Post-tremontismo
Fino a pochi mesi fa Giulio Tremonti sembrava destinato a dominare la scena politica per decenni, la sua straordinaria capacità di dire e negare, di mescolare concetti inconciliabili presentandoli come teorie innovative, avvinceva il pubblico, con la stessa malìa con il quale ci affascina il prestigiatore, nient’altro che perché ammiriamo la sua capacità di ingannarci.
Dopodiché è arrivato il governo tecnico e non essendo Tremonti né abbastanza tecnico per essere annoverato tra i tecnici, né abbastanza politico per rimanere comunque a galla, il suo genio si è eclissato. Però attenzione: la sua eredità non è andata perduta. Perché l’eredità di Tremonti è quella di chi sa sempre sviare il problema, dell’imbonitore che fornendo mezze verità (insieme però a mezze menzogne) riesce a convincere chi lo ascolta che questo sbaglia, che quello è un impostore, che la soluzione è facile ma nessuno gliela la lascia realizzare perché non vogliono.
Queste considerazioni mi vengono nello scorrere brevemente il testo di Paolo Barnard: “Il grande crimine”. Si tratta di un testo che si propone di svelare verità scomode sulla moneta, sulle banche, sul debito pubblico. In verità le mie minime nozioni di macroeconomia, pur un po’ arrugginite, mi suggeriscono che dice un sacco di fesserie per le quale uno studente di Economia e Commercio verrebbe bocciato ad un qualunque esame, ma non mi voglio cimentare in uno sforzo di confutazione in cui già si sono cimentati molti in Rete (vedi qui e qui ma ce ne saranno sicuramente di più autorevoli). Vorrei chiedermi piuttosto perché. La risposta che mi dò non è solo legata al fatto che la maggior parte delle persone non ha nemmeno le mie scarse conoscenze di economia, ma è che, anche se ce le hanno, preferiscono comunque abbandonarle per fidarsi di chi dà loro un’interpretazione nuova, affascinante, semplice il giusto. Una cosa che potresti spiegare ad un avventore del bar davanti ad un bianchetto: “Guarda: la moneta in realtà la batte lo Stato e quindi è sua. Noi pensiamo che i soldi che abbiamo siano nostri ma è una truffa, e il debito pubblico non esiste perché come fa lo Stato ad essere indebitato, se può battere tutta la carta moneta che vuole e quindi ripagare il debito? Il problema dell’Euro è che l’Euro non è degli Stati ma delle banche.” Se l’uomo da millenni è convinto che il proprio destino è affidato alla posizione delle stelle è perché a noi piace affidare una parte delle nostre convinzioni a costrutti puramente simbolici che nessuna razionalità potrà mai avallare. Come spiegare la complessità del caso, l’intrecciarsi degli eventi? Meglio semplificarli in un disegno superiore che però le stelle possono svelarci. Allo stesso modo: come spiegare una crisi mondiale e come la debolezza dell’Euro? La crisi del debito? I subprime? La speculazione? Tutti processi complicati che si giocano su equilibri instabili e più sono instabili e più c’è chi si arricchisce, e più c’è chi si arricchisce e maggiori sono i rischi di crollo e di impoverimento per tanti. Ma come fare a spiegare una roba del genere? Un approccio scientifico ci obbligherebbe a proporre all’avventore del bar grafici, schemi, numeri complicati e noiosi che gli farebbero andar di traverso il suo bianchetto. Ed invece ecco il complotto, ecco la semplificazione, ecco la spiegazione di tutto in poche parole, con pochi grandi vecchi che tirano i fili da dietro le quinte.
Ci piace di più, è più semplice e riposante, ci fa andare a casa contenti, sicuri di aver trovato la soluzione, come quando smontiamo l’amico borioso che ci aveva sottoposto un enigma complicatissimo con una soluzione elementare. In fondo un po’ siamo bambini dentro lo siamo tutti, alcuni più di altri.
Il seme del dubbio
Sarà l’estate, saranno le mosse sempre più goffe e paradossali della giustizia sportiva ma nell’opinione pubblica sento diffondersi sempre più forte, con un vigore davvero inconsueto, quello che si usa definire il dubbio. Un dubbio sul calcioscommesse che non può che finire per essere un dubbio generale sulla rappresentazione che da anni il calcio italiano si dà e dà delle proprie sentenze. Credo sia vero in generale che molte persone siano propense a ritenere, ben più per pigrizia intellettuale che per ossequio istituzionale, che le sentenze, di qualunque genere, abbiano la patente di verità . C’è poi da aggiungere che gli scandali politici e la tendenza dei partiti a difendere, anche contro ogni evidenza, i propri affiliati ha spinto anche spiriti più critici ed aperti a ritenere, per contrasto, che i magistrati abbiano un sostanziale dono di infalllibilità e che le sentenze siano sostanzialmente uno dei pochi elementi veritativi che abbiamo. Era quindi frequente che, spiegando a qualcuno che il processo Agricola, Calciopoli e altre vicende simili avevano quantomeno qualche area oscura, quel qualcuno sfoderasse un sorrisetto ironico, come se avessi cercato di convincerlo che Ruby è davvero la nipote di Moubarak. Avevi un bel da girare e rigirare intorno alla questione, la reazione era sempre lo stesso sorrisetto.
Stavolta qualcosa è cambiato: forse è la Rete che propaga le informazioni troppo velocemente per controllarle, forse è solo che qualcuno ha esagerato, ma per la prima volta sento attorno a me un leggerissimo vento di dubbio, come quei leggerissimi refoli di brezza tiepida, appena percepibili, ma che ti avvertono che sta arrivando la primavera.
Non era iniziata così, c’era la Juve che rivinceva il Campionato dopo sei anni, e non tutti erano contenti soprattutto dalle parti di Milano e Roma, dove vengono stampati quasi tutti i giornali e trasmessi quasi tutti i telegiornali italiani. C’era la Nazionale che partiva per gli Europei ed uno scandalo sulla Nazionale è sempre un piatto ghiotto. C’era l’inchiesta sul Calcioscommesse che iniziava a scatenarsi in arresti, perquizioni, avvisi di garanzia che sembravano fatti apposta per assecondare il canovaccio mediatico, vi erano altre manovre strane, come la strana informativa su Buffon, che sembravano suggerire ai più riottosi che era meglio non mettere in discussione il sistema. Qualcosa era pur vero, pesci piccoli che cercavano di sbarcare il lunario con qualche soldarello tramite loschi faccendieri e bookmaker. Non bastava però, ci voleva il pesce grosso per riempire i giornali a allora i feddayn delle manette si lanciavano, col coltello tra i denti, su qualunque cosa si muovesse, pronti a soffiare sul fuoco dell’indignazione: in pochi giorni pareva di nuovo accertato, come in altri scandali, che tutto fosse finto, che i giocatori di Serie A fossero solo dei burattini i cui fili erano mossi da pochi loschi scommettitori. C’era soprattutto la Juve di nuovo nel mirino, non coinvolta come squadra, ma coinvolta per le passate esperienze, in altre compagini, del suo allenatore e di due colonne sue e della Nazionale, Pepe e Bonucci. Il tutto saltava fuori proprio quando, sei anni dopo Calciopoli, la Juve aveva ripreso inaspettatamente il vertice del calcio italiano. Si ricominciava da capo con gli juventini arroccati a difesa dei propri uomini, a strepitare contro il complotto e tutti gli altri ad indignarsi contro questi juventini che ne combinano sempre una. Ecco qui forse è nato il primo dubbio: ma è poi proprio possibile che siano sempre gli juventini di mezzo? Che prendano solo loro i farmaci, che chiamino solo loro gli arbitri, che quando si scopre il Calcioscommesse i pesci grossi che finiscono nella rete siano quasi tutti juventini? Forse finalmente sono dubbi che sono arrivati ad accendersi anche in assenza della motivazione offerta dal tifo.
Poi sono iniziati a trapelare i fatti contestati: si è capito che gli elementi con i quali il “pentito” Carobbio accusava Conte erano deboli, che la sua accusa non aveva riscontri, che tutti i testimoni smontavano le sue affermazioni, che la ricostruzione dei fatti era poco credibile, che pareva strano che un allenatore ambizioso e ossessionato dalla vittoria come Conte giocasse a perdere, che Carobbio veniva ben ripagato dalla sua “collaborazione” vedendo ridotta la sua penalizzazione a soli 4 mesi. La prima versione del “pentito” era che Conte avrebbe detto nella riunione tecnica prima della partita “di stare tranquilli” alludendo al fatto che il pareggio con il Novara era già combinato. Pareva però strano che tutti gli altri presenti alla riunione negassero di aver sentito alcunché di simile. La Procura della Repubblica, che comunque deve attenersi almeno alle basi del Diritto, finiva per ammettere che la posizione di Conte era marginale e che, se combine c’era stata, Conte poteva essere semmai accusato, a livello sportivo, di omessa denuncia come d’altronde tutti gli altri coinvolti. Questo strano sconfinamento suonava come un assist alla Giustizia Sportiva affinché potesse continuare con il suo lavoro indipendentemente dalla probabile archiviazione della posizione di Conte da parte della Giustizia ordinaria. La Giustizia Sportiva a quel punto non demordeva e si lanciava sull’omessa denuncia: il problema era che Carobbio affermava qualcosa di diverso, che Conte era implicato e allora o si ascolta Carobbio e si deferisce Conte per illecito o non lo si ascolta per nulla. La Giustizia Sportiva insisteva lo stesso e si arrivava alla comica finale con il procuratore Palazzi che patteggiava con gli avvocati di Conte (dopo lunga opera persuasiva nei confronti dell’interessato che non aveva nessuna voglia di accettare la sanzione) una squalifica di quattro mesi e la Commissione Disciplinare che rigettava l’accordo ritenendo la pena non congrua. Si arrivava alla richiesta di 15 mesi di squalifica per il tecnico bianconero con il Procuratore Palazzi che nella sua requisitoria arrivava ad affermare penosamente, per giustificare l’avere ignorato le testimonianze che scagionavano Conte: “Le dichiarazione dei presenti del Siena alle riunioni teniche non sono credibili anche perché altrimenti sarebbero stati passibili di omessa denuncia. Quindi non possono assumere valenza probatoria.”. L’infelice Procuratore si dimentica che in realtà , come sottolineato dalla Procura di Cremona, i presenti sono in realtà tutti passibili di omessa denuncia, se si ritiene valida la testimonianza del solo Carobbio e falsa quelli di tutti gli altri, peccato che invece sia stato deferito per omessa denuncia il solo Conte.
Nel frattempo, con splendido tempismo, uscivano nuove rivelazioni provenienti da Bari sul periodo in cui Conte allenava la squadra locale. Sempre sulla base delle inchieste di Bari anche Bonucci e Pepe erano finiti vittima delle dichiarazioni di un altro pentito, Masiello, che, pur sfoderando ogni volta una versione dei fatti diversa, veniva ritenuto credibile dalla Procura Sportiva (o forse no?) che chiedeva pene draconiane per i due nazionali.
Contraddizioni, smentite, intrighi, equilibrismi logici, coincidenze spazio-temporali: un po’ troppo perché l’Italia non accecata dal tifo di parte continui a crederci. Troppe le coincidenze, troppo facile il legame causale con il ritorno della Juventus al successo e la fuoriuscita, per la prima volta dopo il 2006, della leadership del calcio dalla cerchia dei Navigli, per non alimentare tesi complottiste. E così qualche crepa si apre qua e là e qualcuno comincia a dire che il tutto è solo una gran pagliacciata, e qualcun altro comincia a credere di averla fatta troppo grossa.
Come andrà a finire? Ci si accorderà alla fine sottobanco (come sempre nel calcio) per una squalifica per Conte (che potrà continuare a condurre gli allenamenti e in fondo in campo mica ci va) e una assoluzione per i giocatori? Un compromesso che limiterebbe lo sputtanamento della Federazione ed il danno per la società ? Alla fine gli Elkann usciranno allo scoperto e, come nel 2006, accomoderanno tutto su una soluzione compromissoria, magari un po’ meno sfavorevole di quella di allora per i colori bianconeri?
Sarebbe un vero peccato che finisse così, non tanto per la giustizia come ideale, né solo per Conte, quanto per la posizione di tanti altri professionisti (Criscito, Bertani, Fontana, Locatelli, Di Vaio, Portanova, per citarne alcuni) che non hanno la fortuna di avere alle spalle quattordici milioni di tifosi ma che, come Conte, Bonucci e Pepe, hanno a proprio carico solo la testimonianza di pentiti (ampiamente premiati per questo) e che sono stati schiacciati dalla macchina mediatica, da magistrati superficiali e desiderosi di esposizione mediatica, da un “sistema calcio” autoritario e sclerotizzato che ribalta l’onere della prova sulla difesa. Eh sì, perché qui il problema non è solo la posizione di coloro i quali il popolo juventino sta difendendo. Il problema è uno scandalo sportivo tutto basato sulle dichiarazioni di pochi “pentiti” in cui la maggior parte degli indagati hanno dovuto dimostrare loro di essere innocenti, anziché il contrario, con modalità che ricordano quelle dei peggiori processi della Santa Inquisizione. Se l’esasperazione del popolo juventino non riuscirà ad essere un volano per rivoluzionare il sistema calcio, ho paura che avremo perso un’occasione quasi unica. Tuttavia, comunque vada, rimane la tristezza per una vicenda che abbruttisce la nostra civiltà giuridica ed in cui, ancora una volta, a fronte di un caso di evidente malagiustizia, ci si divide sulla base delle fazioni, in questo caso calcistiche, anziché unirsi su una battaglia di civiltà giuridica, che magari sia l’occasione per un attacco ad un apparato calcistico regolato da intrallazzi, legami personali e schemi istituzionali ormai del tutto anacronistici.
Non bastavano i 50 all’ora?
Il Comune di Torino ha deciso di introdurre sperimentalmente su Corso Traiano, arteria dell’area Sud della Città , la sincronizzazione dei semafori su una velocità di 30 all’ora, questo per ridurre le emissioni inquinanti e aumentare la sicurezza. Corso Traiano è un viale piuttosto ampio sul quale solitamente le auto sfrecciano veloci, toccando spesso i 100 all’ora. Nel futuro però, secono i piani, le auto che andranno a 30 all’ora troveranno teoricamente tutti i semafori verdi e quindi, nelle aspettative del Comune, gli automobilisti sceglieranno quella velocità : andare più forte vorrebbe solo dire attendere poi al semaforo. Ma è proprio così?
Ho provato con Google Maps a dare un’occhiata a Corso Traiano e mi sono accorto che la cosa ha quantomeno qualche “aspetto di debolezza”. Il Corso inizia alla sua estremità Est dalla rotonda in cui confluiscono Corso Maroncelli e Corso Caio Plinio. Il primo semaforo è circa 200 metri dopo, all’incrocio con Via Sette Comuni; il semaforo successivo si trova dopo altri 400 metri all’incrocio con Via Pio VII. Nelle aspettative del Comune il guidatore, partito da Via Sette Comuni allo scattare del verde, percorrerà i 400 metri ad una media di 30 all’ora e arriverà 48 secondi dopo all’incrocio con Via Pio VII dove troverà puntuale il verde. Tutto perfetto? Non proprio… Ipotizziamo che all’incrocio con Via Pio VII il rosso e il verde durino entrambi venti secondi. Se un guidatore meno ligio vorrà sprintare, facendo i 400 metri ad una media di 60 all’ora, arriverà al semaforo successivo dopo 24 secondi, 24 prima del guidatore ligio, trovando lo stesso il verde, ma il verde precedente. Se anche l’alternanza di verde e rosso fosse meno serrata basterebbe schiacciare ancora un po’ di più sull’acceleratore e il problema sarebbe risolto.
Certo, potrebbe anche esser stato tutto previsto. Il Comune in realtà potrebbe aver pubblicizzato l’iniziativa puntando sui 30 all’ora ma configurerà i semafori in modo da soddisfare anche gli automobilisti che vanno ad una velocità doppia che, è pur sempre ancora una velocità moderata su un viale che molti scambiano per un’autostrada. Mi piace pensarla così ma certo che la prima domanda che mi faccio è perché vogliamo sempre strafare, passando dalle auto che sfrecciano come in un Gran Premio a quelle che viaggiano alla velocità di un motorino.
Capisco che in giro si leggano meraviglie di quanto sia sicuro andare a 30 all’ora, ma non era meglio accontentarsi almeno per il momento di un più modesto 50 all’ora? Sarebbe stato più difficile da “aggirare” (nella configurazione sopracitata bisognerebbe arrivare ad una media di 180 all’ora!) e meno traumatico sia per gli automobilisti abituati a sfrecciare sul corso sia per il traffico che rischierebbe di spostarsi altrove, andando ad intasare altri corsi che non abbiano le stesse limitazioni.
Qui come in molti altri contesti trovo si manifesti una pessima abitudine che affligge spesso i nostri amministratori: cioè quella di inseguire, magari sull’onda di suggestioni in voga, obiettivi troppo ambiziosi per essere realistici, dimenticandosi che gli individui cambiano le proprie abitudini sempre a piccoli passi e le grandi rivoluzioni quasi sempre falliscono.
Quando il fuoricorso indica la luna, il tecnico guarda il fuoricorso
E’ trascorso ormai un po’ di tempo da quando in Italia uno dei tormentoni più ricorrenti nella contestazione alla politica era la lamentazione contro l’ignoranza dei suoi esponenti. I nostri uomini di stato erano rappresentati spesso come un esercito di dinosauri cresciuti nelle sedi di partito come piante in serra, imbevuti di scienze sociali e di dialettica, ma affetti da profonda ignoranza quando si parla di economia, medicina, istruzione, nuove tecnologie. E via con il fiorire su giornali e Internet di tecnici pronti a fare le pulci alle dichiarazioni e ai provvedimenti dei politici, rimarcandone errori, omissioni, astrazioni fuori luogo, cerchiobottismi. Poi è nato il governo dei tecnici e abbiamo cominciato a scoprire che anche i tecnici dicono delle fesserie, d’altra parte anche loro sono costretti a pronunciarsi su cose che non conoscono perché nessuno è onnisciente e l’economista che deve parlare di Internet dice fesserie, così come l’informatico che deve parlare dello spread, o perfino il docente universitario che deve parlare di scuole elementari.
Tutta questa contestualizzazione per dire che ultimamente ho cominciato a trovare gli articoli di Noise From Amerika, o di fonti simili, assai meno affascinanti di un tempo ed affetti da una visione altrettanto miope, solo più orientata ad una visione atuttiicosti economica, invece che atuttiicosti sociale di ogni problema. In particolare ho trovato affetto da superficialità analitica l’articolo di Giovanni Federico (peraltro non dissimile da altri letti in Rete) riguardo alla recente riforma che permetterà alle università di aumentare le tasse universitarie (ancorché già cresciute vertiginosamente negli ultimi anni), con pesante penalizzazione soprattutto degli studenti fuori corso. Federico plaude sia all’aumento delle tasse universitarie come principio, perché va di pari passo con la riduzione del finanziamento pubblico che Federico considera un’ingiustizia (“le tasse, pagate dai lavoratori dipendenti a reddito medio, pagano gli studi dei figli degli evasori fiscali e dei ricchi“), sia al fatto che si compenseranno i maggiori costi per gli studenti estendendo le opportunità di borse di studio per i meritevoli che abbiano difficoltà economiche, sia infine al fatto che questo aumento penalizzerà soprattutto i fuori corso che in un immaginario abbastanza diffuso, che evidentemente Federico condivide, sono figli di papà sfaccendati che si trastullano anziché studiare. Di seguito provo un po’ ad approfondire questi punti.
Cominciamo dal problema del finanziamento. L’analisi di Federico è tipica della visione dell’università come un servizio qualunque: il servizio ha un costo? Se lo sobbarchi chi ne usufruisce! Il ragionamento potrebbe anche avere un senso, peccato che ci si dimentichi del fatto che in realtà l’Università non è solo un servizio agli utenti ma alla società nel suo complesso, perché la mette nella condizione di avere personale formato a disposizione del mercato del lavoro. Se in Italia non ci fossero ingegneri dell’autoveicolo o ce ne fossero troppo pochi la FIAT dovrebbe assumere personale straniero. Da una parte la cosa avrebbe dei costi per l’azienda che si troverebbe ad affrontare probabilmente un aumento del costo del lavoro, ma la cosa avrebbe anche un costo sociale maggiore perché uno straniero paga meno tasse di un italiano e perché tende a trasferire parte del suo reddito all’estero anziché mantenerlo nel ciclo nell’economia nazionale. Un paese ha quindi un interesse a far sì che l’università produca laureati in quantità e con un livello di qualità accettabile ed è quindi corretto che sostenga questo sforzo con finanziamento pubblico. E’ vero che il Signor Bianchi pur avendo deciso di non mandare all’università i propri figli paga con la sua IRPEF la possibilità per altri di studiare, ma è anche vero che gli studi di costoro consentiranno al sistema economico e sociale di funzionare e il Signor Bianchi se ne gioverà come tutti gli altri. In definitiva non si tratta quindi di stabilire se sia giusto o sbagliato il finanziamento pubblico dell’università , ma piuttosto se sia eccessivo o meno.
Sul secondo punto sfaterei il mito dei “più meritevoli”, per il quale far pagare l’università quanto serve (anche se dovessero essere cifre non accessibili ai più) per salvare i “più meritevoli” attraverso borse di studio legate ai risultati scolastici. Anche qui stiamo parlando di un modello diverso, non necessariamente migliore o peggiore di quello a cui siamo abituati, semplicemente diverso. Una cosa è il modello di università “inclusivo” che permette a tutti, indipendentemente del reddito della propria famiglia, di accedere all’università ; un’altra è il modello “esclusivo” che permetta di accedere liberamente all’università ai soli studenti che abbiano la disponibilità economica per farlo, gli altri per accedere devono per forza primeggiare. Gli svantaggi di un modello esclusivo sono rappresentati da due punti, il primo, più diretto, è legato alla riduzione del numero complessivo di laureati (vi sarà chi non ha la disponibilità economica per pagare le tasse e non ha le capacità per primeggiare che dovrà abbandonare), il secondo, indiretto, è legato alla riduzione della mobilità sociale (chi abbia umili origini avrà più difficoltà che nel passato ad uscire dalla propria condizione). Anche qui la sicurezza con la quale ci si pronuncia a favore di un modello “esclusivo” sembra trascurare i fattori sociali connessi ai due svantaggi di cui sopra.
Infine il tema dei fuoricorso. Federico considera giusto mirare soprattutto ai fuori corso, sempre in un’ottica di servizio. Ti offro un servizio e tu non lo utilizzi quanto potresti? Te lo faccio pagare di più così magari ti impegni di più. Qui la logica è addirittura ingenua, perché dà per scontato qualcosa che non lo è affatto: ovvero che gli studenti vadano fuori corso solo perché scarsamente motivati alla laurea, sono degli sfaccendati, degli sfigati come ebbe a dire il sottosegretario Martone. Tutto è possibile ma secondo le statistiche del MIUR gli studenti fuori corso erano il 36% nel 2005Â e sono arrivati al 57% nel 2009. Cosa è successo? Un improvviso attacco di pigrizia collettiva? Ho l’impressione in realtà che gli studenti vadano fuori corso non per pigrizia, ma perché non riescono fisicamente a trovare un compromesso tra impegno universitario, costo degli studi e necessità quindi di mantenersi agli studi lavorando. Quest’impressione mi nasce non solo dalla mia frequentazione universitaria ma dai dati statistici in merito. Non ho trovato dei dati che incrociassero lo status di fuoricorso con l’impegno lavorativo ma noto che negli ultimi anni sono cresciute vertiginosamente sia la percentuale di studenti fuoricorso (come detto) che la percentuale di studenti lavoratori. Se leggo che l’83% degli studenti con più di 27 anni lavora l’impressione che i due trend siano strettamente correlate si rafforza. Visto che la mia esperienza e quella di coloro con i quali mi sono confrontato, mi dicono che le tasse sono progressivamente aumentate nelle università e si sono ridotti progressivamente gli appelli di esame, non mi stupisce che ci siano sempre più studenti che devono lavorare per mantenersi agli studi e che però dedicando magari otto ore al giorno al lavoro non riescono poi a rimanere in pari con gli esami. Per esperienza personale vi dico che dare tre esami nello spazio di due settimane quando puoi studiare solo la sera e nei finesettimana è un’impresa davvero eroica, altro che sfigato…
Sempre riguardo ai fuori corso sono piuttosto perplesso di fronte a quanti ci spiegano che la presenza dei fuori corso ha un costro rilevante per lo Stato (8000 Euro all’anno a studente). Non vorrei che semplicemente si fossero divisi i costi complessivi della didattica per studente iscritto e moltiplicati per il numero di fuori corso. Lo dico perché ho l’impressione che i costi per l’università di uno studente fuori corso siano in realtà piuttosto bassi soprattutto se si tratta di studenti lavoratori: non frequentano i corsi, utilizzano raramente le strutture dell’università , si limitano a preparare a casa e con i propri tempi gli esami e a venire a darli. I costi maggiori mi paiono quelli amministrativi ma non credo siano così’ ingenti. I veri costi sono in realtà più per il mercato del lavoro che disporrebbe di personale qualificato, già pronto per essere produttivo, che però deve ancora perder tempo alle prese con la cronica improvvisazione e disorganizzazione dell’università italiana, inseguendo siti web che non funzionano, professori che si dimenticano degli orari di ricevimento, sessioni di esame annullate all’ultimo momento e tanto altro. Questo è il problema e non lo risolve semplicemente aumentando le tasse perché ciò non induce gli studenti fuoricorso a laurearsi più rapidamente ma al limite ad abbandonare, diminuendo ulteriormente il numero di laureati dell’università italiana già ben sotto alla media europea.
E qui vengo al punto fondamentale perché in definitiva ho l’impressione che sulla questione dei fuoricorso come su tante si consideri erronamente un problema (i tanti fuoricorso) quello che in realtà è l’indicatore del problema vero (un’università che non funziona) come nel celebre proverbio cinese che richiamo nel titolo. Varrebbe la pena di chiedersi perché l’università italiana produce così pochi laureati (appena il 20% dei trentenni in Italia sono laureati contro il 34% medio in Europa). Magari potremmo addirittura scoprire che non sia per genetica pigrizia della stirpe italica, ma perché la selettività degli atenei è troppo elevata in rapporto ad un servizio didattico scarso, e si badi che per selettività non intendo solo quella legata al merito ma soprattutto quella legata a burocrazia e disorganizzazione, che mette gli studenti di fronte alle code in segreteria, ai moltissimi esami, forse non tutti utili, alle micro o macro isterie dei docenti: ostacoli tra i quali solo pochi riescono a destreggiarsi. Purtroppo l’approccio da economista (che peraltro Federico non mi pare sia), o per meglio dire da controllore finanziario, è quello di guardare il bilancio, scoprire qual è la voce che non va ed eliminarla, senza farsi troppe domande ulteriori e invece spesso sono le domande ulteriori quelle più illuminanti.
In quest’ottica, tornando al finanziamento dell’università , diventa difficile sostenere che i finanziamenti all’università sono eccessivi, visto che il sistema così foraggiato non riesce nemmeno a produrre una quantità sufficienti di laureati. Si dirà che oggi spesso ci si laurea in fisica nucleare per poi andare a lavorare in call center e che quindi la laurea diventa inutile, ma la realtà è che la scarsità di laureati non aiuta la competitività della nostra economia e favorisce la migrazione delle professioni ad alto profilo verso altri paesi.
Non se la prenda nessuno se accosto nel titolo il “tecnico” allo sciocco della versione originale del proverbio. Non si tratta di essere uno sciocco, ma di vedere solo un aspetto della questione, di fare semplificazioni fuori luogo che stravolgono i dati del problema. Non è affatto facile vederli tutti gli aspetti, sia per limiti alla nostra conoscenza, sia per forma mentis che tende a cristallizzare le nostre opinioni su schemi semplici e facilmente riutilizzabili. Smettiamo solo di pensare che ci sia una visione settoriale migliore di altre, che avere al governo un economista ci dia maggiori sicurezze che avere uno scienziato sociale: per analizzare un problema occorre vederne tutti i lati, non solo uno preferenziale.
Finalmente un trionfo italiano
Sabato scorso ero in coda alla cassa dell’Eataly di Via Lagrange a Torino (per chi non lo conosca è un supermercato che vende prodotti di qualità ).
In quell’Eataly le casse sono posizionate in uno spazio angusto, una in fila all’altra, e la prassi è che ci si metta in coda dietro all’ultima cassa per poi spostarsi sulla prima che si libera. Mentre attendevo il mio turno, primo dei non serviti, un gruppo di distinte signore francesi bellamente mi sorpassava e si posizionava davanti alla prima cassa della fila. Potrete immaginare con quale tronfia soddisfazione ho sfoderato il sorriso più falso-cortese che la mia piemontesità garantisce al mio repertorio, dicendo loro sommessamente “Scusate, sarei in coda”.
Son soddisfazioni, mi pareva di esser tornato al 2006…
Quando Mario sgonfiò il petto
E’ curioso come la storia si diverta ad intrecciare le storie di due personaggi che portano lo stesso nome, da una parte quella del controversissimo centravanti della Nazionale e dall’altra quella dell’anche lui controverso Presidente del Consiglio. In giorni vicini entrambi si sono ritrovati a gonfiare il petto per gloriarsi di un successo. Mi vorrei concentrare su quello di Mario Monti, tornato dal vertice europeo come un trionfatore per avere ottenuto lo scudo anti-spread, una sorta di meccanismo di protezione delle economie più deboli dell’Eurozona per proteggerli dal rischio di eccessivo sbilanciamento della domanda di titoli di Stato. Può darsi che sia stata una vittoria, forse l’entusiasmo di Gramellini è giustificato, sicuramente permette all’economia italiana di respirare, sicuramente non possiamo che essere contenti, però a me suona un po’ Antonio Gava che torna nel suo collegio elettorale vantando una manovra di aiuti al mezzogiorno, è una vittoria da amministratore, non è una vittoria da “statista”.
Gonfiare il petto si può certo, ma sarà la vittoria di Pirro se non si riuscirà , oltre a salvare il salvabile oggi, a mettere in sicurezza l’Europa nel suo insieme attraverso una riforma, per non dire una rivoluzione delle sue istituzioni politiche. E qui il contabile Monti si fa da parte ed entrano in campo i giganti della politica, quelli che si rendono conto che la storia di un paese non la si fa solo con i numeri ma anche con strutture sociali e istituzionali da cui i numeri scaturiranno. E allora ecco che la Merkel, che in qualche modo era stata messa all’angolo al vertice europeo, mette il dito nella piaga e riporta il dibattito sul piano che gli spetta, quello politico, indicando l’unica strada possibile. Non bastano gli scudi, non bastano gli eurobond, ci vuole un’unione politica, che abbia un mandato sufficientemente ampio e sufficiente potere per poter decidere con una voce sola una linea politica ed economica. E se non tutti i paesi dell’Eurozona accetteranno quello che ciò comporta dovranno rimanere indietro, non ci sono alternative.
E’ una proposta forte, in parte rivoluzionaria. Come reagisce Monti? Mi sarei aspettato almeno un commento, una puntualizzione, una visione di qualunque genere. E invece nulla, come se nemmeno avesse capito di cosa si parli. Continua a flirtare con Hollande, che, come fece De Gaulle, sta cercando di affossare il sogno europeo, in nome dell’orticello nazionale appena conquistato, ma apparentemente Monti lo corteggia più per opportunismo che per presa di posizione. Più semplicemente Monti sgonfia il petto e si ritrova di nuovo confinato al suo ruolo di economista prestato alla politica per far tornare i conti, ma che non sa guardare oltre al pareggio di bilancio, così come Balotelli non tocca palla contro la Spagna e ripiomba nel suo ruolo di talento mai completamente espresso, mentre altri ci danno lezione di calcio. Non è colpa di Monti, non è il suo mestiere progettare l’Europa, è il mestiere della politica che però in Italia in questa fase preferisce nascondersi, un po’ per non essere colpevolizzata di quello che Monti è chiamato a fare, ma soprattutto perché i politici nostrani, anche quanti a parole si definiscono europeisti, in realtà pensano: “meglio primo in un villaggio che secondo a Roma”, e allora brindano allo scudo anti-spread ma guardano con preoccupazione all’unione politica, ad un potere europeo che non saprebbe cosa farsene dei populisti di casa nostra, ad un elettorato europeo che probabilmente non si esalta per le provocazioni di Grillo e non si rassicura per le pacche sulle spalle di Bersani.
Così noi ci accontentiamo di un gol di un mediocre attaccante per raggiungere una finale insperata, di un piccolo successo ad un vertice europeo di un discreto economista, mentre altri si mettono in testa grandi progetti con i quali forse passeranno alla storia, anzi che forse faranno la storia. Questa è la differenza e per questo tutta questa vicenda della discussione sul da farsi per salvare l’Europa non fa, al momento, a mio modo di vedere, che ricollocare noi italiani nel rimorchio della storia, una storia che altri stanno trainando e per guidare la quale abbiamo bisogno di personalità che purtroppo al momento, nella politica italiana, non si intravedono affatto.
La faccia sporca dello Stato
No, non parlo della politica questa volta. Della faccia sporca della politica parliamo ormai da molto tempo, a tal punto che comincio a pensare che ne parliamo solo per dimenticarci che li abbiamo scelti noi i politici che critichiamo, come se a furia di lamentarci per la sporcizia di casa nostra cominciassimo a pensare che il problema sia la casa e non chi (in questo caso noi elettori) non è capace di tenerla pulita. Qui invece parlo della faccia sporca di quella parte dell’apparato dello Stato che non eleggiamo direttamente e che è sì controllato dal potere politico, ma che tuttavia spesso pare ugualmente una scheggia impazzita.
Parlo degli episodi che ormai si ripetono di concorsi manifestamente irregolari che solo la denuncia coraggiosa e spesso isolata di cittadini rende noti. Parlo del Presidente di Commissione del concorso per Avvocatura dello Stato Salvatore Messineo, che secondo le accuse rivoltegli, si rifiuta di raccogliere la denuncia verso quelli che copiano.
Parlo di un Generale dei ROS, Giampaolo Ganzer, che annuncia con orgoglio di aver arrestato dei malfattori, facendosi paladino della giustizia, quando sulla sua testa pende una condanna in primo grado a 14 anni per reati gravissimi.
Parlo di poliziotti che ubriachi pestano un tizio per futili motivi e poi lo accusano di resistenza a pubblico ufficiale e meno male che c’era una telecamera di sorveglianza a smascherarli.
Che cos’hanno in comune queste storie? Spesso il silenzio, l’assenza di ogni pronunciamento critico, quasi sempre l’impunità che nel silenzio trova le sue premesse, soprattutto la ricerca apparentemente spasmodica da parte del resto dell’apparato di coprire le sue magagne, i suoi difetti, le sue storture, sicuramente la percezione di chi lavora all’interno di queste istituzioni di godere un’impunità totale, dell’assenza di quei principi di responsabilità personale che fanno sì che una persona senta addosso a sé puntato un fanale, che lo fa sentire in obbligo di rispettare le regole, gli altri cittadini, la deontologia del suo ruolo.
Come faccio a fidarmi di un sistema che dovrebbe tutelare l’ordine e la legalità ed è popolato da pregiudicati? A me e credo non solo a me vengono i brividi a leggere la lista dei condannati per il processo sulla Scuola Diaz, notando che occupano tutti ruoli di responsabilità all’interno della polizia. Trovo penose le scuse di Manganelli alle vittime. Adesso, dopo 11 anni, perché un giudice ti ha detto di farlo chiedi scusa? E in questi 11 anni tu hai lasciato un gruppo di delinquenti, che hanno organizzato un pestaggio di massa, e poi hanno inscenato false prove per dissimulare la carneficina, ai vertici della polizia italiana? Solo ora, dopo 11 anni, e solo su esecuzione di una sentenza qualcuno finalmente li metterà in condizione di non nuocere ulteriormente: è tardi, irresponsabilmente tardi.
I cittadini italiani sono spesso, spesso a ragione, accusati di difettare di senso dello Stato. Facciamo fatica a concepire lo Stato come una comunità della quale tutti facciamo parte e che difende gli interessi di ognuno di noi. E’ anche vero però che l’apparato dello Stato stesso dovrebbe costituire un modello esemplare per il cittadino. Conseguentemente, allorquando istituzioni che dovrebbero garantire ai cittadini protezione e imparzialità non fanno nulla per non apparire come semplici consorterie dedite a garantire ai suoi aderenti un potere svincolato da ogni controllo, è onestamente comprensibile che il cittadino finisca con il difettare di senso dello Stato.
Il commissario tecnico del giorno prima
Da Domenica sera ogni fonte di informazione (giornali, tv, social network, perfino il bancone del bar) trabocca di commissari tecnici del giorno dopo (qui trovate quello che considero il più divertente): quelli che “Prandelli avrebbe dovuto far giocare questo o quello” o “Non ha capito nulla” o “Non doveva fare tutte ‘ste sostituzioni”, e così via. Non è certo un’abitudine solo italiana quella di pronunciarsi a posteriori su un evento sportivo, improvvisandosi superesperti, se così fosse non esisterebbe l’espressione americana “Monday Morning Quarterback” che una polemica tra Hillary Clinton e Guido Bertolaso rese famosa anche in Italia anni fa. E’ il meccanismo classico del capro espiatorio che, come sempre, affiora dalla rabbia degli individui, rabbia in questo caso per la conclusione di un evento sportivo non in linea con le nostre attese, rabbia che dobbiamo sfogare su un colpevole. Il calcio poi è straordinario nella sua ascientificità , perché nessuno potrà mai confutare chi disegni come vincente un qualunque scenario diverso da quello che è stato dipinto sul fondale di Kiev Domenica sera.
Inutile ricordare che la Spagna ha delle individualità di un livello che oggettivamente noi non raggiungiamo. Inutile ricordare che abbiamo superato per un pelo tutti i turni fino alla finale e non c’è mai stato tempo per tirare il fiato o per fare ruotare la rosa. Inutile ricordare quali critiche si sarebbe attirato il CT Prandelli se avesse rivoluzionato la squadra, proprio dopo la partita vinta gloriosamente con la Germania. Non c’è storia: il colpevole è lui e basta.
Sarebbe però bello se una volta ci fosse anche solo un giornalista, un’opinionista, un avventore del bar, che il giorno prima di una partita di finale dicesse chiaramente: “Se Prandelli mette in campo Chiellini vuol dire che non ha capito nulla”, oppure “Prandelli deve assolutamente giocare con il 3-5-2, se no prendiamo quattro pappine”, o ancora: “L’impiego di Giovinco è determinante. Se Prandelli lo lascia in panca e fa giocare Cassano sarà una disfatta”. E’ un rischio, certo, perché il calcio è un gioco in cui l’aleatorietà è talmente determinante che anche l’analisi più arguta può essere contraddetta da un refolo di vento, da un pallone che rimbalza male, da un attimo di fatale distrazione. E allora hai paura di essere smentito, di prenderti una cantonata che poi tutti ti rinfacceranno per chissà quanto tempo. Ma forse è una paura infondata, forse è un rischio sopravvalutato. In fondo un mito del giornalismo italiano: il radiocronista Enrico Ameri, ebbe a dare dello sprovveduto a Enzo Bearzot, durante un’intervista fattagli in televisione alla vigilia della fase finale dei mondiali dell’1982, dove l’Italia di Bearzot avrebbe trionfato imprevedibilmente. Questo perché Bearzot aveva, a suo dire imperdonabilmente, lasciato a casa giocatori del livello di Beccalossi e Bruscolotti. Eppure nessuno gliene volle, Ameri continuò la sua carriera senza scossoni, e pochi oggi si ricordano della circostanza. E allora, opinionisti professionisti e dilettanti di tutto il mondo, siate più coraggiosi, fate come il grande Enrico Ameri. La mia stima sarà grande per voi, ancor più grande se vi prenderete una grande cantonata.
Se vinciamo, tutti in piazza!
Il bello dell’Italia è questo. Siamo arrivati qui tra mille polemiche e divisioni. C’era chi diceva che non bisognava neppure venirci, altri che invitavano a lasciare a casa i giocatori cattivi, altri che “tanto è finto anche l’Europeo”. C’era un calcio scosso dall’esplosione del calcioscommesse, due o tre giocatori di secondo piano che ammettevano di aver truccato delle partite, come se l’ammissione di due o tre assessori di comuni di provincia di aver truccato degli appalti andasse sulle prime pagine dei giornali. C’era perfino chi ne approfittava per scoprire con indignazione che a fine Campionato ci si accorda spesso per fare pari.
C’era ancora chi si indignava per le stelle mostrate e perfino per quelle nascoste, per gli scudetti vinti sul campo o in tribunale, c’erano gli scandali degli uni e quelli degli altri, quelli che dicono che gli scandali propri sono bazzecole e quelli degli altri invece…, e magari non sanno nemmeno di cosa stanno parlando, confondendo il Paolo Rossi giocatore per il comico. C’è poi il solito balletto sui giocatori miei che sono bravissimi e quelli degli altri che fanno pena.
Poi la Spagna ci salva per un pelo battendo con fatica la Croazia, con l’Inghilterra passiamo all’ultimo rigore e imprevidibilmente battiamo anche la Germania. E così siamo di nuovo in finale, tutti insieme, allineati, abbracciati e uniti per la vittoria. E se Domenica vinciamo saremo tutti in piazza, proprio tutti. Quelli che “Buffon è un venduto”, quelli che “De Rossi è uno spacciatore”, quelli che “Balotelli non è italiano”, quelli che “Bonucci doveva tornare a casa”, quelli che “Cassano ha il cuore marcio” saranno tutti in piazza a festeggiare insieme. Ecco, la straordinarietà dell’evento che si verifica in Italia, quando vince la Nazionale, sta proprio nel fatto che per una volta gli italiani riescono a saltare i propri steccati, a lasciare dietro di sé le proprie parrocchie, a far finta di aver superato pregiudizi e rigidità mentali ed a guardare le cose con gli occhi degli altri. Anche se dura solo una notte, un po’ è bello lo stesso, giusto per ricordarci che in fondo è possibile. Forse quello che davvero ci sarà da festeggiare, se Domenica batteremo la Spagna, sarà proprio questo.
Un’analisi (quasi) solo politica
Sembra strano ma mi sento di spezzare una lancia a favore della Merkel e della linea che il suo governo sta tenendo in Europa. Avrà tutti i secondi fini del mondo per metterla in questi termini, però il suo ragionamento mi pare piuttosto chiaro. Che senso ha emettere dei titoli di stato di uno Stato che non esiste? Ne ho già scritto su questo blog mesi fa ma disgraziatamente nulla è cambiato, anzi è cambiato che Hollande è salito alla Presidenza della Repubblica in Francia ma non sembra aver cambiato in questo di un millimetro la linea di Sarkozy: di cessione di sovranità per il momento non si parla. Quello che invece è cambiato in questi mesi è che nelle sue esitazioni e nel suo immobilismo l’Europa ha dimostrato ancora una volta di più la sua cronica debolezza, che è la debolezza di un aggregato di Stati che vorrebbe essere Europa Unita ma che dell’unione vorrebbero avere la moglie ubriaca della solidità economica, ma conservare la botte della sovranità intatta. E invece no, caro Hollande e cari altri capi di governo, che volete continuare ad essere capi di governo sovrani ma che poi state attaccati alle gonne dell’Europa quando fa freddo. Se c’è davvero una cosa che la crisi ci ha spiegato è che una moneta unica deve avere alle spalle un governo unico dell’economia (non solo della finanza). Non so bene se gli Eurobond saranno la panacea ma ho la franca impressione che quello che i mercati si aspettano dall’Europa non sono gli Eurobond, ma proprio ciò che l’Europa oggi si sta dimostrando ogni giorno incapace di dare, cioè un timone che indichi con chiarezza la rotta verso cui l’Europa può o vuole andare, qualunque essa sia. E non è solo un timone economico ma deve essere un timone politico in termini complessivi.
Leggo la lunga intervista di Mario Monti su La Stampa che dimostra certamente di non essere un Tremonti o un Pomicino e di sapere quello di cui parla, ma dimostra anche di essere quello che è: un economista, non certo un uomo di governo che sappia avere una visione complessiva di un paese; un paese che, lo ricordo, non è solo economia, ma è cultura, è “società “, è politica, con tutto quello di emotivo e non numerico che ruota attorno a questi concetti astratti. Mi pare in effetti che ciò che manchi a quest’uomo è una prospettiva politica che, quando lui dice “integrazione europea”, gli faccia pensare a gente che, non dico parli la stessa lingua, ma che almeno si senta rappresentanta dalla stessa bandiera, dallo stesso capo dello Stato, dagli stessi confini geografici, che si riconosca in qualunque genere di identità comune e invece, come dimostra poche parole dopo, Monti pensa all’Euro: “Una prospettiva di medio termine di rafforzamento dell’integrazione, in modo che tutti gli europei sappiano dove vanno e i mercati possano convincersi che c’è e sarà rafforzata con ulteriori passi la volontà di rendere la moneta unica indissolubile e irrevocabile.”.
Tutto invece mi lascia pensare che il processo sia esattamente quello contrario: le pulsioni centrifughe verso l’Euro nascono sì dalla crisi ma anche dall’assenza di alcun senso di identità europea che le freni e l’identità può nascere solo dalla fiducia in un sistema istituzionale che invece, nel caso dell’Europa, continuiamo a vedere come incomprensibile e quindi superfluo. Siamo in definitiva in un circolo vizioso che ci rende incapaci di completare il guado verso l’unità politica, ma allo stesso tempo siamo impossibilitati a tornare indietro nella consapevolezza che ciò ci voterebbe ad un’irrilevanza nello scacchiere internazionale.
Il problema è che, a forza di sentir parlare di spread, di debito, di mutui subprime, ci siamo convinti un po’ tutti che sia l’economia che governa il nostro destino e invece l’economia è solo uno delle componenti della nostra società ed il fatto che sia stato il sistema finanziario ad innescare questa crisi non significa necessariamente che sarà la finanza a risolverla, anzi potrebbe essere esattamente vero il contrario. A guarire l’Europa potrebbe essere il prendere coscienza di sè stessa, del ruolo che potrebbe acquisire se vincesse le sue divisioni e parlasse con una sola voce, di quale rilevanza avrebbe un Governo in grado di parlare a nome di tutta l’Europa, senza che ci sia una Merkel, un Hollande o un Rajoy pronti a smentirlo e quale forza avrebbero i cittadini europei che eleggessero un Parlamento Europeo incaricato di controllare tale Governo. Per farlo però i politici nazionali dovrebbero avere l’umiltà di mettere da parte i propri angusti orticelli nazionali ed essere disposti a concorrere sullo scacchiere continentale: fare quindi, i politici, esattamente ciò che con l’Unione economica e monetaria è stato imposto ad imprese e ai cittadini.
E allora chi si candidi a guidare il nostro paese nei prossimi anni dovrebbe farci chiaramente capire se è disposto a farlo, se è disposto ad auto ridurre il proprio potere attribuendolo ad organi di governo europeo. Mi aspetto che Bersani, Renzi o chi altro si accinga a proporsi per questo ruolo, abbandoni formule come “siamo per l’integrazione politica” che dopo vent’anni che se ne parla non vogliono dire più nulla e che stabiliscano un piano concreto di progressiva cessione di sovranità ad istituzioni politiche europee democraticamente elette e rappresentative dell’intero continente, piano che obblighi la Merkel da una parte e Hollande dall’altra a palesarsi come oppositori o sostenitori dell’integrazione europea. Se non lo faranno si prenderà la pesante responsabilità di aver votato il suo paese e l’Europa tutta ad un declino che potrebbe diventare irreversibile.
