo come un modo per portare a casa lo stipendio (almeno finché dura) e perdere ogni motivazione intrinseca a contribuire al successo dell’azienda. Da questo punto di vista però non vorrei commettere l’errore di giudicare con le nostre attuali griglie di valutazione culturale: quando senti le convention di aziende americane in cui i dipendenti applaudono esaltati, non devi pensare che siano dipendenti a tempo indeterminato che staranno in azienda fino alla pensione, sono persone che magari il giorno dopo verrano cacciate ma che in quel momento sono contente di lavorare in quell’azienda esattamente come l’anno prossimo si divertiranno a lavorare in un’altra azienda. nietzsche-warhol.gifSe questo è il cambiamento culturale a cui andiamo incontro anche noi, ovvero al fatto che lavorare per un’azienda significa legarsi provvisoriamente e non per la vita, che perdere il lavoro sia un evento fisiologico e non un sopruso, probabilmente la difesa del posto fisso smetterà  di essere una posizione di sinistra e magari a sinistra, come negli Stati Uniti, ci staranno semplicemente quelli che difendono più che il lavoro il lavoratore, ovvero che reclamano copertura sociale per chi rimane senza lavoro sia in termini di mezzi di sussistenza, sia in termini di aggiornamento formativo, sia in termini di sostegno al rientro.
Ovviamente questa rivoluzione culturale in campo lavorativo si accompagnerà  ad un cambio anche in altri aspetti della nostra vita: senza un reddito fisso è molto più difficile comprare casa, ci si accontenterà  di abitare in affitto, magari traslocando spesso a seconda del posto di lavoro, magari questo si accompagnerà  ad una maggiore mobilità  geografica. Mi viene in mente che Nietzsche diceva: “Amo le brevi abitudini“; anche noi diventeremo amanti delle brevi abitudini? Forse sì e devo dire che la prospettiva mi spaventa un po’, ma ho l’impressione che sia proprio dove stiamo andando.

Feb 4th, 2012

Come ti rovino l’arte

L’assist di Marchisio a Matri che ha propiziato il gol decisivo in Juventus-Udinese è uno dei gesti tecnico-atletici più belli che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi. Un passo di danza alla Nureyev sotto una fitta nevicata è cosa da segnarsi sulla propria antologia della Pedata.

Peccato aver dovuto sentire sul TG della RAI di Domenica mattina commentare così l’episodio: “…azione confusa con palla che arriva fortunosamente a Matri…”. Non dico che sia grave come danneggiare la Fontana di Piazza Navona, e forse introdurre il reato di danneggiamento anche di opere d’arte calcistiche potrebbe suonare eccessivo, ma assumere alla televisione di Stato, per parlare di Calcio, chi sappia anche solo vagamente quello di cui parla non sarebbe una brutta idea.

Feb 3rd, 2012

La passerella ai tempi del governo tecnico

Sembrava difficile che potesse accadere, pareva assurdo poter trovare in sintonia Libero e Il Fatto Quotidiano ma è successo. Quella strana fase che stiamo attraversando e quella strana creatura che è il governo Monti hanno fatto il miracolo. Come è successo? E’ successo che lo spread, i vertici europei, le liberalizzazioni, la semplificazione, la riforma del mercato del lavoro e tutte quelle altre gatte da pelare di cui i membri del Governo si stanno occupando, hanno fatto dimenticar loro un elemento che i governi precedenti avevano invece sempre considerato prioritario, la passerella. Una tragedia come il naufragio della Concordia non avrebbe mancato nel passato di dare la stura ad uno stillicidio di ministri, cariche istituzionali, esponenti politici: ognuno a dire la sua, fare proclami, esprimere auspici, rassicurare, incitare, farsi fotografare su una scialuppa o magari con una maschera da sommozzatore. Non sono particolarmente entusiasta dell’operato di questo Governo, anche se riconosco che sta facendo il Governo a differenza di quanto fatto da chi lo ha preceduto, tuttavia non posso che esser grato a Monti e ai suoi per essersene stati a lavorare nelle proprie rispettive sedi, pelando le gatte di cui sopra, lasciando la Concordia a chi è incaricato di occuparsene. E’ un atteggiamento che restituisce dignità  alle cariche che questi signori ricoprono che significa coraggio e responsabilità  ben più che sorrisi e strette di mano.
politici-caschetto-2.jpgNon mi ha certo sorpreso che su Libero ci siano nostalgici delle passerelle che criticano Monti per essersene stato a casa; mi sorprende di più che le stesse tendenze si manifestino su Il Fatto Quotidiano, fino a pochi mesi fa aspramente critico con chi sfruttava le tragedie come un palcoscenico per rilanciare la propria immagine, e che adesso critica i ministri che non vanno al Giglio. Ci possono anche essere tra le righe delle accuse più serie ma il messaggio che passa attraverso certi titoli è che il problema è anche qui la passerella. Ecco, ho l’impressione che nel marasma del berlusconismo ci fossimo abitutati a toni sempre alti, a polemiche pronte ad esplodere di fronte a qualunque cosa si muovesse, a contrapposizioni armate che ormai non distinguevano valori e princìpi ma solo le giubbe amiche da quelle nemiche. In quest’epoca ci si era abituati ad attaccare il nero perché era nero e il bianco perché era bianco, senza chiedersi più se fosse giusto esser bianchi o giusto esser neri. Forse è il momento di tornare a chiedersi cosa ci aspettiamo da chi ci governa, serietà  o istrionismo, sobrietà  o esibizione, lavoro o passerelle. Padronissimi naturalmente di prediligere le seconde, è dai tempi di Esopo che la cicala rappresenta un genere di successo, basta però avere le idee un po’ chiare.

Feb 2nd, 2012

Il Campione e il Coatto

Martedì sera allo Stadio della Juventus si sono confrontati due personaggi che hanno caratterizzato il Calcio italiano degli vent’ultimi anni: Francesco Totti e Alessandro Del Piero. Hanno una storia per moltissimi versi comune: lo stesso numero di maglia, la numero 10; lo stesso anno di esordio in Serie A, il 1993; la stessa fedeltà  ai colori, mai abbandonati da allora; il successo ottenuto insieme ai mondiali del 2006, giunto nella fase già  calante della carriera di entrambi; le presenze e i gol: intorno alle 500 le prime e intorno ai 200 i secondi per entrambi.
alessandro_del_piero.jpgtotti_2002.jpg

Quello che li ha sempre completamente per non dire diametralmente distinti è l’atteggiamento: Del Piero ha sempre rappresentato l’ABC di come un campione dovrebbe essere, per rispettare la definizione originaria di campione che dovrebbe significare esempio, modello, e non semplicemente persona brava in uno sport: e quindi misurato, rispettoso degli avversari, corretto in campo e fuori, perfino riservato rispetto alla sua vita privata. Anche lui ha avuto come tutti i suoi momenti meno cristallini, anche lui come tanti campioni, pecca spesso di presunzione, ma poi è sempre rientrato subito nei ranghi del personaggio che è o quantomeno vuole essere. Totti invece ha sempre rappresentato il paradigma del non-campione, di chi continua ad essere il ragazzaccio di strada anche sotto le luci della ribalta, dell’italiano smargiasso per cui il successo o il potere significano solo potersi permettere di fare in tv quello che prima facevi al baretto sotto casa ma non comporta nessuna misura, nessuna responsabilità . E allora Totti si è sempre segnalato per le polemiche con giornali, avversari e compagni, per gli sberleffi a colleghi e tifosi, per i rapporti tesi con qualunque cosa si muova. Potremmo anche definire uno così spontaneo e verace, se non fosse che gli spontanei e veraci hanno fatto nel nostro paese tanti disastri da sentire oggi più che mai fortemente il bisogno di quelli impostati e costruiti.
Tutto quanto sopra descritto si è manifestato Martedì sera nel giro di pochi secondi allorquando il primo, il Campione, ha segnato un gol dei suoi con una di quelle traiettorie ad arcobaleno che hanno tanto volte illuminato gli occhi del popolo bianconero. Poteva essere per l’altro, il Coatto, l’occasione di sfoderare la sua immensa classe e il suo orgoglio in una serata di totale latitanza, ma non fa parte del suo personaggio. E allora lui cosa fa? Approfittando dell’assenza dai pali del portiere avversario Storari, che era andato ad abbracciare anche lui Del Piero, improvvisa una ripresa del gioco che definirei “veloce” e tira da metà  campo colpendo beffardamente il palo. Inutile dire che la cosa era del tutto irregolare anche a rigidi termini di regolamento (per più di un motivo) e quindi non sarebbe stato comunque gol, ma non conta questo, conta il pensiero, conta averci provato.

Chi ha successo nella vita, chi è ricco e famoso, chi è stato baciato da una fortuna che capita a pochi, ha un solo modo per ringraziare la società  che glielo ha consentito: quello di incarnare un modello, di fornire un esempio, di dimostrare che essere corretti non impedisce di raggiungere successo e fama. Non capire questo elementare meccanismo fa la differenza tra un Campione e un grande calciatore.

Jan 27th, 2012
« Previous PageNext Page »

Emergenza Sudan MSF

Emergenza Sudan Medici senza Frontiere

Recent entries

Archives

Categories

Miscellaneous Pages

My favourite places

Feed on RSS

Meta