Mani Pulite, ventidue anni e non sentirli
L’onda mediatica delle inchieste sulla corruzione si è placata, gli animi si sono calmati e forse è il momento di fare un passo indietro e chiedersi che significato possiamo attribuire alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto grandi progetti come l’Expo e il Mose. Ci sono alcuni elementi interessanti dietro a queste vicende che val la pena di ripercorrere.
Parto dal personaggio Gianstefano Frigerio. Si tratta di un ex-cassiere della DC, pluriprocessato e pluricondannato negli anni di Mani Pulite. In attesa che tre sentenze di condanna a suo carico divenissero esecutive, pensò bene di candidarsi con Forza Italia alle elezioni politiche del 2001 nella circoscrizione della Puglia. Naturalmente fu eletto e la sua candidatura non ebbe nemmeno ripercussioni negative sul suo partito che fu abbondantemente il primo in Puglia con il 30,15% dei voti, migliorando anzi nettamente il risultato delle precedenti elezioni (24,16%). In quell’occasione si fece designare con il secondo nome (Carlo anziché Gianstefano) forse per fingere di essere solo un omonimo. Sia come sia la cosa funzionò e gli elettori premiarono la sua candidatura, cosa che peraltro poi gli determinò qualche difficoltà , visto che il buon Frigerio negli anni successivi ebbe le sue difficoltà a conciliare la sua attività di deputato con l’affidamento ai servizi sociali. Frigerio è stato recentemente coinvolto nella vicenda Expo in quanto collettore delle tangenti correlate con le opere.
Proseguirei con Primo Greganti, ex-cassiere del PCI, ora semplice tesserato del PD, ma in grado di galleggiare ancora in ambiente politico come “consulente” di una cooperativa che in realtà lo usava come lobbista verso gli ambienti politici e quindi mediatore rispetto alle iniziative corruttive.
Procedo con Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia arrestato e condannato per violazione della normativa in materia di finanziamento ai partiti. Si tratta di un professore universitario che ha gravitato per anni tra aziende con partecipazione pubblica, fondazioni e collaborazioni ministeriali, prima di essere candidato a sindaco di Venezia in uno scontro con Renato Brunetta che gli ha assegnato una vittoria forse sorprendente. Sta di fatto che all’indomani della vittoria perfino Marco Travaglio, in genere non tenerissimo con il PD, ne apprezzava la scelta.
Chiudiamo poi con Marco Milanese, consigliere di Tremonti e parlamentare del PDL nella scorsa legislatura. E’ un personaggio cresciuto professionalmente nella Guardia di Finanza, dalla quale nel 2001 fa il salto verso la politica, sotto l’ala protettrice di Tremonti che lo accoglie al suo Ministero dell’Economia fino a farne il proprio consigliere politico. Si candida alle elezioni nel 2008 e viene eletto, dopodiché diventa una presenza immancabile in ogni scandalo o inchiesta sulla corruzione e quella sul Mose non poteva naturalmente fare eccezione. E’ infatti accusato di avere ricevuto una tangente di 500.000 euro dal Consorzio Venezia Nuovo per far sbloccare dal CIPE i fondi necessari per il Mose.
Riassumendo stiamo parlando di: un signore che in politica ci è nato, cresciuto e di cui la politica (compresi noi elettori) non ha mai pensato di disfarsi nonostante le sue condanne; di uno che magari la politica ha messo alla porta, ma che è prontamente rientrato dalla finestra; e infine di due che hanno fatto per lo più altre cose e che però, appena entrati in politica, si sono subito ritrovati con le manette ai polsi. Cosa ci fa pensare tutto ciò? Che la politica è l’unico problema o che il problema ce l’ha anche un po’ il resto della società ? Personalmente mi fa pensare che se Greganti è ancora nel giro un po’ di colpa ce l’abbia forse la cooperativa che lo ha scelto; che un po’ di colpa ce l’abbiano gli elettori che hanno rivotato Frigerio anche se era stato condannato; che un po’ di colpa ce l’abbia la “società civile” se un suo candidato, come Orsoni, si è rivelato quanto meno avventato nel suo rapporto con la legalità . Insomma l’impressione che traggo da queste vicende è ancora una volta che la politica italiana non è un contenitore corrotto in un contesto sano, ma è lo specchio della società che lo circonda. Se non ammettiamo questo semplice fatto, continueremo a inventarci nuovi partiti e nuove alchimie politiche, che alla fine si riveleranno uguali alla società dalla quale provengono.
22 anni fa di questi tempi il nostro paese era appena entrato in quella stagione che fu definita Mani Pulite. Di questa fase della nostra storia l’inizio è datato con l’arresto nel Febbraio del 1992 di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese. La conclusione di quell’epoca è meno facilmente databile, anzi c’è chi sostiene che Mani Pulite non è ancora finita oggi. Se guardo ai fatti di questi giorni mi viene da dire che, è vero, Mani Pulite non si è mai chiusa e non si è mai chiusa perché le logiche con cui la pubblica amministrazione assegna i suoi lavori continuano ad essere poco trasparenti; continua ad essere vero che qualunque lavoro pubblico in Italia costa di più e si prolunga maggiormente nel tempo rispetto all’omologo di altri paesi; continua ad essere vero che spesso, come nella vicenda Mose, il budget per le grandi opere diventa alla fine un serbatoio a cui attingere per mantenere un giro di complicità e connivenze necessario a tenere in piedi il sistema. Insomma, nulla è cambiato, ed è normale che sia così perché in effetti nulla abbiamo fatto perché cambiasse.
In questi vent’anni ci siamo divisi tra chi predicava l’onestà e la questione morale e chi invece sosteneva che la corruzione fosse un’invenzione dei giudici, e ci siamo talmente appassionati a questa battaglia da trascurare di interrogarci sui motivi della corruzione, sul perché la nostra società faccia così fatica a scrollarsi di dosso questo macigno. Adesso che finalmente quanti considerano la corruzione un macigno sembrano diventati maggioranza nel paese e chi la riteneva un esempio fulgido del genio italico è ridotto a mal partito, è giunto il momento di chiedersi davvero come facciamo ad eliminarla, come facciamo ad espellere certe condotte dalla nostra vita pubblica. Temo non servano altri nuovi partiti o altre formule politiche, non basta nemmeno dire che siamo tutti contro la corruzione, anche se sarebbe certamente consolante constatarlo. Credo sia invece il momento di mettere in discussione il modo in cui in Italia ci si rapporta con la legalità , di mettere in discussione il modo in cui si assegnano gli appalti, il modo in cui si vive la vita pubblica. L’unica vera svolta che intravedo in questi giorni è proprio il fatto che per la prima volta, di fronte ad un’inchiesta giudiziaria che coinvolge la politica, la politica e i suoi militanti non si mettono in difesa del proprio orticello, ma si mettono in discussione. Mi sembra un elemento di speranza a cui spero facciano seguito efficaci azioni.
Non credo che il DDL anticorruzione in fase di preparazione sarà un elemento risolutivo ma è già positiva la consapevolezza che “uscire da Mani Pulite” non vuol dire, come si pensava vent’anni fa, mettere la museruola alle inchieste della Giustizia, ma vuol dire compiere ogni sforzo per mettere fine ai fenomeni corruttivi che le hanno determinate. E certamente lo sforzo che la politica può fare è quello di intervenire in ambito legislativo per rendere la corruzione meno redditizia, più difficile da realizzare e più facile da individuare.
Il cocco di Mamma e PapÃ
Chi di voi ha figli sa certamente che nell’atteggiamento che ognuno di noi genitori ha verso i propri figli c’è una componente protettiva e una componente “edificante”. C’è una parte dentro di noi che dice: “No, che prendi freddo”, “No, che è pericoloso” o “Come si permette di mettere la mani addosso a mio figlio?”. C’è un’altra parte di noi che dice: “Mah sì, che cosi ti fai gli anticorpi”, “Un ginocchio sbucciato non ha mai ucciso nessuno” o “Beh, ma tu cosa gli avevi fatto?”. Ogni situazione la leggiamo come una minaccia ma anche un’opportunità per crescere, e a seconda dell’emozione in noi prevalente, la paura per il suo presente o l’ansia per il suo futuro, propendiamo per l’una o l’altra lettura. Sarà che, rispetto ai tempi in cui ero ragazzo io, la nostra società ci bombarda di paure, sarà che la società contemporanea sembrerebbe (ma forse solo apparentemente) richiedere meno anticorpi di quella del passato, ma il senso di protezione in questi anni sembra star prendendo decisamente il sopravvento sullo spirito “edificante”. Il risultato perverso è che molti dei nostri figli si presentano all’appuntamento con l’età adulta totalmente impreparati a prendersi oneri e responsabilità che essere un adulto comporta. E’ difficile non capire che c’è un momento della vita in cui non ci sarà più il genitore pronto a prendere le difese di nostro figlio, che se alle apparenti ingiustizie che subirà reagirà con vittimismo e senza autocritica, non ne riceverà consolazione ma solo critiche ulteriori, eppure chi svolge la difficile professione dell’insegnante combatte giornalmente contro eserciti di genitori iperprotettivi pronti a difendere a spada tratta il figlio dalle angherie del docente che gli ha dato 4 in matematica o 7 in condotta. Con quali motivazioni? Ce l’ha con mio figlio… perché è troppo spontaneo… perché lo è troppo poco… perché non le fa abbastanza sorrisi… perché è troppo cerimonioso, e così via… Alla fine non conta nemmeno tanto il motivo, si trova sempre qualcosa a cui appigliarsi. Se poi il figlio è un ragazzo un po’ difficile, ancora meglio: è ancora più facile attribuire i suoi votacci al carattere che “non tutti capiscono”. L’importante è che non si dica che non ha studiato, che si meritava il 4. Questo il genitore protettivo non vuole mai, che il figlio assaggi le sue conseguenze dei suoi errori, che il figlio si senta catapultato nel mondo esterno dove nessuno ti fa sconti e ti costruisce alibi, che prenda coscienza di quell’angosciante baratro che si apre ad un certo punto di fronte a noi, e che si chiama responsabilità personale.
L’Italia di oggi è popolata di genitori che ragionano così e che continuano a ragionare così anche quando diventano tifosi di calcio. Ecco spiegato il fiorire di apologeti di Balotelli, di fronte al caso calcistico del momento. C’è chi parla di razzismo, chi di nonnismo, assomigliando tanto ai genitori di cui sopra. Ma l’idea alla base di questi ragionamenti, per la quale gli errori dei singoli non ci sono mai e il problema non è il nostro figlio che sbaglia, ma semmai chi punta ingenerosamente il dito sul suo errore, è drammaticamente diffusa.
Giusto per chiarimento le cose sarebbero andate così: durante l’intervallo di Italia-Uruguay il commissario tecnico Prandelli rimprovera Balotelli di un atteggiamento non il linea con il piano tattico della partita. Balotelli reagisce in modo strafottente, fino ad indurre il compassato Prandelli ad usare espressioni colorite nei suoi confronti e non farlo rientrare in campo nel secondo tempo. Dopo la partita alcuni della vecchia guardia, Buffon e De Rossi in particolare, faranno notare che qualcosa non è andato come doveva nello spogliatoio senza fare riferimenti espliciti. La vicenda sarà chiosata da Balotelli che in un tweet si dichiarerà vittima dei compagni che “l’hanno scaricato”, non si capisce bene se per le dichiarazioni post-partita o per avere preso le difese di Prandelli durante il confrontro tra i due.
C’è poi anche da dire che Balotelli ha una serie di caratteristiche che ne facilitano l’elevazione a vittima: ha la pelle nera e ha un carattere difficile, carattere che gli attrae facilmente antipatie, che l’ignoranza imperante negli stadi spesso convoglia su simbologie ed espressioni di discriminazione razziale. E poi lui usa bene queste sue caratteristiche per comunicare credibilmente il suo status di vittima. Una vera manna per i papà e mamma calcistici pronti a scendere in campo per difendere il loro cocco. “Poverino – dicono – chissà quanto deve essere difficile crescere nero in Italia e ancor più nel calcio, in un ambiente che frequentemente ti discrimina”. E’ vero, non deve essere facile, ma ci sono anche lati positivi nel crescere coccolato da una famiglia benestante del bresciano, anche se nero nella razzista Italia. Forse è più difficile crescere nero in una baraccopoli di Monrovia, come capitò ad un altro famoso attaccante del Milan, George Weah. Forse un’esperienza di vita diversa ti abitua a pensare che gli sbagli si pagano e chiedere scusa dopo spesso è inutile.
Vorrei essere chiaro: tecnicamente le colpe dell’eliminazione dell’Italia non sono certamente solo di Balotelli. C’è un generale livello medio molto basso della squadra e soprattutto una carenza di nuove leve, che solo la spropositata longevità di alcuni senatori sta mascherando (ma non abbastanza). Non sono nemmeno certo che Prandelli abbia azzeccato tutte le scelte, anche se è sempre difficile giudicare l’operato di un tecnico senza conoscere tutte le coordinate che stanno dietro al suo lavoro. Ci sono poi anche fattori esterni, come gli orari di gioco assurdi, che hanno esposto i giocatori a condizioni di temperatura ed umidità estremi, o come il livello imbarazzante di alcuni arbitraggi (non parlo solo del messicano Rodriguez Moreno, arbitro di Italia-Uruguay, ma anche di altri personaggi quali il giapponese Nishimira o il colombiano Roldan). Blatter si è finalmente convinto ad utilizzare il mezzo tecnico anche per dirimere situazioni difficili, ma in questo mondiale si sono visti errori che sarebbero da considerarsi gravi per un arbitro di prima divisione e che non possono avere cittadinanza nella fase finale di un mondiale.
Quindi non tutte le colpe sono di Balotelli, certo, ma chi parla di persecuzione forse non ha mai seguito prima il mondo pallonaro. E’ normale che il giocatore su cui si appuntano le maggiori attese sia poi quello più criticato in caso di sconfitta, anche quando si comporta in modo irreprensibile. Ve le ricordate le violente polemiche su Baggio dopo la finale del ’94 o quelle su Rossi dopo la prima fase dei mondiali dell’82 (che poi vincemmo insperatamente)? E’ altrettanto normale che un giocatore che in una circostanza così importante crei evidenti tensioni nell’ambiente venga messo all’indice. Quando Chinaglia, nella prima partita dei mondiali del ’74, mandò a quel paese platealmente il CT Valcareggi che lo aveva sostituito molti chiesero alla Federazione di rimandarlo subito a casa.
Insomma, non siamo di fronte alla persecuzione verso un giovane o verso un esponente di una minoranza etnica, siamo di fronte solo ad uno dei tanti bimbi mai cresciuti che appagano le ansie di tanti genitori iperprotettivi tra i quali anche qualche giornalista.
L’impotenza del Presidente
Siamo abituati a pensare al Presidente degli Stati Uniti come alla massima espressione mondiale di potere. Nella nostra epoca l’ospite della Casa Bianca sembra, più che un essere umano, un’icona che trasmetta al resto del mondo un messaggio di onnipotenza. Stupisce certo sentirlo parlare in termini così rassegnati come ha fatto la settimana scorsa, denunciando la propria impotenza di fronte all’ennesima strage in una scuola, questa volta in una High School vicino a Portland. Il fenomeno delle sparatorie nella scuola ha una storia tristemente lunga negli Stati Uniti e ha già mietuto 38 vittime nel solo 2014. Obama ha denunciato l’irresponsabilità del Congresso che frena da sempre ogni tentativo di limitazione nella detenzione di armi, anche di fronte alle prese di posizione ormai esasperate dell’opinione pubblica.
Il Congresso è infatti paralizzato dalla potente lobby della National Rifle Association, organizzazione che ha come scopo costitutivo quello di promuovere l’uso delle armi. Nonostante nell’opinione pubblica la richiesta di un maggior controllo sulle armi sia ormai da tempo diventata maggioritaria il potere esercitato dalla NRA sembra essere tuttora così forte da portare il capo di Stato a questa triste ammissione. Leggendo le opinioni espresse dal presidente della NRA, James Porter II, non si può che provare un brivido al pensiero che un simile personaggio tenga in scacco il Parlamento della prima potenza mondiale.
Questo rimanda al più generale strapotere delle lobby in America, fenomeno che potrebbe però avere delle motivazioni discretamente pratiche. Vorrei ricordare infatti che negli Stati Uniti il finanziamento alla politica è sostanzialmente irrilevante: sono previsti finanziamenti pubblici solo per le campagne presidenziali ma in entità ridotta e comunque chi li accetta è costretto a rinunciare a quelli privati, il che significa che in genere i candidati non se ne avvalgono. Non so cosa ne pensate voi ma io, prima di abolire il finanziamento pubblico alla politica, ci avrei riflettuto su ancora un po’.
La solita vecchia Francia
La Francia è un paese che io trovo molto bello. Intanto è bello esteticamente, sono belli i colori della campagna, sono belle le strade alberate che si arrampicano su e giù per le colline come sulle gobbe di un cammello, sono belli i film francesi (sì, alcuni sono noiosi ma anche molti film americani lo sono, almeno per me), è bella Parigi, sono belle le cittadine della Francia così garbatamente sofisticate, sono belli i tanti castelli che punteggiano la Francia, è bello vedere un francese andarsene a casa in bicicletta con la baguette sotto braccio. La Francia piace e piace anche, se non soprattutto, ai francesi. Sarà per quello che sono così sciovinisti, come spesso si usa dire. Il pericolo che corri quando una cosa ti piace molto è che nasca in te l’ossessione che quella cosa possa cambiare, e che se cambia cambierà sicuramente in peggio e non ti piacerà più come prima. Forse per questo ho l’impressione, tutte le volte che vado in Francia, che il problema di questo paese sia di voler rimanere sempre quello, anche se gli anni e i secoli passano e il resto del mondo si trasforma.
I miei contatti recenti con la Francia sono stati rappresentati da un paio di brevi vacanze fattevi di recente. La prima durante il ponte tra Pasqua e la Liberazione, la seconda nel ponte del 2 Giugno.
Nella prima occasione ci trovavamo in Liguria e avevamo deciso di farci un giro in giornata a Cannes. Partiti al mattino imboccavamo l’autostrada ad Arma di Taggia per uscire poi direttamente a Cannes. Era da un po’ di tempo che non facevo un tragitto così lungo sulle autostrade francesi ma non ricordavo fossero così care: 7,30 Euro per i 57 chilometri dal confine a Cannes mi sono parsi parecchi. Usciti dall’autostrada a Cannes pensavamo di essere quasi arrivati, ma ci sbagliavamo di grosso. Per arrivare dall’uscita dell’autostrada fino a parcheggiare a Cannes ci sarebbe voluto infatti ancora quasi un’ora, a causa di un traffico ultracongestionato, peggiorato da un numero di semafori francamente eccessivo. Era una splendida giornata e dopo un giro in città e un po’ di sole sulla Croisette, iniziavamo a cercare un posto per il pranzo, magari un po’ lontano dai luoghi più ambìti e costosi. Ci fermavamo quindi in un locale di nome Grillhouse un po’ fuori dal centro, attratti da un menu turistico piuttosto conveniente. Io e mia moglie decidevamo di dividerci il menu turistico aggiungendovi un piatto di pasta per nostra figlia. Il nostro francese non è dei migliori e potremmo non esserci spiegati, ma indicavamo chiaramente con il dito sulla carta la pagina del menu turistico e i piatti che ci venivano serviti rispecchiavano perfettamente quanto da noi ordinato. La sorpresa era sul conto, nel quale, come si fossero dimenticati dell’offerta, ci addebitavano i singoli piatti come se li avessimo ordinati “a la carte”. Alle nostre lamentele la cameriara convocava dal retrobottega una signora, evidentemente la proprietaria, dai tratti francesi, che però parlava un buon italiano. La signora provava a spiegarci che il menu turistico era una promozione che loro facevano solo per i turisti, noi ribattevamo ovviamente qualificandoci appunto come turisti. Lei incassava infastidita, ma insisteva sul fatto che comunque “avremmo dovuto negoziare prima il prezzo”. Ci guardavamo basiti: in nessun posto del mondo mi era mai capitato che qualcuno sostenesse che i prezzi scritti sul menu fossero “da negoziare”. A questa frase, se fossimo stati in Italia, avremmo chiamato la polizia, essendo in paese straniero abbiamo preferito piegarci alla truffa e pagare la diecina di euro di differenza estorta. E’ chiaro che non torneremo presto né al Grillhouse né tantomeno a Cannes.
Per quanto riguarda la seconda vacanza francese abbiamo trascorso in Savoia il recente weekend lungo, conclusosi con la festa della Repubblica. Anche qui il quadro non è stato esaltante. Abbiamo visitato Chambery, cittadina splendida architettonicamente ma socialmente depressa. Non è consueto nemmeno nella meno sociale delle nostre cittadine di provincia non vedere un’anima viva circolante per il centro città in un Sabato e una Domenica sera di inizio Giugno. Nè è consueto che i negozi (tutti tranne supermercati e tabaccai) rimangano chiusi dal Sabato al Lunedì compresi. Tra l’altro la Domenica sera è stato molto arduo trovare un ristorante aperto: l’unico trovato è stato tale Le Sporting, posto consigliato dalle guide per la fonduta, ma in realtà sporco, con cibi e vini di scarsissima qualità e pessimo servizio, per di più non certo economico. Tra l’altro è curioso che un posto così scadente sia posizionato proprio nella centralissima Place Metropole su cui si affaccia la cattedrale. L’esperienza in termini di ristoranti non è stata dappertutto così negativa (anzi, abbiamo altrove mangiato anche molto bene) ma quello che hanno avuto in comune i quattro posti in cui abbiamo mangiato è stato l’assenza di menu in lingue che non fossero il francese (tranne un caso in cui abbiamo trovato un menu in inglese), così come la ritrosia, nella maggior parte dei posti visitati, a spiegare le portate ai non profondi conoscitori dell’idioma locale.
La chiusura della permanenza in Savoia è stata però la parte ancor più significatica. Un attimo dopo aver pagato il conto non economico dell’hotel dove avevamo soggiornato, mi rendevo infatti conto di non aver la moneta per pagare il parcheggio a pagamento e chiedevo alla receptionist, che mi aveva appena restituito la carta di credito, se poteva cambiarmi un biglietto da 10 euro in moneta. Quella mi guardava come fossi un mendicante e mi faceva un sorriso scuotendo le spalle. Rimanevo basito. Ripetevo la richiesta pensando che non l’avesse capita e lei ripeteva la risposta, confermandomi che aveva proprio capito bene. Sarebbe bastata un’occhiata nella cassa per darmi l’impressione che almeno facesse un minimo sforzo, per cercare di aiutarmi. Neanche quello… Riuscivo poi a cambiare la banconota dal kebabbaro a fianco.
Sembrerebbe però che cambiare banconote sia proprio uno sforzo titanico per i francesi. Allorché infatti, privo ormai del biglietto da 10, ero costretto al casello dell’autostrada a pagare con un biglietto da 50 il pedaggio di 12 Euro, la casellante mi rimproverava aspramente, neanche le avessi proposto il baratto come forma di pagamento.
Era con estremo sollievo che varcavamo il confine per fermarci ad Oulx a mangiare una pizza, prima di affrontare l’ultima tappa del ritorno a casa. Capitavamo a caso in una pizzeria di nome Locus gestita da due signori, fratello e sorella, di provenienza maghrebina. La pizza era buona, benché non da applausi, ma tale e tanta era la cordialità e la calda accoglienza che ci faceva piacere essere tornati ad assaporare cosa significa capitare in un posto dove i turisti sono considerati clienti da guadagnarsi e non sgraditi seccatori da allontanarsi subito, prima che inquinino il luogo. Tornavamo a casa non certo ansiosi di calcare di nuovo il suolo francese.
Non so dire se la nostra esperienza sia statisticamente significativa per trarne qualche conclusione sui mali dei cugini d’oltralpe. Tuttavia confermo che è forte in me l’impressione che in una parte forse significativa della Francia manchi la capacità di capire che il mondo è cambiato. E’ cambiato perché il turista di oggi non si accontenta di sfamarsi ma vuole mangiare bene, è cambiato perché in molti paesi i negozi sono aperti giorno e notte, è cambiato perché ovunque nel mondo si riesce a farsi capire pur non parlando nella lingua del posto, è cambiato perché ovunque si è capito che una buona accoglienza è fonte di ricchezza per una regione e la si pretende dai propri concittadini, è cambiato semplicemente perché i confini nazionali non esistono più, anche se qualcuno si ostina a chiudersi in un paranoico negazionismo, e difendere aprioristicamente le proprie abitudini consolidate non vuol dire più imporre orgogliosamente la propria identità , ma più che altro votarsi alla sconfitta e al declino, declino di fronte al quale orgoglio e sciovinismo acquisiscono un che di patetico.
Se confronto la Torino di oggi con quella di venti anni fa, mi pare non siano nemmeno nella stessa città . Se invece confronto la Francia di oggi con quella di vent’anni fa le uniche differenze le riscontro nei tratti somatici di molti suoi abitanti.
Ecco, se confronto le mia esperienze francesi con la realtà italiana che conosco ne concludo che noi italiani, che dei francesi non abbiamo la serietà , l’etica, la dignità , né la capacità organizzativa, forse non siamo meno bravi di loro ad adattarci ai cambiamenti che la storia ci impone, anzi forse lo siamo anche di più. Credo sia tempo di provare a far leva su questa nostra presunta qualità .
Ma ci interessa davvero la democrazia europea?
Alla vigilia delle elezioni europee questo blog provò a ricordare ai suoi lettori che questa volta con il voto si sarebbe eletto il Presidente della Commissione Europea. I più attenti si chiederanno ora: “Embè? Allora? Chi abbiamo eletto?”. In effetti non saprei dar loro torto. Visto che, a due settimane di distanza, ancora non sappiamo chi sarà il candidato che sarà sottoposto alla ratifica del Parlamento Europeo, non saprei biasimare chi avanzasse il dubbio che “Il Colore del Grano” si fosse preso una grossissima cantonata. Onde evitare brutte figure sono andato a vedermi il Trattato dell’Unione, come emendato dal Trattato di Lisbona nel 2009, e ho scoperto che vi si dice nel titolo 3, all’articolo 17 quanto segue: “Taking into account the elections to the European Parliament and after having held the appropriate consultations, the European Council, acting by a qualified majority, shall propose to the European Parliament a candidate for President of the Commission“. Tenendo conto che la lista che esprimeva come candidato Juncker è risultata quella più votata, mi parrebbe naturale che sia lui il candidato (per quanto, lo preciso, chi scrive non ha votato per il PPE e non apprezza il personaggio). Intendiamoci, il PPE di Juncker non ha la maggioranza assoluta in Parlamento, ma il leader del principale schieramento alternativo (Martin Schulz del PSE) ha già annunciato che la candidatura di Juncker avrà il suo appoggio e anche il leader dei liberaldemocratici Guy Verhofstadt si è dichiarato favorevole. E allora? Pare che ci siano alcuni capi di governo degli stati, Cameron in testa, a cui Juncker non piace. E’ vero che il mandato parte dal Consiglio Europeo, quindi dall’assemblea dei capi di governo dei paesi membri, ma il Consiglio è costituito da 28 capi di governo e in più è vincolato, come detto sopra, dall’esito delle elezioni.
Qualcuno parla già di golpe europeo, ma in realtà la fronda nei confronti di Juncker e la riluttanza a rispettare l’esito elettorale ha, a mio modo di vedere, delle motivazioni molto chiare che nulla hanno a che fare con un intento eversivo ma semmai con quella sacra paura dell’Europa che sembra assillare molte segreterie di partiti europei. Se infatti passasse il principio che anche le istituzioni europee possono agire in base a mandati democratici, esattamente come quelle nazionali, rischierebbe di venire meno la diffidenza delle opinioni pubbliche nazionali verso le istituzioni europee stesse e questo potrebbe accelerare il processo di spostamento di poteri tra stati nazionali e Europa, con ovvio declino delle elite politiche locali. C’è poi un problema specifico degli stati senza Euro e della Gran Bretagna in particolare (che non a caso pare leader, insieme all’Ungheria e alla Svezia, della fronda anti-Juncker). E’ opinione diffusa tra gli economisti che la gestione della moneta unica senza un braccio politico sia sempre più problematica e che l’alternativa ad un rischio di deflagrazione di Eurolandia sia il progressivo spostamento di poteri verso le istituzioni europee. Questo rischia di porre le nazioni senza Euro di fronte ad un trivio: stare nell’UE in un ruolo politicamente marginale, uscire anche dall’UE, oppure entrare nell’Euro, quest’ultimo passo avrebbe però ora un prezzo ovviamente molto salato e rischierebbe di essere molto impopolare. Non mancano media che sembrano fare da sponda a queste posizioni, è il caso del Financial Times che non ha mancato di sostenere il tentativo di siluramento di Juncker.
C’è però anche chi invece sostiene che Cameron rischia grosso esponendosi così sul tema. E in effetti quando queste strategie più o meno occulte si sono palesate in un summit tenutosi tra i quattro capi di governo di Regno Unito, Olanda, Svezia e Germania (guardacaso due di essi non hanno l’Euro), per cercare di trovare un accordo su un candidato alternativo a quello indicato dalle elezioni europee, pare che il risultato sia stato deludente per il fronte anti-Juncker. D’altra parte vorrei ben vedere, visto che 4 paesi avrebbero voluto decidere per 28, in spregio all’esito delle elezioni, e non dimenticandoci che un eventuale candidato deve comunque ricevere l’approvazione del Parlamento e non si capisce come potrebbe guadagnarsi la maggioranza di un Parlamento in cui un’ampia maggioranza è oggi per Juncker.
C’è chi in Italia chiede l’impeachment di Napolitano per le accuse circa la vicenda dell’incarico a Monti, ma qui stiamo parlando di qualcosa di molto peggio. Paragonando la situazione europea a quelle vicende di casa nostra, è come se Napolitano si fosse messo, non nel 2011 ma all’indomani delle elezioni vinte dal PdL nel 2008, a sondare il terreno per trovare un capo di governo alternativo a Berlusconi. La cosa sconcertante è la reazione assolutamente piatta dell’opinione pubblica. Gli stessi che criticano spesso e volentieri le istuzioni europee imputando ad esse un deficit di democrazia, sembrano reagire con distacco quando quel poco di democrazia è così palesemente aggredita, tributando decisamente più interesse all’ennesimo caso di tangenti o all’esito delle elezioni comunali di Livorno. E allora qual è davvero il problema? E’ l’Europa che non è democratica o siamo noi che non siamo proprio capaci di difendere la democrazia, il nostro voto, se appena si esce dalla logica della contrapposizione tifosa tra sostenitori del partito A e di quello B? Non dimentichiamoci che la democrazia non è mai un bene conquistato definitivamente, la democrazia deve lottare ogni giorno per la sopravvivenza e sopravvive solo fintanto che l’opinione pubblica si fa parte agente all’interno dei suoi processi, e oggi l’opinione pubblica europea (e in particolare quella italiana) pare essere in tutt’altro affaccendata.
Guai ai vincitori
Sono passati trent’anni da quando, nel Maggio 1984, la Juventus di Michel Platini e Giovanni Trapattoni si laureava campione raggiungendo il ventunesimo scudetto (allora non c’erano ancora diverse scuole di pensiero sul numero esatto) della storia bianconera, dopo una prolungata sfida con la Roma. In quella stessa stagione le due squadre avevano entrambe raggiunto la finale nelle competizioni europee a cui avevano rispettivamente partecipato. La Juventus aveva vinto la sua conquistando l’unica Coppa delle Coppe della sua storia, mentre la Roma era stata superata in casa propria dal Liverpool, nel modo più beffardo: ovvero dopo i calci di rigore. Era un calcio italiano reduce da anni bui per le squadre di club, quelli dell'”autarchia”, ovvero la proibizione di acquistare giocatori stranieri, provvedimento che fu preso dopo la disfatta ai mondiali del 1966 e che resistette fino al 1980. Se la cosa aveva giovato alla Nazionale, capace di giungere seconda ai mondiali del 1970, quarta a quelli del 1978 e vincere quelli dell’1982, non aveva certo giovato alle squadre di club che erano riuscite una sola volta, con la Juventus nella Coppa UEFA del 1977, a vincere una competizione europea giocando senza stranieri. In pochi anni però il ritorno degli stranieri aveva riproiettato anche i club italiani in vetta all’Europa calcistica, d’altra parte tutti i massimi protagonisti dei mondiali del 1982 giocavano già o giunsero in Italia negli anni successivi: Falcao, Platini, Boniek, Rummenigge, Briegel, Zico, Maradona. Iniziò così un ciclo straordinario per le nostre squadre. Tra la finale persa ad Atene dalla Juve nel 1983 e quella vinta a Madrid dall’Inter ventisette anni dopo, l’Italia darà ben diciassette finaliste alla massima manifestazione europea per club (che nel frattempo aveva cambiato nome da Coppa dei Campioni a Champions League), oltre che quattordici finaliste alla Coppa UEFA (rinominata poi Europa League) e sei finaliste alla scomparsa Coppa delle Coppe.
Sono passati trent’anni e anche oggi siamo qui a commentare un Campionato in cui la Roma ha inseguito vanamente la Juventus. Purtroppo nel frattempo quel ciclo è finito: per il quarto anno consecutivo le nostre squadre non hanno nemmeno raggiunto la semifinale di Champions (non succedeva dal 1977) e ci dobbiamo accontentare della semifinale raggiunta quest’anno dalla Juve in Europa League, trofeo nel quale non abbiamo mai raggiunto nemmeno la finale.
E’ chiaro che in un momento così buio cedere ai trionfalismi può suonare eccessivo; è chiaro che il fatto che la Juventus domini oggi il calcio italiano ha molto a che fare con il livello medio molto basso dello stesso; è altrettanto però incomprensibile e ingiustificabile dal mio punto di vista il modo in cui il calcio italiano ha accolto l’impresa che la Juve ha compiuto superando la storica soglia dei 100 punti e lasciando indietro i secondi di ben 17 lunghezze. La Juventus ha dovuto far fronte, con un organico non sterminato, ad un Campionato infinito come è quello a 20 squadre ed ad una competizione altrettanto lunga e impegnativa com’è l’Europa League e forse, non fosse stato per Giove Pluvio, che ha pensato bene di rendere scivolosa la trincea eretta allo Stadium dal Benfica, sarebbe forse arrivato anche questo trofeo. E il bello è che la Juve non l’ha fatto facendo spese da nababbo, ma comprando Llorente a parametro zero e spendendo per Tevez poco di più di quanto incassato cedendo Giaccherini. D’altronde nella sua storia, se non andiamo indietro ai tempi delle pazzie fatte per Tardelli e per Vialli, la Juventus ha raramente fatto spese pazze e forse anche per questo di rado è riuscita a vincere due trofei nello stesso anno.
Eppure ancora nelle ultime settimane le polemiche contro la Juventus sono infuriate, giungendo al paradosso della folle bufera mediatica circa la convocazione di Chiellini per i mondiali, osteggiata da parte dell’opinione pubblica per la presunta gomitata a Pjanic in un un impeto autolesionistico memorabile. Quando un giudice sportivo sente su di sé una tale pressione da indurlo a prendere un provvedimento che poi il Commissario Tecnico della Nazionale si trova a dover sbugiardare qualcosa che non va c’è. Eppure nella stagione non ci sono stati episodi arbitrali particolarmente ecclatanti, come successo magari in altri anni, né altro genere di polemiche particolarmente accese, tali da giustificare questo livello di aggressività mediatica che invece per tutto l’anno ha investito il calcio italiano e la Juventus in particolare. Ancora oggi a Roma c’è chi è convinto nonostante tutto che la Roma fosse la più forte e quando gli arbitri non hanno fornito alibi sufficienti si sono invocate misteriose cause sistemiche per giustificare le proprie sconfitte. Certo, la brutta abitudine di attribuire a cause esterne le proprie sconfitte è abbastanza diffusa. Anche il Torino ha pianto miserie a lungo per presunte persecuzioni arbitrali, prima di vedersi offrire su un piatto d’argento l’Europa League ben due volte, prima con un rigore dubbio concesso a Firenze all’ultimo secondo della decisiva ultima giornata dal tanto bistrattato Rizzoli (sbagliato da Cerci) e poi da una sentenza che ha penalizzato il Parma. Nemmeno poi l’Inter è sfuggita alla tentazione di attribuire a cause esterne la sua infelice annata.
Qui però si è andati spesso oltre alla mera recriminazione arbitrale, arrivando a negare quel rispetto dell’avversario che è regola alla base di ogni competizione sportiva. Ho visto recentemente la finale di Europa League allo Stadium ed ero posizionato nella parte più esterna della Curva Nord, in una zona di confine tra i sostenitori del Siviglia e quelli del Benfica. Ho assistito ad un tifo entusiasta, rumoroso e caldissimo, con tutta la partecipazione emotiva che anche da noi c’è alla partita di calcio. Però non ho visto gesti antipatici, non ho sentito insulti né fischi rivolti agli avversari (giocatori o tifosi che fossero), anzi calorosi applausi reciproci al momento della premiazione. Ho visto una consapevolezza di quello che una competizione sportiva è nella sua essenza, che da noi pare sparito. E’ come se il tifo ultrà , con l’enorme potere che ha acquisito, come testimoniato dai fatti della finale di Coppa Italia, avesse contagiato con il suo modo di vivere il calcio tutto il sistema.
Dovremmo riprendere la consapevolezza che quando parliamo di calcio stiamo parlando di un gioco, bello, divertente, appassionante, ma appunto un gioco. Attribuire al gioco una simbologia che ne faccia un punto di spartiacque tra bene e male, buoni e cattivi, giusti e ingiusti è sciocco e puerile. Altrettanto sciocco e puerile è cedere alla tentazione di attribuire ogni esito che non ci garba ad un oscuro complotto, per giunta quando ogni evidenza dice il contrario. L’uno e l’altro atteggiamento ci portano poi a rintracciare in una sconfitta un oscuro disegno attraverso il quale il male ha sconfitto il bene e quindi non riconoscervi alcuna legittimità . Ogni tanto noi tifosi ci cadiamo un po’ tutti, per carità , ma giova riconoscerlo e farci sopra una buona dose di autocritica.
“Guai ai vinti“, diceva Brenno sprezzante ai romani sconfitti. Guai ai vincitori è quello che spesso purtroppo risuona nei discorsi di casa nostra sul calcio e su altro, e questo anche di fronte alla vittoria più netta e indiscutibile. Il campionato spagnolo è stato deciso all’ultima giornata dalla sfida tra le prime due, Atletico Madrid e Barcelona, in casa di quest’ultima. Un lungo applauso del pubblico catalano ha salutato a fine gara i madrileni, laureatisi campioni. Succederà mai anche in Italia?
Calma, l’Europa è ancora viva…
Erano gli speranzosi anni novanta quando un amico mi raccontò di aver visto l’esibizione di un gruppo musicale esperantista di provenienza scandinava, al termine del quale i componenti della band avevano bruciato la bandiera dell’Unione Europea. Quel mio amico commentava con sbigottimento quella circostanza, nella convinta ma, capisco adesso, ingenua visione dell’Europa come di qualcosa di oggettivamente positivo che pure permeava l’opinione pubblica italiana in quegli anni. Nella realtà ci sono poche cose oggettivamente positive, forse nessuna, e sicuramente l’Unione Europea non è comunque tra queste. Il processo di unificazione politica dell’Europa non è stato e non sarà , se procederà , indolore, almeno non lo sarà per alcuni, forse per molti. L’idea che chi decide per noi non stia a Torino, né a Roma, ma a Bruxelles, non parli in piemontese, né in italiano, ma in francese o in inglese, non per tutti è così facile da accettare, anche se lo eleggiamo comunque noi. L’idea che il nostro destino lo dobbiamo condividere con tedeschi, francesi, portoghesi e lettoni spaventa popoli che per secoli si sono abituati a considerare chi ha lingua, religione o costumi diversi dai propri, come una mortale minaccia. Non è così facile da capire che è più importante poter eleggere il Presidente dell’Unione Europea che il Presidente della Repubblica Italiana, perché il primo può avere molto più potere contrattuale del secondo. Non è scontato che la scomparsa dei confini piaccia a tutti e che per tutti i vantaggi che ciò porta possano oscurare i rischi o gli svantaggi. Eppure quello sbigottimento mio e del mio amico, che risale agli anni novanta, sopravvive ancora oggi e rende molti di noi ancora più sbigottiti di fronte ai voti raccolti da chi considera l’Unione Europea come il peggiore dei mali. E’ uno sbigottimento che declina facilmente verso la preoccupazione, l’angoscia, quasi già la nostalgia verso un sogno europeo che pare già poter svanire. E’ un po’ come quando, di fronte ad un crimine efferato descritto dal telegiornale ci sembra possa da un momento all’altro capitare anche a noi.
Non dobbiamo dimenticarci che la Federazione Europea, gli Stati d’Uniti d’Europa, l’Unione Politica o come lo vogliamo chiamare sarebbe una tappa storica, il completamento di un processo straordinario che porterebbe popoli che per millenni hanno passato il tempo a farsi le guerre in un’unica grande comunità politico-sociale. Non c’è nella storia un processo di importanza paragonabile a questo, altrettanto fondamentale nell’evoluzione dell’umanità , che sia giunto a completamento come una passeggiata di salute, senza inciampi o addirittura passi indietro. Per questo concludo che sia ingenuo meravigliarsi e preoccuparsi più del necessario delle vittorie qua e là ottenuta dagli anti-europeisti.
Ridiamo ai risultati la loro reale dimensione. Stiamo parlando della Francia, dove il Fronte Nationale, unico partito contrario all’UE, è arrivato al 26%. Stiamo parlando della Gran Bretagna, paese storicamente euroscettico, dove il partito per l’indipendenza ha raggiunto il 27%, che unito al 23% dei conservatori (certamente tutt’altro che euroentusiasti) arriva quasi al 50%. Stiamo parlando della Danimarca dove il partito di estrema destra Partito Popolare Danese è arrivato al 26% (e c’è anche da considerare un 8% del partito anti-UE). Stiamo parlando di Alba Dorata che ha raggiunto in Grecia il 9% in lieve crescita rispetto alle elezioni parlamentari dell’anno scorso. Stiamo parlando dell’Ungheria dove il partito Jobbik è al 14%, in calo però rispetto alle ultime elezioni parlamentari. Stiamo parlando dell’Austria dove il partito di estrema destra FPO ha ottenuto il 19% anche qui in calo rispetto alle ultime elezioni parlamentari. Non c’è molto altro di significativo negli altri 22 paesi dell’Unione, se non il fatto che il partito antieuropeista olandese Partito della Libertà (capostipite dei partiti antieuropei) ha subito una discreta débà¢cle. Secondo la tabella pubblicata da l’Economist i movimenti antieuropeisti (tra cui viene incluso anche il M5S) contano un totale di 108 seggi, circa la metà dei deputati del PPE e un sesto del totale. Un po’ poco per pensare, come tuona già qualcuno, che questo sia l’inizio del processo di dissoluzione dell’Unione. In Italia abbiamo avuto un partito come la Lega, che nel suo nucleo programmatico ha sempre conservato l’obiettivo della scissione del Nord dal resto del Paese. Eppure, pur essendo stata a lungo al governo del paese, detenendo a lungo il Ministero degli Interni, pur avendo avuto a lungo percentuali oltre il 50% in alcune aree del paese, pur avendo avuto, ancora fino a ieri, tre suoi uomini a capo di tre delle regioni più importanti del nostro paese, a fare la scissione non ci ha mai nemmeno provato.
C’è però il rischio che le cose qui vadano diversamente, che questo risultato elettorale sia davvero l’inizio della fine? Forse sì, se chi sta dall’altra parte non saprà cogliere la lezione che queste elezioni ci impartiscono, che è quella che stare fermo è l’unico errore, che i guai del nostro continente nascono dallo sciagurato opporsi a quel primo scheletro di riforma dell’Unione che si chiamava Costituzione Europea che era in realtà solo un primo passetto verso un’unione politica ma che fu lo stesso impallinata dai cittadini di Francia e Olanda. Se chi sta dall’altra parte si dividerà in ordine sparso tra PSE, PPE, ALDE, GUE, eccetera, senza convergere verso una riforma in senso più democratico e più federale dell’Unione darà ragione a chi trova che l’attuale UE non rispetti la sovranità dei cittadini, sia schiava di poteri altri rispetto a quello che viene dall’elettorato, sia un’Europa delle banche e non dei cittadini e allora il rischio che quel poco di Europa che abbiamo oggi sparisca esiste.
Il vero ostacolo per me non sono i Le Pen, i Farage, i Wilders. Il vero ostacolo è rappresentato da quei politici navigati, tipo Cameron, che nella sua bulimia da potere, chiede già che siano restituite competenze agli stati nazionali. Se però qualcuno ha dei dubbi sul fatto che per “stati” lui intenda i cittadini o non piuttosto i governi (cioè sé stesso), lo stesso Cameron toglie ogni dubbio schierandosi in prima linea tra quanti chiedono a gran voce che sia fatta carta straccia del voto dei cittadini europei che hanno scelto (anche se non tutti lo sapevano) il PPE e quindi il suo candidato Juncker e che al governo dell’UE sia invece posto un uomo deciso nelle oscure sale di Bruxelles. Sono quelli come Cameron il vero ostacolo, perché rappresentano quelle elite politiche nazionali che hanno fatto per decenni melina sul progetto unitario, nella convinzione che la situazione ibrida di un’Europa unita ma debole fosse un ottimo modo per conservare il proprio potere e parallelamente trovare sempre un capro espiatorio ai propri sbagli.
Ma proprio perché il problema è sempre lo stesso non credo proprio sia il momento di dar per morto il progetto europeo che invece è ancora vivo e vegeto e l’opinione pubblica italiana, soprattutto quella giovane, non pare affatto contraria ad un progetto unitario. Visto che Renzi spesso blatera di Stati Uniti d’Europa e che in queste ore i suoi lo indicano come la voce finalmente autorevole del nostro Paese, è il momento di dimostrare che davvero con lui l’Italia sa proporre, se non imporre, l’agenda a Germania e Francia e di mettere quindi a piano una riforma in questo senso dell’Unione, a costo (ma poi è un costo così grande?) di procedere in ordine sparso e di lasciare indietro chi preferisca ritirarsi dietro i propri confini nazionali.
29 Maggio
Come sempre celebro il ricorrere della data della strage dell’Heysel riversando sui lettori di questo blog pensieri in libertà e il racconto di quella terribile serata.
Comincio col dire che recentemente una bella iniziativa ha ricordato insieme, presso il Museo del Grande Torino di Grugliasco, le due tragedie dell’Heysel e di Superga, collegate dal mese di Maggio oltre che dall’essere ricordate con particolare emozione a Torino. Consolante che ogni tanto, di fronte alle tragedie, si riesca a guardare oltre alle proprie simpatie di tifoso. I non calciofili non capiranno cosa ci sia di strano, ma purtroppo solo loro…
Continuo con una riflessione su quanto accaduto recentemente a Roma in occasione della finale di Coppa Italia. Per quanto mi riguarda, Bruxelles è stato innanzitutto un evento traumatico dal punto di vista personale, per come l’ho vissuto, per le facce senza vita che ho visto di fronte a me, per la follìa della passione calcistica che diventa assassina. E’ anche però un episodio molto significativo simbolicamente per il fatto che in Inghilterra quell’evento ha posto sostanzialmente fine al fenomeno degli hooligan, da noi invece certe cose continuano tristemente a succedere in un paese in cui, non solo da questo punto di vista, il tempo sembra scorrere invano. Una delle misure che la Thatcher, nel Regno Unito, prese per porre fine all’hooliganismo fu proibire alle società calcistiche di intrattenere rapporti con le proprie tifoserie. Noi invece, ventinove anni dopo, ancora chiediamo ai tifosi ultras l’autorizzazione a giocare…
Chiudo raccontando, ancora una volta, lo svolgimento, dal mio punto di vista, di quegli eventi.
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.
In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni
Solo per ricordare che si vota per l’Europa
Durante il recente d
ibatto tenutosi a Maastricht tra i candidati alla Presidenza della Commissione Europea, ad un certo punto uno studente ha formulato una domanda che ho trovato la più interessante della serata. Ha chiesto “Come potete assicurarci che siete in grado di portare avanti le vostre proposte economiche quando il vero potere decisionale sta nel Consiglio Europeo e non nella Commissione?” suscitando un malcelato imbarazzo tra gli interlocutori. Questo blog ha già trattato il tema del corto circuito per il quale i governanti dei paesi europei si ritrovano a Bruxelles, decidono, e poi tornano indietro sostenendo che “Ce lo chiede l’Europa” ed è questo certamente un problema fondamentale per le istituzioni europee e il Parlamento che ci accingiamo ad eleggere. Non penso però che siano considerazioni di questo tenore quelle che inducono la nostra classe politica a condurre una campagna elettorale europea in cui si parla di tutto tranne che di Europa. Partiamo dalle facce: Renzi, Berlusconi, Grillo. Che c’entrano con l’Europa? La competizione è tra i partiti europei, il PSE, il PPE, l’ALDE, i Verdi, semmai per i sopra menzionati candidati di questi partiti. Sarebbe come durante una campagna elettorale per l’elezione del parlamento italiano, in Piemonte parlassero solo Cota e Chiamparino. Ma anche gli argomenti non sono da meno, si parla solo e sempre di Italia, meglio se di intrighi e complotti, mai di Europa. Renzi dice che lui pensa a governare (l’Italia, non l’Europa però), Berlusconi dice che ridurrà le tasse, che abolirà Equitalia, Grillo che chiederà le dimissioni di Napolitano, che cambierà la legge elettorael. Anche quando ci provano a parlare di Europa, lo fanno a sproposito. E’ fatto molto bene ad esempio il filmato che enuncia i sette punti proposti per l’Europa dal Movimento Cinque Stelle. Purtroppo quasi sempre vanno anche qui fuori tema. Vediamo punto per punto :
- L’abolizione del fiscal compact o (immagino sia un’alternativa) la revisione dei parametri del Fiscal Compact stesso e di Maastricht. Peccato che il fiscal compact sia un trattato tra Stati, così come del resto Maastricht, quindi il Parlamento Europeo non c’entra quasi nulla, si tratta di un punto che può essere in agenda nel programma di un governo nazionale, non di un parlamentare europeo;
- Nuove alleanze tra paesi dell’Europa mediterranea. Anche qui si parla di alleanza tra stati, non si vede che ruolo dovrebbe avere l’Europa.
- Aumentare la quota dei prodotti alimentari prodotta in Italia. Il M5S conta di realizzare questo aumento detassando i prodotti fabbricati in Italia. Ammesso che ciò sia praticabile è di nuovo un provvedimento che deve realizzare il Parlamento Italiano.
- Abolizione del pareggio di bilancio in Costituzione.La Costituzione italiana la può modificare solo il nostro Parlamento, non quello europeo.
- Referendum sull’uscita dall’Euro. Si parla di uscita dell’Italia, ammesso che si possa fare (in teoria la nostra Costituzione che non consente di sottoporre a referendum trattati internazionali) è comunque una decisione italiana. Di nuovo il Parlamento Europeo non c’entra alcunché
- L’introduzione degli Eurobond. Questo è l’unico punto che abbia senso discutere in Europa. E’ vero che probabilmente per introdurre gli Eurobond sarà richiesta una revisione dei Trattati, e quindi la palla passa ai governi, però la Commissione può fornire un contributo. C’è però da dire che non risulta che il M5S abbia espresso un suo candidato o una posizione sui candidati per la Presidenza della Commissione, quindi non si capisce come conta di influire in merito…
Non sembra d’altra parte che l’opinione pubblica si lamenti troppo di questo provincialismo. Tutto mi lascia pensare che una rete televisiva che proponesse un’intervista a Schulz o a Juncker registrerebbe ascolti ridicoli.
L’unica lista che ha manifestato una dimensione chiaramente a genuinamente europea direi sia la lista Tsipras, a partire dal suo leader che è andato in giro per l’Europa in prima persona a metterci la faccia. Mi pare sia anche l’unica ad avere sull’Europa una piattaforma chiara e chiaramente riformista, senza cedere all’antieuropeismo. Eppure al momento i sondaggi non sembrano affatto premiarla.
Eppure ci sono delle cose che ci si potrebbe aspettare di trovare nelle piattaforme programmatiche e che spesso risuonano nell’opinione pubblica europeista.
Se mettiamo insieme tutte le spese militari annue dell’UE (dato al 2012) raggiungiamo i 200 milioni di Euro, poco meno della metà di quelle degli Stati Uniti e quasi il doppio del secondo paese al mondo per spese militari, la Cina. Che senso ha continuare ad avere 28 eserciti? Quanto potremmo risparmiare se avessimo un solo esercito? Rimarremmo il secondo paese al mondo per spese militari, pur con una riduzione del 35% delle spese. In Italia farebbero 9 miliardi di Euro all’anno, non sono pochi. Non vedo aspetti negativi a meno che non ci sia qualcuno che abbia voglia di dichiarare guerra ad altri stati dell’Unione, in quel caso più che l’esercito ci vorrebbe uno psichiatra, ma uno buono. Se ne parla anche qui e non solo, ma non ne vedo traccia nel dibattito elettorale.
Ancora recentemente Renzi ha fatto riferimento (in toni pietistici che si poteva risparmiare) al bisogno che l’Italia avrebbe di un sostegno europeo nelle emergenze sollevate dall’immigrazione. Ha in parte ragione, peccato che trascuri il particolare che le competenze europee sull’immigrazione sono minime (vedi qui e qui), e questo perché l’immigrazione è un tema delicato e quindi sul quale gli stati nazionali sono restii a passare potere. O vogliamo che l’Europa ci dia una mano, ma allora gli diamo gli strumenti per farlo, o preferiamo fare da soli ma senza penosi vittimismi nei momenti di difficoltà .
Si dice poi spesso che i politici europei sono oscuri burocrati, se lo sono perché non rendere le loro cariche elettive? Ottima l’idea del principali partiti europei di indicare il candidato Presidente, ma perché non prevedere elezioni dirette per questa carica, parallelamente all’elezione del Parlamento? Sarebbe più democratico e sarebbe forse la volta buona per riuscire a mettere da parte la nostra bulimica classe politica nazionale.
Si parla poi spesso di revisione dei Trattati, e quando se ne parla si allude spesso all’abitudine di discutere tali revisioni in incontri intergovernativi, dall’andamento e dalle dinamiche oscure. Perché la revisione della Carta Fondamentale dell’Unione Europea (provando di nuovo a chiamarla Costituzione e non Trattato) non la si fa in Parlamento come in qualunque democrazia? Anche qui la lista di Tsipras è stata l’unica a proporre una svolta democratica delle istituzioni europee, ma a mio avviso non con la necessaria forza.
Eppure dai tre principali partiti non abbiamo sentito parlare di nulla di tutto questo, polemiche sulle merendine all’asilo, su Dudù o sulle tangenti dell’EXPO. Ce la faremo mai a non subire l’agenda dei media (che poi i partiti dettano ai media) e a non consentire che il nostro voto diventi sempre e solo un sondaggio funzionale alla spartizione del potere nel nostro orticello nazionale? Riusciremo mai a chiedere con forza che chi si candida ad un’elezione ci informi su cosa farà davvero se eletto, senza divagare? Non lo so, ma so che dipende da noi, da quanto sapremo ascoltare chi ci parla d’Europa e ignorare chi ci parla di altro, da quanto sapremo ricordarci Domenica che sono le elezioni europee sono europee e nient’altro.
L’economia al tempo dei social network
E’ singolare la piega che sta prendendo il dibattito politico in questa strana campagna elettorale europea e in questa strana fase della nostra storia. La polemica attorno all’Euro ha spostato sul tema economico-finanziario una bella fetta delle discussioni a sfondo politico. Laddove un tempo si discuteva di immigrazione, sanità , scuola, lavoro, oggi una rilevante parte del dibattito pubblico è assorbita dalle dissertazioni di economisti veri o improvvisati su tassi di cambio, aree valutarie, domanda aggregata e inflazione. La cosa ha avuto dei risvolti a tutti i livelli della pubblica opinione ovviamente. Non puoi mettere qualcosa su un social network che abbia a che fare con economia e finanza che subito si genera un dibattito su sovranità monetaria, debito pubblico e spread, dibattito che si svolge in genere apparentemente tra assoluti profani, tra i quali ovviamente mi annovero anch’io.
E’ un dibattito per forza di cose superficiale, come sempre lo è il dibattito tra potenziali elettori, ma mentre il dibattito altrettanto superficiale su sanità , scuola, tasse, lavoro ha un contenuto esperienziale che lo rende comunque interessante, il dibattito su questioni economiche risulta piuttosto grottesco. I partecipanti non hanno da mettere sul piatto spesso né le competenze né le esperienze per potersi esprimere, eppure lo fanno con lo stesso vigore con cui discuterebbero sulla moralità dei rom o sul rigore per il Milan. Un dibattito tra profani che si rispetti inoltre, proprio perché povero di contenuto tecnico, tende a semplificare ed in genere si semplifica convergendo su posizioni generalizzanti (“il Milan è sempre favorito dagli arbitri”, “i rom sono tutti ladri”) e tendenzialmente valoriali, più che tecniche, e la stessa tendenza si manifesta nel dibattito su temi economici con effetti anche qui devastanti per la coerenza del dibattito. Ne ha fatto le spese uno dei profeti del dibattito scientifico tra profani, ovvero Casaleggio, che per aver fatto vaghe aperture ad una riduzione della spesa pubblica è stato fatto oggetto di attacchi furenti (vedi qui e qui) dal suo stesso bacino cinquestellato, in nome di Keynes e delle sue teorie. In realtà si tratta ovviamente di posizioni che hanno radicalizzato le teorie keynesiane portandole all’estremo per il quale costruire un autostrada a quattro corsie tra Castellamonte e Cuorgné fa bene all’economia. Ci si dimentica che le teorie economiche, come tutte le teorie scientifiche, non hanno uno scopo assiologico, non vogliono cioè stabilire cosa sia buono e cosa sia cattivo, ma cercano semplicemente di anticipare gli esiti di un’azione su un sistema al fine, nel caso dell’economia, di individuare quali azioni siano utili e quali dannose, una volta che siano condivisi i parametri attraverso i quali si misura utilità e danno. Keynes non dice che la spesa pubblica è buona e i tagli alla spesa sono cattivi, ma che a parità di altre condizioni e laddove vi siano risorse produttive inutilizzate una spesa pubblica abbondante fa da leva allo sviluppo economico, dando per scontato che la spesa pubblica sia correttamente indirizzata, il che quindi non significa che va bene comprare mille siringhe quando ne bastano cento o assumere cento dipendenti statali per un lavoro che ne richiede dieci. Questo però è un entrare nel merito, esercizio che mal si accorda con il taglio tipico dei commenti da blog e da social network, che poi sono la versione internautica delle classiche discussioni da bar. E in effetti questo sembrerebbe l’esito perverso delle dinamiche che l’era dei social network sviluppa: ridicolizzare la scienza, qui l’economia altrove la medicina o la fisica, facendone argomento da bar, con il rischio che una fandonia prevalga su una verità scientifica se solo si riesce a proporla in modo accattivante al pubblico.
Il bello è che l’effetto, volontario o meno che sia, sul dibattito pubblico di questi giorni è che si sposta il tiro rispetto ai temi tradizionali, proprio in un momento in cui i temi tradizionali avrebbero consistenti argomenti da mettere sul tavolo. E’ in effetti singolare che, mentre un altro pezzo della nostra classe politica finisce in manette, mentre si scoperchiano scandali e tangenti, mentre l’EXPO ci ricorda che facciamo davvero fatica ad organizzare anche solo un torneo di ramino senza dover distribuire mazzette ad amici e compagni di merende, si ritrovi sui forum il popolo del “nuovo che avanza” pronto a giurare che la colpa dei guai del nostro paese è tutta della BCE, dell’Euro e di chiunque altro (ovviamente) non abbiamo eletto noi. Anche perché se la responsabilità fosse di qualcuno che abbiamo eletto, ci sarebbe il rischio di sentirci corresponsabili anche noi, e non sia mai che sia anche un po’ colpa nostra…
