Il terzo candidato
Avevo una ventina d’anni, frequentavo l’università ed era l’epoca in cui c’erano ancora la DC e il PCI. Ogni volta che mi ritrovavo a votare nelle elezioni dei consigli studenteschi davo la mia preferenza sistematicamente a qualunque altra lista terza (escluse formazioni estremistiche) che si candidasse in alternativa alle classiche liste filo-PCI e filo-DC. Arrivai una volta a tracciare io stesso una terza casella e a barrare quella, quando sulla scheda trovai solo rappresentanti di tali liste. Perché mi davano tanto fastidio quelle due parrocchie? Non so. Forse per una mia tendenza innata all’indipendenza intellettuale (fanfaronata improbabile), o forse, più probabilmente, perché i loro candidati li vedevo sempre alle cooperative universitarie, la CELID di sinistra, la CUSL cattolica. Sarà perché quando un docente aveva la malaccortezza di lasciare le dispense da fotocopiare alla CELID, anziché farti lo sconto sulla quantità , maggioravano la tariffa normale, visto che in quel caso le copie le potevi fare solo lì. Sarà perché la prima e ultima volta che andai alla CUSL per fare una fotocopia il commesso mi disse che forse la fotocopiatrice non funzionava, poi prese il mio foglio lo passò sullo scanner e dalla fotocopiatrice uscì un foglio bianco. “Vedi? Non funziona… Sono 50 lire comunque”.
Spesso attribuiamo alle nostre scelte alti significati morali quando sono solo il frutto dei nostri traumi e forse se avessi incontrato individui più onesti avrei fatto altre scelte, sta di fatto che da allora tendo a preferire terze parti e faccio fatica ad apprezzare questi due poli politici. Sono passati molti anni da allora ma se nel prossimo autunno dovessi decidere di votare alle primarie del PD, ho l’impressione che mi ritroverò di nuovo un candidato filo-PCI e un candidato filo-DC e forse solo quelli.
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Quando dico che Bersani è filo-PCI non intendo certo che sia di orientamento marxista, probabilmente non lo era nemmeno il PCI, anche se nessuno osava dirlo. Intendo che fa riferimento a quel sottobosco di cultura provinciale, emiliana e non, a quel mondo di amministratori locali, di associazionismo, di Feste dell’Unità , di tesserati che ti votano perché hai una faccia da brava persona, perché parli bene, perché quando sei venuto a Torino hai stretto la mano a tutti. Cosa farà quando andrà al potere? Nuove tasse? Nuovi tagli? Più Europa? Meno Europa? “Non lo so ma di lui mi fido” risponderebbe la signora che griglia le salsicce.
E Renzi? Non fosse un ex-scout direi che lo vedrei bene come capo scout. Lì in calzoni corti, con il fazzoletto sulle spalle, a spiegare che lui è giovane, che i giovani sono belli e anche al Papa piacciono tanto i giovani. Sì, ma se voglio sapere che cosa dell’Italia di ieri e di oggi butterebbe dalla torre non riesco a farmelo dire. Non riesco a farmelo dire perché se lo facesse succederebbe che all’interno di quella rete di associazionismo che lo sostiene e che lo sostiene perché è simpatico, perché parla bene, perché…. piace, qualcuno che si sentirebbe buttato giù dalla torre ci sarebbe sicuramente.
Ma perché alla fine, dopo tanti anni, sempre e solo due candidati? Cosa non è cambiato in questi decenni perché chi voglia candidarsi per governare il paese debba per forza essere espresso da una di queste due parrocchie? Credo faccia parte di quella rete di agganci, appoggi, amicizie, sorrisi e strette di mano che sono necessari per ottenere la visibilità sufficiente ad accreditarsi agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica come uomo di governo. Temo che il PD non potrebbe mai arrivare ad essere il primo partito senza le salsicce della Festa dell’Unità e senza i boy scout. Il problema è che il sottoscritto è qui che scrive su un blog, commenta su facebook, scambia con suoi pari un sacco di informazioni credendo che tutti facciano come lui, che il mondo vada in quella direzione, e infatti poi si meraviglia del fatto che la parte maggioritaria del consenso democratico passi ancora per l’oratorio o per la sezione di partito. La verità è che il sottoscritto così come la maggior parte dei suoi pochi lettori sono assolutamente minoranza. La maggioranza è ancora quella che fa riferimento ad amicizie e conoscenze incontrate in parrocchia oppure al circolo culturale, che gira attorno alla cooperativa cattolica o a quella rossa, che si trova di fronte al seggio elettorale il giorno delle elezioni a fare conversazione con il rappresentante di lista, mentre il sottoscritto è a casa a cliccare su “Aggiorna” per vedere i primi exit poll. C’è bisogno assoluto di questa massa critica per arrivare ad essere maggioranza, mentre quelli come me si ritrovano sempre a sedersi sui cespugli che qua e là attraggono il consenso delle minoranze verso candidati alla Marino, che sembrano fatti apposta per far sperare che possa esserci una terza via, anche se non ci sarà mai, o verso partitelli satelliti che raccolgono i voti in libera uscita per poi fare coalizione. E infatti magari alla fine spunterà anche questa volta un terzo candidato interessante, presentabile, che ha programmi chiari, che dice cose innovative e condivisibili, che voteremo io e altri cinque o sei.
Vincerà uno dei due, non importa chi e poi si andrà alle elezioni. Nel frattempo dall’altra parte non ci sarà Bossi che se va al potere fa la scissione, o Berlusconi che se va al potere poi si fa lo Stato a sua immagine e somiglianza (o meglio ci sarà ma non fa più paura a nessuno), ma c’è Grillo che vuole uscire dall’Euro (anzi forse no, però insomma, non sarebbe un dramma…) e allora ti vien quasi voglia di votare Bersani o almeno Renzi. E allora vedi che votare per il PD di Bersani o Renzi è sempre meglio che lasciare il governo a costoro, però ti fa schifo. Insomma alla fine mi coprirò con la foglia di fico di un qualche cespuglio, del voto disgiunto, di un voto di protesta utile, per andare a casa tranquillo di aver votato bene, almeno finché il beneficiario del mio voto non cambierà gruppo in cambio di una villa alle Barbados.
Insomma le democrazia è davvero avara di soddisfazioni per chi non ha molta predisposizione per l’affiliazione, ma che ci vuoi fare, sempre meglio della dittatura…
Come una freccia dall’arco scocca
“Come una freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca” cantava De André a proposito di una “notizia un po’ originale”. Lo stesso si potrebbe dire oggi di una notizia falsa, specialmente se la fonte è un celebre giornalista come Marco Travaglio. Dovete sapere che giorni fa ero ad un pranzo con amici, si parlava di calcioscommesse ed uno dei presenti fa: “Beh, se pensi al fatto che Paolo Rossi si vendette una partita per 20 milioni quando guadagnava 5 miliardi”. Gli dico subito: “Sei tra le molte vittime di Travaglio” e lui ammette di aver letto un articolo pubblicato su Il Fatto a proposito del tema. Purtroppo di vittime quell’articolo ne ha fatte molte, compresi quelli de “Linkiesta” che ci hanno fatto pure un trafiletto online.
Capita infatti che Marco Travaglio, probabilmente in crisi di astinenza giustizialista dopo il declino di Berlusconi, si sia messo a cercare colpevoli un po’ ovunque e, come già segnalato, si sia messo sulle tracce di Buffon, con risultati giornalisticamente discutibili da molti punti di vista. Siccome al possibile coinvolgimento di grandi nomi nel calcioscommesse il senso comune replica spesso ricordando la sproporzione tra l’entità limitata del giro d’affari degli scommettitori e gli stipendi dei “big”, Travaglio inizia il suo “j’accuse” contro il portiere della Nazionale con un incipit teso a smontare questa argomentazione:
“Quando Paolo Rossi fu beccato nel primo calcioscommesse (quello del 1980) e si prese 2 anni di squalifica per un paio di puntate da 20 milioni di lire, un cronista gli domandò che cosa l’avesse spinto a rovinarsi per così poco, visto che guadagnava 5 miliardi all’anno. E lui: “Ho un figlio da mantenere“. Da allora ci si domanda chi scrive i testi ai calciatori.”
Peccato che nel suo incipit Travaglio riesca a enumerare diverse bufale in poche righe di testo, ma andiamo per ordine citando i vari strafalcioni:
“si prese 2 anni di squalifica per un paio di puntate da 20 milioni di lire”
La squalifica che tenne lontano dai campi di calcio Paolo Rossi, tra il 1980 e il 1982, non gli venne comminata per aver scommesso, ma perché fu avvicinato, come lui stesso ammette, da un faccendiere che gli prospettò la possibilità di poter segnare con la compiacenza degli avversari due reti contro l’Avellino (ai tempi Rossi giocava nel Perugia) ma concedere in cambio il pareggio agli irpini. Il tutto poi si verificò come previsto (2-2 con 2 gol di Rossi) e questo fu sufficiente ad avvalorare la tesi che fosse tutto combinato, nonostante nessuno dei giocatori dell’Avellino, quel giorno in campo, fossero stati condannati. I 20 milioni che cita Travaglio quindi sono una cifra a sproposito anche se ho l’impressione che il nostro si confonda con la vicenda che quello stesso anno interessò il Milan, determinandone la retrocessione in serie B. Furono infatti proprio 20 milioni quanto i rossoneri pagarono per combinare la partita contro la Lazio vinta 2-1.
“visto che guadagnava 5 miliardi all’anno”
Magari Travaglio conosce entrate mai denunciate da Pablito, ma all’epoca gli stipendi dei calciatori più in voga andavano difficilmente oltre i 100 milioni di lire. D’altra parte 5 miliardi di lire dell’80, rivalutati al potere d’acquisto di oggi e convertiti in Euro, corrispondono a qualcosa come 11 milioni di Euro che sarebbe un record mondiale anche nel 2012. Travaglio probabilmente spara quella cifra confondendo, anche qui, lo stipendio di Rossi con la valutazione record che fu fatta del suo cartellino allorché nel 1978 il Vicenza e la Juventus, che ne detenevano la comproprietà , se lo contesero. Il Vicenza pagò alla Juventus (non a Rossi ovviamente) la metà del suo cartellino per ben 2 miliardi e 600 milioni, cifra enorme per l’epoca. Fu tra l’altro una follìa autentica perché, per pagare quanto offerto, il presidente del Vicenza Farina fu costretto a smantellare la squadra, che era arrivata incredibilmente seconda, e che infatti l’anno successivo, pur con Rossi nelle sue file, retrocesse in Serie B.
E lui: “Ho un figlio da mantenere“
Rossi non fu mai accusato di avere preso soldi e quindi l’affermazione attribuitagli da Travaglio non avrebbe alcun senso. In più all’epoca dei fatti (1980) Rossi non aveva ancora un figlio che nascerà due anni dopo: nel 1982. Una frase simile (da qui forse l’origine dell’ennesima confusione di Travaglio) Rossi la pronunciò nell’estate del 1982 quando, di ritorno dalla vittoria ai mondiali, iniziò una vertenza con la Juventus, che nel frattempo lo aveva ingaggiato, per un ritocco del suo stipendio. Rossi malaccortamente si giocò la carta del figlio che stava per nascere: «Sto per diventare padre e dovrei far vivere mio figlio di pura gloria?» ma la cosa ebbe un impatto mediatico piuttosto negativo e non fece che generare polemiche e facili ironie.
Come un bravo insegnante, ripongo adesso la penna rossa e provo a tirare un po’ le somme. Devo dire sinceramente che ho molto ammirato Travaglio negli anni in cui era esiliato dai media italiani, perché era l’unico a dire verità scomode sul passato e presente di politici in voga. Ho ammirato il suo coraggio nel non fare la scelta acquiescente e conformista che molti invece fecero. Quando però il suo coraggio è stato premiato e l’opinione pubblica ha cominciato a riconoscerlo come fonte credibile, anzi come riferimento nel combattere corruzione e malcostume, ha probabilmente creduto di essere arrivato, di essersi ormai costituito una credibilità che gli consente ora di sciorinare notizie raccolte al baretto sotto casa, basate sul si dice, nella convinzione che tutti le accoglieranno come verità . Forse, a forza di faccia a faccia televisivi con Ghidini, Castelli e Leoni si era convinto che il mestiere di giornalista fosse facile: bastava rileggere una loro dichiarazione per evidenziarne errori e autocontraddizioni; o forse avendo a che fare con simili personaggi si è amaramente reso conto di quanto sia più facile ed economico rifilare all’opinione pubblica balle che fatti. Purtroppo per lui invece il mestiere di giornalista non è per niente facile: è faticoso fare il blogger, figuriamoci il giornalista professionista con milioni di rompimaroni pronti a smentirti ad ogni affermazione che fai e poi, con questa pessima invenzione dei commenti, non stai tranquillo un attimo che una bufala viene subito individuata. Forse Travaglio lo sta scoprendo solo adesso, spero per lui non troppo tardi per poter tornare a fare il giornalista, prima di avere eroso completamente la sua credibilità .
Per il resto la buona notizia è che, a differenza di quanto succedeva nei primi giorni della pubblicazione dell’articolo, se oggi digito su Google “20 milioni Paolo Rossi” non esce come prima voce l’articolo di Travaglio o suoi mirror, ma un articolo che lo smentisce. Alla fine la Rete funziona e la freccia spesso diventa un boomerang che colpisce chi l’ha tirata. Meglio così.
Il merito, l’eccellenza e il ridicolo
Leggendo gli intendimenti del Ministro Profumo circa una riforma scolastica orientata a premiare il merito mi è parso di risentire vecchi refrain che andavano molto ai tempi del precedente Governo. Tali refrain avevano un suono diverso però quando li suonava la Gelmini. Allora questi tormentoni parevano infatti essere specchietto per le allodole, messi lì per nascondervi tagli e ridimensionamenti predisposti da chi non ha capito il ruolo fondamentale che l’istruzione ha nel paese e nel mondo di oggi; che adesso Profumo riprenda quegli stessi temi mi fa venire il dubbio che ci sia una patologia culturale che affligge la nostra classe dirigente ma al di là dei miei dubbi, provo ad affrontare i temi sollevati, nel modo più analitico che mi è possibile.
Partiamo dal discorso legato allo studente dell’anno: ottima idea premiare lo “studente dell’anno” e creare una gara tra i più bravi per l’ambìto premio; ci saranno alcuni studenti, quelli che pensano di raggiungere il 100 e lode, che si impegneranno magari anche strenuamente per questo trofeo. C’è però da dire che la media di diplomati per istituto superiore si aggira in Italia intorno ai 100, quindi avremmo un centesimo dei diplomati così premiato. Ipotizzando che ci possano essere quattro-cinque studenti per istituto che possano competere per il premio stiamo parlando di un’iniziativa che interessa a malapena il 5% della base studentesca. Sarebbe certamente un premio alle eccellenze, forse in futuro vinceremo qualche premio Nobel in più, ma pensare che questo possa incidere nella percezione di premio al merito nella scuola equivale a credere che un finanziamento alla Serie A di calcio possa costituire un incentivo per la pratica sportiva in Italia. Ho l’impressione invece che l’obiettivo di premiare in modo rilevante il merito si possa ottenere attraverso una maggiore severità nella valutazione ed eventualmente attraverso riconoscimenti al merito scolastico più diffusi di quelli prefigurati da Profumo, magari promossi da un apparato docente più motivato in questo senso.
Nei propositi del Ministro non manca poi il riferimento ad un qualche criterio di misura per individuare istituti efficienti e istituti meno efficienti. Visto che non si può misurare l’afflusso di informazioni al cervello degli studenti, quando si vuole cercare di valutare l’efficacia dell’apprendimento si ricorre solitamente a criteri di misura basati su “evidenze esterne” (bocciature e scelte scolastiche successive in questo caso). Il problema però è che in questo genere di risultanze possono avere un peso determinante le condizioni contestuali: il numero di studenti di una scuola media che decidono di iscriversi al liceo può non dipendere dalla qualità della scuola ma dalla percezione di prospettive che gli studenti hanno. E’ quindi evidente che la scuola di un quartiere disagiato avrà risultati peggiori da questo punto di vista di quelli di un quartiere benestante. Penalizzare le realtà più difficili porta ad un circolo vizioso che certamente non favorisce l’inclusione sociale e diminuisce la percezione che chi se lo merita ce la possa fare. Si parla poi addirittura di numero di bocciature come elemento di penalizzazione di una scuola, con la conseguenza che le scuole che vogliono essere premiate eviteranno di bocciare, e questo costituirebbe indubbiamente un incentivo al demerito anziché al merito. Un altro criterio di misurazione per le scuole secondarie, non richiamato da Profumo, ma di gran moda è il Test Invalsi: un questionario teso a misurare il grado di preparazione degli studenti. Personalmente la ritengo un’iniziativa interessante dal punto di vista scientifico, o meglio che sarebbe interessante da questo punto di vista se a rilevare i dati non fossero gli insegnanti medesimi che quindi, nei contesti meno controllati, compilano loro stessi i questionari degli studenti per far bella figura, annullando ogni validità del test. Sarebbe, ripeto, interessante dal punto di vista scientifico ma credo solo dal punto di vista scientifico, perché ho la franca impressione che la dipendenza dei risultati dal contesto renda i risultati inaffidabili dal punto di vista della selezione delle scuole più meritevoli. E’ anche qui evidente che nella scuola di un quartiere disagiato la difficoltà nel migliorare le competenze degli studenti sia enormemente superiore a quella di un quartiere benestante.
Il problema di fondo che poi vedo sta proprio nel voler ricercare a tutti i costi un criterio oggettivo per valutare una scuola, che potrebbe poi diventare poi un criterio oggettivo per valutare un docente. Ma siamo sicuri che ciò sia possibile? C’è davvero un modo oggettivo per valutare o la valutazione di un’attività articolata come l’insegnamento è un processo la cui complessità è troppo grande per ricondursi ad un calcolo aritmetico. Esiste forse un’azienda nella quale i dipendenti o le unità organizzative vengono valutati sulla base di un algoritmo o di un questionario a risposte multiple? Se non esiste è forse perché qualunque criterio simile è illusorio e l’unico modo per valutare un’organizzazione è che ci sia un valutatore che ne soppesi l’efficienza e i risultati. E’ difficile conseguire un risultato simile nell’apparato dello Stato? Negherebbe il criterio dell’autonomia scolastica? Forse sì, ma tra un’autonomia che rischia di stritolarti e una più efficiente dipendenza non avrei dubbi su che cosa scegliere. C’è il rischio di collusioni e clientele? Pazienza, ma ho l’impressione che sia preferibile il rischio di una valutazione sbilanciata piuttosto che la certezza.
Ma supponiamo anche di trovare un giorno un criterio di giudizio oggettivamente valido: a quel punto varrebbe la pena di chiedersi se la misura giusta da prendersi contro la scuola oggettivamente scarsa sia penalizzare la scuola, come in genere si ipotizza in questi casi, o non piuttosto spostare ad altro incarico il dirigente che ha portato dei risultati negativi. Se il ramo di un’azienda porta dei risultati al di sotto delle attese ciò che si fa di solito è rimuovere chi dirige quel ramo di azienda, non certo ridurre il suo budget e allora perché nella pubblica amministazione non ci si può muovere allo stesso modo? Protezioni sindacali? Vogliamo dire che preferiamo chiudere una scuola che intaccare la carriera del dirigente scolastico che la dirige?
Vedo infine che il passo successivo previsto da Profumo sarà riformare i concorsi: ottima idea anche questa, però non leggo un riferimento a quello che dovrebbe essere il principale obiettivo da perseguire intervenendo sui concorsi, ovvero renderli un banco di prova autentico e non il dominio dell’abuso e della raccomandazione: a tutti i livelli, dall’università alla scuola elementare.
Non sono certo un conoscitore del mondo della scuola e sono sicuro di aver scritto molte inesattezze e di aver probabilmente trascurato fattori essenziali; sono d’altronde certo che la rete abbondi di pareri più autorevoli e competenti del mio e che le domande che pongo forse non hanno risposta. Non posso però che notare che chi conosce la scuola e ci passa da anni le sue giornate me la descrive come un ambiente nel quale l’abuso, il sopruso e la prevaricazione regnano sovrani, nel quale abbondano insegnanti di ruolo che non riescono ad imbroccare due congiuntivi di fila nemmeno per sbaglio, nel quale i concorsi sono poco più che farse organizzate per premiare gli amici e i raccomandati, nel quale l’utilizzo per fini personali di risorse pubbliche è la normalità , nel quale spesso sono le famiglie e non gli insegnanti a stabilire i criteri di valutazione, nel quale il mobbing è pratica quotidiana verso chi voglia ristabilire criteri di merito e di trasparenza. E allora scusatemi se nel momento in cui il Ministro Profumo, di fronte all’immane compito di riformare tutto ciò, si presenta producendo come prima straordinaria proposta quella dello “studente dell’anno” faccio fatica a trovare per questa iniziativa una definizione diversa da “ridicola”.
L’ennesima scandalosa parata
Intervengo sulla questione della parata del 2 Giugno in abbondante ritardo, un po’ perché sono sempre lento a scrivere, un po’ perché ho avuto un esame universitario, un po’ per tanti altri motivi. Sta di fatto che vorrei manifestare anch’io il mio sdegno per il mancato annullamento della parata per la Festa della Repubblica, pur richiesto a gran voce, in omaggio ai terremotati dell’Emilia. Tanti l’avevano chiesto, avevano perfino fatto riferimento al precedente del ’76, e invece la solita patetica esibizione muscolare del nostro sistema politico è andata in scena nel disprezzo di quelli che hanno perso la casa. Pensate però che non è nemmeno la prima volta: pensiamo al 2009 quando a poche settimane dal terremoto de L’Aquila la parata si fece senza problemi, oppure al 1998 quando la parata non fu annullata dai 159 morti nell’alluvione di Sarno, non parliamo poi del 4 Novembre 2000 quando la parata per l’anniversario della Vittoria nella prima guerra mondiale si tenne a pochi giorni dall’alluvione che aveva colpito il Piemonte, così come l’anno passato la stessa parata si fece (con i costi così documentati da l’Espresso) nonostante pochi giorni prima un’alluvione avesse spazzato via le Cinque Terre. Insomma le parate e le celebrazioni si sono sempre fatte nonostante la compresenza di eventi catastrofici. Ecco sì, la cosa non mi piace, certo, però…
Insomma adesso mi viene un dubbio: non è che per caso le celebrazioni delle ricorrenze nazionali sono un costo necessario per mantenere quel tanto di identità nazionale che ogni tanto serve? Non è che ogni anno ci potrebbe essere un buon motivo per non svolgerle se le ritenessimo una manifestazione davvero superflua?
E di dubbio me ne viene anche un altro: non è che i soldi per aiutare i terremotati li possiamo trovare altrove, se lo vogliamo davvero?
E addirittura mi vien da chiedermi: siamo proprio sicuri che se, anziché profondere le nostre energie a lanciare invettive davanti alla tv, o su facebook, contro Napolitano che inneggia all’unità nazionale o all’importanza della politica, le utilizzassimo per offrire il nostro servizio volontario o almeno il nostro aiuto economico alle zone colpite, non faremmo forse un servizio migliore a quella gente? Insomma ripetiamo come un mantra lo slogan secondo il quale i cittadini italiani sono migliori della loro classe politica, e se ogni tanto provassimo a dimostrarlo nei fatti?
Mah, insomma. Vabbé quasi quasi mando un sms anch’io, certo che però… Napolitano… Mah…
E l’imperatore urlò: “Arrestate quel bambino!”
Devo dire che una delle mie fiabe preferite è “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen. La particolarità che ho sempre trovato in Andersen è che le sue fiabe non sembrano voler necessariamente fornire ai suoi lettori i soli primi rudimenti normativi o di orientamento nelle relazioni sociali, come abitualmente negli altri interpreti del genere, ma più spesso appaiono permeate di uno spirito critico nei confronti della società e delle sue contraddizioni. “I vestiti nuovi dell’imperatore” ne è un esempio nella critica al conformismo, all’acquiescenza alla visione altrui, alla paura di esporsi. Ne è un esempio al punto che la celebre frase con cui il bambino smaschera la truffa dei falsi tessitori è andata a confluire nel linguaggio quotidiano sotto l’espressione “Il re è nudo” come l’attacco alle ipocrisie socialmente condivise. Tuttavia il finale della fiaba risente ancora in fondo della vena idealista tipica delle fiabe, perché nella fiaba è sufficiente la frase di un bambino perché tutti improvvisamente prendano coscienza della realtà e della finzione che sta andando in scena. Forse nella vita reale questo non succederebbe e anzi l’imperatore indignato farebbe portar via il bambino impudente in catene, tra il consenso della folla indignata per l’inaccettabile ribellione.
Questo almeno è’ il dubbio che mi è venuto a proposito dell’episodio apparentemente insignificante che ha coinvolto il portiere della Nazionale Buffon durante la scorsa settimana. La storia, per chi non la conosca, è iniziata quando il calciatore, fino ad allora mai coinvolto nella vicenda ha preso posizione sul tema dell’inchiesta del Calcioscommesse. Lo ha fatto difendendo il suo allenatore Conte, coinvolto nell’inchiesta dalle dichiarazioni di un pentito che ha avuto in cambio sostanziosi sconti di pena. Buffon ha sottolineato che l’accusa, che comunque al momento pare non aver trovato alcun riscontro, non si riferisce a eventi correlati alle scommesse ma a due cosiddetti “biscotti”. I “biscotti” in gergo calcistico sono quelle partite nelle quali le due squadre convergono su un risultato che va bene ad entrambe, in genere si tratta di un pareggio, ma può essere anche di vittoria della squadra più debole se quella più forte non ha più particolari motivazioni. Di situazioni simili se ne verificano ad ogni finale di Campionato (non solo italiano ma anche mondiale e europeo) e alcuni anni fa fu curiosissimo un Torino-Genoa che si concluse con i giocatori del Torino che rincorrevano per il campo gli avversari, accusati di “Non essere stati ai patti”. Buffon si è limitato a dire l’ovvio, ovvero che di situazioni del genere se ne verificano a bizzeffe, non sono certo degli esempi di lealtà e correttezza sportiva, ma non si capisce perché improvvisamente eventi simili siano diventati, per la Procura di Cremona, episodi degni di un’incriminazione per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Anziché ammettere la sua ipocrisia il mondo del calcio e dell’informazione è subito insorto contro Buffon con uno stuolo di opinionisti invasati pronti a reclamarne la testa. Poi Buffon ha parlato ancora, ribadendo che ritiene sbagliato accomunare questi episodi a truffe verso gli scommettitori sostenute da organizzazioni criminali – e anche qui è difficile non essere d’accordo. Infine ha criticato la spettacolarizzazione delle indagini – e anche qui ha detto solamente quanto era di fronte agli occhi di tutti noi. I fatto che si arrestino personaggi come Milanetto e Mauri, che erano accusati da verbali che da settimane giravano sul web, pare ad esempio in palese contraddizione con la legge sulla custodia cautelare che la prevede solo in caso di rischio di fuga, inquinamento prove o reiterazione del reato. Che gli inqurenti dispongano la perquisizione della dimora di Conte ad un mese di distanza dalla notizia delle dichiarazioni accusatorie di Carobbio nei suoi confronti (mese in cui Conte avrebbe potuto far sparire anche casa sua con tutto il suo contenuto) pare in effetti non poter avere altri obiettivi che arrivare in cima ai titoli di quotidiani e telegiornali. Che in definitiva il blitz coordinato su vari fronti, non potesse avere come scopo quello di cogliere di sorpresa gli indagati è quantomeno pacifico e allora l’unica spiegazione è che ci si sia voluti fare un po’ di pubblicità : atteggiamento che credo non rientrare nella deontologia professionale di Procura e Polizia e che va tutto a danno dell’immagine di soggetti in diritto di essere considerati innocenti fino a che un processo non proverà eventualmente il contrario.
E qui viene la parte più allarmante di questa vicenda, ovvero come abbia a quel punto reagito il sistema, le cui vergogne Buffon aveva additato. L’insurrezione di fronte alle sue prime dichiarazioni è diventato linciaggio mediatico senza esclusione di colpi nei confronti del giocatore. Si parte subito con Fulvio Bianchi che su Repubblica, usando un linguaggio da malavitoso, invita il Presidente federale Abete a rampognare Buffon che non deve “immischiarsi in questioni che non lo riguardano“. Passano poche ore e salta fuori con tempismo incredibile un’informativa che la Procura di Torino aveva inviato a quella di Cremona circa un anno fa a proposito di movimenti ingenti di denaro dal conto di Buffon a quello di un signore di Parma che è anche proprietario di una tabaccheria convenzionata con Lottomatica. L’informativa ipotizzava che il denaro (complessivi 1,5 milioni) potesse essere andato a scommesse sportive: tuttavia già nell’informativa si riportava quanto dichiarato dall’avvocato di Buffon che aveva attribuito il movimento di denaro a investimenti finanziari fatti per conto del calciatore e ulteriori indagini non hanno accertato particolari movimenti di scommesse in corrispondenza dei bonifici. Uno dei bonifici presentava tra l’altro la causale “Rata orologi” attribuita all’acquisto di orologi Rolex che Buffon sostiene essere ancora nella sua disponibilità . Il sistema mediatico però di tutto questo se ne infischia e Repubblica sentenzia immediatamente “Le scommesse di Buffon: puntati un milione e mezzo di euro“ e naturalmente nemmeno un più accurato esame delle informazioni porterà poi il quotidiano a rivedere il titolo dell’articolo, almeno nella versione online. Quando poi Buffon precisa ancora che quei soldi erano destinati ad investimenti che nulla hanno a che fare con le scommesse e aggiunge: “Scusate ma dei miei soldi faccio ciò che voglio” Sky ne approfitta per manipolare ben bene la sua dichiarazione e proporre ai suoi ascoltatori un sondaggio dal titolo appena appena tendenzioso: ‘Buffon: scommesse milionarie. “Dei miei soldi faccio ciò che voglio”. Ha ragione?‘. Si unisce al coro anche Travaglio che scrive su il Fatto un articolo dal titolo “Mistero Buffon” che è una sfilata di notizie false o inesatte. In definitiva per alcuni giorni sui media italici Buffon viene sputtanato ben bene e chiude infine la questione con un’altra dichiarazione assolutamente condivisibile: “Me lo dovevo aspettare. Sono io che me la sono cercata: quando dico certe cose, me ne assumo la responsabilità . Ma certe cose non mi sono mai piaciute, e continuano a non piacermi“.
Lo so che molti penseranno che questo è un pezzo scritto da uno juventino per difendere un giocatore della Juventus e in parte avete ragione. Tuttavia provo ad andare oltre alla diatriba tifosa e ad ipotizzare che se la macchina del fango, che solitamente trova i suoi obiettivi in più autorevoli rappresentanti istituzionali o giornalisti, è giunta a colpire anche un calciatore, vuol dire che ormai è diventata una fionda sempre pronta a colpire chiunque dica o faccia la cosa sbagliata e credo sia un meccanismo che alla lunga fa male a tutti, non solo a quelli che non ci piacciono.
Sapere che se in Italia dici la cosa sbagliata qualcuno andrà a frugare nella tua vita per cercare qualche appiglio per sputtanarti e soprattutto che non una fonte di informazione imparziale (una sì, dai, bisogna darne atto a Il Post) verrà in difesa della verità dei fatti, trovo sia francamente avvilente, non solo per una questione di garantismo, ma anche solo per una questione di mera difesa della libertà di espressione.
Uno strano colloquio di lavoro
Immaginatevi di andare ad un colloquio di lavoro. Entrate nella hall della sede dell’azienda che vi ha convocato e salite al secondo piano, dove vi accoglie la segretaria del Servizio Personale che vi saluta cordialmente e vi dice che dovrete aspettare qualche minuto perché il Dottor Tizio Caio che vi colloquierà è ancora in riunione. Nel frattempo vi porge gentilmente un bollettino e vi indica, con vostra meraviglia, un punto blu come quello dell’ASL dove, in contanti o tramite Bancomat, potrete pagare il costo del colloquio ammontante ad un centinaio di Euro. Rimanete a bocca aperta, non ci credete, eppure sì, dovete pagare per il solo fatto di proporvi. Vi spiegano inoltre che, se doveste essere presi, ed è difficilissimo, farete uno stage di un anno che non solo non sarà retribuito nemmeno in forma simbolica, ma sarete voi a pagare profumatamente per poterlo frequentare e alla fine, forse, sarete assunti con uno stipendio comunque piuttosto misero. Quanti di voi strapperebbero il bollettino e se andrebbero indignati?
Eppure la beffarda sorte che ho descritto è quella che tocca ad ogni malcapitato che voglia oggi proporsi come insegnante di scuola secondaria. Si tratta di iscriversi pagando una tassa intorno ai 100 Euro ad un esame di ammissione al cosiddetto TFA (Tirocinio Formativo Attivo). Se si superano le strettissime griglie dell’esame si accede a quello che è poi uno stage di un anno, erogato dagli atenei, e che comporta però costi superiori (da 2500 fino a 3000 euro) alle rette universitarie medie. Al termine, superato un esame finale, si accede finalmente all’abilitazione alla professione, dopodiché ci si mette in attesa di una nomina.
Questo tortuoso e costoso cammino ci starebbe pure, se la professione di insegnante non garantisse così poco in termini economici. Si dirà che i soldi non valgono la gratificazione che provi nell’aiutare le giovani leve a trovare la propria strada nella vita, si citeranno gli studi che dicono che nessuno manifesta più entusiasmo nella propria opera di chi la svolge in forma volontaristica. Sarà pur vero, ma rimango dell’idea che, almeno nel lungo termine, seminare di ostacoli pratici ed economici il cammino per diventare insegnante induce molti tra i più dotati a intraprendere professioni meno gratificanti ma meglio remunerate e più accessibili e lascia alla scuola tutti gli altri e questo non lascia in buone mani le giovani leve di cui sopra…
Forse sarebbe bene che chi chiede agli insegnanti professionalità , motivazione ed entusiasmo, che chi tende a voler equiparare i diritti sindacali di un insegnante a quello del dipendente di un’azienda, si proponesse di equiparare anche le modalità di accesso alla professione e la remunerazione della stessa, altrimenti l’unico effetto sarà peggiorare ulteriormente la qualità dell’insegnamento con le conseguenze sociali facilmente immaginabili.
29 Maggio
27 anni fa 39 persone morivano nello stadio Heysel di Bruxelles per una stupidissima partita di calcio tra Juventus e Liverpool. Nel museo della Juve, che qualche giorno fa è stato inaugurato presso lo Stadio, c’è una sezione dedicata alla strage dell’Heysel. Sono felice che finalmente la società abbia deciso di ricordare debitamente l’evento. Nel mio piccolo lo ricordo con la personale storia che vi ho vissuto.
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.
In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni
Perché sono 30
Il tribunale della Santa Inquisizione era solito non accontentarsi di pronunciare verdetti di condanna, pur basati su elementi spesso abbastanza opinabili, ma pretendeva dai condannati la confessione che ovviamente estorceva a prezzo di torture terribili al termine delle quali anche la più innocente colomba sarebbe stata disposta a confessare le colpe più orribili. Da allora il diritto si è un po’ evoluto in senso garantista e ad un condannato è consentito di proclamarsi innocente, anche allorquando tutti i gradi di giudizio previsti gli abbiano dato torto. C’è chi ha forse nostalgia dell’inquisizione e quindi si indigna se un tifoso juventino osa considerare iniquo il verdetto sportivo, che portò alla revoca dei due scudetti del 2005 e 2006, e quindi osa sentire come propri i due scudetti che ufficialmente non rientrano oggi tra quelli conquistati dalla Juve, contandone quindi 30 e non 28.
Il tema dei 30 scudetti va però ancora oltre alla mera questione giudiziaria e attiene a quelle che sono le emozioni del tifoso che vanno ben oltre all’ufficialità dell’albo d’oro. Capisco che molti possano non afferrarle, ma non capire e giudicare lo stesso è un atteggiamento che non suggerisce una spiccata intelligenza.
Vi racconto una storia di calcio. Siamo alla fine del Campionato 1982-83, la Roma si avvia a vincere il proprio secondo scudetto, e la Juve di Platini e Boniek sta concludendo il suo Campionato di vana rincorsa dei giallorossi, nell’attesa della finale di Coppa dei Campioni che rappresenterà per la Juve la più cocente delusione sportiva della sua storia dopo un’annata esaltante quanto mai nessun’altra nella storia bianca e nera. Si gioca al Comunale Juve-Inter che già allora era una sfida aspra e tesa: la Juve va subito sotto di due gol, cerca la rimonta e le roi Platini accorcia prima della fine del primo tempo. Nel secondo tempo la partita diventa un assedio, ma in contropiede l’Inter allunga di nuovo il passo. La Juve non si arrende: ci sono anche un paio di episodi molto sospetti in area interista che accendono ulteriormente gli animi; quella tranquilla sfida di fine campionato diventa una corrida, segna ancora Platini, poi Bettega ed è 3-3. Nel finale si gioca in una sola metacampo, ci sono ancora contestazioni all’arbitro Barbaresco e Bettega si fa cacciare per proteste. Finisce in pareggio ma è una delle partite più belle ed emozionanti di quell’annata e avere riacciuffato il pareggio e sfiorato la vittoria in una giornata in cui tutto ma proprio tutto è andato storto è una soddisfazione immensa. Arrivato a casa avrei scoperto che qualche idiota aveva tirato una pietra all’autobus dell’Inter colpendo il giocatore dell’Inter Marini. La cosa non aveva influenzato l’esito della partita visto che non era nemmeno previsto Marini giocasse, ma l’Inter fece ricorso e ottenne la vittoria a tavolino. Ai fini della classifica quindi l’Inter ottenne due punti (allora ne venivano attribuiti solo 2 per la vittoria) e la Juve zero. In quel caso il verdetto non fu per niente iniquo: per quanto il principio della responsabilità oggettiva sia in assoluto discutibile, la giurisprudenza sportiva non lasciava dubbi sulla correttezza della decisione. Eppure tutto ciò non aveva nessuna importanza, a me restava la soddisfazione di aver quel giorno visto una squadra stellare giocare una grande partita e dominare gli avversari. Così come l’emozione di aver visto la Juve trionfare nel 2005 e 2006, al termine di campionati dominati, non può essere cancellata da una sentenza, foss’anche molto meno iniqua di quanto è stata. Questo è il senso del tifo calcistico, vedere la propria squadra vincere, avere quella sensazione di superiorità che la Juve di Capello trasmetteva e che fu testimoniata dall’esito dei Mondiali 2006. Che l’albo d’oro dica oggi un’altra cosa interessa agli appassionati ben poco.
Se tutto ciò offende qualcuno mi dispiace: posso solo immaginare che non abbia capito quello che ho modestamente provato a spiegargli. Vuol dire che forse non c’è proprio speranza di comprendersi.
Natura facit saltus?
Il successo del Movimento Cinque Stelle a Parma, comunque lo si voglia vedere, è uno di quei momenti importanti nella storia di un paese, in quanto ha tutta l’aria di segnare un cambio di rotta epocale della nostra politica. Un movimento nato dalla notorietà di un comico e dal passaparola in rete, senza nemmeno un chiaro impianto ideologico alle sue spalle, è riuscito in breve tempo a raggiungere una così vasta fetta della popolazione da ottenere la carica di sindaco di una città di discreta importanza. C’è di che impressionarsi, e di che concludere che il nostro paese è davvero cambiato rispetto alla stabilità della cosiddetta Prima Repubblica. C’è anche da chiedersi se siamo di fronte ad una accelerazione improvvisa della storia o se si tratta di un salto in avanti a cui seguirà una brusca frenata, come spesso accade e per farlo bisogna riflettere su cosa è venuto prima della rivoluzione odierna. Pizzarotti, il neo sindaco, appena insediato ha parlato subito di trasparenza e l’idea della politica come casa di vetro è certamente un’idea che incontra il mio favore come quello di molti. Fa tuttavia venire le vertigini pensare al salto acrobatico che ha fatto quella (pare) rilevante fetta dell’elettorato passata direttamente dal votare scientemente un signore di cui erano note ai quattro venti piccoli vizietti e grandi nefandezze a chi promette addirittura la casa di vetro.
Non posso che pensare che sarebbe forse stato più normale e graduale iniziare a guardare senza paraocchi a ciò che già traspariva, piuttosto che passar subito a chiedere la trasparenza più cristallina: si poteva iniziare a diffidare di chi voleva mettere il bavaglio a giudici e giornalisti, si poteva cominciare a ribellarsi a chi voleva limitare la libertà della Rete, oppure non votare chi rifiutava e disprezzava controlli e vincoli. E invece gli elettori guardavano da un’altra parte: “Il tale è stato testimone alle nozze di un mafioso? beh ma era testimone della moglie“, “Il talaltro ha ospitato un gangster a casa sua? Beh, magari non lo sapeva“, “Quello lì andava a cena con un giudice della Consulta prima di una importante sentenza che lo coinvolgeva? Una coincidenza“.
E così molti hanno rivotato per anni quegli stessi personaggi, reprimendo in sé dubbi e domande, per quieto vivere, per abitudine, per paura, per fascinazione. Tutto per poi capire un giorno che improvvisamente non si fidano più: né di quelli che hanno votato né di quegli altri che non hanno mai votato, che forse non hanno fatto troppe cose illecite ma qualcosa avranno pur fatto anche loro, e allora quegli elettori non ne vogliono più sapere nulla; adesso vogliono vedere quello che fanno i politici perfino quando vanno a fare la spesa al supermercato. E’ furia giacobina? Si può anche definirla così, ma in realtà è quella strana dinamica psicologica che assomiglia molto ad un tappo che improvvisamente salta fragorosamente dopo aver trattenuto per anni il gas della bottiglia, che assomiglia alla moglie che dopo aver sopportato per trent’anni i tradimenti del marito improvvisamente gli taglia la gola, che assomiglia al sottoposto che dopo aver sopportato per lungo tempo senza fiatare le angherie del capo improvvisamente lo prende per la cravatta e lo appende al muro. Me li immagino gli elettori di certi politici pluriindagati che per anni hanno ripetuto dentro di sé un mantra fatto di “è un complotto della magistratura“, di “sono delle persone per bene“, di “basta con questa cultura del sospetto” o di “in fondo cosa fanno nel privato sono fatti loro“. Me li immagino alzarsi un mattino e gridare “Adesso basta!”, e allora ecco che il grillesco Vaffanculo, che inaugurò la stagione del Movimento Cinque Stelle, diventa anche l’urlo liberatorio di costoro. Forse, una volta che avranno elaborato il trauma dell’outing, torneranno a cercare un altro quieto vivere, un altro riferimento rassicurante e affascinante, ma il loro voto in libera uscita permette oggi al Paese di guardarsi finalmente negli occhi anziché guardare negli occhi di un vecchio maniaco sessuale.
La storia spesso funziona a salti avanti e a salti indietro, per questo alla rivoluzione francese seguì Napoleone, al ’48 seguì il Secondo Impero, alla Comune di Parigi seguì MacMahon. L’essenziale è fare sempre, nel computo totale, un passetto avanti, e qualche passetto avanti, che ci piaccia o non ci piaccia Grillo, credo in definitiva possiamo dire di averlo fatto se è vero che nella crisi del ’92 i nostri consensi si orientarono verso Bossi prima e Berlusconi poi e oggi vanno ad un movimento con una base culturale e morale di ben altro spessore. Speriamo non sia troppo tardi e non passi troppo tempo prima del prossimo passetto: la Storia non è molto paziente.
Bologna la zitta e Milano pure
Accadeva un tempo che chi vive nella parte settentrionale del paese guardasse con sussiego i reportage di agguati condotti dalla criminalità a Napoli o a Palermo, in mezzo alla folla, magari a volto scoperto, senza che nemmeno un singolo testimone emergesse dalla massa indistinta. “No, da noi non sarebbe così. Qui è diverso” – era ciò che dalle nostre parti ci si raccontava. Chissà se era vero allora, o se era solo la rassicurante conferma dello stereotipo della comunità nordica, in grado di fare fronte comune contro le devianze. Di certo la cronaca ci dice che oggi non è così.
E’ l’Ottobre del 2008 e a Bologna si disputa un incontro della squadra locale contro la Juventus. Massimo De Vita, modenese di fede juventina, sta tornando a casa con il figlio sedicenne. Un gruppo di ultrà del Bologna aggrediscono il ragazzo, cercando di rubargli la sciarpetta con i colori bianconeri. L’uomo li affronta, cercando di difendere il figlio, ma loro sono tanti e per nulla intenzionati a mantenere la discussione su un piano dialettico. Il branco colpisce ripetutamente l’uomo non solo con le mani ma addirittura con una pietra, causandogli danni neurologici gravi. Con l’uomo a terra in una pozza di sangue il branco, ancora assetato di violenza, continua a ringhiare contro il ragazzo che chiama aiuto. Questa scena, che sarebbe impressionante se vista in un documentario di etologia con animali inferiori come protagonisti, e che si è invece svolta in una civilissima città italiana con esseri umani come protagonisti, viene addirittura, pare, immortalata da alcune telecamere. Si penserebbe a pene pesantissime per i responsabili, e invece, dopo lunga sofferenza, l’inchiesta approda ad un solo rinvio a giudizio per colui che ha avuto la malaccortezza di colpire l’uomo con la pietra (probabilmente se lo avesse fatto a mani nude sarebbe andata bene anche a lui). Il fatto è accaduto all’uscita dallo stadio, con migliaia di persone che sfollavano, ma miracolosamente non ce n’è una che ha visto, nessuna che ha potuto confermare la partecipazione del resto del branco all’assalto. Cosa è potuto accadere per determinare la metaformosi di Bologna “La dotta” in Bologna “La zitta”?
L’altra storia è forse più conosciuta. Un tassista, Luca Massari, sta percorrendo con la sua auto la periferia Sud di Milano: un cane attraversa improvvisamente la strada e lui non riesce ad evitare l’impatto. L’uomo scende costernato, scusandosi per l’accaduto. Stefania Citterio, sorella di Pietro Citterio, fidanzato della padrona del cane, si scaglia subito contro il malcapitato urlando “Ti ammazzo!”. Anche qui il branco interviene e il fratello e il fidanzato (Michael Morris Ciavarella) della capobranco si gettano sull’uomo colpendolo selvaggiamente fino ad ammazzarlo: così, con la stessa fredda ferocia con la quale uccidi un insetto con lo schiacchiamosche. I denti rotti, la milza spappolata: il suo corpo era talmente martoriato che non è nemmeno stato possibile espiantare gli organi. Chi gli ha inferto il colpo mortale, il Ciavarella, ha spiegato di avere ammazzato il Massari perché “Mi aveva fatto venire i nervi“. Non contento di questra atrocità il branco ha pensato bene di condurre un’opera incessante di intimidazione nei confronti dei testimoni del quartiere, con minacce nemmeno tanto velate: incendio di auto e altre amenità . I magistrati di Milano, anche loro sempre attenti a non farsi troppo male, hanno pensato bene di optare per pene miti: 16 anni per Ciavarella, 14 anni per l’altro aggressore, appena 10 mesi per il capobranco Stefania Citterio, ritenuta responsabile solo di minacce e non di istigazione (vien da chiedersi dove il magistrato pensava fosse, mentre fratello e fidanzato maciullavano il poveretto). Anche qui gli inquirenti non hanno potuto che denunciare l’assoluta omertà dimostrata dagli abitanti del quartiere. Nonostante la partecipazione alla fiaccolata in ricordo della vittima, quando si è trattato di avere giustizia il quartiere si è defilato. Al processo dei 20 testimoni solo 4 hanno confermato la loro versione. C’è chi ha ritrattato, chi si è reso irreperibile, chi si è dato malato. A nulla sono servite le fiaccolate di solidarietà per la vittima, il quartiere ha dimostrato totale disinteresse.
Davvero la nostra società oggi è questa? Davvero viviamo in una giungla nella quale la minima distrazione ti può consegnare all’efferatezza di belve fameliche senza che nessuno prenda le tue difese? Non mi sorprendo dell’esistenza di individui come il Ciavarella o come gli Ultras bolognesi (dei quali la stampa non ha mai fatto i nomi): la storia dell’umanità ha visto efferatezze molto peggiori di quelle che ho descritto e la predisposizione a simili atti è ancora nel nostro patrimonio genetico. Ciò che trovo incredibile è che tra i tanti che questa predisposizione non la assecondano, possa essere così difficile trovare chi non si tiri indietro quando è il momento di difendere la società e la civiltà che abbiamo costruito. Ciò che trovo incredibile è che, nonostante tutto, ancora non riusciamo a tracciare un solco che ci divida dalla follìa belluina, che, nonostante tutto, basti un gruppetto di individui tipo la famiglia Citterio per tenere in scacco un quartiere, una città , un sistema giudiziario, una società , per farci dimenticare ciò in cui teoricamente dovremmo credere tutti? Sarà forse perché non ci crediamo tutti ancora abbastanza? Non ci credono i testimoni reticenti, non ci credono i giudici generosi, non ci credono i tanti che si lasciano scorrere queste vicende addosso?


