Un rimorso che non ti fa vivere
Ho sempre trovato strazianti le storie di chi, per propria incoscienza, inavvedutezza, distrazione, causa una tragedia. Trovo un destino terribile quello di chi è destinato a passare tutta la sua vita con il rimorso di aver causato la morte di una persona, figuriamoci, come nel caso del macchinista del treno di Santiago, quando le morti sono 78. Lo so che non dovrei empatizzare per un personaggio tanto sconsiderato, però penso a quello che può voler dire passare ogni giorno della propria vita a pensare a quella strage, ai corpi straziati dalle lamiere, a pensare che è stata tutta colpa tua.
Se fossi un amico di questo signore, se sentissi il bisogno di consolarne il senso di colpa, di alleviarlo dagli incubi che forse lo perseguiteranno fino alla fine dei suoi giorni, gli suggerirei di guardarsi intorno. Ad esempio gli consiglierei di ascoltare l’intervista di Francesca Mambro, riconosciuta colpevole della strage di Bologna, quando dice che “il senso di colpa si supera”. E se lo dice che lei che è stata riconosciuta colpevole dell’omicidio di 95 persone c’è davvero da crederle.
Gli consiglierei anche magari di approfondire la storia degli assassini di Federico Aldrovandi, i quali, dopo aver “bastonato di brutto” il ragazzo (come dichiarato subito dopo alla centrale operativa) ed esserselo ritrovato morto, non trovavano di meglio che iniziare un’opera di dissimulazione della vicenda, culminata ovviamente in una pena blanda. Consiglierei al ferroviere spagnolo di leggersi le dichiarazioni di Paolo Forlani, uno dei quattro, a proposito della madre del ragazzo che ha contribuito a mandare al creatore: insulti, di cui poi si pentirà , ma soprattutto non una traccia di pentimento, di rimorso, di senso di colpa, niente. E’ vero è uno, non sono settantotto, ma l’hai ammazzato di botte, come fai a dormirci sopra?
E poi Schettino, il comandante della Costa Concordia. Egli, in un’intervista, ha negato di avere rimorsi per il naufragio della Costa Concordia. Anche qui, magari ha le sue ragioni, ma il dubbio che qualche vittima avrebbe potuto evitarla lo lascia dormire? Non si sveglia mai di notte terrorizzato dai fantasmi di quella sciagura?
Ecco: se ce l’avessi davanti il macchinista di Santiago questo gli direi – Davvero, Francisco, si può vivere con questo rimorso, ce la fanno loro, ce la puoi fare anche tu. – E se proprio il rimorso sarà un peso intollerabile per lui, avrà almeno una fonte di consolazione: vorrà dire infatti che, con tutto quello che si può dire di lui, rispetto a costoro almeno è un essere umano.
Col mio corpo ci farò ben quel che voglio
Vorrei provare ad affrontare il tema sollevato dal Presidente della Camera Boldrini con il suo intervento su Miss Italia con una prospettiva un po’ diversa da quelle che sento prevalere nelle discussioni a cui ho assistito. Premetto che nella sostanza concordo con la Boldrini, o meglio non ha detto nulla su cui non sia d’accordo. Sono meno d’accordo su chi cavalca dichiarazioni come quella della Boldrini per levare alta la voce contro l’indecenza di trasmissioni come Miss Italia e dell’uso del corpo femminile per motivi strumentali, ma vorrei prima affrontare i due temi degni a mio avviso di approfondimento che le dichiarazioni della Boldrini hanno sollevato, almeno nel sottoscritto.
Il primo è quello della RAI e di come la RAI orienta le sue scelte in fatto di palinsesto. Miss Italia non è che una delle tante trasmissioni che la RAI produce che non hanno nulla di quello spirito che dovrebbe animare un servizio pubblico. La RAI è oggi una televisione pubblica pagata anche con soldi pubblici che, per la massima parte, non fa servizio pubblico ma si struttura come tv commerciale, quindi con un marcato orientamento agli interessi del pubblico piuttosto che a intenti formativi e educativi. Questo poteva aver senso fintanto che la televisione era la RAI, e magari negli anni in cui senza la RAI la televisione sarebbe stato un monopolio berlusconiano. Adesso però ha ancora senso tutto ciò? Non sarebbe meglio lasciare che i network commerciali si contendano le trasmissioni popolari ma con scarso ritorno sociale e il servizio pubblico si orienti su produzioni più adeguate al suo ruolo? In quest’ottica condivido le perplessità per la diffusione del concorso di Miss Italia sulla RAI, ma allo stesso modo mi aspetterei perplessità per la trasmissione della Confederation Cup di calcio, per la programmazione dell’ultimo cinepanettone, de “L’Isola dei Famosi” eccetera. Sarei felicissimo se la RAI da domani abbandonasse ogni velleità di audience ma ritengo che Miss Italia non sarebbe che una delle tante vittime. Chi la pensa diversamente sostiene che la parte “commerciale” della RAI è quella che permette alla parte “formativa” della RAI di sopravvivere. Posso avere dei dubbi ma è senz’altro un argomento da approfondire.
Un secondo tema è quello della presenza delle donne in RAI. Boldrini ha sollevato giustamente il problema: “Solo il 2% in tv esprime pareri, parla. Il resto è muto, a volte svestito“. Qui il problema sembrerebbe non tanto e non solo legato ad una linea editoriale troppo “fatua” della RAI ma al fatto che quando si tratta di comunicare con il pubblico, che sia per presentare il Festival di Sanremo, che sia per intervistare i politici o per parlare di libri e dischi, un uomo sia preferito ad una donna a prescindere da qualità e meriti. Non ho idea di quale siano le fonti da cui la Boldrini estrae quel 2% ma a naso mi pare che potrebbe essere vero. E allora, se davvero le cose stanno così, il tema è serio e grave e mi dispiace francamente che questo discorso sia stato affogato da mille discussioni oziose sulla nudità femminile. Anche qui sarebbe bello che qualche analisi seria venisse svolta per smentire o confermare questo dubbio.
E qui vengo all’ultimo dei temi, quello che meno mi interessa ma che più vivacizza le discussioni: la condanna morale verso l’uso del corpo femminile. So di addentrarmi in terreno minato e di farlo da uomo, che non porta quindi su di sé il peso di secoli di discriminazione e di sfruttamento del corpo femminile da parte di chi su quel corpo non avrebbe dovuto avere nessun diritto. Ma provo lo stesso a chiedermi che cosa ci sia, in concreto, di sbagliato nel fatto che una donna, in piena libertà , decida di usare il proprio corpo per guadagnare denaro, fama e successo. Federica Pellegrini o qualunque altra campionessa sportiva non fa proprio questo? Non è grazie al suo corpo in grado di fendere l’acqua che è diventata una stella, garantendosi fama e fruttuose sponsorizzazioni? Mi si dirà : “Eh no. Federica Pellegrini ha ottenuto i suoi successi grazie alla costanza negli allenamenti, l’impegno eccetera”. Premesso che l’idea che basti allenarsi per diventare campione olimpico mi pare abbastanza ingenua ma allora che dire di Amy Winehouse, diventata una star nonostante sé stessa, solo perché la natura l’aveva dotata di uno straordinario apparato fonatorio? La condanniamo? Facciamo sparire le canzoni di Amy Winehouse dalla RAI? Ho il dubbio allora che non sia l’uso del corpo il problema, ma sia il solleticare quei pruriti sessuali che inducono i maschi italici a mettersi davanti allo schermo per ammirare le fanciulle in costume. A questo proposito non può sfuggire l’assenza della stessa indignazione verso l’esibizione del corpo maschile, pur sempre più presente negli spot pubblicitari… E allora mi viene un dubbio: non sarà che il tabù del corpo femminile, visto come fonte del peccato dalla tradizione religiosa, riemergo oggi sotto mentite spoglie etiche, fingendosi emancipazione della donna, ma di fatto condannando il libero uso che una donna fa del proprio corpo per sfruttare quegli appetiti sessuali che invece ad un uomo è concesso sfruttare senza problemi?
Nel mio modo di vedere, il corpo umano, maschile come femminile, non è un oggetto sacro, ma è parte di noi stessi, esattamente come la voce, la vista, l’udito, la capacità cognitiva e intellettiva. Del corpo come di tutto il resto, nel mio modo di vedere le cose, ognuno è libero di disporre come vuole. Ci sono modi che consiglierei, che ritengo valorizzino maggiormente l’individuo e la società e altri che non lo fanno, ma questo perché ho una mia scala valoriare che non pretendo sia la stessa per tutti. Se una persona ritiene che le sue speranze di arrivare a fama e successo provengano dal suo corpo più che dal suo cervello è liberissimo di giocarsi le sue carte e non ho nessuna intenzione di considerare ciò immorale o indecente, indipendentemente dal fatto che lo sfruttamento del corpo passi per una prestazione sportiva o per un’esibizione puramente estetica e soprattutto indipendentemente dal fatto che si tratti di un uomo o di una donna. Questo in particolare è il punto: non è facile lasciarsi alle spalle secoli di sfruttamento e di discriminazione ma sarebbe bello riuscirci e ci riusciremo quando saremo in grado di parlare di etica senza introdurre distinzioni tra uomo e donna.
Vantaggi e svantaggi della democrazia
L’attuale panorama politico italiano è dominato da tre partiti, due dei quali (PdL e M5S) sono capeggiati da una personalità che ne costituisce, in ultima analisi, la ragione di esistenza; il terzo invece (il PD) è un partito in cui è la struttura che domina, non uno o più singoli. E’ interessante osservare quali conseguenze hanno su tali partiti queste loro caratteristiche organizzative.
Partiamo con il dire che avere un leader conclamato ha degli indubbi vantaggi, soprattutto in fase elettorale. Siamo esseri umani e siamo abituati a relazionarci con altri esseri umani ed in particolare la nostra cultura italiana mal accoglie da sempre il relazionarsi con elementi astratti come principi e strutture: meglio avere una faccia, un nome, un essere umano a cui fare riferimento. Anche persone di sicura fede progressista sostengono che il fatto che il M5S abbia un trascinatore come Grillo ne fa un riferimento più affidabile, ed in effetti è probabile che mai e poi mai un movimento come quello grillino avrebbe ottenuto i successi elettorali che ha conseguito senza “un uomo solo al comando” come il comico genovese.
Tuttavia, in un paese, così come in un’organizzazione più piccola quale può essere un partito politico, i problemi vengono dopo, quando il potere acquisito va difeso, gestito e utilizzato per governare. Non essendo previsti nel M5S per Grillo, come nel PdL per Berlusconi, meccanismi propriamente democratici a legittimare la leadership, ma essendo tale leadership legittimata solo da un generico consenso diffuso, l’opposizione è comprensibilmente mal tollerata. Se, come successo per il PdL nel 2010, spunta un Fini a proporre una linea politica diversa da quella dettata da Berlusconi, si rende necessario metterlo in un angolo ma l’unico modo per metterlo in un angolo è contarsi. Contarsi però presuppone una messa in discussione della leadership, perché se ci si conta è perché c’è la possibilità che vinca qualcun altro e che, proseguendo nell’esempio di Fini, il PdL possa avere un leader diverso da Berlusconi, cosa che per molti suoi sostenitori equivarrebbe ad una bestemmia. E allora in quel caso, come in altri, si procede all’espulsione del dissenso che tra l’altro nel caso di Grillo è molto più diffuso che all’interno del partito di Berlusconi, per i diversi metodi di reclutamento utilizzati dal M5S. E’ vero che espellere chi dissente non è proprio un comportamento gradevole ma per contro trasmette poi all’elettorato un’immagine di unità , compattezza e coerenza con le scelte fatte. Chi rimane è chi non ha nessuna voglia di andarsene e quindi difficilmente metterà in discussione il leader.
Così come in un sistema di governo dittatoriale però anche in un partito privo di democrazia interna l’espulsione del dissenso ha conseguenze di lungo termine molto peggiori dei problemi etici che si possono porre nell’immediato. Espellere il dissenso significa rimuovere le istanze di rinnovamento che in genere sono il processo attraverso il quale un’organizzazione evolve e si adatta al contesto che deve governare. Gli esseri umani tendono con difficoltà a rinnovare sé stessi: il rinnovamento passa in genere attraverso il dialogo e la critica esterna, se espelliamo la critica e il dialogo con chi la pensa diversamente, il rinnovamento diventa problematico. Nella Lega Nord il richiudersi in una dirigenza chiusa e autoreferenziale ha determinato l’incapacità di rinnovamento e la sua metamorfosi da partito della rivolta dell’Italia operosa contro la burocrazia romana, a partito simbolo del malaffare e del potere più parassitario che si possa immaginare. Non è un caso d’altronde se il PdL, immobilizzato nella sua patologica dipendenza da Berlusconi, non è riuscito a trovare di meglio, in termini di rinnovamento, che tornare dritti dritti al modello del 1994.
L’altro problema dei partiti personalistici, anche qui in analogia a quanto accade nei sistemi dittatoriali, è quello della successione ereditaria. Quando per ragioni di salute, di opportunità o altro impedimento (il carcere nei prossimi mesi potrebbe diventarne un buon esempio) un leader non può più fare il leader, come si fa? Spesso il partito si dissolve. Pensiamo a come un Partito storico della democrazia italiana come il PSI sia stato azzerato dalle vicende giudiziarie di Craxi.
L’altra faccia della realtà politica italiana è, come già accennato, il PD: un partito che in una fase storica di partiti personalistici ha puntato tutto proprio sul modello esattamente contrario, ovvero un partito talmente trasparente che non solo il suo Segretario viene eletto democraticamente, ma questa elezione non è ristretta agli aderenti al partito, ma all’intero elettorato. Questo ne fa un partito pieno di scossoni e di ansie, di liti interne, di dissenso sempre al limite della scissione, un partito che comunica ansia e disordine. Però è anche un partito che può cambiare il suo leader quando vuole e può riproporsi quindi affidabile e pulito, cambiando solo la faccia. E’ bastato al PD che se ne andasse Bersani per passare, dal disastro dell’elezione del Presidente della Repubblica, al successo nelle elezioni amministrative. Basterà probabilmente al PD immolare Epifani al termine dell’immonda esperienza di governo con il PdL per potere tornare dagli elettori immacolato. Un maquillage di convenienza? Certo, però la convenienza finisce con l’essere incidentalmente anche una spinta a cambiare, a non far incancrenire le persone nelle stesse posizioni di potere. Altrove Renzi sarebbe stato espulso o ridotto al silenzio, nel PD può preparare la sua candidatura a futuro leader del partito, sputando sentenze e criticando tutti come se stesse in un altro partito, per poi domani diventarne il leader quando il prossimo traguardo elettorale sarà abbastanza vicino da poter lanciare la volata. Altrove Bersani sarebbe rimasto in sella ancora per anni, nel PD è stato silurato quando si è capito che la sua immagine ormai si era incrinata.
In definitiva oggi abbiamo: da una parte un partito che, dopo un successo elettorale insperato e insperabile, si trova con un leader di lotta che non sa diventare leader di governo e una base che vorrebbe ridefinire il partito ma non sa come; dall’altra parte un altro partito incatenato ad un leader dal grande carisma e dall’imponente forza mediatica ma i cui costumi incontrollabili lo rendono incompatibile con la guida di un paese; dall’altra infine un partito che, diviso e spaccato su tutto, abilissimo a scontentare ed irritare prima di ogni altro i propri elettori, continua ad essere faticosamente il primo partito italiano. Insomma modelli diversi: vantaggi e svantaggi. Di sicuro se il modello democratico, se lo sforzo di non concentrare il potere in poche mani, con tutti i suoi svantaggi, ha avuto un così grande successo nel mondo, qualche motivo c’è e il PD, dal suo punto di vista, fa benissimo a sfruttarlo fin che ci riesce…
Il governo degli asini
Quale periodo migliore di questo, nel quale mezzo milione di ragazzi si stanno sfiancando sui libri per ottenere il proprio meritato diploma di maturità , poteva scegliere il Governo Letta per trasmettere al Paese ciò che di tutto ciò evidentemente pensa, ovvero: “State perdendo il vostro tempo!”. Essì, perché mentre quei ragazzi lottavano con astruse tracce nella prova di italiano, chi ci governa escogitava un modo geniale per dimostrare ancora una volta che in Italia il merito è considerato fondamentalmente una colpa e l’impegno con cui si studia, si lavora, si agisce nella società è ritenuto una cattiva abitudine da scoraggiare in tutti i modi. Una delle condizioni per un datore di lavoro per valersi delle condizioni favorevoli offerte dal “Decreto Lavoro” sarà infatti che abbia la sola licenza media, questo significa che un esercito di diplomati vedrebbe rispondere “No, grazie” alla propria candidatura, proprio per quel pezzo di carta, che già molti pensano non serva a nulla, ma pochi pensavano potesse addirittura diventare controproducente. Pare quasi che nella mentalità di chi ha redatto quel testo, riuscire negli studi sia solo un colpo di fortuna, equivalente ad un successo alla lotteria o al godere di buona salute, non il risultato di capacità , impegno e dedizione che mi aspetterei fossero premiate, non penalizzate. La realtà è che l’istruzione e la cultura, che altrove sono un pilastro su cui si regge la società , da noi sembrano essere considerate sempre più un ostacolo, un inutile orpello, tranne poi chiedersi come mai il nostro è un paese in cui si fa poca innovazione, in cui c’è poca capacità di adattarsi ai cambiamenti e propensione alla trasformazione.
Se il Governo delle larghe intese, ma dalle strette vedute, ha intenzione di difendere la sua credibilità faticosamente guadagnata grazie allo sguardo serio del suo Presidente del Consiglio, ritiri immediatamente questo provvedimento, chieda scusa agli italiani e pretenda le dimissioni di chi ha messo nel decreto quell’aberrante comma 2. Per quanto mi riguarda, che un Ministro abbia nel suo passato scarsamente vigilato sull’operato del proprio commercialista può anche essere fonte di fastidio, e può andar bene che gli sia stato chiesto di farsi da parte, ma se, dopo aver imposto alla Idem le dimissioni, non le pretendessimo anche da chi ha tirato un pugno nello stomaco a milioni di ragazzi che si tengono ben stretto il proprio diploma faticosamente conquistato, opereremmo come un’azienda che licenzi il progettista colto a giocare ai videogames in orario di lavoro e non licenzi il progettista che per sua imperizia ha fatto crollare un palazzo.
Non aspettatevi sia contento
Da quando il tribunale di Milano ha condannato Berlusconi a sette anni di reclusione in giro è tutto uno stappare di bottiglie, di congratulazioni reciproche e così via. Io invece non riesco proprio a godere per le disgrazie giudiziarie di un personaggio, di cui pure mi sentirei di dire molto male, se non tutto il male possibile. Non riesco a goderne perché mentre un tribunale di Milano dichiara che Berlusconi è un personaggio ignobile (la dico in modo tranchant mi rendo conto, ma non voglio dilungarmi sui dettagli), e questo poco dopo che un altro tribunale aveva sentenziato che è un truffatore, constato che quel personaggio è ancora venerato da milioni di persone in Italia.
La profonda depressione verso la quale tutto ciò mi sospinge mi indurrebbe a farmi tentare da una improbabile conversione, potrei volgermi al partito degli innocentisti convincendomi che hanno ragione, che è una congiura, che è vittima di un complotto giudiziario, ma temo che il mio umore non migliorererebbe. Se guardo infatti alle tesi difensive il profilo di Berlusconi non ne esce proprio benissimo: uno sprovveduto che non si accorge che i dirigenti della sua azienda spillano denaro a palate per destinarlo a società offshore, un credulone che presta fede al racconto di una diciassettenne sulle sue parentele presidenziali, un settantenne che si vede piombare in casa uno stuolo di fanciulle avvenenti e disponibili e pensa che lo facciano perché incantate dal suo charme, un gonzo che elargisce denaro come se piovesse alle fanciulle stesse per mera generosità . Insomma che mi volga all’una o all’altra versione nei fatti, il mio paese è stato governato, più a lungo che da chiunque altro (almeno nella sua era repubblicana), da un signore che nella migliore delle ipotesi è un fessacchiotto, nella peggiore un delinquente (e ho anche dei dubbi su quale sia davvero l’ipotesi peggiore e quale la migliore). E nonostante questa lacerante alternativa il partito di cui è il proprietario è ancora in competizione per essere il primo partito italiano e, in caso di elezioni anticipate, non è improbabile che possa anche vincerle.
No, scusate, ma direi proprio che, da italiani, non ci sono motivi di essere contenti, per nessuno.
La triste scienza
E’ dall’anno 2001 che il mio medico curante è una distinta signora che chiamerò qui Nicoletta Prosperi, anche se naturalmente non è il suo vero nome. Non ho mai avuto un buon rapporto con questa signora. Sarà forse l’irritazione che mi ha sempre causato il constatare che, nonostante l’orario del suo studio al mattino parta dalle 9, non si presenti mai prima delle 9.30. Ha però di certo contribuito un episodio davvero spiacevole occorso nell’ormai lontano 2002.
Durante un viaggio di lavoro in Germania mi svegliai un mattino con un fortissimo dolore alla schiena. Rientrato in Italia andai a fare un giro dalla dottoressa Prosperi la quale mi diagnosticò, senza nemmeno entrare in contatto tattile con il sottoscritto, uno strappo muscolare, curabile con anti-infiammatorio e pomate varie. Passò qualche giorno senza che la situazione migliorasse, anzi il dolore si faceva insopportabile. Chiesi se non fosse il caso di consultare uno specialista ma lei mi disse che non ce n’era bisogno e che tanto valeva continuare con la cura, che prima o poi il dolore sarebbe cessato, ma non cessava. Qualche giorno dopo mandai una mia parente e prendere la ricetta per l’antiinfiammatorio che avevo già finito e l’ineffabile dottoressa Prosperi avanzò, con la mia parente, l’ipotesi che il disturbo fosse in realtà di natura ipocondriaca, se non finalizzato scientemente a starmene a casa dal lavoro. Esasperato, decisi di chiedere un consulto privato (allora credevo ancora nella sanità pubblica ed ero quindi restìo a farlo); andai da un fisiatra che, facendomi fare pochi semplici movimenti, mi diagnosticò un’ernia del disco in area cervicale: scoprii poi che i movimenti che mi aveva fatto fare non costituivano un metodo rivoluzionario noto solo a pochi luminari, ma un canovaccio che qualunque medico conosceva. Quando andai dalla dottoressa (con specializzazione in fisiatrìa) a comunicarle la scoperta con un tono vagamente seccato, mi tolsi qualche soddisfazione…
Dopo parecchi anni, durante i quali una salute tutto sommato buona mi aveva distolto dall’intento di cambiare medico, sono tornato dalla dottoressa Prosperi perché affetto da una tosse continua ed insistente. La dottoressa, sempre convinta della bontà di un contatto limitato a vista e udito, mi prescriveva una visita specialistica da un otorino. Provvidenzialmente mia moglie mi consigliava di andare da uno specialista che lei conosceva e costui, dopo esame della mia gola tramite un sondino, mi diagnosticava un reflusso gastro-esofageo prescrivendomi una gastroscopia. Tornavo dalla dottoressa Prosperi per la prescrizione dell’esame e costei commentava in tono sprezzante con il suo praticante la diagnosi, sostenendo che i sintomi lasciavano pensare piuttosto ad un’allergia e che la gastroscopia non avrebbe comunque fornito nessun dato aggiuntivo. Le chiedevo semplicemente di parlarsi con il mio otorino e di farmi poi sapere quale terapia avrei dovuto seguire. La conversazione telefonica tra i due dava l’esito scontato: la dottoressa ammetteva la propria ignoranza e l’otorino mi richiamava annunciandomi che avrei avuto l’impegnativa per la gastroscopia. Peccato solo aver fatto un paio d’ore di coda per dover tornare la settimana successiva per ritirare l’impegnativa. L’esame dava l’esito previsto: un’ernia iatale era la causa del reflusso e quindi della tosse. Insomma anche stavolta la Dottoressa Prosperi si è presa una bella cantonata.
Questa volta ho deciso davvero: presto cambierò medico e forse non avrò più occasione di cadere tra le grinfie della dottoressa Prosperi, però mi rimarrà la curiosità di capire quale cocciuta incoscienza spinge un’attempata signora ad esporsi a figuracce simili per difendere sue convinzioni scientifiche talmente poco solide da crollare di fronte al primo parere contrario.
Pensandoci bene però qualche idea sull’origine di questo atteggiamento mi viene. Non sono un esperto di medicina né tantomeno di storia della medicina, ma ho l’impressione che quando la dottoressa Prosperi ha iniziato a esercitare la sua attività (presumibilmente negli anni 70) la medicina fosse una disciplina un po’ più semplice di quella attuale e forse il ruolo del medico generico non era solo indirizzare i pazienti verso lo specialista giusto ma, nella maggior parte dei casi, diagnosticare e curare direttamente il disturbo. Poi la medicina si è complicata, è diventata una disciplina sempre più multiforme, le nozioni necessarie a diagnosticare un disturbo possono ben difficilmente stare nella testa di una persona sola. La dottoressa Prosperi però è rimasta là , ai suoi vent’anni, e non accetta che uno specialista le insegni il mestiere, quando lo fa si ribella, scalcia, se la prende con il malcapitato paziente di turno, tranne poi ammettere la propria ignoranza di fronte alla competenza superiore dello specialista. Sono tanti a fare così, non solo medici generici: sono in tanti a pretendere che il mondo rimanga quello dei propri vent’anni, quello che piaceva loro perché erano giovani e ottimisti e par loro che se ritrovassero quel mondo potrebbero essere di nuovo giovani e ottimisti. Dall’altra parte ci sono le vittime, quelli che per la cecità di costoro sono costretti ad affrontare in alcuni casi, come fortunamente il mio, solo inutili perdite di tempo, fastidi; in altri casi discriminazioni, privazioni dei propri diritti o addirittura sofferenze. Ecco, in quello studio medico, anch’io mi sono sentito, nel mio piccolo, vittima di quel modo di pensare e, anche per questo, mi sono sentito ancor più vicino di prima a chi di quel modo di pensare subisce i danni, molto più dolorosamente di quanto occorso a me.
Molto di quello che non sai potrebbe essere falso
Erano emozionanti gli anni novanta, non c’è che dire! Io ero ancora nella mia terza decade e ero uno dei tanti che viveva quella sensazione diffusa che ci fosse un grande mistero che qualcuno non ci voleva dire e che invece piano piano la società civile avrebbe scoperto. C’era la classe politica corrotta, scoperchiata da Tangentopoli, c’erano i grandi intrighi internazionali che stavano dietro alle guerre americane, c’erano i misteri irrisolti, c’era la sensazione di una porta chiusa che di lì a poco si sarebbe aperta. L’avvento di Internet ci diede la sensazione che la Rete sarebbe stata il grimaldello per aprire quella porta.
Cominciammo a ricevere mail in cui ci veniva spiegato che in giro eravamo circondati dai complotti: c’era il WTO, c’era Bilderberg, c’erano gli sceicchi arabi che sostenevano Al Qaeda ma che erano contemporaneamente culo e camicia con Bush, c’erano i parlamentari che si aumentavano continuamente lo stipendio, c’erano sostanze velenose che ci aggredivano ovunque. Alcune cose erano vere, altre meno, ma noi non eccellevamo in senso critico, desiderosi come eravamo di sapere tutto, di scoperchiare ogni segreto, anche quelli che odoravano un po’ di bufala. Poi venne l’11 Settembre, la guerra preventiva, le armi di distruzioni di massa, la falsità svelata divenne quasi un esercizio quotidiano, anche perché in qualche caso diveniva fin troppo facile, però parallelamente, visto che il genere tirava, c’era chi ne approfittava sempre più, le fandonie più sfacciate circolavano senza remore e scoprire le bufale divenne un esercizio sempre più popolare. Ricordo come ci restai male, dopo aver letto un articolo che diceva che sul Pentagono non era mai caduto un aereo, quando ne lessi un altro che smontava il primo punto per punto, in modo assolutamente credibile e convincente. Ricordo con quale orgoglio sfoggiai una volta con i colleghi le mie letture complottiste in merito allo sbarco sulla luna e quanto masticai amaro quando mi spiegarono che erano fandonie. In quegli anni (2003) uscì un libro di successo dal titolo “Tutto quello che sai è falso” che riassumeva lo Zeitgeist di quell’epoca.
Parallelamente però stavamo crescendo (e forse anch’io un po’) e abbiamo cominciato a scoprire che poi non c’erano tutti questi segreti, e che anche quando quei pochi segreti che c’erano saltavano fuori non succedeva niente di trascendentale. Quando gli americani hanno scoperto che Bush e i suoi scagnozzi li avevano truffati con le armi di distruzioni di massa, mandando a morte migliaia di soldati per difenderci da armi che non esistevano, mica li hanno linciati sulla pubblica piazza…
Il grande circo della Rete negli anni seguenti ci ha un po’ assuefatto alle “scoperte”, tanto che quanto è arrivato Assange con il suo Wikileaks ci ha trovati già con la pancia piena. Doveva far crollare il mondo con i suoi terribili segreti ma alla fine la cosa più sconvolgente che abbiamo scoperto è che gli americani pensano che Berlusconi sia un incapace, che se me lo chiedeva glielo dicevo io ad Assange…
Come sempre quando i fenomeni di nicchia diventano di massa, è perché nella nicchia sono stati da un pezzo superati e mentre Grillo snocciola di fronte a masse plaudenti verità terribili, spesso false, mentre folle oceaniche vanno ad assediare le riunioni di Bilderberg, una parte dell’opinione pubblica sta già andando oltre, ad una serena rassegnazione che poi non c’è molto altro da scoprire oltre quello che già sospettiamo: che non significa chiudere gli occhi di fronte alle denunce ma esaminarle con la stessa propensione al dubbio che ci induce a cercarle. Nel frattempo però il business della “denuncia” si è espanso e non ha intenzione di ridimensionarsi, piuttosto c’è chi cerca di tenerlo in piedi a viva forza.
Ho iniziato a leggere il Fatto Quotidiano nel 2007 quando nella mia parabola di consumatore di giornali di denuncia ero già sul lato discendente. Ho smesso quando mi sono reso conto che la verità non era percepita come un obbligo ma solo come un’opzione tra quelle possibili ed era sacrificabile laddove la denuncia si imponesse. Non mi ha sorpreso leggere di una vicenda occorsa recentemente che trovo molto significativa. Settimane fa è stato trasmesso da una televisione olandese un documentario che aveva come argomento il processo cui il medico della Juventus Agricola e l’allora amministratore delegato Giraudo furono sottoposti per l’utilizzo di farmaci e di doping. La trasmissione sembrava volere scoprire chissà quali segreti ma in realtà raccontava semplicemente il processo, intervistando il PM Guariniello e il perito della Procura D’Onofrio che ovviamente riproponevano le accuse a suo tempo mosse. Il processo si concluse, per quanto riguarda l’accusa di somministrazione di doping con l’assoluzione in Cassazione dei due accusati, mentre, per quanto riguarda l’abuso di farmaci, si concluse con l’annullamento in Cassazione dell’assoluzione maturata in Appello e conseguente sopraggiungenza dei termini di prescrizione. Nella sostanza si trattava, per il secondo punto, della pratica discutibile ma allora diffusissima di somministrare farmaci (alcuni di quali di uso comune, tipo Voltaren) anche a giocatori sani, per migliorarne il recupero dalla fatica, per il primo punto, di un’ipotesi di utilizzo di EPO costruita, appunto dal D’Onofrio, su alcuni casi di sbalzo (pur restando nell’ambito di livelli nella norma) di ematocrito, emersi dopo l’esame dello storico dei prelievi di sangue eseguiti sui giocatori della Juventus.
Il Fatto, nella sua edizione online, copriva l’evento con un articolo, il cui finale sottolineava la tendenziosità del documentario e il fatto che il documentario sembrava costruito apposta per delegittimare la sconfitta che gli olandesi dell’Ajax subirono nel 1996 nella finale di Champions League ad opera della Juve stessa. Però evidentemente questo finale non andava bene, non era abbastanza tendenzioso, suonava difensivo, protettivo: e il segreto? Il mistero? Il complotto? E allora arrivava una rettifica della redazione che rifaceva il finale con un riferimento alla sentenza “nebulosa” e alle “ombre” relative.
E così tendo a ritrovarmi con chi lascia intendere che ormai è come se ne Il Fatto si fossero ritrovati tutti quei complottisti, spammer e predicatori che guardavo con ammirazione nel 1998, con qualche dubbio nel 2002, con diffidenza nel 2006 e con disgusto nel 2013. Spiace un po’ perché ho amato questo giornale ma è la storia di tutte le ondate polito-sociali, ciò che è avanguardia oggi diventa conformismo domani, il cosciotto così bello e appetitoso quando è appena uscito dal forno, risulta poi inguardabile quando giace freddo e spolpato nel piatto sporco. Ho l’impressione che nel frattempo la società sia cresciuta in maturità e consapevolezza e questo, almeno, suona decisamente positivo.
Soma torna si (tr. siamo di nuovo qui)
Sono passate un po’ di settimane ormai ma un pezzo sulla chiusura della stagione calcistica non vorrei farmelo mancare. Per il popolo biancoenero non è stata una stagione così perfetta come quella passata. Lo scudetto un po’ ce lo aspettavamo, mentre l’anno passato all’inizio pareva pura chimera; nessuno quest’anno sperava seriamente nella vittoria in Coppa dei Campioni ma certo che qualche sogno lo si era fatto e un’eliminazione così netta come quella rimediata contro il Bayern non c’è piaciuta; dopo l’imbattibilità della scorsa stagione quest’anno di sconfitte ne abbiamo collezionate parecchie e non è mai bello.
Però questa stagione, proprio perché non inaspettata, è stata forse quella che ha restituito ai tifosi di colei che un tempo veniva definita Madama quella serenità perduta nel 2006. Lo scudetto è arrivato non come conquista insperata ma come constatazione di superiorità . Come un tempo, superiori in Italia, ci siamo ritrovati a dover recriminare sulla nostra inferiorità in Europa, esperienza frequentwe di una società che, stando sempre un po’ fuori dai giochi del nostro calcio, risente poco delle oscillazioni del resto dell’ambiente di casa nostra. Ciò la rende quasi sempre la migliore nei periodi più bui del calcio italiano, venendo invece talvolta superata da altre proprio nei periodi di massimo splendore della “pedata” italica.
Per completare il ritorno al passato, non ci siamo fatti mancare le recriminazioni di chi è arrivato dietro, a partire dall’assurda polemica sulla Supercoppa di Pechino, per proseguire con le discussioni surreali sulla posizione di Conte durante il suo periodo di squalifica, senza dimenticare le vicende di Catania-Juve (a proposito: Pulvirenti avrà visto il recente spareggio di Lega Pro Cuneo-Reggiana?), per finire con il mantra delle proteste interiste contro gli arbitri. Ecco quest’ultimo punto forse è quello che ha reso più lieti i tifosi zebrati: sentire Moratti, dopo avere preso quattro pappine dall’Atalanta in casa propria, scagliarsi contro l’arbitro è stato uno dei momenti che più di ogni altro hanno sancito che il calcio italiano è tornato alla normalità e alla regolarità pre-2006. Per carità , i tentativi di condizionare gli eventi, dall’alto del proprio strapotere mediatico, ci sono sempre e talvolta funzionano anche, ma fortunatamente incidono sempre relativamente poco.
Alla fine tutto ciò è consolante anche per i non-juventini: ci dice che le congiure di palazzo, anche quelle apparentemente più laceranti, hanno effetti relativamente effimeri e sono i valori fondamentali ad emergere e ad imporsi. In fondo è una conclusione che ci restituisce speranza che il tempo possa essere galantuomo anche in settori meno frivoli della nostra vita.
La Stato per nemico
La recente sentenza del Tribunale di Roma ha decretato che i poliziotti accusati del pestaggio a Stefano Cucchi sono innocenti.
Apparentemente si tratta di quello che si definisce correntemente un’insufficienza di prove: non è stato possibile provare che a massacrare il ragazzo causandone poi, dopo qualche giorno di agonia, la morte, siano stati gli agenti che ne erano accusati o altri. Ammettiamo anche che sia vero, ammettiamo che non ci fossero prove per individuare chi, nella catena di persone che nei giorni della sua detenzione lo ha avuto in custodia, l’abbiano ridotto in fin di vita. Ammettiamo che la sentenza non sia il solito compromesso frutto di una catena di complicità , connivenze, omertà che abbracciano il sistema poliziesco-giudiziario nel suo complesso. Supponiamo anche che il pestaggio possa essere stato eseguito da una mente criminale dotata di tale acume da non lasciare nessuna prova e nessun testimone, anche se la ricostruzione degli eventi lascia più intendere un tentativo collettivo, goffo e ingenuo, di occultare la verità .
C’è comunque un problema. Tutto questo non è accaduto in un vicolo buio di una periferia cittadina, in mezzo ad un parco o in una cantina. E’ accaduto ad un imputato in regime di detenzione, nella presa stretta ma sicura che lo Stato dovrebbe esercitare su chi si trova in stato di arresto; e invece in quella stretta qualcuno ha massacrato di botte il ragazzo e il nostro sistema giudiziario non è nemmeno stato in grado di scoprire chi, dove, perché. Se un individuo, in regime di custodia, quindi quello che dovrebbe essere il più controllato possibile. può essere massacrato di botte fino alla morte, senza che resti traccia dell’evento, quale certezza possiamo avere della nostra sicurezza, in un vicolo buio, in mezzo ad un parco o in una cantina? Come facciamo a scandalizzarci perché un tizio se ne va in giro per la strada impunemente scannando ignari passanti con un piccone, quando una violenza altrettanto efferata e gratuita è messa in atto da chi è stato addestrato ad essere un fedele servitore dello Stato? E questo senza nemmeno poi dover rispondere di questa violenza…
Smettiamola di parlare di giustizia e sicurezza a vanvera: un corpo di Pubblica Sicurezza che al suo interno ha sacche di violenza, di illegalità , di omertà e di connivenza degne di un’organizzazione malavitosa non può assicurare giustizia e sicurezza a nessuno. Finché non ci sarà un profondo rinnovamento dei metodi di reclutamento, di formazione e di selezione del personale, finché le forze di Polizia non pretenderanno da sé stesse la stessa trasparenza che chiedono ai cittadini, ci ritroveremo sempre a contare le vittime di questo sistema e a considerare la forza pubblica più un pericolo che una fonte di sicurezza. E i fatti di Terni non fanno che confermarci tutto ciò.
La vittoria silenziosa
L’esito del primo turno delle elezioni amministrative della scorsa settimana ha indubbiamente stravolto le aspettative di molti. La delusione delle elezioni politiche, le divisioni seguite ai tentativi di formare un nuovo governo ed infine la controversa decisione di allearsi con Berlusconi avevano lasciato prevedere ai più che le coalizioni che ruotavano attorno al PD sarebbero andate incontro ad una disfatta epica. Così non è stato, anzi al contrario, anche se qualcuno non si rassegna, in 16 comuni capoluogo su 16 la coalizione del PD ha ottenuto la maggioranza relativa, quasi ovunque molto ampia, con exploit imprevedibili in alcune roccaforti della destra, in Lombardia e Veneto in particolare.
I sondaggi non annunciavano un trionfo cinquestellato ma davano comunque il PdL in crescita, e invece le cose sono andate malissimo per i primi e male per i secondi. Ci si girerà attorno, si dirà che rispetto alle politiche… blablabla… La verità è che nemmeno i sostenitori del PD più incrollabilmente ottimisti si sarebbero aspettati un esito simile. Cosa è successo? Come mai una simile sorpresa? Credo che la risposta stia in quella bestia nera dei sondaggisti che chiamerei motivazione al voto. Credo che le facili previsioni della vigilia si siano rivelate errate per lo stesso motivo per il quale sbagliano i sondaggi e sbagliano perfino gli exit poll: l’atteggiamento degli elettori di fronte alla scheda elettorale è diverso da quello che hanno rispetto alla telefonata dell’istituto di sondaggi ed è diverso da quello che hanno di fronte all’incaricato degli exit-poll, così come è diverso l’atteggiamento che gli elettori hanno di fronte ad una tornata elettorale politica e una amministrativa. Il fatto che ci siano poi elettori per i quali questa diversità è più marcata e altri per i quali è più tenue (perché intimamente più convinti del loro voto) e che queste due categorie non siano distribuite omogeneamente tra le diverse forze politiche spiega il mistero.
Ci sono ad esempio persone, come ad esempio il sottoscritto che considerano il voto un preziosissimo diritto di cui vale sempre la pena di approfittare, altri che lo considerano un dovere civico, tra i quali alcuni considerano questo dovere più sentito quando c’è di mezzo il Parlamento, meno quando si tratta di amministrazioni locali. Ho l’impressione che in questa ultima categoria rientrino quelli che meno si interessano di politica, che sentono di meno una collocazione tra destra e sinistra. Sono anche quelli che, non avendo convinzioni profonde in merito, quando votano, più si fanno influenzare dal percepito tramite i media, il personaggio più visibile, quello che spara la promessa più succulenta, per quanto non mantenibile. Ipotizzerei (grazie a qualche indizio che viene dai flussi elettorali) che molti di costoro abbiano alla fine votato alle ultime elezioni politiche per il M5S, affascinati dall’onda di novità che Grillo ha portato nelle piazze, o che abbiano votato invece forse per Berlusconi, forse per le promesse roboanti, forse per il fascino narrativo del rientro nei giochi di chi sembrava ormai esser stato messo da parte.
Per contro c’era una componente dell’elettorato che segue con attenzione le vicende politiche, che a Febbraio votò Bersani e che da allora non ha trovato alternative valide che lo inducessero a cambiare idea. Non le hanno trovate in Berlusconi ( e sarebbe stato strano lo votassero adesso dopo vent’anni contro) ma neanche in Grillo che sembra far di tutto per non rendersi attraente ai loro occhi. Alla fine, anche se Letta e il suo governo non esaltano molti di loro, considerano questo un bel passo avanti rispetto ai governi che sono venuti prima. Considerando che questa parte dell’elettorato considera votare comunque una scelta migliore che non farlo non sorprende che si sia recata alle urne e abbia votato per il PD o suoi alleati. Non stupisce allo stesso modo che una buona parte dell’elettorato meno motivato, quello che a Febbraio si è rivolto prevalentemente a M5S e PdL, abbia ritenuto a questo giro di fare altro, cosa confermata dai flussi elettorali. Si badi che questo non vuol dire che l’elettorato di Grillo o di Berlusconi siano stati realmente erosi e che chi Domenica e Lunedì scorsi è stato a casa non tornerà a votare per l’uno o l’altro al prossima volta, vuol solo dire che l’elettorato dei due risulta oggi mediamente meno “motivato” di quello del PD.
Non diamo quindi dello schizofrenico agli elettori; l’elettorato è costituito da una massa di individui l’uno diverso dall’altro, che ha comportamenti eterogenei, diversi caso per caso, che vanno analizzati caso per caso. Non stupiamoci se alle prossime elezioni politiche il M5S otterrà di nuovo un ottimo risultato e Berlusconi le vincerà . La logica c’è, a guardare bene, ma non aspettiamoci che una massa di milioni di persone abbia una logica comportamentale semplice e lineare.
