La crisi delle nazioni

l-indipendenza-della-scozia.jpgMolto si è detto del recente referendum in Scozia che ha rischiato di sfaldare la nazione che ha a lungo dominato il mondo. Pochi hanno ravvisato una curiosa contraddizione che ha a che fare con questo referendum, ovvero il fatto che si è tenuto in un paese il capo del cui Governo a più riprese ha ipotizzato un referendum per abbandonare l’Unione Europea, e non dimentichiamoci che l’UKIP di Nigel Farage, partito in rapida ascesa in quella stessa nazione, ha l’uscita dall’Unione nel suo programma. Insomma una nazione tanto gelosa delle sua identità  da rifiutare di mescolarsi con il resto d’Europa scopre che quell’identità  in realtà  non esiste o è comunque abbastanza frammentaria da giustificare a malapena la propria unità ? Il quadro è reso ulteriormente confuso dal fatto che gli indipendentisti scozzesi sembrano convinti europeisti, e che Farage non è particolarmente amato dalle parti di Edinburgo. Possiamo quindi limitarci a dire che Inghilterra e Scozia sono due nazioni diverse che vengono tenute artificiosamente insieme e che Cameron e Farage sono inglesi e non britannici? Forse la situazione non è così semplice, specie se consideriamo che anche la Catalogna, che il 9 Novembre prossimo voterà  (non ufficialmente) per la sua indipendenza, ha le migliori intenzioni di aderire all’Unione Europea e restare nell’Euro. Insomma l’Unione Europea non è certo all’apice della popolarità  ma anche sulle nazioni tradizionali aleggia un discreto disagio. Credo valga la pena di provare a chiedersi allora a che cosa davvero corrisponda oggi il concetto di nazione. Per farlo inizio con un simpatico video trovato su youtube che racconta visivamente come i confini d’Europa si siano evoluti negli ultimi mille anni.

Noterete, con un po’ di pazienza, che gli ultimi settant’anni sono quelli in cui i confini europei si sono modificati in misura minore, anzi nell’Europa occidentale sono rimasti totalmente immutati. E’ interessante chiedersi la ragione di questa particolarità , specie considerando che i libri di storia sono unanimi nel dirci che negli ultimi settant’anni la storia ha accelerato il suo corso, insieme alla società  umana nel suo complesso.
Partiamo dall’inizio, che proverei a datare alla società  premoderna. In quel contesto i confini tra le diverse entità  territoriali venivano semplicemente tracciati sulla base della potenza dell’uno o dell’altro stato. Uno stato forte cercava di conquistare nuove terre, che voleva dire risorse agricole, minerarie o strategiche (sbocco al mare, vie fluviali, vie commerciali, alture da cui si poteva controllare il territorio, ecc.). Gli stati nascevano e morivano sulla base soprattutto di una sorta di selezione naturale. Laddove le vie di comunicazioni diventavano più percorribili, i commerci diventavano più agevoli, diventava più sensato avere un governo comune del territorio e prima o poi qualcuno decideva che era giunto il momento: si faceva una guerra e si unificava il territorio. benedictanderson.jpgCosì, suppergiù, nacquero molte nazioni europee e si arrivò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale con un numero di entità  statuali molto limitato in Europa. Nel frattempo però era successo qualcos’altro: l’illuminismo, la rivoluzione francese, la rivoluzione americana. L’individuo aveva preso ad occupare una posizione centrale nella società , lo Stato non era più concepito come proprietà  di un sovrano, ma di una comunità  che da comunità  di un élite divenne progressivamente l’insieme dei cittadini. Man mano però che questo processo procedeva si creava un vuoto, se era ben chiaro fin dove si estendevano i possedimenti di un sovrano, era molto più volatile l’estensione di una comunità  di cittadini. A colmare quel vuoto lavorò quel “processo mitopoietico” a cui Benedict Anderson fa riferimento quando descrive la nascita dello Stato-nazione moderno. La diffusione (facilitata dai mezzi di comunicazione) di una serie di pratiche e di simboli comuni, di “lingue nazionali”, di un repertorio di autonarrazioni che contribuirono a creare un’identità  nazionale. Quando Anderson parla di “comunità  immaginata” si riferisce al fatto che gli abitanti di una nazione si sentono parte di una comunità  in quanto se la immaginano, non in quanto conoscano effettivamente i propri connazionali. Questo straordinario processo, che vide nelle dittature nazifasciste la propria degenerazione, fu diffuso a tutto il mondo occidentale (e non solo) e ciò che oggi sentiamo come “naturale” è in realtà  il risultato di un procedimento quantomai artificiale. altare_della_patria_di_roma.jpgHo l’impressione sia questo processo a giustificare il fatto che un conflitto devastante come nessun altro nella storia dell’umanità , come fu la Seconda Guerra Mondiale, abbia in realtà  originato minime modifiche dei confini così come il fatto che, come sottolineato, quei confini siano in gran parte immutati dopo 70 anni. Sembra infatti che tale mitologia nazionale abbia finito con l’arrestare un processo di evoluzione naturale dei confini tra entità  statuali. In termini strettamente sociopolitici uno Stato ha due esigenze fondamentali riguarda alla propria dimensione: da una parte quella di avere una forza di negoziazione sullo scacchiere internazionale tale da consentirgli di far valere i propri interessi, dall’altra una sufficiente omogeneità  al suo interno da arrivare ad una condivisione di obiettivi che gli consenta l’organizzazione di una politica nazionale. In assenza di vincoli culturali si potrebbe ipotizzare quindi che in una società  che tende ad omogeneizzarsi a livello europeo i confini tra Stato e Stato tendano a sparire. Questi vincoli culturali però ci sono e si vedono molto bene anche oggi. Che succede infatti in questi anni in Europa che giustifica i successi degli anti-europeisti? Succede che, non solo quel concetto di comunità  immaginata resiste a livello culturale in una parte dell’opinione pubblica, ma anzi la crisi, come tutte le crisi, tende a farci ripiegare su ciò che percepiamo come rassicurante, cioè la nostra tradizione, il nostro passato. E’ un po’ il mito del ritorno alle origini che affascina sempre chi si sente disorientato. C’è però anche una parte consistente dell’opinione pubblica che ha girato il mondo, che conosce altre realtà , per la quale quella comunità  che un tempo era “immaginata” non è più tanto immaginata, perché ne ha visto una buona parte e ne ha viste anche altre. Il catalano che è stato in Andalusia ed è stato in Linguadoca sa che, a parte la lingua e lo scartamento del treno, forse ha più cose in comune con la Linguadoca che con l’Andalusia. Una delle reazioni possibili del catalano in oggetto può essere quella di chiedersi perché diavolo deve essere sottoposto allo stesso Governo dell’andaluso ed eccolo parteggiare per l’indipendentismo. Siccome però capisce anche che un governo della Catalogna non conterebbe un accidente, può chiedersi anche perché non avere un livello di Governo superiore che accomuni andaluso, catalano e abitante della Linguadoca. catalunya-indipendencia.jpgNon è improbabile che le due reazioni convivano negli indipendentisti-europeisti di cui sopra. Detto in altri termini la retorica delle nazioni si sta sempre più svuotando di sostanza e questo fa sì che esse si scoprano troppo disomogenee per non spezzarsi e troppo deboli per non unirsi. Forse in una futura federazione europea le nazioni novecentesche non avranno più senso come livello di governo locale, mentre avranno senso delle entità  federate di dimensioni inferiori, con un maggior grado di omogeneità . Capisco in questo senso gli europeisti che parteggiano per scozzesi e catalani, nella misura in cui una frammentazione degli stati-nazione è forse l’unico vero modo per riuscire a superarli a vantaggio di un livello di aggregazione superiore. Nel frattempo, il referendum in Catalogna sarà  un altro interessante banco di prova della salute delle nazioni e un altro focolaio per riaccendere aspirazioni che anche nel nostro Alto Adige hanno non poche radici. Vedremo come andrà  a finire…

Oct 18th, 2014

Il calcio brutto e becero

juve-roma-una-rissa.jpgQualche giorno fa sentivo un notiziario televisivo annunciare che questa volta lo scontro al vertice del Campionato di Calcio Juve-Roma sarebbe stata una sfida europea, perché il pareggio della Roma a Manchester e il “quasi-pareggio” della Juve a Madrid avevano ridato dignità  e prestigio al nostro calcio dimostrando un sacco di belle cose. Direi che quanto successo Domenica sera allo Juventus Stadium, almeno ai miei occhi, pare quasi studiato da una regia occulta per sottrarre immediatamente al nostro calcio quella stessa dignità , da tutti i punti di vista possibili.marchisio-rigore.jpg
I segnali che non sarebbe stata una bella serata di calcio si vedevano allo Stadium già  nel prepartita, quando durante il riscaldamento, il capitano della Roma Totti si beccava con il pubblico. Il giallorosso, forse infastidito da qualche apprezzamento poco cordiale, cominciava ad un certo punto a calciare palloni in tribuna verso il settore dei tifosi juventini. A torto o a ragione il pubblico interpretava questa come una provocazione e ne nascevano già  le prime tensioni. Poi la partita iniziava in modo promettente, con le due squadre che giocavano a viso aperto e a gran ritmo. Si commettevano molti falli ma sembrava la classica aggressività  da big match. Forse la situazione degenerava al decimo minuto, quando Tevez andava via in area di rigore e serviva in mezzo all’area Marchisio che stava per girare in porta, quando veniva agganciato da Holebas da dietro. Sembrava proprio rigore e sarebbe anche stata espulsione del greco, ma Rocchi faceva segno di proseguire. maicon-vicino.jpgLa partita continuava con continui rovesciamenti di fronte anche se era la Juve a tenere maggiormente il possesso del pallone e a rendersi pericolosa con maggiore continuità . Si arrivava finalmente al 27′ quando Pirlo andava a battere una punizione dal limite. Sulla battuta Maicon in barriera respingeva con il gomito alto. Rocchi fischiava: ci si sarebbe aspettati il rigore perché la strisciolina di spray che segnava la posizione della barriera era un metro e mezzo dentro all’area ma l’arbitro indicava invece la punizione. maicon-vicinissimo.jpg I giocatori della Juve facevano notare concitatamente all’arbitro la circostanza e in quel momento, pare, arrivava a Rocchi una parolina di uno dei suoi collaboratori che gli suggeriva che il fallo fosse avvenuto dentro all’area. Il fischietto cambiava la sua decisione e indicava il dischetto. Succedeva il finimondo. I giocatori della Roma circondavano l’arbitro, tutti si sbracciavano come se un errore clamoroso fosse stato commesso. Ci sarà  poi chi dirà  che Maicon aveva il braccio a protezione del viso (direi di no, vedi prima foto). Ci sarà  poi chi dirà  che Maicon con il braccio non aumentava la superficie del corpo (direi di no, vedi seconda foto). maicon-mani-con-sbarra.jpg Ci sarà  chi dirà  che il fallo è fuori area (direi di no, anche se di pochissimo, vedi terza foto a cui ho aggiunto una riga verticale che indica la proiezione del limite dell’area). Ci sarà  chi sosterrà  che comunque se il gomito è piegato non è mai rigore (direi di no, visto il rigore concesso alla Roma quattro anni fa proprio a Torino contro la Juve). Fatto sta che al bailamme partecipava anche Rudy Garcia con un gesto ironico verso il direttore di gara, di un’ironia che all’arbitro non piaceva e Garcia andava a ironizzare negli spogliatoi. Nel frattempo Tevez aveva insaccato il penalty .rigore-pepe.jpg
Si riprendeva in un clima di follìa collettiva, le entrate assassine si succedevano come in un incontro di Rollerball, le risse conseguenti non mancavano. Rocchi pareva visibilmente disorientato, sembrava aver dimenticato a casa i cartellini e, quando pochi minuti dopo Totti e Lichsteiner si strattonavano a vicenda in area bianconera, il fischietto provava a placare gli animi fischiando un rigore alla Roma piuttosto benigno, che Totti trasformava, in quello che sarà  una delle sue poche buone giocate della serata. Il Pupone pensava bene poi di festeggiare, rivolgendo un po’ di epiteti e sberleffi vari alla curva Nord bianconera e Bonucci e Caceres non apprezzavano il gesto: ne nasceva l’ennesima rissa. Meno male che chi ha sostenuto nei giorni scorsi che Totti è il miglior giocatore italiano di sempre ha detto una stupidaggine sesquipedale. Sapete quanto sarebbe avvilente per il nostro calcio avere un simile personaggio come sua massima espressione…
Rocchi si sbagliava però: un rigore dubbio a testa non rilassava gli animi, anzi Holebas tritava subito dopo Tevez, scatenando un’altra caccia all’uomo. Siccome piove sempre sul bagnato, quando pochi minuti dopo ancora Tevez tirava a colpo quasi sicuro Yanga-Mbiwa si opponeva alla disperata toccando con il braccio. Qui l’interpretazione dell’arbitro, che propendeva per l’involontarietà , era ragionevole, ma in questo clima infuocato anche questo episodio faceva tremare lo Stadium. La Roma era tutta Gervinho ma non è poco, e infatti l’ivoriano seminava da solo tutta le difesa bianconera e serviva splendidamente a Iturbe il pallone del 2-1. Meno prestigiosa era la performance della punta romanista allorché, poco dopo, Caceres crollava a terra stirato mentre stava disimpegnando il pallone nella propria metà  campo. Gervinho non sembrava preoccuparsene, si avventava sul pallone lasciato lì dall’uruguagio e partiva in contropiede, mangiandosi l’occasionissima del 3-1. In una buia serata come questa qualche traccia minimale di fairplay avrebbe forse stonato. Nel supplemento di recupero causato dall’infortunio di Caceres, Pogba volava giù in area su un’entrata sconsiderata di Pjanic. rigore-pjanic2.jpgL’impatto era di nuovo a cavallo della linea, di nuovo le immagini daranno forse ragione a Rocchi, ma di nuovo succedeva il finimondo. Tra l’altro, siccome il grande manovratore si diverte un sacco a complicare le cose, l’episodio cadeva proprio nella proroga del recupero che Rocchi aveva ordinato a causa dell’infortunio di Caceres. Così i giallorossi potevano pure lamentarsi del recupero concesso. E intanto Tevez faceva 2-2.
Poi il secondo tempo, e qui succedeva quello che non ti aspetti. Il ritmo diventava da biscotto di fine Campionato, la Juve attaccava ancora in prevalenza ma con poche accelerazioni e creando pochi pericoli. La Roma era sempre e solo Gervinho che infatti intorno al quarto d’ora regalava a Pjanic il gol della vittoria che il bosniaco, irriconoscibile stasera, buttava fuori malamente. Di lì alla fine era quasi solo Juve: i bianconeri non erano concretissimi ma, a differenza dei loro avversari, ci credevano. E facevano bene perché, prima prendevano una traversa col gioiellino Morata e poi azzeccavano il gol della Domenica con un tiro al volo di Bonucci. La Roma non aveva neanche la forza di protestare per un fuorigioco passivo di Vidal; lo farà  poi negli spogliatoi dimenticandosi di quanto dispone l’attuale regolamento e che ero ancora ragazzino l’ultima volta che ho visto annullare un gol per fuorigioco passivo. Chissà  se anche le ultime modifiche regolamentari in termini di fuorigioco, che rendono completamente regolare il gol, sono attribuibili al famoso “sistema Italia”.
Il gol non serviva a risvegliare il gioco ma solo i nervi. Un intervento duro, ma sulla palla, di Morata induceva Manolas ad avventarsi sullo spagnolo, il quale non si tirava indietro. Rocchi per la prima volta nella partita (e sicuramente troppo tardi) si mostrava severo, soprattutto con Morata, buttando fuori entrambi. strootman_gesto_ombrello.jpgNon ci si faceva mancare nel frattempo nemmeno un confronto in tribuna tra alcuni giocatori della Roma e il pubblico juventino.
Finiva così, senza nessun rimpianto per una partita che ha avvilito il calcio e lo sport. La Juve ha vinto perché delle due è sembrata l’unica a crederci davvero ma è un triste successo di fronte ad una serata che ha messo di nuovo il calcio italiano di fronte alla sua immaturità  che è l’immaturità  di un sistema e di un paese.
Dopo la fine succederà  di tutto: accuse pesanti a tutto e tutti, utilizzo spregiudicato del mezzo televisivo e radiofonico, i più grandi cazzari della penisola a fare a chi la spara più grossa, persino un paio di parlamentari che, per ridare dignità  al loro ruolo così bistrattato, hanno pensato bene di usare il Parlamento per agitare la bandiera della loro squadra. Qualcuno a invocare l’uso del “mezzo tecnico”, giusta richiesta per carità , ma assai intempestiva in questo caso, visto che anche le immagini televisive non hanno fugato i dubbi sugli episodi controversi. Tutti a buttare la croce addosso all’arbitro che non ha certamente arbitrato benissimo, ma più per la difficoltà  di gestire la partita nel suo complesso, che non per l’interpretazione comunque difficile degli episodi eclatanti, del resto dei 23 sul campo non si può dire certo che Rocchi sia stato tra i peggiori. Purtroppo per lui invece sarà  come sempre l’unico a pagare i suoi errori. Pochissimi invece a sottolineare la partita orrenda, il clima rissaiolo, le ripetute scorrettezze tecniche, la slealtà  sportiva. Forse è che alla maggior parte degli italiani il calcio piace proprio così: brutto, scorretto, arrogante, sleale, prevaricante, purché sia pronto a fornire capri espiatori agli sconfitti, purché serva a vendere giornali ed a fare ascolto su radio e tv. A me personalmente non piace, per niente.
Brutta serata, brutto calcio. Meno male che il Campionato si ferma per un paio di settimane. Speriamo sia una pausa di riflessione, anche se dopo anni di calcio brutto e becero è difficile essere ancora ottimista. Rincuora la ragionevolezza di quanto dichiarato da James Pallotta le cui parole, nella loro ovvietà , hanno provato a farci vedere come si vive lo sport in aree più civilizzate del mondo. Speriamo qualcuno apprenda la lezione e che non sia Pallotta invece a rassegnarci al fatto che il brutto e il becero sono il destino di questo strano paese, anche se le prime reazioni del becerume che popola il calcio non sono promettenti. Sia come sia, da juventino faccio un in bocca al lupo a Pallotta e a quelli come lui, che siano romanisti, juventini o di altre simpatie.

Oct 8th, 2014

Una coerenza travagliata

marco_travaglio.jpgDi Marco Travaglio ammiro certamente la coerenza. Ed è coerente quando scrive, come ha fatto giorni fa su Il Fatto, che De Magistris deve dimettersi. Leggendo però il suo pezzo, Travaglio sembra, facendo in realtà  finta di nulla, seminare un terribile dubbio tra i suoi lettori affezionati. Il dubbio è che le sentenze non siano un elemento di verità , che i magistrati non siano tutti integerrimi paladini della giustizia, che quando qualcuno viene condannato (figuriamoci inquisito) può anche benissimo essere del tutto innocente.
Questo non perché i magistrati siano un’associazione dedita alla macchinazione contro questo o quello, ma semplicemente perché l’infallibilità  non è una caratteristica umana e quindi nemmeno dei magistrati e, tra l’altro, come all’interno di tutte le categorie sociali, anche tra i magistrati si annidano cialtroni non da poco.
Non voglio certo confondermi con la schiera di chi non sopporta i magistrati che fanno correttamente, onestamente e magari con coraggio il loro lavoro, anche a costo di toccare aree intoccabili. Semplicemente tra i giudici sia annidano sì degli eroi, ma anche dei cialtroni, e non credo ci siano professioni che non annoverino ciascuna delle due tipologie. Se vogliamo discriminare tra gli uni e gli altri non basta guardare come sono vestiti, bisogna informarsi, leggersi atti, sentenze, codici di legge e poi sì che si può concludere che il tale è stato giustamente condannato e il tal altro no. Io non l’ho fatto, per quanto riguarda De Magistris e quindi non sono in grado di nemmeno di valutare l’ipotesi che i magistrati che lo hanno condannato siano dei mascalzoni, ma non la scarterò per il solo fatto che sono magistrati.
Magari sarà  più prudente in futuro il nostro Travaglio, a sbandierare sentenze come fossero verità  scientifiche, a portare la parola di un magistrato a criterio di verità . Ragionare per categorie: la magistratura, la sentenza, i giudici, è sempre terribilmente superficiale ed espone spesso all’obbligo di retromarce da ritiro patente.

Oct 3rd, 2014

Figli e imbonitori del mondo Web 2.0

C’è un tipo antropologico che popola questi anni ’10. E’ il tipo che abbocca alla maggior parte delle bufale via social network, è il tipo che ad ogni notiziola sugli sperperi della politica reagisce meccanicamente con commenti tipo: “Vergogna!“, “Svegliaaa!” o simili, anche se è chiarissimo che è un falso. Ma attenzione: non è un ingenuotto, un gonzo o, se lo è, non sa di esserlo. E’ convinto infatti di aver capito lui o lei come vanno le cose, che a tutto c’è una risposta semplice e accessibile a chiunque, solo che per qualche maledetto motivo qualcuno o qualcosa ci ha occultato quella risposta. Non tollera l’idea che il mondo vada in un certo modo perché ci deve andare, deve essere per forza colpa di qualcosa o qualcuno. E’ un personaggio che forse è sempre esistito ma che nelle crisi più si manifesta perché gli rendono più difficile accettare che alla crisi non ci sia una semplice via d’uscita e naturalmente il Web 2.0 costituisce per esso un megafono straordinario. Abbocca alle bufale perché abbocca a tutto quello che conferma questo suo mantra, attenuando la sua dissonanza cognitiva. E’ convinto che a breve si scoprirà  che tutto quello che di male è successo nell’ultimo millennio è il frutto di un complotto, di una macchinazione che tra poco sarà  smascherata, e se non sarà  smascherata è solo perché alla fine le forze del male hanno prevalso e sono riuscite a far sparire anche questa verità . A chi cerchi di spiegargli che le cose non stanno come le vede lui, risponderà  che “è solo capace di fare tante parole”, che “si crede tanto intelligente” ma che in realtà  non sa nulla, che è “un intellettuale radical-chic”, che blablabla.
pippo-non-lo-sa-1.jpgNon so come definirlo, non credo esista una definizione, ma è un personaggio dalle caratteristiche talmente diffuse che un sostantivo che lo contraddistingua avrebbe un’indubbia utilità  linguistica. Per il momento lo chiamerò “Pippo”. Questa definizione mi è stata suggerita dal nome del blog di Alberto Bagnai, chiamato appunto Goofynomics. (Goofy è il nome originale del Pippo di Walt Disney) e che ha, a mio avviso, nel tipo “Pippo” sopra descritto, uno dei suoi target preferiti. Bagnai, per chi non lo conosca, è uno dei capofila di quei teorici della crisi che vedono nell’Euro la fonte di ogni male, in particolare per l’Italia, e che solleticano una sorta di neonazionalismo in chiave antitedesca.
Nel caso mio però il richiamo a Pippo non è tanto legato al Pippo di Walt Disney, personaggio certamente ingenuo ma per nulla presuntuoso ed a cui, per di più, sono molto affezionato dai tempi della mia fanciullezza, in cui fui lettore accanito di Topolino. Semmai il richiamo che mi viene è al Pippo della celebre canzone di Mario Panzeri, ma non voglio divagare…
La mia personale esperienza con il blog di Bagnai iniziò qualche tempo fa, quando mi imbattei in un articolo scritto su Goofynomics dal titolo: “Declino, produttività , flessibilità , euro: il mio primo maggio“. Quando lo lessi la prima volta ne tralasciai improvvidamente la lunga e logorroica introduzione per andare subito alla trattazione economica, che trovai invero molto meno convincente di altre di segno opposto già  lette, e quindi congedai senza rimpianto blog e autore.
Recentemente, dopo aver notato il successo che Bagnai riscuote, sono tornato su quello stesso articolo questa volta leggendolo tutto. Sono rimasto affascinato. Quella che ad una prima occhiata mi era sembrata una verbosa prolusione mi è apparsa come un geniale tentativo, probabilmente riuscito, di imbonire i lettori di tipo “Pippo”, accaparrandosene attenzione e fiducia, accarezzando e solleticando il misto di ingenuità  e presunzione che li caratterizza. Sentite un po’ qua: “gli economisti le cose non è che non le sappiano o che non le dicano. Le sanno, e le dicono, e quando se le dicono, queste cose, i loro rigorosi e un pochino arzigogolati discorsi somigliano tanto, ma tanto tanto tanto, alle vostre schiette e limpide intuizioni“. Il nostro “Pippo” si sente finalmente apprezzato e blandito: non ha di fronte il solito intellettuale noioso che chiama in causa concetti astrusi come subdola cortina di fumo, atta a lasciare non dette le verità  più scomode. Stavolta ha di fronte uno che gli dice: “io ho studiato, io ne so di economia, e ti posso dire con certezza che tu, che pure di economia non hai mai aperto un libro, hai capito tutto, solo che non te lo vogliono dire…”. Bagnai prosegue: “vi è stato suggerito, o meglio imposto, di non credere ai vostri occhi, e alla fine, de guerre lasse, vi ci siete abituati. “. In sintesi, lui dice a “Pippo”: “Ti hanno il fatto il lavaggio del cervello che ti fa credere che ci voglia una laurea in economia e commercio per capirci qualcosa di economia e invece no, basta saper fare due più due…”. E poi prosegue: “fino a quando non è arrivato un tipo strano che ha cominciato a spiegarvi cosa dicono gli economisti [,..], usando però un linguaggio meno aulico.” Ecco il cavaliere senza macchia e senza paura che smaschera l’intrigo e vi restituisce la tanto sospirata verità . “quanto avevate intuito coincideva, in effetti, con le conclusioni di ponderosi studi scientifici. Il che, posso immaginare, deve essere stato una bella soddisfazione intellettuale: riconciliare i fatti con le proprie intuizioni“. Il lettore sta esultando come Tardelli dopo il gol alla Germania. Ma, attenzione, Bagnai, come Pertini, esulta con lui “Mai quanto la mia nel constatare che vi ho aiutato a emanciparvi“. Il profeta si manifesta come colui che ha reso possibile il miracolo, ma non finisce qui: “da oggi sarà  guerra totale” annuncia trionfante, sapendo di aver già  a sua disposizione un esercito di “Pippo”.
Non voglio fare il “Pippo” anch’io pronunciandomi sulle considerazioni di natura economica che poi Bagnai fa. Magari sono preziosissime e sono io, da ignorante, a sottovalutarne il pregio scientifico, ma anche se raccontasse la favola di Biancaneve, i “Pippo” in ascolto gli darebbero sicuramente ampio credito, vista l’attraentissima captatio iniziale. Sbirciando tra i pezzi di Bagnai, sia sul suo sopracitato blog personale che su quello che ha sul sito de Il Fatto Quotidiano, noto la quantità  impressionante di commenti del tipo: “Grande!“, “Bravo!“, “Un mito“, che ci si aspetterebbe semmai di trovare sul blog di Fabio Volo.
Questo è uno dei rischi del mondo web 2.0. Quello che la fama di un economista non sia determinata dalla saccente e polverosa ma competente valutazione di altri economisti, ma dalla capacità  di imbonire la folla del mondo socialnetworkizzato. Un mondo pieno anche di “Pippo”.
A proposito, se vi viene in mente un modo di definire i “Pippo” i commenti sono benvenuti…

Sep 26th, 2014

Casa, amara casa

Sono rimasto decisamente impressionato dai contenuti di un editoriale di Luca Ricolfi, dal titolo “Il paradosso del nostro benessere”, apparso ad Agosto su La Stampa, nel quale si stimava a 1000 miliardi la perdita di valore che il patrimonio edilizio italiano ha subito negli ultimi 7 anni. Non ho avuto modo di verificare questo dato che lo stesso Ricolfi ammette essere ipotetico, ma è certo che basta sbirciare una qualunque bacheca di agenzia immobiliare per rendersi conto di quale crollo abbia avuto il valore degli immobili negli ultimi anni e l’esperienza di chiunque abbia avuto occasione di mettere in vendita un immobile in questo periodo conferma l’assoluta immobilità  del mercato. Non è certamente automatico individuare nell’imposizione fiscale sulla casa, come fa Ricolfi, la ragione di questo crollo. In fondo, molti sostengono, la tassa patrimoniale sulla case, nelle sue numerose denominazioni, equivale a non più dell’1% del valore dell’immobile. Provo a spiegare di seguito perché ritengo questo ragionamento del tutto errato e sostengo invece che una causalità  ci sia.
imu-casa-672.jpgPartiamo con il sottolineare che il valore di una casa ha in sé alcune specificità . La più banale è che, ai fini fiscali, è calcolato non sul valore di mercato ma sulla rendita catastale, ovvero una stima del valore della casa basata su parametri molto semplici e che quindi facilmente si discostano dal valore di mercato. Inoltre le rendite catastali vengono aggiornate molto raramente e sono quindi indifferenti alle fluttuazioni del mercato che invece si riflettono direttamente sul valore di mercato del bene. Questo significa che il valore di mercato del bene può essere maggiore ma anche minore di quello calcolato sulla base della rendita catastale.
C’è poi da sottolineare che, proprio perché la rendita catastale rimane sostanzialmente invariata nel tempo, quando verso l’1% del presunto valore dell’immobile non ne decremento il valore imponibile. Se quindi per un immobile che vale 100 il primo anno pagherò l’1%, il secondo anno pagherò ancora l’1% di 100, non di 99. Tra trent’anni, periodo di possesso ragionevole per una casa, avrò quindi pagato in tasse il 30% del valore presunto dell’immobile. In queste condizioni il fatto che il valore dell’immobile crolli non è poi così sorprendente.
Dobbiamo ancora riflettere poi su un’altra specificità  del valore di mercato di una casa: ovvero che è un valore aleatorio e di non immediata realizzabilità . Aleatorio perché è un valore statistico, ma nella realtà  i compratori di casa sono pochi e piuttosto localizzati, la possibilità  di trovare un acquirente in tempi brevi richiede quindi una certa dose di fortuna. Anche nel caso però più favorevole, cioè quello in cui si riesca a vendere l’immobile al suo presunto prezzo di mercato, i tempi per avere la disponibilità  della somma pattuita sono, in genere, di almeno alcuni mesi.
C’è infine da aggiungere che la casa per la la maggior parte di noi ha un forte valore sentimentale ed identitario ed è anche espressione di uno status symbol, tutto ciò rende molto doloroso il dover vendere casa propria per comprarne una più piccola.

affitto.pngSi dirà  a questo punto che negli altri principali paesi europei esiste una tassa patrimoniale sulla casa. E’ vero e non escludo che sia saggio sia così. Investire i propri risparmi nell’acquisto di una casa giova forse meno all’economia rispetto ad altre forme di investimento. Inoltre il cittadino del ventunesimo secolo è un individuo che deve essere pronto a spostarsi dove la sua professione lo spinge e deve quindi eliminare tutte le radici eliminabili, prima tra queste la propria casa. E’ quindi ragionevole che si passi da un sistema abitativo basato sulla proprietà  ad uno basato sull’affitto (per dettagli vedi qui a pagina 6). Questa transizione va però accompagnata da un alleggerimento della burocrazia della locazione, burocrazia che oggi sconsiglia chi abbia un appartamento di metterlo in affitto, preferendo tenerlo per uso futuro, causando un proliferare di appartamenti sfitti assolutamente anti-economico. Così come va alleggerita la tassazione e la burocrazia legata alla compravendita di casa.
Accanirsi invece sulla casa, senza offrire strade alternative praticabili, ha voluto dire deprimere il valore rifugio degli italiani proprio in un momento in cui c’era invece un forte bisogno di fiducia. Una famiglia i cui componenti abbiano conservato posto di lavoro e entrate, ma che fatichino a pagare le tasse sulla casa e comincino a sentire la propria casa come un peso più che come un valore, preferirà  verosimilmente, per i motivi visti sopra, deprimere il proprio livello di benessere e quindi i propri consumi piuttosto che vendere casa propria per spostarsi in un’abitazione più piccola.
Concludendo, mi pare di poter concordare con l’analisi di Ricolfi nel dire che l’intervento sulla casa è stato intempestivo e comunque mal strutturato, perché non accompagnato da un progetto di modello abitativo alternativo. L’impressione è che, come spesso accade da noi, anche in questo caso l’assenza di una progettualità  abbia pesato non poco sull’efficacia dei provvedimenti.

Sep 18th, 2014

Il Tavecchio e il nuovo

tavecchio.jpgLa Federazione Calcio si è rialzata nell’estate dal fallimento mondiale con la nomina a suo presidente di Carlo Tavecchio. E’ un po’ come rialzarsi da una caduta del letto ricadendo dall’altro lato. Non mi associo con chi si sciacqua la bocca con la parola “razzismo” riguardo la frase sulle banane che ha arricchito i dibattiti estivi sul tema. Il razzismo è cosa molto seria e insidiosa, la superficialità  è molto meno seria anche se non meno pericolosa; Tavecchio mi sembra solo rientrare nella categoria di quelle persone che sono rimaste al linguaggio della canzoni di Edoardo Vianello: pensare che un uomo simile abbia il potere che ha dimostrato di avere sul calcio italiano, ci dice molto del calcio italiano stesso, e questo senza tirare in ballo i guai ripetuti che il personaggio in questione ha avuto con la giustizia (e non solo lui). Eh sì, perché la vicenda ha dimostrato che il calcio italiano è feudo di personaggi come Lotito, grande sponsor di Tavecchio, che, come dimostrato nella triste vicenda della scorsa edizione della Supercoppa, si segnala come personaggio abile soprattutto a mescolare le carte ed ad infischiarsene di regole e limiti. Ha dimostrato che da società  come Inter e Milan, legate a visioni ancora familistiche del calcio, non venga alcun afflato di rinnovamento. In questo contesto non è poi strano che società  come Juventus e Roma, più propense ad una diversa modalità  gestionale ed ad altre candidature, si siano trovate in realtà  in netta minoranza.
Il programma “innovativo” di Tavecchio è molto generico e non introduce alcuna significativa novità . Si parla di fund raising, si parla (poco e in modo generico) di stadi, si parla di settori giovanili. L’unica vera novità , insospettabile da chi è accusato di razzismo, è una presa di posizione a favore dello ius soli, ovviamente molto strumentale agli interessi della Nazionale che potrebbe così schierare anche giocatori nati in Italia da genitori di nazionalità  straniera.
Cosa manca? Quali novità  ci saremmo potuti aspettare? Cominciamo col dire che i dati ci dicono che ciò su cui Tavecchio pare ossessivamente puntare sia un falso problema: “In Italia ci sono troppi stranieri“. Tra le nazioni calcistiche principali siamo tra quelle con meno stranieri e campionati come quello tedesco e belga ne hanno molti di più senza pregiudicare i risultati della loro nazionale. Non dimentichiamoci tra l’altro che le autarchie magari migliorano le performance della Nazionale ma penalizzano le squadre di club. Nel periodo di blocco degli stranieri (tra il 1966 e il 1980) ottennemmo certamente numerosi successi a livello di Nazionale, culminati nel Campionato del Mondo dell’82 (a frontiere riaperte ma con giocatori cresciuti nel calcio dell’autarchia), ma è anche vero che in quel periodo, senza stranieri, vincemmo una sola misera Coppa UEFA (quella della prima Juve di Trapattoni). Per contro nel periodo che va dal 1983 al 2010 abbiam portato ben 17 volte nostre squadre alla finale di Champions (otto vittorie complessive più quattro Coppe delle Coppe e otto Coppe UEFA), pur non rinunciando a vincere nel frattempo un mondiale, a perderne un altro ai rigori ed un europeo al golden goal, facendo comunque quasi sempre figure piuttosto dignitose.
oratorio_calcio.jpgPiù che nel numero degli stranieri parrebbe invece, sempre secondo i dati di cui sopra, che il problema stia nel fatto che in Italia, rispetto ad altri paesi europei, i giocatori giovani (e quindi italiani) hanno poco spazio. Se guardo ad una Juve che ha ceduto al Borussia Dortmund Immobile e ha riparcheggiato in giro Zaza e Berardi per poi andarsi a cercare all’estero le proprie punte mi viene il dubbio che sia vero e che ciò obbedisca ad una tendenza generalizzata, avvalorata dalla constatazione che la maggior parte dei giocatori della nostra Under 21 che si laurearono vicecampioni d’Europa nel 2013, giocano oggi all’estero. Questa tendenza è forse legata alla scarsa propensione al rischio che le società  italiane hanno, laddove ovviamente l’inesperienza di un giovane può costar cara in certe circostanze. Sarebbe certamente utile combattere questa tendenza con incentivi contrari. Se però non fosse possibile cambiare questa tendenza, potrebbe essere giovevole l’avvento delle squadre B, come ventilato più volte da Andrea Agnelli, che integrino o sostituiscano le squadre primavera giocando nei normali campionati federali, con giocatori di proprietà  della società  che non trovino posto nella formazione A, quindi tendenzialmente giocatori giovani a cui sarebbe di grande giovamento competere con giocatori di esperienza come quelli che si esibiscono nei campionati di Serie B o C.
Va anche constatato però che il quasi exploit del 2013 è l’unico negli ultimi anni di una nazionale under-21 che tra il 1992 e il 2004 vinse cinque edizioni su sette del Campionato Europeo. Questo suggerisce che ci possa essere anche un declino della produttività  del calcio giovanile, e qui forse sarebbe il caso di riflettere su come si possa davvero rilanciare il settore, a partire magari dagli strumenti che le società  offrono ai giovani giocatori per conciliare attività  sportiva e scolastica. Nel programma di Tavecchio si dice che “ripartire dalle scuole non è uno slogan”, ma potrebbe anche esserlo, perché le scuole hanno giustamente altre priorità  che non crescere talenti per il calcio. Aiutare chi ha talento a non perderlo per strada dovrebbe passare forse di più da chi di quel talento poi si gioverà , ovvero le squadre giovanili, e qui forse la Federazione dovrebbe intervenire sia con finanziamenti, sia con un controllo più capillare e una regolamentazione sulle attività  delle squadre stesse, come avviene in altri paesi.
A parte il discorso della Nazionale e quindi dei vivai italiani, è il caso di affrontare anche il caso dei risultati delle squadre di club. Non ci si può dimenticare che, dal successo dell’Inter nella Champions 2010, che ha probabilmente chiuso un ciclo forse irripetibile del calcio italiano, le squadre italiane non sono più riuscite ad andare oltre ai quarti di Champions, mentre l’Europa League rimane una coppa nella quale le italiane non sono mai riuscite ad andare nemmeno in finale. Se guardiamo la classifica dei club più ricchi in Europa scopriamo che tra i primi 20 club in Europa per fatturato ben 4 sono italiani (e sono 5 nella classifica per patrimonio), mentre, sempre per fatturato, i club italiani sono 6 tra i primi 30, mentre le tedesche sono 5, le spagnole sono solo 4. Il Borussia Dortmund finalista di Champions l’anno passato fattura di meno di Juve e Milan, l’Atletico Madrid, che ha sfiorato quest’anno il trionfo europeo, fattura meno della Roma, il Benfica due volte finalista di Europa League fattura meno del Napoli. Tra l’altro il Benfica stesso appartiene ad una nazione, il Portogallo, che non ha altre presenze, oltre al Benfica stesso, nella summenzionata classifica, ma che ci precede nella classifica dell’UEFA per rendimento (quella sulla base della quale sono allocati i posti in Champions League) e tra l’altro nelle ultime due stagioni, nelle tre occasioni in cui le squadre italiane si sono confrontate con quelle portoghesi in incontri ad eliminazione diretta, hanno sempre dovuto soccombere. E’ vero insomma che le nostre squadre non sono tra le primissime per ricavi (la migliore è la Juve nona), ma i risultati sono comunque al di sotto di quello che il bilancio delle nostre squadre suggerirebbe. Può darsi che sia un difetto di capacità  gestionale da parte delle società  italiane, ma potremmo anche supporre che le nostre squadre non riescano ad esprimere nelle coppe europee tutte le proprie potenzialità , magari per un eccesso di impegni ed una rosa limitata. Notavo che ad esempio nella scorsa stagione il Benfica ha schierato nelle varie esibizioni ufficiali ben 27 giocatori diversi almeno 5 volte, mentre 33 giocatori hanno avuto almeno una presenza; la Juventus invece ha schierato solo 23 giocatori diversi almeno 5 volte, e 27 giocatori almeno una volta. Anche qui, il problema potrebbe essere puntare troppo poco su giocatori giovani a vantaggio di quelli affermati con l’effetto collaterale di avere retribuzioni medie più alte e dover quindi tenere più limitata numericamente la rosa, per rimanere nello stesso perimetro di costi operativi. Non dimentichiamoci che oggi soltanto in Inghilterra si giocano nella stagione tante partite quante in Italia, eppure le nostre rose non spiccano per una particolare consistenza numerica.
triestina-padova-stadio-vuoto.jpgCome sopra accennato la crisi del calcio italiano non è solo crisi di risultati ma anche di pubblico. Il pubblico è colore ed entusiasmo, ma è anche una fondamentale modalità  di finanziamento e i dati dicono che le entrate per le squadre italiane sono drammaticamente più basse di quelle delle altre squadre europee di pari consistenza economica. La scusa della televisione vale fino ad un certo punto. L’idea di sfruttare commercialmente i diritti televisivi è nata in Inghilterra, eppure quelle inglesi sono le squadre che hanno percentualmente le maggiori entrate da stadio. In questo senso forse potrebbe essere utile rivedere il costo del biglietti. In Inghilterra ad esempio la differenza di costo tra settore e settore è minima se non nulla, con un prezzo superiore a quello delle nostre curve, ma anche inferiore a quello delle nostre tribune. Questo col risultato che difficilmente si vedono, come da noi, stadi con le curve piene e le tribune vuote. Se differenza di prezzo c’è non è per settore ma per età , ed in questo senso non sarebbe una cattiva idea allargare anche da noi l’utilizzo dei biglietti ridotti per giovani, ma, si badi, non con un limite di età  di 14 anni, ma almeno di 18, se non di 21. Non è che faccio entrare il ragazzino allo stadio ad un prezzo inferiore perché occupa meno posto, lo faccio entrare ad un prezzo inferiore perché non guadagna soldi suoi. Se gli facilito l’ingresso magari si appassiona e spero che, passati i 21, e acquisita, si spera, l’indipendenza economica, conservi l’abitudine di venirci. Se invece a 14 smette di andare allo stadio perché non ha la disponibilità  economica per farlo, si rivolgerà  probabilmente a qualche altro passatempo più accessibile.
Andiamo all’argomento della violenza nel calcio, che certamente ha un peso sulla scarsa propensione allo stadio che i calciofili italiani dimostrano. Qui, al di là  delle fumose dichiarazioni di intenti di Tavecchio, c’è da fare un ragionamento serio sul rapporto tra società  e ultras. La vicenda della Finale di Coppa Italia, tra le altre cose, ci ha reso evidente quanto potere questi tifosi abbiano oggi sul giocattolo calcistico. D’altronde, fintanto che il sistema calcio delegherà  ai gruppi ultras colore, animazione e emotività  delle proprie esibizioni, tali gruppi non potranno che avere potere. Il potere però va accoppiato alla responsabilità , affinché non sfoci in arbitrio e di questo bisognerà  parlare con gli ultras. Le organizzazioni che gestiscono il tifo andrebbero censite, regolamentate, dovrebbero avere dei responsabili di cui sia noto nome e cognome, che dovranno accollarsi le responsabilità  di incidenti o azioni contrarie alle regole (striscioni, cori o altre manifestazoni non consentite), e potranno essere sanzionati o dalla società  o direttamente dalla federazione. E’ chiaro che questo comporterebbe una rivolta, ma l’alternativa è quella che fu introdotta in Inghilterra dopo la strage dell’Heysel che vietava alle società  di intrattenere rapporti con i tifosi. E’ una strada praticabile ma forse persino troppo drastica per il nostro modo di vivere il tifo calcistico. Il dialogo che invoca Tavecchio oggi non manca certo, ma serve a poco se non cambia l’organizzazione dei rapporti con il tifo.
Passiamo poi alla giustizia sportiva. Ho l’impressione che nella società  contemporanea, nella quale il calcio è preso così terribilmente sul serio, sia anacronistico continuare ad avere un sistema giudiziario sportivo che pensa più a cautelarsi politicamente che a far rispettare le regole. Le inchieste che recentemente hanno scosso il calcio hanno lasciato l’impressione che il polverone e la confusione abbiano stravolto completamente la reale entità  e consistenza del problema ma ha lasciato l’impressione che condanne e assoluzioni siano dipese più da pressioni e impatti mediatici che dall’esame di testimonianze ed elementi di prova. La necessità  di regole certe d’altra parte si segnala anche nella recente ed assurda vicenda del ripescaggio della ventiduesima partecipante alla Serie B. antonio_conte.jpgNon è tanto il problema dei tifosi che sono rimasti fino all’ultimo incerti sulla destinazione della propria squadra, ma soprattutto delle società  che fino all’ultimo non hanno saputo in che serie avrebbero militato e non hanno quindi potuto strutturarsi di conseguenza. Il calcio italiano del futuro, per essere credibile, dovrà  essere in grado di darsi regole chiare e condivise e basarsi solo su di esse, abbandonando la propensione all’accordo elusivo.
Con tutti questi punti sul tavolo pare che la Federazione abbia fatto la cosa più italiana possibile, ovvero spremere le finanze esangui del CONI per portarsi a casa quanto di meglio in termini di allenatore il panorama italico offra, così da provare a mascherare, con i risultati della Nazionale, le magagne del nostro calcio. Non dico che sia stata una scelta fuori luogo, ma la bravura di Conte rischia solo, se riporterà  l’Italia al posizionamento che le compete, di farci dimenticare tutti i vizi sopraenunciati e di rinviare a data da destinarsi un rinnovamento di uomini e idee ormai urgentissimo, ma contro il quale il sistema calcio lotta disperatamente.

Sep 12th, 2014

Sondaggi rivelatori

Il 71% degli spettatori di SkyTG24 sostengono che diffondere false notizie su una presunta epidemia di tubercolosi è una condotta “condivisibile”.
Pare che purtroppo non si segnalino rischi circa un’epidemia di intelligenza…

Sep 7th, 2014

Iraq: imperialismo, pacifismo e pragmatismo

Questa fredda estate è stata scossa dalle brutali immagini giunte dall’Iraq. Le reazioni a quegli eventi e a quelle immagini sono state le più varie ma quelle del pentastellato Di Battista sono state certamente quelle che hanno fatto più clamore. Le menziono non per fare facile antigrillismo, ma perché vorrei riprendere alcuni concetti espressi da Di Battista, che sono anche discretamente popolari, per provare ad approfondirli.
map-of-iraq-1900.jpgPartiamo dalla domanda che ognuno dovrebbe porsi sempre, anche di fronte all’atto più efferato: perché? Di Battista si risponde che l’ISIS chiede “la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale“. Potrebbe sfuggirmi qualcosa di importante ma la mia franca impressione è che Di Battista non sappia di cosa sta parlando. Il conflitto che l’ISIS combatte è, almeno apparentemente, quello tra sunniti e sciiti, che infiamma quella regione da molti secoli e al quale le potenze coloniali non credo abbiano contribuito granché, sicuramente non con la definizione dei confini. L’Iraq attuale equivale, con poche e poco significative modifiche, alla somma di tre ex-province dell’impero ottomano, quella di Baghdad, quella di Mosul e quella di Bassora e il nome Iraq contraddistingue la regione mesopotamica dal settimo secolo, anche qui con qualche lieve slittamento dei confini. Non sono state quindi le potenze coloniali a definire quei confini che oggi Di Battista vorrebbe ridefinire su base etnica, magari deportando coloro i quali si ritrovino poi dalla parte sbagliata del confine. Il punto è che la contrapposizione tra sunniti e sciiti, da sempre presente nell’Islam, a partire dal sedicesimo secolo si è identificata in quell’area con la contrapposizione politica tra Impero Ottomano (sunnita) e Impero Persiano-Safavide (sciita), questo fino alla caduta del primo, ed in particolare a partire dalla Scià  persiano Ismail I che fece della “Shia” la religione del suo impero. Il fatto che le terre dell’Iraq siano state nei secoli territorio di scontro e di conquista e riconquista tra i due imperi, conclusosi in ultimo con il prevalere del dominio ottomano, spiega perché in Iraq vi siano una maggioranza numerica sciita a fronte di una storica egemonia politica sunnita. E’ sempre difficile per un’élite, minoritaria numericamente, trovarsi a proprio agio con i principi democratici (vedi Kosovo e Sudafrica, per dirne due) e come in molti altri scenari simili anche qui è nato un conflitto che mira fondamentalmente all’eliminazione o alla sottomissione del nemico. Così delineato lo scenario del conflitto, si comprende anche la perplessità  che le ipotesi di trattativa ventilate da Di Battista hanno suscitato. Una trattativa può servire laddove sia praticabile un compromesso tra gli obiettivi delle fazioni in lotta. Se, ai tempi del terrorismo in Irlanda, la richiesta dell’IRA era autonomia e libertà , non era improbabile, come accadde, che si potesse arrivare ad un compromesso che avrebbe trovato il consenso della maggior parte di coloro che appoggiavano l’IRA e del governo britannico. La stessa cosa può valere in realtà  come i Paesi Baschi o l’Alto-Adige, ma ovviamente non sempre si può trovarlo il compromesso. Se infatti l’obiettivo di una delle fazioni, come in Iraq, è l’eliminazione fisica dell’altra, diventa ben più difficile trovare uno spazio negoziale.
Escluso quindi che trattare con l’ISIS possa avere qualche utilità , un’altra opzione sarebbe anche quella di non fare nulla e in molti casi l’abbiamo fatto senza grossi patemi d’animo. Nell’Africa centrale si combattono da decenni guerre su guerre, alcune della quali hanno fatto vittime paragonabili alla Seconda Guerra Mondiale, senza che ci scandalizzassimo più di tanto. La stessa cosa non si può fare in Iraq?
immigrazione_clandestina.jpgPer rispondere a questa domanda vale la pena di fare un passo indietro e cercare di capire meglio il nostro tormentato rapporto con quella parte di mondo che fino a pochi anni orsono definivamo senza ambiguità  “non industrializzato”. Da questo punto di vista, sì che il processo di colonizzazione, citato a sproposito da Di Battista, c’entra e molto. Il processo di colonizzazione ha infatti portato non solo l’occidente a diretto contatto con il resto del mondo, ma soprattutto lo ha portato a strutturare il proprio sviluppo e il proprio benessere su una dipendenza sempre più stretta dalle materie prime che quel mondo gli garantiva in abbondanza. Con la decolonizzazione poi è cessato il controllo politico e militare (troppo costoso e cruento) di quel mondo ma non è certo cessata la dipendenza. La globalizzazione ha portato ad una forte integrazione commerciale, culturale e sociale, che ha determinato anche qualche sovvertimento delle gerarchie tra Nord e Sud, ma il problema della dipendenza rimane, ed è una dipendenza che è diventata ormai non solo economica ma, per l’appunto, anche sociale. Una guerra in Iraq o in Libia non significa solo il rischio di aumento del prezzo del petrolio ma anche, come abbiamo visto, significa immigrazione, significa barconi di disperati che aggrediscono le nostre coste suscitandoci dilemmi etici e politici non da poco e in ultima analisi instabilità  sociale. Al di là  delle responsabilità  e dei sensi di colpa dell’occidente, al di là  dell’empatie per le vittime del conflitto, c’è quindi anche un problema strettamente pragmatico che ci impedisce di disinteressarci di questo conflitto.
iraq_isis.jpgNon vorrei essermi dimenticato qualcos’altro, ma direi che rimane solo l’opzione militare. Anche questa opzione però ha un po’ di problemini che non sono solo quelli etici legati ad ogni intervento militare, ci sono anche problemi più strettamente pragmatici. Un esercito difficilmente riesce a muoversi in modo indolore: andare in Iraq con forze militari occidentali bombardando e causando, foss’anche accidentalmente, vittime, significa rinfocolare la retorica anti-occidentale che nel mondo islamico fa sempre molti proseliti, significa rafforzare ideologicamente coloro i quali si vuole combattere militarmente. La primavera araba non è che sia stata un gran successo per laici e modernizzatori, ma ha certamente dimostrato che oggi in tutto il mondo arabo le istanze di rinnovamento si stanno rafforzando, ma sono istanze che spesso vengono identificate come accettazione di modelli occidentali e che le guerre di Bush avevano messo anche per questo nell’angolo, rinfocolando invece la retorica dell’islamismo più conservatore ed estremista. Un nuovo intervento occidentale in Iraq non rischia di rimandarle in soffitta? Non serve forse proprio a questo lo strano appoggio che molte potenze arabe, preoccupate dalle ventate modernizzatrici, forniscono alla guerriglia islamista? A tenere acceso cioè quel “conflitto di civiltà ” che senza i molti petrodollari che vi affluiscono costantemente si sarebbe probabilmente esaurito da un pezzo.
Ecco lo so. Anche stavolta non fornisco risposte ma solo dubbi. Stavolta però mi sento a posto con la coscienza. Risposte facili quando si tratta di far finire un conflitto che dura da secoli non ce ne sono e vi invito a diffidare di chi sostenga il contrario. L’unica riflessione che mi viene, da quanto finora scritto, è che se c’è qualcosa che possiamo fare di incruento e di utile è cercare di parlare di più di e con quella parte del mondo arabo che non si identifica con gli integralisti, ma nemmeno con quella classe politica dispotica e corrotta che sospinge le masse popolari tra le braccia dei primi. Erano in Piazza Tahrir, sono in Libia, erano parte della rivolta contro Assad prima che le milizie islamiche ne prendessero il controllo. Sono quegli abitanti del mondo arabo che pensano che il futuro di quell’area non sia il ritorno al medioevo ma l’apertura alla modernità , al resto del mondo. Potrebbe essere ora che diventino costoro gli interlocutori dell’occidente.

Aug 29th, 2014

Il conflitto virale

Da quando l’eterno conflitto israelo-palestinese ha avuto la sua ennesima escalation nella striscia di Gaza, la discussione sul tema ha riempito ogni area di pubblica discussione. Ci sono alcune caratteristiche del conflitto che lo rendono particolarmente adatto ad una conversazione, se non ad una discussione, spesso anche accesa. La tendenza, di fronte ad un conflitto a schierarsi subito con gli uni o con gli altri, è pratica abbastanza comune, ma in pochi casi come questo è pressoché immancabile. E’ davvero difficile leggere un commento, ascoltare un’opinione, che esca dalla logica “I palestinesi sono terroristi” o “Gli israeliani sono guerrafondai”.
Questo probabilmente accade a causa di alcuni fattori che caratterizzano il conflitto. Intanto la durata: è un conflitto che prosegue senza vera interruzione da più di sessant’anni. Difficile che ci sia qualcuno che non abbia ancora preso posizione. E’ un po’ come una partita di calcio: se la guardi 10 minuti puoi anche limitarti a seguirla in modo imparziale, ma se la guardi tutta prima o poi ti schieri con una delle due compagini.
Un’altra caratteristica del conflitto è che, lo dico anche se molti di voi già  staranno affilando le loro armi dialettiche, hanno ragione entrambi. Hanno ragione entrambi nel senso che la ragione primaria degli uni e degli altri (ovvero quella che ha acceso il conflitto) poggia su quel concetto quantomai vago, ma altrettanto radicato nella nostra cultura, del possesso di un’area geografica da parte di un gruppo etnico. Ogni volta che le rivendicazioni di due gruppi etnici su un territorio si contrappongono, nasce un conflitto. Ma in nessun luogo come in Palestina accade che uno dei due gruppi etnici non abbia abitato il territorio che reclama per molti secoli. Questo rende in un certo senso grottesca la rivendicazione, ma allo stesso tempo ne sottolinea la problematicità , proprio perché non c’è scritto da nessuna parte quali sono le regole sulla base delle quali una comunità  può dichiararsi proprietaria di un certo territorio. Ho assistito a discussioni fiume su quali fossero i diritti degli uni e degli altri a vivere in Palestina, ma la realtà  è che non abbiamo gli strumenti per assegnare un diritto. D’altra parte in un’epoca nella quale si tende a superare la logica degli stati nazionali, degli steccati etnici, parrebbe antistorico inventarsi dei principi di cui gli uomini hanno fatto per millenni a meno, ricorrendo ad altro strumento di risoluzione delle controversie: la guerra. Oggi invece noi ci ostiniamo a pensare che gli individui siano diventati capaci di convivere sotto la stessa bandiera anche se hanno cultura, lingua o religione diversa. Qualche esempio favorevole ce l’abbiamo, in Bosnia si sono sgozzati per tre anni e ora, da quasi vent’anni, vivono in pace e armonia (almeno apparentemente). Però si tratta di popoli che hanno convissuto per millenni, il caso palestinese è innegabilmente un po’ diverso.
israelepalestina_daughter.jpgScrivevo che hanno ragione entrambi in termini di diritto astratto e allo stesso tempo hanno torto entrambi proprio perché il diritto su un territorio è lettera morta e l’unico modo alternativo alla guerra per risolvere il conflitto è decidere che, no, la terra non è né mia né tua, ma è di chi ci abita. Sembra facile, ma non lo è affatto e i discorsi a base di “Prima gli italiani”, che sentiamo qui da noi, ne sono un chiaro specchio.
Una terza caratteristica del conflitto è la disparità  di forze in campo. Tale disparità  induce gli uni a criticare aspramente Israele perché, dati alla mano, le vittime sono sempre di più sul fronte palestinese che su quello israeliano, gli altri a criticare altrettanto aspramente i Palestinesi per la autolesionistica pertinacia con cui perseguono l’opzione militare, nonostante sia ovviamente quella per loro più penalizzante.
Tutto il resto sono le schermaglie tipiche di un conflitto: “Tu hai sparato per primo”, “Però tu hai reagito in modo sproporzionato”, e poi la conta dei morti (sempre solo dei propri), e le immagini tragiche dell’una o dell’altra parte che i partigiani dell’uno o dell’altro fronte sfruttano per portare acqua la proprio mulino.
Solitamente i conflitti, allorquando diventano argomento di discussione, tendono verso la generalizzazione (pratica comune anche per la guerra in Ucraina) e questo non fa ovviamente eccezione. Si continuano a citare Israele e i Palestinesi come fossero esseri senzienti: nella realtà  dall’una e dall’altra parte ci sono milioni di persone tra le quali ci sono miserabili macellai, ci sono personaggi dal genuino spirito pacifico e pacifista e ci sono pragmatici che capiscono perfettamente che con la guerra non si va da nessuna parte. La guerra purtroppo dà  visibilità  più ai primi che ai secondi e ai terzi, ma i secondi e i terzi ci sono, tanti e su entrambi i fronti. E’ significativo che la maggioranza degli israeliani risultino favorevoli ad un compromesso, ma al governo di Israele ci sia un falco come Netanyahu che ormai non si fida nemmeno più del governo americano. E’ altrettanto significativa l’evidenza che uno degli scopi della guerra sia proprio, per Hamas, recuperare il consenso in caduta verticale nel territorio di Gaza. Insomma si mobilita il fronte esterno per sostenere il fronte interno, vecchia storia…
Come accennato la reazione dell’opinione pubblica nostrana è di dividersi in modo abbastanza rigido tra proisraeliani e propalestinesi, con toni spesso accesi e violenti. In tal modo non facciamo altro che estendere il conflitto militare a conflitto di opinione senza nemmeno un passetto avanti. L’esperienza che ognuno di noi fa quando si accende una lite tra due membri della nostra famiglia è che schierarsi a favore dell’uno o all’altro serve solo ad estendere il conflitto, non a risolverlo. Eppure è un’esperienza che evidentemente non mettiamo a frutto quando si tratta di argomentare su un conflitto militare.
israelepalestina_lovers.jpgChe fare quindi? Questa è la domanda più difficile, perché appianare un conflitto richiede un processo dialettico e culturale che non si costruisce dall’oggi al domani. Può servire una forza di interposizione internazionale? Ha funzionato di rado e funziona solo per interrompere i combattimenti, ma non serve a costruire una convivenza che è, come al solito, l’unica soluzione praticabile. Come possiamo aiutare questa costruzione dal nostro stivale italico? Certamente non farneticando di nazismo o di terrorismo, ma magari ricordando che ci sono moltissimi uomini e donne in quella terra, palestinesi e israeliani, che non ne possono più della guerra, che non ne possono più di Netanyahu e di Hamas, uomini e donne a cui non importa nulla della religione e della lingua del loro vicino di casa, ma importa solo di poterci vivere pacificamente. Forse se dessimo la parola a costoro più che a opinionisti di casa nostra, capaci solo di imbracciare un armamentario dialettico da ultrà , metteremmo un mattoncino per costruire una soluzione di pace. Quando cominceremo a vedere le cose in una prospettiva diversa, nella quale il conflitto non è tra Israele e Palestina, ma, come spesso accade, tra élite di governo che sulla guerra hanno costruito il loro potere e popoli costretti a vivere sotto le bombe, allora potremo forse essere un po’ più di aiuto.

Jul 25th, 2014

L’incubo

Una delle nostre più ricorrenti paure, quando abbiamo raggiunto un livello soddisfacente di felicità  e di stabilità , è di perderlo improvvisamente. Per questo, secondo alcuni studi, i sogni più ricorrenti simboleggiano proprio quest’ansia, attraverso la metafora della perdita dei denti, del precipitare in un abisso o altri simili. Anche per questo la prima immagine che mi ha suggerito sentire la notizia delle dimissioni di Antonio Conte e del parallelo ingaggio di Massimiliano Allegri è stato proprio l’incubo. Il simbolo di una caduta improvvisa, imprevista e apparentemente irrecuperabile.
addioconte.jpgIl popolo biancoenero veniva da un campionato italiano trionfale e da una stagione europea che, pur ombreggiata dalla delusione per la finale di Europa League in casa propria, dolorosamente sfumata, rappresentava una conferma del ritorno di Madama ai livelli europei che le competono. Non si può dire che finora il mercato fosse stato trionfale, ma c’erano interessanti trattative in corso che lasciavano ben sperare per un deciso rafforzamento dell’organico. Poi, nel pomeriggio di Martedì, un giorno che i sostenitori della Vecchia Signora non dimenticheranno facilmente, la situazione precipita: Conte in un’intervista a Juve TV annuncia la sua intenzione di lasciare la Juventus, confermata dalla susseguente comunicazione della società , che si affretta a confermare che la decisione è stata consensuale. A poche ore di distanza arriva la voce, diventata poi insistente, ed infine ufficiale, dell’ingaggio di Massimo Allegri in sua sostituzione. Il tutto capita con la squadra già  in ritiro, un ritiro reso un po’ insolito non solo dall’assenza dei giocatori che hanno disputato i recenti mondiali, ma anche dalla decisione della società  di svolgere quest’anno la fase di preparazione a Vinovo e non in montagna, come tradizione vuole.
Che sarà  mai successo? Si sa certo che c’erano dissapori, manifestati nel sofferto rinnovo del contratto a Maggio, che erano alla fine rientrati con un prolungamento del rapporto di collaborazione di un anno. Apparentemente i dissapori erano legati al gap che Conte percepiva tra le ambizioni della società  in termini sportivi e il valore tecnico dell’organico messo a sua disposizione. Il tecnico pugliese non ha mai avuto peli sulla lingua nel dichiararsi in difficoltà  a fare molto di più di quanto fatto in questi anni in Europa con l’organico attuale. Non sappiamo quali risposte la società  abbia dato a queste perplessità , ma è chiaro che non si è apprezzato negli ultimi mesi un cambio di rotta societario che potesse indurre Conte a vincere i suoi dubbi.
Personalmente trovo singolare che molti in queste ore accusino Conte di scarsa fedeltà  ai colori bianconeri. Intanto Conte è un professionista e come tale ha il diritto e forse anche il dovere di confrontare quello che gli viene chiesto in termini di risultati, con quanto a sua disposizione in termini di patrimonio. Se ritiene che quanto gli viene chiesto non sia raggiungibile ha il dovere di farsi da parte. In più Conte ha giustamente un occhio alla sua carriera e alla sua possibilità  di ottenere i successi a cui ritiene di poter ambire, e se ritiene che ci siano delle possibilità  che lo aspettano altrove, ha il dovere con sé stesso di inseguirle a costo di spezzare qualche cuore bianconero, compreso magari il suo. Più difficile condividere invece l’operato della società  che avrebbe probabilmente fatto meglio a gestire a Maggio in modo definitivo i “mal di pancia” di Conte, o con un rinnovo non solo di facciata, oppure con un addio tempestivo che avrebbe consentito in termini di nuovo tecnico di non doversi accontentare di quello che passava il convento, e di dare comunquue al nuovo tecnico la possibilità  di impostare il mercato insieme alla dirigenza. Chi avrebbe dovuto tutelare la squadra e i suoi tifosi in questa fase da eventuali brutte sorprese è la società , e purtroppo non l’ha fatto e questo è davvero imperdonabile.
marotta-e-agnelli.jpgNon muoio dalla voglia di approfondire se i mal di pancia di Conte siano condivisibili o meno. Di sicuro la Juventus è la squadra italiana con il maggior fatturato e fattura quasi il doppio di Roma e Napoli giunte seconda e terza l’anno passato. Non si può quindi dire che la Juve abbia fatto un miracolo a vincere gli ultimi tre campionati, e qui né Conte ne Marotta e il suo staff possono considerarsi dei maghi. E’ però curioso che molti tra i maggiori artefici dei tre scudetti bianconeri siano giocatori considerati altrove in declino e presi a prezzi da svendita (Pirlo, Tevez, Llorente, Barzagli) che nella Juve hanno trovato una vera e propria seconda gioventù. Molto difficilmente la Juventus è invece riuscita a far valere le proprie maggiori disponibilità  economiche, per raggiugere una posizione di predominio in Italia. Quando ci ha provato, come quando convinse Cairo a privarsi di Ogbonna mettendo molti soldi sul tavolo, il risultato è stato abbastanza deludente. Discorso diverso invece vale in Europa, dove ci sono club che hanno bilanci decisamente più consistenti di quello bianconero (anche se forse meno di quanto non si sospetta). E’ vero che l’Atletico Madrid e il Borussia Dortmund sono andati molto vicini alla Champions League anche in assenza di investimenti mastodontici, i miracoli si possono sempre verificare, ma non è sui miracoli che si può costruire un progetto credibile. D’altronde se la Juve non avesse speso molto denaro in giocatori evidentemente sopravvalutati avrebbe un organico certamente più competitivo anche in Europa. Martinez, Motta, Krasic, Elia, Ogbonna, Giovinco sono stati certamente pagati ben più del loro valore ed è una valutazione che molti addetti ai lavori hanno fatto a priori, non a posteriori. Insomma, Conte forse non ha fatto miracoli ma forse anche la società  avrebbe potuto far di più per metterlo nella condizione di essere competitivo anche in Europa. In fondo forse Conte si chiede, come mi chiedo io, come mai l’Arsenal (che ha un fatturato di appena 10 milioni superiore a quello della Juve) può permettersi di spendere 40 milioni per assicurarsi le prestazioni di Sanchez e 25 per portarsi a casa Khedira, dopo averne spesi pochi mesi fa 50 per acquistare Ozil, mentre la Juve non si può permettere di spenderne 23 per comprare Iturbe. E si badi che l’Arsenal non ha un bilancio disastrato, nonostante i pochi successi conquistati di recente in patria e in Europa.
allegri.jpgMa veniamo al futuro e all’incarico di Allegri. Il tifo bianconero è in subbuglio non solo per l’addio di Conte ma anche per la scelta non esaltante del suo successore, forse soprattutto per certe tensioni “mediatiche” maturate ai tempi dell’episodio del gol di Muntari. Io semmai ricordo che una piazza esigente e difficile come quella juventina non si è mai dimostrata comoda per allenatori magari bravi tatticamente e tecnicamente, ma senza una personalità  che faccia la differenza. Alla Juve c’è una pressione verso la vittoria che forse non c’è in nessun’altra piazza e forse per questo gli allenatori che hanno fatto la differenza a Torino (forse con la sola eccezione di Fabio Capello che però quanto a una personalità  ha pochi eguali) sono sempre e solo stati quelli emergenti, quelli che avevano davvero ancora fame di vittoria e quella determinazione che Allegri francamente non dimostra. La conclusione ingloriosa della sua vicenda milanista sembra confermare quest’impressione. Per questo, credo, il tecnico livornese appare un pesce fuor d’acqua e il rischio di un disastro alla Del Neri affolla gli incubi dei tifosi bianconeri.
Alla fine non vorrei che la favola di Conte, insieme alla favola dello Juventus Stadium, abbiano oscurato i problemi che la Juventus, come società , continua ad avere e che, forse, con un allenatore meno decisivo e con l’affievolirsi dell’entusiasmo del popolo zebrato rischiano di riemergere. Di sicuro la dirigenza bianconera non potrà  più permettersi di commettere gli errori del passato.

Jul 18th, 2014
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