Il duro mestiere del ministro
Ho l’impressione che fare il Ministro, fare il Premier, avere compiti di Governo, sia davvero un mestiere difficile. Eh sì, perché sono pochi mesi che Monti ricopre la carica e già lo vediamo sbottare contro i partiti, la politica e quant’altro lo ostacola nel suo progetto di salvataggio del paese. Era così sobrio con il suo loden e la sua flemma, sembrava impassibile nella sua nordica postura, ma alle prime difficoltà è subito diventato anche lui la vittima inerme della politica italiana rissosa e intrattabile, come per tanti anni si era voluto raffigurare il suo predecessore.
E perché mai questo? Probabilmente perché ha scoperto che non basta discutere la riforma del lavoro con i segretari dei maggiori partiti, trovare un compromesso di massima ed elaborare un testo che a livello di principi generali potrebbe anche andar bene. Questo magari basta in un’azienda, anche in un dipartimento universitario, difficilmente però nel governo di un paese. Non basta perché poi gli stessi partiti ridiscutono la cosa al loro interno, e si scoprono spaccature, e poi nessun testo rispetta mai i principi generali visto che il diavolo è sempre nei dettagli, e i dettagli trasformano le spaccature in voragini ed ecco a ridiscutere il testo dall’inizio. Poi ci saranno le aule del Parlamento, in cui ogni parlamentare ha la sua causa da difendere, la sua questua da sottoporre, la sua rivendicazione da buttar dentro ad un emendamento e si cambierà ancora, arrivando ad un collage che assomiglia al testo originale quanto un ritratto cubista al suo soggetto originale.
Non sarà mica per caso – penserà Monti- che forse Berlusconi non si sbagliava quando ripeteva la litanìa che il problema dell’Italia è la limitatezza del potere del governo, che l’esecutivo non può decidere di testa sua ma deve andar sempre a raccogliere il consenso di questi stramaledetti partiti, che poi sono l’espressione degli stramaledetti parlamentari, che sono poi l’espressione degli stramaledettissimi cittadini (ma quest’ultima parte la pensava solo)? Altrove deve essere per forza diverso – penseranno Monti, Fornero e gli altri della compagnia. Poi però scopri che Obama avrebbe voluto fare la riforma sanitaria, avrebbe voluto farla da quando è entrato in carica nel lontanissimo 2008. Eppure, nonostante il decantato presidenzialismo e decisionismo americano, gli è riuscito di farsela approvare solo dopo un iter snervante che ha svuotato la riforma di gran parte dei suoi contenuti e comunque la riforma stessa è ancora sottoposta alla spada di Damocle della Corte Suprema che si pronuncerà sulla sua costituzionalità entro Giugno. Scopri che nella Francia dell’altrettanto decantato presidenzialismo la riforma delle Pensioni è stata un lungo braccio di ferro, al termine del quale Sarkozy ha dovuto largamente ridimensionare il suo progetto. Ho quindi l’impressione che il problema, se problema è, non sia la democrazia italiana ma la democrazia in generale che è un sistema meraviglioso per certi aspetti, ma è un cliente con il quale non è affatto facile trattare.
Monti, a differenza di Berlusconi, è una persona inappuntabile, con cui sarebbe piacevole conversare e dal quale non ci si può aspettare volgarità , cadute di tono, condotte immorali o illegali. Ho però l’impressione che anche lui continui a muoversi in politica come se facesse ancora un altro mestiere, mostrando insofferenza per queste estenuanti trattative, per queste continue rinegoziazioni, un po’ come se un ciclista dichiarasse di non sopportare le salite.
Poi ci si mette anche la Fornero che quando a Report gli chiedono degli esodati (parola che nel giro di una settimana ha cessato di richiedere delle spiegazioni) farnetica di distribuzione di caramelle come non avrebbe fatto neppure il Brunetta più schizoide. Poi però la Fornero ha precisato e anche Monti ha chiarito, con quelle precisazioni e quei chiarimenti che ti farebbero pensare che le precedenti dichiarazioni siano state estorte con l’inganno o sotto minaccia delle armi.
Insomma sono bastati pochi mesi e i compassati e austeri ministri del governo tecnico danno già segni di squilibrio. Sarà la professione di ministro a modellare così chi la esercita, sarà che non si può proprio far parte di un Governo italiano senza ogni tanto perdere i gangheri e iniziare a spararle grosse, parlando con il tatto e la sensibilità di un banditore del mercato del pesce? Chissà se Monti, chissà se la Fornero, chissà se i tanti austeri professori che compongono la compagine governativa non stanno riconsiderando l’opinione che avevano della classe politica. Chissà se forse non stanno pensando che hanno fatto male a farsi beffe delle indecisioni della classe politica, chissà che abbiano capito che anche quello del politico è un mestiere ed anche molto difficile ed impegnativo. Sarebbe un utile bagno di umiltà che eviterà magari in futuro altre dichiarazioni così infelici.
Una parabola molto italiana
Domenica sera allo stadio della Juventus si è forse consumata la chiusura di una parabola, quella dell’Inter vincente, quella dei cinque scudetti consecutivi e del triplete. E’ una parabola nata nel Maggio del 2006, quando scoppiava lo scandalo di Calciopoli, i vertici della Federazione venivano travolti e Moratti proclamava la breve dittatura di Guido Rossi. Succedeva allora che improvvisamente la grande perdente del calcio italiano, l’Inter, diventa la supervincente. Vincente subito a tavolino, grazie al controversissimo scudetto 2005-06, vincente sul campo l’anno dopo, in assenza della Juve e con Milan, Lazio e Fiorentina penalizzate, vincente ancora i due anni successivi, questa volta con tutte le migliori ai ranghi di partenza. Vincente infine nel 2010 anche e soprattutto in Europa. Eppure è nato tutto in quel Maggio 2006, con la cacciata, a furor di stampa, della dirigenza juventina, e con l’arrivo di una nuova frastornata truppa dirigenziale uno dei cui primi atti fu vendere a prezzo di liquidazione Ibrahimovic, già allora uno dei migliori giocatori d’Europa, proprio all’Inter. Un atto folle, come se il Barcelona vendesse Messi al Real per due soldi, un atto che forse nascondeva chissà quali strani retroscena che mai sapremo o forse manifestava solo una situazione di confusione totale. Sia come sia si trattò di un evento che stravolse il calcio italiano degli ultimi 6 anni. Questo perché dal 2006 al 2010 Ibra vinse tre scudetti facendo lui da solo la differenza, poi se ne andò al Barcelona che per lui fece una tale follia da consentire all’Inter di costruirci sopra la squadra per il triplete. Venne però poi la fuga di Mourinho, il calo di alcuni elementi, i primi insuccessi che hanno fatto ripartire la girandola degli allenatori, la girandola degli acquisti sbagliati, la girandola di una società che vive troppo emotivamente il calcio per potere essere vincente senza ricorrere ad aiuti esterni.
Quando le due squadre hanno fatto Domenica sera la loro comparsa sul terreno verde-bianco-nero, pareva che il destino della serata fosse segnato. Eppure l’Inter non si dimostrava la vittima designata, giocava con un’intensità e una determinazione invidiabile. Se si iniziava con un paio di gol mangiati da Matri, si proseguiva con una esibizione da circo equestre di Buffon che parava tutto, compreso un insidiosissimo tiro di Stankovic deviato da qualcuno nel mucchio. La Juve infatti si era persa attorno alla metà del tempo, quando il metronomo della manovra bianconera aveva cominciato a sbagliare il tempo e le numerose palle perse a centrocampo diventavano altrettanti contropiedi fulminanti da parte degli attaccanti interisti. La Juve arrivava alla fine del primo tempo come un pugile alle corde salvato dal suono del gong.
Quando si ricominciava però Conte si inventava un rimedio taumaturgico: salutava il confusionario Pepe e lanciava nella contesa il solito Bonucci, molto croce e poco delizia per i tifosi, giocandosi il suo 3-5-2 che da qualche settimana non si vedeva più. Un po’ il nuovo schieramento, un po’ il calo fisico dell’Inter, che non riusciva a essere più così ossessiva come nel primo tempo nel pressing alto, ma le cose andavano da subito molto diversamente e di lì a poco succedeva che Martin, detto el Pelado, voleggiava in area di rigore su un calcio d’angolo di Pirlo, sbattendo la sfera in fondo alla porta. La partita finiva qui, nel senso che l’Inter abbandonava virtualmente il campo che diventava terreno di conquista juventino, con una serie di occasioni da rete incredibili ed erano solo la buona sorte e Julio Cesar a negare ai tifosi bianchieneri una goleada da raccontare ai nipotini. Ai nipotini però potranno raccontare gli juventini di un Capitano coraggioso che non mancava di fare la lingua ancora una volta di fronte agli storici avversari.
La serata finiva così con un entusiasmo incontenibile da parte del popolo zebrato che non sa se credere nello Scudetto di quest’anno ma sa di poter credere in quelli prossimi venturi. Finiva invece con un’Inter umiliata, la cui dirigenza faceva quello che ha sempre fatto: reagire con emotività e senza un’analisi, facendo quindi la cosa più stupida, ovvero mandar via Ranieri. E’ come se la storia si fosse riavvolta, come se fossimo tornati alla Primavera 2006, come se questi sei anni fossero stati solo un incidente di percorso. E’ una delle tante storie italiane di chi improvvisamente, a forza di colpi bassi, di siluri a destra e sinistra, di occupazione dei media, di intrallazzi ben organizzati, dopo una vita nella mediocrità , improvvisamente sale alla ribalta; per un po’ rimane al vertice ma poi, quando i nodi iniziano a venire al pettine, succede generalmente che ricade negli stessi vizi, negli stessi errori, nella stessa presunzione e ritorna nella mediocrità da cui era venuto.
La Cina e la democrazia a piccoli passi
Cosa succede in quel mondo in gran parte a noi ignoto di nome Cina? Non è molto chiaro, ma quello che è certo è che il Premier Wen Ji Bao durante un recente discorso ha fatto aperture, impensabili nel passato, a riforme politiche e quando un paese ferocemente e, fino a ieri, orgogliosamente dittatoriale promette riforme politiche pensare alla democrazia è un passo che si fa velocemente. Troppo velocemente? Forse sì.
Certamente però la Cina non è più solo un paese di operai che chiusi in una fabbrica producono bamboline, sta diventando un paese di ingegneri delle telecomunicazioni che vengono a vendere in Europa apparecchiature sofisticatissime e tecnologicamente avanzate, sta diventando un paese di turisti che vengono a passare le vacanze in Europa. Sta soprattutto diventando un paese insofferente verso la cappa illiberale che copre il paese, in ciò aiutato dalla presenza di Taiwan e Hong Kong che nominalmente e culturalmente fanno parte della Cina e che sperimentano a vari livelli pluralismo e democrazia, smentendo anche di fronte agli occhi più miopi la colossale stupidaggine per la quale il sistema democratico non è compatibile con la cultura cinese. Nella piaga di questa stupidaggine ha messo recentemente il dito un giornalista di Hong Kong che ha posto 30 domande ai cinesi anti-democratici, diventando popolarissimo e suscitando discussioni e polemiche che la censura ha faticato non poco a contenere. Nel frattempo la rivolta del villaggio di Wukan, una delle tante che da anni si verificano in Cina ogni anno, ha avuto un esito imprevisto: non la solita repressione sanguinosa ma elezioni dei quadri direttivi locali: non saranno state un modello di elezioni democratiche ma un passo fondamentale lo sono certamente state. Contemporaneamente si diffondono scioperi e proteste che, anche qui, vedono il potere centrale reagire più spesso con la trattativa che con il pugno di ferro.
Nella sostanza il paese sta intraprendendo una fisiologica quanto relativamente pacifica transizione verso un sistema politico pluralista che smentisce, tra gli altri luoghi comuni, quello che un sistema dittatoriale può essere abbattuto solo attraverso un collasso economico. Un sistema dittatoriale può anche sparire semplicemente perché scopre di non essere il sistema più competitivo e può non aspettare di arrivare al collasso per fare questa constatazione. Un politico inglese del settecento diceva più o meno: “Credo che le rivoluzioni siano ciò a cui un sistema politico va incontro quando non sa riformarsi tempestivamente“. Fu grazie a questa logica che la Gran Bretagna divenne la prima potenza mondiale, riuscendo a vivere senza grossi scossoni i grandi cambiamenti che investirono la società europea tra l’Otto e il Novecento. Chissà che Wen Ji Bao non abbia studiato la storia britannica e, a differenza di altri, non abbia pensato che quella storia potrebbe ripetersi anche nell'”Impero di Mezzo”. Possono essere le aperture del Premier solo un contentino? Può essere un tentativo di gettare fumo negli occhi dell’insofferenza diffusa? Forse, ma sarebbe comunque un contentino che testimonia una domanda di pluralismo e di riformismo che fino a pochi anni fa era negata e oscurata. Direi che, comunque lo si veda, è un passo avanti enorme.
La memoria non è mai abbastanza
Non so voi, ma quando ero bambino avevo l’impressione che ogni singolo fotogramma della mia vita fosse invariabilmente scolpito nella mia memoria. Il mio primo viaggio all’estero, il primo gol della Juve, la prima volta che ho fatto la lotta, il Natale in cui mi hanno regalato la prima console di videogiochi: tutte cose che ricordo ancora, come se le avessi vissute poco fa. Per carità , altre cose le dimenticavo, ma la sensazione era che non ci fosse davvero nulla di importante che sfuggiva al mio ricordo.
Poi i ricordi si sono accumulati, molti di quelli vecchi sono rimasti e se ne sono sommati tanti altri, mica meno importanti, ma che con sempre maggiore difficoltà hanno trovato posto nella mia memoria. Ci sono eventi che si sono perduti da qualche parte della mia mente e solo un collegamento casuale riesce a farli riaffiorare; altri eventi, anche drammatici, sembrano essersi addirittura sfilati definitivamente dalla mia memoria come se non fossero mai capitati. Un tempo di fronte a questo fenomeno l’uomo non poteva far nulla, semplicemente si dimenticava e se proprio si voleva rievocare una storia che non si ricordava bene la si riinventava, la si riformulava in modo che sembrasse verosimile anche se in realtà mai era accaduta così come veniva raccontata. La diffusione della scrittura mise a disposizione di tutti la possibilità di tenere un diario, di appuntare gli eventi della propria vita per poterseli ricordare, ma i diari negli anni diventavano tanti, tenevano posto, tanto inchiostro si doveva versare; successivamente si scoprì che si potevano conservare anche le immagini, perfino i filmati. Con la diffusione dei calcolatori, e soprattutto delle loro memorie, abbiamo iniziato a conservare tutto: appunti, messaggi di posta elettronica, foto, filmati: cose che forse non consulteremo mai ma che ci piace sapere siano al sicuro (si fa per dire) nella cartella di un disco di backup pronti a potere essere riletti in qualsiasi momento. Così se vogliamo ricordarci di come si chiamava il compagno di banco di prima media, della chiesa che abbiamo visitato a Cracovia, di come era buffo il nostro costume di Carnevale basta una breve ricerca per trovarlo. Però c’è sempre poi qualcosa che ci eravamo appuntati che non troviamo più, c’è sempre una foto che è sparita dal disco, c’è sempre un pezzo che ci perdiamo. Che problema c’è? Quello di sempre: l’illusione che il tempo non passi, che la vita abbia una circolarità che ci porterà prima o poi a rivivere i momenti belli del passato. Ci sembra che se ci ricorderemo del nome del nostro compagno di banco ci sentiremo di nuovo lì a tirare palline con la penna BIC, ci sembra che se ci ricordiamo della chiesa ci sentiremo di nuovo lì con lo zaino in spalla a scoprire il mondo, ci sembra che se ci ricordiamo del costume di Carnevale ci sentiremo di nuovo in mezzo ad un fiume di gente vestiti da Capitan Uncino. E invece quel ricordo è andato perduto e la cosa diventa più fastidiosa quando siamo in quella fase della vita in cui sappiamo che effettivamente e oggettivamente ci sono cose che non succederanno più. Tra l’altro la mappa dei ricordi influenza in modo determinante la visione retrospettiva che abbiamo della nostra stessa vita: più ricordi, più esperienze conserviamo e maggiore pare essere lo spessore della vita che abbiamo vissuto fino ad oggi. L’oblìo. sgretolando i ricordi, sgretola anche l’immagine che abbiamo del nostro passato.
Mi verrebbe da dire che conservando con maggiore attenzione le cose questo sgradevole effetto non ci sarebbe più, terrò tutto a disposizione sul comodino in un minuscolo chip, tutto lì, come se fosse accaduto un attimo fa, e invece no: qualcosa sfuggirà sempre, qualcosa si perderà nel nulla di tutte le storie non scritte, qualcosa colerà fuori dal crogiolo della memoria interna o esterna ed evaporerà senza che lo si possa più afferrare. E’ questo il nostro destino, la modernità ci offre un sacco di palliativi affascinanti ma l’oblìo rimane una voragine che tutto inghiotte e quindi tutto quello che abbiamo fatto, visto, sentito l’abbiamo fatto, visto, sentito per viverlo non per ricordarlo, meglio farsene una ragione prima di spendere una fortuna in dischi di backup.
Essere confessionali o non essere confessionali: questo è il problema
Alfano non avrà il quid, ma sfoderando l’argomento del matrimonio omosessuale, anziché le solite cialtronate del suo capo su comunisti e dittatura dei giudici, ha messo il dito nella piaga degli avversari. Sui diritti degli omosessuali il PDL ha infatti una posizione chiara, ovvero “Non ce ne frega nulla dei diritti di quelli là “. Gli omosessuali potenziali elettori del PDL hanno chiaro ciò e sanno a cosa vanno incontro. A sinistra invece le idee sono molto meno chiare e questo lascia il fianco a dubbi e lacerazioni che non fanno bene al consenso per un partito.
Il PD ha subito dimostrato di aver accusato il colpo con Rosy Bindi che si è affrettata a precisare che “Per un’unione omosessuale non userei mai la parola matrimonio“. Nella stessa intervista la Bindi ha citato a suo sostegno anche la Costituzione, a sproposito in realtà , perche la Costituzione non dice da nessuna parte che il matrimonio e la famiglia, che secondo la Carta stessa sul matrimonio è fondata, possano essere costituiti solo da un uomo e una donna. Questo ovviamente non perché i costituenti volessero lasciare aperture in questo senso, ma perché l’idea di un matrimonio omosessuale era talmente lontana dall’Italia dell’epoca che nessuno si pose probabilmente il problema, sta di fatto però che il riferimento della Bindi semplicemente è fuori luogo. La Bindi cita perfino una generica tradizione giuridica e qui fa davvero un po’ ridere visto che è solitamente la tradizione giuridica a strutturarsi sulla base della legislazione e non il contrario. In sostanza la Bindi ha fatto riferimento goffamente ad elementi della cultura laica (Costituzione e tradizione giuridica) perché non poteva dire quello che pensava, ovvero che il problema è che il sacramento religioso del matrimonio non contempla unioni che non siano eterosessuali. Impostata così la cosa è perfettamente legittima e coerente e significa: “Per me il matrimonio è quello religioso ed esso non contempla unioni omosessuali. Quello civile per me è solo il simulacro di quello religioso. Visto che non tutti sono cattolici accettiamo che ci sia anche un matrimonio civile, purché ricalchi esattamente i confini di quello religioso. Abbiamo già dovuto accettatare il divorzio, ma oltre non andiamo“. E’ una posizione ovviamente molto confessionale, ma in democrazia nessuno può vietare a nessuno di fare politica in modo confessionale: il problema è la strana necessità per chi milita nel PD e vuole fare politica confessionale, di doverlo fare senza dirlo, senza che nessuno se ne accorga, citando istituzioni laiche a caso per far finta di essere laico, ma alla fine parlando di null’altro che di convinzioni religiose. D’altra parte in una società che si fonda sull’eguaglianza dei diritti non c’è nessun procedimento logico, che non attinga a strutture valoriali di altra natura, che possa escludere che ciò che costituisce un diritto per un gli uni non lo costituisca per gli altri, solo in base a diverse preferenze sessuali. E’ certamente legittimo sostenere che la famiglia e quindi il matrimonio possano essere istituzioni che trovano il loro senso nell’obiettivo della crescita sana dei figli, e che i figli rappresentano un elemento oggettivo di differenziazione tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali nelle misura in cui le seconde non possono procreare naturalmente. Oggi però la via naturale non è l’unica per avere figli e questo ci porta diretti al tema delle adozioni di figli da parte di coppie non sposate. E’ vero che oggi in Italia due persone non sposate non possono adottare figli, ma allora una coppia omosessuale non può adottare figli perché non è sposata, ma non può sposarsi perché tanto non può crescere figli? Direi che ci stiamo mordendo la coda. Se stabiliamo che una coppia omosessuale può adottare figli dobbiamo concedergli anche il diritto di farlo con le stesse tutele di una coppia eterosessuale. Il punto non è più quindi se una coppia omosessuale può sposarsi ma se è legittimo che possa adottare un figlio. A questo proposito un argomento spesso sfoderato nelle discussioni ingenue in merito è che un figlio non possa crescere in modo ugualmente equilibrato in una coppia omosessuale quanto in una eterosessuale: sinceramente non ho trovato studi scientifici che lo sostengono e ne ho trovati invece che sostengono il contrario, ma, anche se ipoteticamente la maggioranza degli studi pedagogici in merito sostenesse questa tesi, dovremmo perciò dedurne che sia pensabile limitare i diritti di una categoria sulla base di considerazioni scientifiche? Se una teoria pedagogica ci dicesse che un figlio cresce meglio in una coppia di genitori bruni piuttosto che di genitori biondi potremmo per questo negare ai biondi il diritto all’adozione? No, non c’è dubbio, cara Bindi non se ne esce, è proprio un tema confessionale e basta.
Accertato questo, la domanda è però: sarebbe proprio così scandaloso se un esponente di spicco del PD dicesse semplicemente che la sua visione confessionale non gli consente di prendere in considerazione matrimoni tra persone dello stesso sesso? Si potrebbe dire che in fondo in politica è normale che in un partito ci siano visioni diverse sullo stesso problema. Bindi direbbe una cosa diversa da Grillini esattamente come Ichino dice cose diverse da Fassina. Il problema è che la confessionalità ha dei risvolti poco politici, non c’è spazio di mediazione, non ci sono compromessi. Se sei per l’articolo 18 e si vota per la sua abolizione puoi sostenere che hai votato a favore perché il testo è molto migliorato rispetto alla sua prima versione e quindi, per accordi presi, per disciplina di partito o per altri motivi, comunque lo voti. Se invece sei contro i matrimoni omosessuali non c’è compromesso, voti contro comunque, perché le convinzioni religiose sono molto più profonde di quelle sindacali; per questo contro i politici confessionali finisce per esserci diffidenza, ostilità ; per questo non puoi dire apertamente che sei confessionale, perché l’elettore laico ti guarda con sospetto, ti considera infido, magari cambia partito solo perché ci sei tu. E allora la Bindi strizza l’occhio ai cattolici ma parlando come un laico, un po’ come quando Ichino strizza l’occhio a Confindustria sull’articolo 18 dicendo che la sua abolizione va a vantaggio dei disoccupati.
In definitiva si può sbeffeggiare e censurare la Bindi ma non si può non capirla. A lei è stato lasciato il compito di trattenere i cattolici nel cerchio del Partito Democratico e lei si barcamena. L’ipocrisia non piace a nessuno, ma come si fa, senza dosi da cavallo di ipocrisia, a trovare una coerenza tra valori razionalmente del tutto inconciliabili?
Squadra mia
Un paio di settimane fa, al termine di un burrascoso incontro tra Grosseto e Torino, il presidente della squadra toscana ha pensato bene di esibirsi prima di un lancio di oggetti verso l’arbitro che rientrava negli spogliatoi, poi di un’aggressione al Presidente del Torino Cairo, spalleggiato in ciò dal figlio che poi se la prendeva anche con un altro esponente dell’entourage torinista. Dopo l’ovvia squalifica, il Camilli ha annunciato il suo addio al calcio, non mancando nel frattempo di compiere gesti simpatici, tipo la cancellazione degli accrediti a alcuni giornalisti e fotografi, colpevoli di esser stati testimoni degli eventi e averli riferiti anziché cucirsi la bocca. Si possono fare facili considerazioni sul fatto che un addio da parte di un personaggio simile sia un momento sempre lieto per chiunque, ma senza generalizzare e ricordando che non tutti i presidenti di società sono di questa risma, vorrei pormi un dubbio più generale. Vorrei infatti domandarmi se il calcio ha davvero ancora bisogno di padroni, se cioè c’è ancora bisogno di personaggi il cui unico pregio è di avere denaro e di essere disposti a metterlo in movimento, ma che fanno pagare al calcio il prezzo di ridurlo a giocattolo alla mercè delle proprie frustrazioni, delle proprie perversioni, talvolta anche delle proprie malversazioni. Se il calcio è un business come ci vien detto dal mattino alla sera, perché una società calcistica non può funzionare come una qualunque altra società utilizzando i normali canali di accesso al credito, anziché dover aspettare i finanziamenti di un mecenate, magari psicologicamente disturbato, alla ricerca di gratificazioni alla propria autostima? E se il calcio non è un business ma una passione perché non può succedere che ognuno di coloro che vivono questa passione possa cercare di diventarne protagonista, mettendoci la faccia e il portafoglio?
Queste domande forse si agitavano nella mente di coloro che hanno ideato Squadra Mia, cooperativa di appassionati calcistici che, dopo lunga analisi, ha deciso di acquistare la squadra del Santarcangelo e di presiederla come farebbe un normale presidente, orientando scelte strategiche e tecniche. I risultati sono stati eccellenti: già la stagione successiva all’acquisizione il Santarcangelo ha conseguito la promozione in Lega Pro Seconda Divisione, dove oggi lotta già per la promozione alla serie superiore. Il progetto di Squadramia trae ispirazione da quello inglese del MyFootballClub che da da anni è proprietario della squadra di Football Conference (quarta serie della gerarchia inglese) Ebbsfleet United Football Club e ha una connotazione fortemente improntata alla Rete e quindi è improntata su decisioni condivise e collegiali. A livelli professionistici ancora si esita a concedere spazio ad iniziative simili, però esiste una cooperativa di tifosi del Mantova che è proprietaria del 25% della società ed esiste l’iniziativa MyRoma, cooperativa di tifosi giallorossi che, anche se non ha ancora un pacchetto azionario suo, ha tra i suoi obiettivi quello di offrire un riferimento all’azionariato della società . Qui il riferimento è ovviamente alle esperienze di azionariato popolare di Real e Barcelona, che più vincenti di così non si può.
Alla fine si tratta di un cambio culturale profondo: in fondo il calcio italiano l’hanno fatto gli Agnelli, i Berlusconi, i Moratti, non certo le cooperative, e gli scieicchi sono tutt’oggi una bella tentazione. Tuttavia quello del mecenate è un modello che ha sempre meno senso, perché non è competitivo, perché il mecenate può scegliere solo sé stesso, invece il Presidente del Real Madrid è scelto dai soci e molti presidenti italiani sarebbero già stati cacciati a calci se non fossero i proprietari dei rispettivi club. Ha sempre più senso quindi che il calcio diventi proprietà dei suoi appassionati, che sia il pubblico di una squadra a dettarne le scelte strategiche e ai mecenati non rimarrà che sedersi in tribuna come qualunque normale tifoso. E’ il terzo millennio, funziona così.
Little engine that couldn’t
Il Wall Street Journal qualche mese fa, per commentare la curiosa vicenda italiana del movimento NOTAV, citava un riferimento classico della cultura americana, il trenino della storia “The little engine that could“, volgendo il titolo in negativo per parlare della realtà italiana. Il trenino era in quella storia il simbolo della frontiera, del mito americano di progresso e di modernità in grado di vincere ogni ostacolo e ogni sfida, realizzando anche le imprese più impossibili. E’ significativo che per rappresentare il paradosso italiano per il quale in tempo di crisi globale, mentre altrove si manifesta per il posto di lavoro, la pensione, il pane, in Italia si manifesta contro una linea ferroviaria, il WSJ tiri in ballo quest’immagine, anche se poi l’articolo parla d’altro. E’ significativo perché la vertenza NOTAV tira in ballo proprio il difficile rapporto che il nostro paese continua ad avere con la modernità e con il modello di sviluppo che la modernità porta con sé. Difficile rapporto di cui il nimbismo, innegabilmente diffuso in Italia, è solo uno degli aspetti: gli altri sono i costi gonfiati, le scelte discutibili in termini di priorità delle opere, la scarsa propensione sia della politica che delle comunità locali alle consultazioni popolari. Il risultato di questa serie di fattori è l’incapacità di trovare una soluzione negoziale, sulla base della quale sviluppare un progetto, e la propensione invece allo scontro più o meno violento.
Non ripercorro quanto già scritto sul movimento NOTAV, ma mi limito a constatare come attualmente la protesta si trovi in sostanza in un vicolo cieco: da una parte c’è una maggioranza schiacciante delle forze politiche che è favorevole all’opera, dall’altra c’è un movimento che si batte contro la stessa, ma sembra poco interessato a qualunque tipologia di conta democratica dei favorevoli e contrari. In questo scenario non c’è nessuna soluzione democratica all’orizzonte e in scenari non democratici difficilmente viene dato ragione a chi protesta. Per questo forse nel modo in cui in Italia si approcciano le controversie tra grandi opere e comunità sociali c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nelle premesse.
Proverò allora a guardare altrove. In Svizzera ad esempio c’è un progetto nazionale che si chiama AlpTransit: è un progetto nato all’inizio degli anni ’90 allo scopo di realizzare una rete ferroviaria ad alta velocità attraverso la Confederazione. Per prima cosa gli svizzeri pensarono bene di sottoporre l’iniziativa a referendum, giusto per evitare che qualcuno poi dicesse: “l’alta velocità ferroviaria è una stupidaggine, è superata” o altro. Successivamente un ulteriore referendum portò all’introduzione nella Costituzione dell’obiettivo di massimizzare il trasporto su rotaia, anche qui per evitare che si potesse dire poi che “Tanto poi la rotaia non la si usa lo stesso”. Infine, sempre tramite referendum, gli svizzeri decisero di introdurre una tassa sul traffico pesante per finanziare l’opera, anche qui per evitare che poi ci si chiedesse: “Ma dove li tireremo fuori tutti ‘sti soldi?”. Partiti da queste premesse gli svizzeri hanno proceduto speditamente verso la realizzazione del progetto che vent’anni dopo è stato in buona parte realizzato e sarà ultimato entro quattro-cinque anni. Magari hanno fatto una stupidaggine, magari non servirà a nulla tutta questa rete, magari in futuro, come prefigura qualcuno, non si viaggerà più ma viaggeranno solo i nostri dati, ma almeno gli svizzeri hanno portato a termine in tempi rapidi e certi un progetto e, cosa che non guasta, hanno anche fatto in modo, tramite leve fiscali e politiche, che l’opera non nasca cattedrale nel deserto, ma nasca in un contesto che la richiede, come oggi è certamente la linea del Gottardo, sulla quale il traffico merci è in crescita costante. Da noi invece per prima cosa si progetta l’opera e si aprono i cantieri, poi, forse ci si chiede se serve davvero e come fare per sfruttarne l’eventuale ricaduta. Non parliamo poi del fatto che, come anche nel caso della TAV, spesso i ridimensionamenti legati a scarsità di fondi o a proteste delle comunità , portano a rendere ancora più limitati i benefici.
Che fare allora? Magari proviamo a vedere quel che fanno in Francia dove esiste l’istituto del Debat Public, che prevede una Commissione deputata a risolvere le controversie determinate dalla realizzazione di progetti, pubblici o privati, esaminandone pro e contro dall’alto di un ruolo terzo tra ente proponente e collettività . L’esperienza ha avuto un discreto successo oltralpe e c’è chi pensa di introdurla in Italia: il governo Monti infatti pare abbia allo studio una soluzione simile. Ci riusciranno? Riuscirà quest’istituto importato in Italia a ricondurre il dibattito sulle opere ad un modello in linea con processi democratici e partecipativi? Ma soprattutto riuscirà questo a ricomporre il conflitto insanabile tra i cittadini di questo paese e un progetto condiviso di futuro che sembra così difficile da costruire insieme? E magari riusciremo magari in futuro ad evitare che si spendano 2 miliardi per un autostrada che fa risparmiare 5 minuti? Vedremo, ma certamente è l’ultima chiamata per un paese in cui si parla spesso di futuro, di terzo millennio, del mondo come lo vedranno i nostri figli, ma che sembra ben poco interessato a costruirlo e morbosamente affezionato al mondo che videro i nostri nonni.
Lo scandalo buffo
Da giorni i quotidiani sportivi non sono pieni che delle polemiche relative al Milan-Juventus di Sabato, scandalo per gli uni e scandalo per gli altri, per motivi differenti. Io trovo tutta la vicenda, compresi molti risvolti collaterali, tragicamente buffa.
E’ buffo in effetti molto di quello che è accaduto prima, durante e dopo l’incontro. Provo a riassumere in ordine di comparizione. La prima cosa buffa è successa ancor prima della partita. Era accaduto infatti che giorni addietro l’allenatore Allegri bacchettasse la Juventus per le sue velate lamentele nei confronti degli arbitri (aveva affermato orgogliosamente: “Noi abbiamo una linea diversa”), poi però, alla notizia della conferma della squalifica di Ibrahimovic, la “linea diversa” si era subito persa per strada e i dirigenti milanisti avevano immediatamente lanciato un aspro attacco al giudice sportivo. Ancora più buffa appariva poi la pretesa di diversità della società milanese quando Galliani, Amministratore Delegato del Milan, pensava bene, nell’intervallo dell’incontro, di prendere a male parole l’arbitro Tagliavento per la mancata convalida del gol di Muntari. Buffissime erano a fine partita le acrobazie dialettiche di molti, tra i quai anche qualche giornalista o aspirante tale, per spiegare perché, dei vari errori arbitrali, alcuni erano stati decisivi (quelli contro il Milan) altri no (quelli contro la Juve), perché ci sono errori accettabili e altri inaccettabili, errori decisivi e altri no. Esilarante soprattutto era infine l’accusa di anti-sportività a Buffon, per non aver ammesso che se si fosse anche reso conto che la palla era entrata non l’avrebbe detto all’arbitro. Un accusa del genere, formulata al termine di un incontro in cui Mexes prima e Muntari poi hanno tirato altrettanti cazzotti ad avversari quando l’arbitro era girato (e ovviamente senza poi autoaccusarsi), non può che sembrare molto naif. Se pensiamo poi che c’è un giocatore del Milan, Ambrosini, che recentemente ha auspicato l’omertà verso arbitro e addetti ai lavori per quanto riguarda i fatti di gioco, c’è da sbellicarsi. Ancor più divertente diventa il tutto nel momento in cui una ex-bandiera del Milan, Pirlo, viene accusata addirittura dal sito ufficiale del Milan di aver tirato addirittura due gomitate (vedi qui e qui) durante l’incontro degne di squalifica, riprendendo i video di qualche utente di youtube dedito a scherzi o a sostanze stupefacenti.
Alla fine direi che proprio il caso di Buffon sia esemplificativo di come opera il sistema mediatico. C’è un casus belli, ovvero la partita che è andata come è andata, c’è una buona parte del sistema mediatico che non vede l’ora di sfoderare il classico copione della Juve che ruba, c’è purtroppo il gol non convalidato a Matri che fa esattamente il paio con quello di Muntari, ci sono anche un paio di sviste su colpi proibiti di giocatori del Milan che fanno addirittura pesare la bilancia dalla parte della Juve, quindi quella sbagliata. Arriva in soccorso però una fortunata coincidenza. Non tutti sanno che infatti un mesetto fa, negli ultimi tiratissimi minuti di Juve-Udinese, Buffon aveva sportivamente segnalato all’arbitro, che aveva appena concesso una rimessa dal fondo alla Juve, che in realtà aveva toccato il pallone lui per ultimo e quindi si trattava di calcio d’angolo. L’arbitro stringeva la mano al capitano della nazionale e concedeva l’angolo all’Udinese che per poco non faceva gol. Poche settimane dopo si proponeva il film contrario in Juve-Siena: la palla va fuori, Buffon non la tocca, l’arbitro, l’incerto Peruzzo, dà calcio d’angolo. Viste le proteste dei bianconeri chiede a Buffon: “L’hai toccata?”. Buffon dice di no, ma l’arbitro non gli crede e concede il calcio d’angolo lo stesso. Dopo la partita Buffon si sfoga con i giornalisti, promettendo che non collaborerà più con i direttori di gara. Così quando alla fine di Milan-Juventus qualcuno gli chiede se si era accorto che sul colpo di testa di Muntari la palla era entrata, lui risponde di no, ma poi ammette candidamente che anche se se ne fosse accorto, non l’avrebbe detto all’arbitro, come d’altra parte fanno quotidianamente tutti i giocatori di calcio di ogni serie, dal primo all’ultimo. In altre circostanze questa frase sarebbe caduta nel nulla, ma invece in questa situazione un’affermazione innocente diventava la chiave: agli strateghi della mediaticità saranno brillati gli occhi! Buttiamola sul “Buffon anti-sportivo” e così facciamo passare mille volte in tv il gol di Muntari e zero quello di Matri – avranno pensato. In second’ordine buttiamola sul Pirlo accusato di scorrettezza dalla sua ex-squadra, anche se ingiustamente, così mandiamo mille volte in onda le presunte gomitate di Pirlo e non gli autentici cazzotti di Muntari e Mexes – avranno soggiunto. Il risultato è che da tre giorni ai tg passano a rullo il gol di Muntari e le sbracciate (non ce la faccio a chiamarle gomitate, al ridicolo c’è un limite) di Pirlo e il copione della Juve che ruba è tornato in auge in tutto il suo splendore.
Ecco, sì, è tutto buffo, ma tragicamente buffo, amaramente buffo. Perché questi copioni continuano ad avere successo, perché anche nell’era di Internet sono sempre quattro direttori di telegiornali a dettarci modalità di formazione delle opinioni e lettura della realtà , perché basta mandare in onda le immagini giuste perché gli uni diventino i buoni e gli altri i cattivi. C’è di più però, c’è un modello positivo, quello di Buffon che dice all’arbitro che c’è calcio d’angolo, un modello che sarebbe bello esportare in tanti altri campi del vivere, che il sistema mediatico ha masticato e sputato trasformandolo in un modello negativo, ignorando il suo gesto nobile e enfatizzando la sua reazione piccata nel momento in cui si è reso conto che la nobiltà è fuori luogo. Eh sì, perché se viviamo in un sistema che mastica insieme valori e disvalori, al solo scopo di produrre un risultato gradito al pubblico, semplicemente valori e disvalori cessano di esistere e ci si appiattisce su una realtà in cui si recita solo su un copione già scritto.
Buffon e la Juve hanno annunciato che non parleranno più: male, fanno molto male. L’unico modo per combattere un sistema simile è contrapporre a quello dei media prevalenti un altro modo di raccontare la realtà , in questo caso tacere equivale purtroppo a darsi per sconfitti.
Il nostro Afghanistan quotidiano
Leggendo l’ultimo numero di Limes mi ha colpito la seguente frase attribuita a un diplomatico inglese: “Se nei prossimi dieci anni il prodotto interno lordo dell’Afghanista crescerà del 12% l’anno, nel 2022 il paese raggiungerà l’attuale livello del Bangladesh“. Nella sua folgorante, albionica, ironia questa ipotesi fotografa benissimo la straordinaria ma difficilissima corsa contro il tempo che l’Occidente sta operando per strappare l’Aghanistan al Medioevo. Da anni i paesi occidentali mandano i loro soldati a morire in quella lontana area del mondo, ufficialmente per vincere il braccio di ferro con la conservazione e l’oscurantismo. Certo, ci sono in ballo interessi commerciali, gasdotti e vie di commercio, ma sono convinto che molti dei giovani che partono per l’Afghanistan sono sinceramente animati dalla convinzione di star portando qualcosa di oggettivamente splendido a quel popolo. E cosa succede poi? Basta un libro sacro bruciato per errore e si scatena la rivolta. Migliaia di persone a chiedere agli occidentali di tenersi il loro progresso, la loro modernità , la loro civiltà , quella che noi eravamo tanto ansiosi di poter condividere con loro. Anche dietro a queste manifestazioni c’è sicuramente la manipolazione di élite islamiche che hanno tutto l’interesse a lasciare i propri concittadini nell’arretratezza e nell’indigenza, ma c’è anche una naturale e genuina diffidenza ad un cambiamento che viene imposto a qualcuno che a quel cambiamento non è necessariamente preparato o semplicemente non è interessato. La libertà che gli occidentali avevano preannunciato loro con grande entusiasmo, quegli afghani sono probabilmente pronti (parafrasando il Grande Inquisitore di Dostoevskij) a “deporla umilmente ai piedi” del primo arruffapopolo barbuto che, armato di Corano o di Kalashnikov, li riporti al loro tranquillizzante Medio Evo.
Noto e noterete anche voi quanto è difficile raccontare queste cose senza dare un valore negativo all’atteggiamento dei contestatori afghani: Medioevo è una parola connotata negativamente, libertà e democrazia positivamente, anche il progresso lo consideriamo complessivamente un elemento positivo. Bisognerebbe quindi utilizzare un nuovo lessico per parlare di questi eventi senza esprimere un giudizio di valore, ma questo proprio perché la nostra cultura attribuisce un valore in modo pressoché unanime a certi concetti. Per questo poi troviamo incredibile che qualcosa, per il quale abbiamo lungamente lottato e che consideriamo un bene preziossimo, sia considerato da altri come la peste.
Se ci pensiamo bene poi quella che descrivo è un’esperienza che non raramente ci capita di fare anche nel nostro personale, nella nostra vita quotidiana, ogni qual volta ci stupiamo che quello che a noi sembra splendido lasci altri indifferenti, quando crediamo di portare letizia e felicità nella vita di qualcuno e invece ci portiamo solo confusione e spaesamento. Non voglio dire che si debba vivere in un solipsismo impermeabile al mondo esterno, non voglio dire che non ci si debba impegnare per condividere con altri ciò che si trova bello e utile. Voglio dir solo che non ci si deve illudere che ciò che ci aspettiamo renda felice il prossimo, per cui ci aspettiamo che ci ringrazi in ginocchio, per cui magari ci siamo sacrificati e abbiamo sofferto, sia necessariamente accolto con gioia ed entusiasmo. Fare quest’errore vuol dire spesso creare conflitti non solo esterni , ovvero con gli altri, ma anche interni, con la propria immagine di sé, con quei valori che ci avevano portato a proporci in un certo modo, sulla cui validità magari cominceremo a dubitare.
E invece no, nessuno ha ragione e nessuno ha torto, semplicemente noi abbiamo la nostra identità e altri la loro, e quel che cerchiamo di compiere è la straordinaria impresa di prendere persone, popoli o culture diverse e far vedere loro le cose nello stesso modo. Se non ci riusciamo non dobbiamo deprimerci: abbiamo semplicemente fallito in una delle imprese più ardue che ci saremmo potuti proporre.
Un mondo che non funziona
Nell’Ottobre scorso ho comprato un giradischi USB, in modo da convertire, nel modo più rapido possibile, i tanti dischi in vinile di canzoni per bambini che i miei genitori conservavano gelosamente e che potrebbero tornare ancora utili alla nostra bimba. Il giradischi è un dispositivo di un’altra epoca, principalmente meccanico, solitamente caratterizzato da una lunga durata, e infatti il piatto dello stereo che mi regalarono per i miei diciotto anni funziona perfettamente ancora oggi. E invece, a distanza di quattro mesi, il giradischi nella sua mera meccanica non funziona già più: ad un certo punto della riproduzione il piatto si arresta e tanti saluti. A Natale poi sono arrivati a nostra figlia una vagonata di regali, tre dei quali con dispositivi elettromeccanici (una scimmia che balla, una macchinina che si carica a molla, un telefono parlante) . Nessuno dei tre è arrivato indenne alla fine di Gennaio e non per particolari urti meccanici, usura semmai, ma quella normale di un giocattolo. Recentemente ho poi recuperato da un cassetto un decoder digitale comprato nel 2010 e usato per un paio di mesi, prima che il vecchio televisore (durato vent’anni quello sì…) si guastasse in modo definitivo, inducendoci a comprarne uno nuovo con sintonizzatore digitale. Ho provato ad accendere il decoder per capire se funzionava ancora e la risposta è stata ovviamente negativa. La maggior parte dei pantaloni dopo pochi mesi si strappano, le scarpe si bucano, le maglie di lana fanno i pallini dopo pochissimo tempo di utilizzo, camicie di stilisti di grido escono già danneggiate dalla confezione e così via.
Ormai mi sento circondato da cose che non funzionano: sto diventando un esperto nell’esercizio della garanzia e nei trucchi utilizzati dai venditori per aggirarne gli oneri. Mi sto abituando a controllare accuratamente capi di abbigliamento appena comprati per trovarne difetti di fabbricazione, a testare tutte le funzioni di un apparecchio dopo averlo portato a casa e così via…
Un meccanismo elementare di adattamento all’ambiente porta le persone a chiedersi, quando si sentono circondate da cose che non vanno come vorrebbero, se le loro aspettative sono errate e se è tempo di rivedere la loro prospettiva. Questo sto cercando di fare anch’io, ma faccio fatica a trovare una prospettiva dalla quale il deterioramento della qualità dei prodotti che troviamo in commercio non abbia risolti che non siano negativi. La soluzione “più spendo meno spendo” non sembra praticabile: alcuni dei capi di cui sopra sono capi firmati o comunque di prezzo ben superiore alla media di quell’area merceologica, in alcuni settori poi quello che si definisce prodotto di qualità non esiste più, le marche che producono giradischi USB sono quasi tutte sconosciute e non c’è un elemento che possa ricondurre una di esse ad una garanzia di qualità . E’ spesso utile il cercare aiuto nei pareri espressi dagli utenti sugli appositi forum (se l’avessi fatto non avrei comprato il famigerato giradischi) ma questo approccio non funziona evidentemente nel settore dell’abbigliamento dove l’offerta è molto più ampia ed è difficile trovare un numero rilevante di riscontri sullo stesso prodotto.
In definitiva la mia sensazione è che la diffusione di centri commerciali, negozi in franchising e vendite online abbia determinato un progressivo distacco tra venditore e acquirente, con la conseguenza di una progressiva deresponsabilizzazione del primo, che una volta era una sorta di garante della qualità del prodotto, mentre adesso è solo un anello, solitamente piuttosto irrilevante, della catena di distribuzione. Questo ha fatto sì che per l’acquirente il mercato fisico o virtuale sia diventato un luogo infido, dove ha un’elevata probabilità di essere gabbato. Ho l’impressione che il futuro ci orienterà sempre più verso cooperative di consumatori, gruppi di acquisto, forum che consulteremo regolarmente e altre formule protettive per gli acquirenti, e chi entra in un negozio e compra il primo prodotto che lo ispira, come personalmente io ho sempre fatto, diventerà una rarità . Questo significa però anche un sacco di tempo e di energie da dedicare ai propri acquisti e, da buon allergico allo shopping, è un’evoluzione della nostra società che mi sarei volentieri evitato.
