Il rischio di essere Mina

hungry-hearts.jpgHungry Hearts è sicuramente un film impegnativo. Sicuramente lo è se siete Papà  e sentite quel peculiare senso di responsabilità  subalterna che è caratteristica dei genitori di sesso maschile, lacerata tra il proprio essere genitore e la consapevolezza di non dover invadere gli spazi materni. Però non è tutto qui. E’ un film che tocca corde profonde, spesso scoperte in chi ha figli, che non sono solo le corde che fa risuonare Jude, padre che si sforza a lungo di trovare una mediazione tra il rispetto del ruolo della sua compagna e la presa d’atto della sua crescente paranoia, ma sono anche quelle che suscita Mina, madre travolta dalla psicosi nella sua missione di purificazione del figlio. Se le prime vibrazioni sono quelle più immediate, più scontate in chi si trovi di fronte al film, non sono da sottovalutare o dimenticare le seconde. E’ reazione quasi spontanea da parte di un genitore chiedersi cosa farebbe al posto del malcapitato compagno, ma non è superfluo chiedersi quanto di Mina c’è in ogni genitore, madre e padre che sia. Ovvero quante delle aspettative che noi proiettiamo sui nostri figli fanno parte dei doveri di un genitore di crescere in salute e in armonia il proprio figlio e quanti invece sono il riflesso di nostre convinzioni, credenze, personali strutture valoriali, che sovrapponiamo all’oggettivo bene di nostro figlio, magari senza giungere alla follia di cancellarlo, come nel film, ma qualche volta limitandolo più di quanto sia lecito fare. Che poi siano valori religiosi, materialisti, o, come nel film, post-materialisti, poco importa e poco cambia. Ciò che importa è che ci dimentichiamo delle nostre responsabilità  di genitori per inseguire nostri traguardi personali che sono parte magari importante della costruzione della nostra identità , ma che non hanno nulla a che fare con quella dei nostri figli.
Quello che mi porto a casa del film è proprio questo, la rinnovata attenzione a separare quello che è bene per mia figlia, da quello che è solo funzionale a veder affermato e confermato il mio modo di vedere il mondo, i miei valori. Sono valori a cui forse un giorno mia figlia aderirà  o che invece aborrirà , ma fino ad allora di quei valori ha pienamente il diritto di infischiarsene allegramente.

Feb 5th, 2015

I figli e le scelte televisive

800px-il_bambino_con_il_pigiama_a_righe.jpgSolo di rado mia moglie ed io riusciamo a riimpossessarci del televisore e a proporre alla platea di casa un film che non sia per bambini. Qualche sera fa è successo e la scelta, non senza qualche dubbio, è caduta su “Il bambino dal pigiama a righe”. E’ stato un insperato successo, nostra figlia si è accomodata a fianco a noi e si è sorbita tutto il film senza nemmeno un: “Ma se mettessimo Mary Poppins?”. Chi non conosca e non voglia conoscere il finale del film non legga oltre. Sappiate però che nel finale Bruno, figlio di un ufficiale nazista, finisce per errore nelle camere a gas del campo di concentramento e il film, fino a quel momento tutto sommato adatto anche ad un pubblico più giovane, acquisisce improvvisamente una forte drammaticità . Io e mia moglie ci siamo un po’ sentiti come il Benigni de “La Vita è Bella” nel cercare di edulcorare la crudezza di quelle scene.
In fondo questa è la vita del genitore, con una mano mostrare ai propri figli il mondo e con l’altra mascherarglielo, aprire uno spiraglio su quanto l’esistenza può essere drammatica, ma senza creare loro ansie e paure, prepararli alla vita e proteggerli allo stesso tempo. Non credo ci sia un modo giusto di farlo, credo dipenda dalle circostanze in cui lo si fa, da come i figli lo recepiscono, da quanto le esperienze che fanno al di fuori della famiglia proporranno loro dei dubbi o apriranno loro delle visuali. Spesso mia figlia si spaventa di fronte a scene di film a cartoni animati apparentemente innocue.
Dalla mia esperienza di genitore traggo l’impressione che la paura e l’ansia siano soprattutto il risultato della nostra assenza fisica o della nostra incapacità  di dare risposte ai dubbi. Sono le domande che rimangono senza una risposta che assillano nostra figlia, sono le situazioni difficili che si trova a dover affrontare da sola che le lasciano poi delle paure latenti. Per questo trovo possa essere meno pericoloso per lei un film sulla Shoah, visto tutti insieme seduti sul divano, che Biancaneve visto da sola mentre Mamma e Papà  sono intenti ad altre occupazioni. Non è facile perché nella vita da genitore il tempo è una risorsa costantemente scarsa, ma stare accanto a loro in certi momenti è certamente utile, per non dire necessario.

Jan 31st, 2015

Perché non è uno scontro di civiltà

no-democracy.gifQuando accadono eventi quali l’assalto al Charlie Hebdo, risuona spesso l’espressione “scontro di civiltà “. E’ un’espressione resa celebre dal noto testo di Samuel Huntington, che poi ha preso vita propria, popolando in particolare la retorica xenofoba. La rappresentazione di un mondo nel quale il lavavetri che ti propone la sua spazzola al semaforo nasconde in realtà  un Kalashnikov sotto la giacca, porta simpatie e consensi a coloro i quali la adottano, perché accarezza le paure del “diverso” che attanagliano molti dei nostri concittadini. Ma ci sono davvero due civiltà  che si contrappongono, che ringhiano l’una contro l’altra? E’ proprio vero che è in atto una lotta e che su un fronte ci siamo noi, abitanti del mondo occidentale, e dall’altra c’è quella strana cosa che si chiama Islam, che a molti sostenitori dello “scontro di civiltà ” pare un monolite?
Provo a partire, per cercare una risposta, da una riflessione su cosa voglia dire civiltà . Leggo da wikipedia che trattasi sostanzialmente “dell’insieme degli aspetti culturali e di organizzazione politica e sociale di una popolazione“. Ci sono quindi aspetti culturali e di organizzazione politica e sociale che marcano un confine chiaro e netto tra “occidente” e Islam? Se vado da Sofia a Smirne o da Nicosia a Beirut vedo una cultura e un’organizzazione sociale così diversa, o forse Atene ha molto più in comune con Istanbul che con Edinburgo? Provo a questo punto a farmi un’altra domanda, ovvero: che cosa hanno in comune quei paesi che si considerano “occidente”? La libertà  e la democrazia come valori fondanti, mi verrebbe da dire, seguendo la retorica occidentalista. Ma cosa sono libertà  e democrazia? La prima è uno dei valori più naturali che ogni uomo, ma perfino molti animali, coltivano; la seconda altro non è che un metodo che l’uomo ha inventato per risolvere in modo non violento le controversie politiche. La nostra cultura ha elaborato gli ideali di eguaglianza e fraternità  per dare dignità  morale alla democrazia, ma alla fine stiamo parlando di un modello di convivenza sociale, modello che non a caso viene completamente disatteso, senza grosse remore morali, in contesti come quello aziendale, che invece mal si adattano dal punto di vista organizzativo a questo modello. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la cultura europea? Difficile rispondere, forse attraverso elaborate trattazioni sociologiche e filogenetiche arriveremmo a scoprire che solo una cultura come quella europea, con le sue caratteristiche figlie anche della sua eredità  giudaico-cristiana, poteva essere la prima a scoprire che libertà  e democrazia possono funzionare insieme. Ma non è nulla di più di una scoperta, come quella dell’elettricità  o dei raggi X, che non ci inducono a pensare che elettricità  e raggi X siano esclusiva della cultura occidentale. iran-protest-we-want-democracy1.jpgC’è altro? Beh, il mito di progresso, di evoluzione verso un maggior benessere, una maggiore aspettativa di vita. Anche qui l’idea per la quale queste aspirazioni siano esclusiva di una cultura pare davvero poco convincente, molto di più lo è il fatto che sia ciò verso cui un uomo libero naturalmente tende, ed è tra l’altro ciò che sembra spingere anche quei popoli che hanno scoperto più tardi di altri certi meccanismi, verso lo Stato di Diritto, verso la libertà  e verso la democrazia. Gli ultimi decenni hanno infatti dimostrato che in Sudamerica, come in Estremo Oriente, la democrazia può benissimo funzionare, pur con meccanismi sicuramente diversi e con modelli sociali differenti. Del resto tali differenze non sembrano più abissali di quelle che distinguono le sembianze che la stessa democrazia assume nei diversi paesi cosiddetti occidentali. Nel mondo islamico certo la democrazia ha ancora delle caratteristiche embrionali, ma Turchia e Tunisia non paiono così lontane dal costruire un accettabile sistema liberaldemocratico.
Ma allora se, al di fuori delle semplificazioni, non esistono due “civiltà ” diverse e contrapposte, allora perché qualcuno entra nella redazione di un giornale e spara e qualcun altro lancia un aereo di linea contro un grattacielo? Partiamo col dire che non tutte le volte che qualcuno entra in un luogo pubblico e uccide decine o centinaia di persone, conosciute o meno, partono fini analisi di politica internazionale e questo, se non esclude che in questo caso abbia invece senso farne, ci suggerisce quantomeno che forse si sia affetti, in taluni casi, da una certa bulimia analitica. Qui però non si tratta di personaggi isolati, ma di fiancheggiatori di uno stato militare, l’ISIS, che oggi occupa una parte non irrilevante della Siria e dell’Iraq. Ma davvero l’ISIS nasce per questo? E’ davvero una bandiera sotto la quale le masse arabe ansiose di colpire l’occidente si sono radunate, come alcuni analisti di casa nostra si sforzano di spiegarci? E se il nemico dell’ISIS è l’occidente, perché l’ISIS, mentre noi blateriamo di “scontro di civiltà “, fa strage di civili in Iraq? Che c’entrano gli sciiti ma anche i sunniti iracheni, vittime dell’ISIS, con l’occidente, con la cristianità , con la liberal-democrazia? Pochino ed infatti l’ISIS è semplicemente un’organizzazione politico-militare che ha approfittato della guerra civile in Siria e degli scontri interreligiosi in Iraq per occupare quel territorio, alla ricerca di quello che ogni organizzazione politico-militare insegue, ovvero il potere. Pare che gli aderenti all’ISIS siano tra i 7 e i 10 mila, meno di un decimo rispetto alle unità  del nostro esercito, ma ogni soldato ha uno stipendio di almeno 600 dollari al mese, roba da gran signori da quelle parti. Insomma, più un corpo d’élite che un esercito di popolo, come invece anche i nostri media cercano spesso di raccontarcelo. Perché è riuscito a diventare così forte e conosciuto? Sicuramente perché in una fase di vuoto di potere, e quindi di spaesamento per molti, ha proposto un modello vincente. Quale modello infatti può più facilmente risultare convincente per ristabilire l’ordine che una legge come quella islamica che tutti conoscono e per la quale tutti nutrono considerazione? Non è una storia nuova: l’Iran degli ayatollah, così come l’Afghanistan dei Talebani, nascono in una fase di vuoto di potere, nel primo caso seguita alla caduta dello Shah, nel secondo al ritiro dell’Armata Rossa. Perché questi regimi islamici individuano subito nell’occidente il proprio nemico? Sicuramente perché l’ostilità  nei confronti dell’occidente ricco e colonialista esiste e solleticarla ha il suo successo, ma anche perché il modello liberaldemocratico, che è una minaccia latente per ogni sistema autoritario, deve essere tenuto a bada, e associare chi chiede democrazia agli odiosi imperialisti filo-americani funziona, anche perché noi stessi “occidentali” siamo i primi, forse per vanità , ad avvalorare questa associazione.
Quindi le potenze occidentali non hanno colpe? Certo che ne hanno. Ne hanno perché hanno colonizzato quelle aree del mondo per sfruttarne le risorse. Ne hanno perché in fase post-coloniale hanno cercato di perpetuare il proprio controllo di quelle stesse risorse, sostenendo regimi inguardabili che avevano il vantaggio di essere disponibili a trattare e tuttora fanno culo e camicia con dinastie regnanti che governano i propri regni tramite modalità  da ancien regime, questo pur di non perdere la presa sulle preziose risorse che quelle terre offrono. Ma questo è esattamente ciò che le stesse potenze hanno fatto, e in parte fanno ancora, in Africa e in Sudamerica e siccome nessun congolese e nessun peruviano è mai andato in giro per il mondo a fare stragi, mi viene il dubbio che la lettura del terrorismo islamico come nemesi dei confronti dell’occidente si fonda più su una lettura idealistica della realtà  che su un’analisi storica reale e concreta. Certo, il mondo arabo, a differenza di Africa e Sudamerica (ma non della Cina), ha un passato imperialista che autorizza più che altrove un desiderio di rivincita, che magari facilmente si sviluppa nella retorica della Jihad, ma stiamo parlando di una retorica che coinvolge e investe una ristretta minoranza di persone. Spesso i nostri media ci raccontano di manifestazioni anti-occidentali nel mondo arabo, ma tutte le volte che si va ad analizzare la notizia si scopre che in realtà  i partecipanti erano poche centinaia di persone, poche migliaia in casi eccezionali.
Andando invece sul reale e concreto non si può che constatare che l’ISIS, come altri movimenti fondamentalisti, prosperano, si espandono, si procurano armi e risorse, apparentemente dal nulla. Ma visto che dal nulla le armi non si creano, chi è che le fornisce, chi ha interesse a sostenere movimenti militari fondamentalisti? Noi occidentali? Direi proprio di no e non solo per motivi morali. Guerre come quella in Iraq o quella in Libia rendono precarie le nostre forniture di preziose materie prime; con regimi come quelli di Al Baghdadi è difficile trattare, è difficile garantire flussi commerciali ed economici. Insomma: niente che il cinismo dei potentati economici sul campo possa vedere con favore. A chi invece giova che ci sia una guerra in quelle zone e un movimento fondamentalista al potere? Forse giova proprio a quelle “case regnanti” alle quali da un lato non dispiace che paesi concorrenti nell’esportazione di materie prime siano in crisi, ma soprattutto non dispiace che prosperi chi invita a diffidare di modelli liberal-democratici che, come già  sottolineato, rappresentano una discreta minaccia per regni dalle caratteristiche sociopolitiche medievali. iran_protest_dublin_2.jpgLa “primavera araba” ha fatto prendere una gran paura al “ceto nobiliare” del Golfo e non è un mistero che la maggior parte del budget dell’ISIS arrivi proprio da re e principi di Qatar, Kuwait e Arabia Saudita. Che l’ISIS si sia manifestata proprio a valle della primavera araba potrebbe non essere solo una coincidenza. Si badi, non voglio con ciò dire che dall’altra parte ci siano le masse popolari, che le monarchie si oppongano ad un movimento di popolo che spinge verso la democrazia. La mia impressione è che nella maggior parte delle società  del mondo arabo quella “sfera pubblica”, nel senso che Habermas le attribuisce, ovvero di spazio di elaborazione del pensiero e di costruzione di uno spirito di trasformazione della società , sia ancora ad uno stadio assolutamente embrionale. E tuttavia nella maggior parte dei casi ad una ristretta élite borghese progressista si contrappone un’élite fondamentalista, anch’essa numericamente esigua.
In sostanza tutto lascia intendere quindi che sul piatto ci sia il tentativo di alcuni centri di potere del mondo arabo, da un lato di emarginare il fronte democratico della ribellione anti-Assad, dall’altro di far fallire il modello di democrazia da esportazione che si è cercato di imporre in Iraq, Afghanistan e Libia, e magari di rivitalizzare i movimenti fondamentalisti anche nei paesi in cui sembrano più deboli, il tutto per motivi tutti interni alla società  araba e alle sue élite di potere. In tutto questo di scontro di civiltà  non se ne vede nemmeno l’ombra. Sì, certo, a molti arabi dà  fastidio vedere Maometto rappresentato (visto che rifiutano la rappresentazione del sacro), specialmente se in modo buffo e grottesco, ma più o meno come a tanti cristiani darebbe e dà  fastidio veder rappresentati in modo buffo e grottesco Gesù Cristo o la trinità , senza per questo dove imbracciare le armi. D’altronde come vediamo il Papa ha ben chiarito che non considera quelli di Charlie Hebdo proprio dei grandi mattacchioni…
In definitiva quindi, se leggete o sentite qualcuno, che sia il defunto Samuel Huntington, Al-Baghdadi o Vittorio Feltri, che vi parla di “scontro di civiltà ” non dategli retta e andatevi a mangiare un kebab tranquilli…

Jan 18th, 2015

La civiltà di Belpietro

prima-pagina-libero.jpgSu Libero di oggi Maurizio Belpietro ci spiega che “I musulmani ci odiano”. Chissà  se Belpietro quando lo ha scritto era al corrente che uno degli agenti uccisi a Parigi era anche lui musulmano, di nome Ahmed, e che perfino uno dei redattori uccisi era originario dell’Algeria, di nome Mustapha. moustapha-ourrad.jpgSarebbe magari il caso che Belpietro andasse a spiegare ai familiari di Ahmed e a quelli di Mustapha, alle loro mogli, figli, genitori, che quei valori di libertà  e democrazia per i quali Ahmed e Mustapha sono morti, sono valori che secondo lui in realtà  i due, forse senza saperlo, odiavano.Mi piacerebbe a quel punto che i familiari di Ahmed e di Mustapha gli rispondessero che i loro cari sono morti, insieme alle altre vittime del Charlie Hebdo, per difendere il diritto di personaggi aberranti come Belpietro di scrivere simili idiozie, ahmed-merabet.jpginfischiandosene del cordoglio per chi ieri sera non è tornato a casa dai suoi cari.
Io non so bene se c’è o ci sarà  lo scontro di civiltà  e quale siano queste civiltà  che si scontrano, ma di sicuro la “civiltà ” di Belpietro mi ripugna e non ha nulla a che fare con la mia…

Jan 8th, 2015

Il fact checking sulla sudditanza psicologica

juve-roma-espulsionegarcia.jpgDurante il Campionato di calcio in corso si sono riproposte, in particolare dopo l’incontro Juventus-Roma giocato a Ottobre, le consuete polemiche sugli arbitri e sul loro rapporto con la Juventus, polemiche già  più volte sentite nella scorsa stagione. Ho provato a fare un po’ di fact checking sulle più frequenti asserzioni che si sentono fare da parte di coloro i quali sostengono che gli arbitri risentano di una cosiddetta “sudditanza psicologica” verso la Juventus.
Per prima cosa ho provato a condurre un’analisi complessiva degli errori arbitrali nel campionato scorso, che per molti tifosi romanisti è stato caratterizzato da molti “aiuti” arbitrali a favore della Juventus e contro la Roma. Ovviamente qualunque valutazione sugli errori degli arbitri è assolutamente soggettiva e nelle moviole domenicali sentiamo i pareri più diversi sul medesimo episodio. Mi sono basato quindi per l’analisi su quelle che sono state le valutazioni pubblicate ad ogni giornata di Campionato dalla Gazzetta dello Sport. Mi si contesterà  magari la scelta della “rosea” come fonte imparziale e in effetti imparziale non è, come d’altronde nessun’altra fonte. Tuttavia, nel panorama dell’informazione sportiva italiana, è certamente la fonte più equidistante da Juventus e Roma, sia perché ha sede a Milano, sia perché è, da una parte partner commerciale della Roma, dall’altra proprietà  del gruppo RCS, al cui azionariato partecipano molti dei maggiori gruppi imprenditoriali italiani, tra cui FIAT, Pirelli e Della Valle. Ho sfruttato il lavoro di raccolta fatto dal blog “moviola bilanciata” (insieme all’archivio online della gazzetta stessa) e ho quindi raccolto tutte le valutazioni in un foglio elettronico nel quale ho classificato gli errori in base alla loro entità  (ovvero se il giornalista li considera un vero errore o solo un caso dubbio), alla tipologia (rigore, espulsione, gol annullato, ecc.) e a quanto pesano sull’esito della partita. Dopodiché ho estrapolato un po’ di dati.
Iniziamo dal computo complessivo. La classifica degli errori a favore è dominata dal Milan (31 errori), seguito dal Catania (24). La Juventus è terza con 21 errori ma è seguita a ruota da Napoli (20) e Roma (19). La parte più sorprendente però è la classifica degli errori contro, dove contro ogni riscontro della narrazione mediatica, la Juventus è nettamente la prima (28 errori contro), seguita da Torino e Milan (24 errori). La Roma, anche qui in contrasto con la sua rappresentazione più comune, è molto lontana (17 errori contro) e il Napoli ancora più giù (13 errori contro). E’ da notare che nella differenza tra errori a favore e contro solo Torino e Sassuolo hanno un bilancio più sfavorevole della Juventus. roma-chievo-curva-sud111.jpg
Andiamo ora a puntare l’attenzione sui calci di rigore, solitamente uno dei punti di più frequente contestazione all’operato di un arbitro. Teniamo conto, prima di cominciare, che la moviola scruta il campo con molta più attenzione di quanto non possano fare i direttori di gara. Non sorprenderà  quindi che i rigori erroneamente non concessi siano molti di più di quelli erroneamente concessi (99 i primi, 17 i secondi). Anche qui il risultato dell’analisi è decisamente interessante. I rigori erroneamente non concessi alla Juventus sono stati infatti ben 16, dei quali ben 10 avrebbero, se trasformati, cambiato l’attribuzione dei punti (che vuol dire che, al momento dell’episodio, ci si trovava in parità  o con i bianconeri sotto di un gol). Mentre solo 7 sono stati quelli non concessi contro (solo 5 quelli che avrebbe cambiato l’attribuzione dei punti). Per quanto riguarda la Roma sono stati invece 11 i rigori erroneamente non concessi (8 avrebbero cambiato l’attribuzione dei punti) e 5 quelli non concessi contro (avrebbero tutti cambiato l’attribuzione dei punti). Da notare anche che in tutto il campionato solo un rigore è stato concesso erroneamente alla Juventus (in Juve-Genoa) mentre la Roma ne ha avuti 3. E’ interessante anche notare il rapporto tra rigori concessi e non concessi perché, se fosse statisticamente significativo, potrebbe indicare la propensione degli arbitri a concedere nel dubbio rigori contro o a favore. Mentre il rapporto tra rigori erroneamente non concessi e erroneamente concessi contro la Juventus è vicino alla media (7 contro 1), quello tra rigori erroneamente non concessi e erroneamente concessi a favore è decisamente fuori media (16 contro 1) indicando apparentemente addirittura una ritrosia degli arbitri a concedere rigori a favore della Juventus. E’ un dato interessante anche perché lo ritroveremo in forma analoga più avanti.
Abbandoniamo ora i calci di rigore e andiamo ad analizzare le espulsioni. Intanto il numero di espulsioni non concesse contro la Juventus è uguale a quelle non concesse a favore (7 in tutto), mentre nel caso della Roma le mancate espulsioni contro superano quelle a favore (5 a 4). Per di più le mancate espulsioni di giocatori della Juventus sono comunque in 5 casi su 7 solo dei dubbi, le mancate espulsioni di giocatori avversari sono invece dubbie solo in 2 casi su 7. L’unico dato che non è sfavorevole ai bianconeri è quello dei gol irregolari (5 a favore, 2 contro) che curiosamente è anche però il dato che più di ogni altro è direttamente rapportabile al numero di reti complessive. Considerando infatti che la Juventus ha segnato 80 reti e ne ha subite 23, il dato sopracitato equivale a dire che 1 rete su 16 segnata dalla Juventus era irregolare, mentre lo era 1 rete su 11 segnata dai suoi avversari. Anche qui i numeri sembrano dirci addirittura che gli arbitri siano più propensi ad annullare gol segnati dalla Juventus che dai suoi avversari. Ovviamente, come già  sottolineato all’inizio, c’è una componente di soggettività  in questo computo, in quanto ereditato dalla Gazzetta dello Sport ma, come vedremo anche il freddo computo numerico non dà  maggiori rassicurazioni ai Feddayn della sudditanza psicologica.
Allarghiamo infatti ora il tiro ai Campionati che vanno dal 2006, anno dell’inchiesta di Calciopoli, a quello scorso, analizzando le statistiche circa la concessione dei calci di rigore. Anche qui i risultati sono sorprendenti, come già  diffuso da alcuni siti web. Confrontando infatti i rigori concessi a favore della Juventus negli 8 Campionati (compreso quello di Serie B del 2006-07) con i rigori concessi a favore, nello stesso periodo, delle 8 squadre che nell’arco temporale citato hanno sempre militato in serie A scopriamo che solo il Catania ha avuto meno rigori a favore (41) dei bianconeri (44). La formazione bianconera non solo ha avuto molti meno rigori di formazioni di spicco come Inter, Roma e soprattutto Milan, ma addirittura meno del Cagliari, formazione che solitamente non compete per le prime posizioni.

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Meglio va nel caso di rigori contro alla Juve che comanda la classifica con 29, appena davanti al Milan (32) e parecchio davanti alla Roma (42). Tale e tanta però è la penalizzazione legata ai pochi rigori a favore che la Juve nella differenza tra rigori e favore e contro è solo terza, dietro a Milan e Roma. Il dato è già  sorprendente anche facendo finta di dimenticarsi che la Juventus negli stessi anni è la squadra che ha realizzato più gol e subiti di meno. Se è intuibile, in astratto, che una squadra che segni più gol di un’altra ha anche più probabilità  di avere più rigori a favore, nella realtà  non c’è nulla che ci dimostri che c’è un rapporto lineare tra questi dati. Se però proviamo a vedere qual è il rapporto tra gol segnati e rigori avuti per le squadre che negli 8 anni citati hanno partecipato almeno 7 volte alla Serie A scopriamo alcune altre cose interessanti.

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Sia il rapporto tra gol segnati e rigori a favore, che tra gol subiti e rigori contro si attesta per la maggior parte delle compagini tra lo 0,10 e lo 0,15, con pochissime eccezioni. Questa distribuzione, nella quale tra l’altro le squadre più titolate sono mescolate alle società  più modeste, sembra avvalorare la tesi per la quale ci dovrebbe essere una diretta proporzionalità  tra gol e rigori. Una delle poche deviazioni rispetto alla distribuzione sopra menzionata è proprio la Juventus, non in positivo ma in negativo; per quanto riguarda infatti i rigori a favore la squadra torinese è nettamente ultima, ovvero quella alla quale gli arbitri concedono rigore con maggiore difficoltà , per quanto riguarda invece i rigori contro i bianconeri si collocano a metà  classifica. Anche qui il mito dei rigori facili alla Juve pare crollare. Curioso semmai che la Juventus risulti molto più penalizzata nell’ambito dei rigori a favore.
Se poi limitiamo l’analisi ai rigori nei soli scontri diretti con la Roma, da sempre rappresentata come la prima vittima delle angherie arbitrali, la sudditanza psicologica incontra una vera Caporetto. Se guardiamo infatti gli ultimi venti incontri di Campionato tra Juventus e Roma scopriamo che il numero di rigori concesso alle due squadre è lo stesso (7 a testa), a dispetto del fatto che negli stessi venti incontri la Juventus abbia realizzato 41 gol contro i 19 della Roma. Non va diversamente per quanto riguarda i derby di Torino, su cui spesso i tifosi granata hanno avuto di che lamentarsi. Negli ultimi venti derby di Campionato infatti i rigori concessi alla Juve sono stati 5 contro i 4 concessi al Toro, a dispetto di una disparità  abissale per quanto riguarda le realizzazioni (37 contro 15). Se confrontiamo la media rigori/gol per Roma (0,36) e Toro (0,26) negli scontri diretti con la Juventus, con i dati sopracitati in tabella, ne concludiamo che in effetti se c’è anomalia in termini di rigori concessi in queste occasioni contro la formazione bianconera è un’anomalia per eccesso, non certo per difetto. chiellini-gomitata-a-pjanic.jpeg
Un altro tema spesso tirato in ballo nella scorsa stagione per argomentare i presunti favori alla Juventus è stata la fallosità  di Giorgio Chiellini. Chiellini è un difensore della Juventus, del quale alcuni avversari lamentano l’eccessivo uso dei gomiti e per questo spesso chiedono sanzioni disciplinari nei suoi confronti, anche prima del caso della gomitata a Pjanic che gli costò una squalifica per prova tv, dopo il Roma-Juventus dello scorso Campionato. In realtà , sempre secondo la Gazzetta dello Sport, l’unico episodio meritevole di espulsione nel Campionato 2013-14 per quanto riguarda Chiellini è appunto quello di Roma. C’è però chi fa notare che, al di là  della scorsa stagione, nella sua carriera alla Juventus Chiellini è stato espulso in Campionato solo due volte, troppo poco secondo i suoi detrattori. I fedeli della teoria della sudditanza psicologica ricordano come invece in campo internazionale è stato espulso 2 volte ma su solo 54 incontri, quindi con una media decisamente più elevata. In effetti Chiellini nelle 272 partite di Campionato disputate con la Juventus è stato espulso solo due volte (questi e  i successivi dati sulle espulsioni sono stati raccolti su www.footballdatabase.eu) e in nessuno dei due casi per una gomitata (una volta fu per un diverbio con il parmense Morfeo, un’altra fu per un fallo da tergo sul giocatore della Triestina Kalambay). Nemmeno prima di approdare alla Juve però i gomiti costavano cari a Chiellini. Il giocatore, nei suoi 84 incontri di Campionato con Livorno e Fiorentina, era stato espulso solo una volta, per doppia ammonizione, la seconda delle quali dovuta ad un fallo di gioco. Giova ricordare poi che neanche nelle Coppe Europee è stato mai espulso per una gomitata, la prima espulsione la collezionò nella Champions League 2008-09 contro il Chelsea (doppia ammonizione, la seconda per un intervento in tackle scivolato su Drogba), la seconda nella Champions League 2013-14 contro il Real Madrid per un fallo da ultimo uomo (in realtà  molto discutibile) su Ronaldo. Essendo il fallo in oggetto una sbracciata ed essendo che Ronaldo accentuò molto gli effetti del fallo c’è chi credette che quella espulsione fosse stata decretata dall’arbitro per una gomitata, ma il referto dell’arbitro Grafe tolse ogni dubbio in merito. Aggiungerei che Chiellini ha giocato in campo internazionale anche 74 incontri con la nazionale senza essere mai espulso. Si deve quindi concludere che anche in campo internazionale i gomiti di Chiellini siano considerati “tollerabili”.
Un altro giocatore sotto osservazione è Stephan Lichtsteiner, espulso per la prima volta da quando è alla Juventus nel recente derby della Mole. Fino ad allora, nonostante sia considerato un giocatore piuttosto emotivo, non era mai stato espulso nella sua carriera bianconera, sia in campo nazionale (105 presenze in Campionato e 8 tra Coppa Italia e Supercoppa) sia in campo europeo (19 presenze). Anche qui è fin troppo facile il confronto con le precedenti esperienze: prima di approdare alla Juve, alla Lazio aveva giocato 110 incontri tra Campionato e Coppa Italia senza essere mai espulso. Nelle altre 129 partite disputate con la maglia del Lille e del Grasshoppers è stato espulso una sola volta, così come una sola volta nella Nazionale svizzera su 71 incontri. La sua esperienza juventina pare quindi essere in linea con la sua media. Sull’altro fronte, quello romanista, spicca Daniele De Rossi, capace di collezionare 8 espulsioni in 349 gare di Serie A, per un totale di 9 su 404 gare in ambito nazionale (1 ogni 45 incontri). Sono in linea con la media di espulsioni collezionate in campo internazionale (coppe europee più nazionale) dallo stesso giocatore, 3 in 166 incontri (ovvero una ogni 55 gare). Non va diversamente a Totti, espulso 11 volte in 572 gare di Serie A, e 13 su 630 complessive in Italia (1 ogni 48 partite). Il popolare “Pupone” ha però raccolto anche tre cartellini rossi in 151 gare internazionali (1 ogni 50 partite). Anche qui la media è quindi quasi perfettamente allineata. Se congiura c’è quindi è su scala internazionale. Ancora peggio di loro però ha fatto un giocatore come Philippe Mexes, che ha collezionato nelle 7 stagioni alla Roma 182 partite di Campionato e ben 7 espulsioni (in media 1 espulsione ogni 26 incontri); a lui però è andata addirittura peggio in campo internazionale negli stessi 7 anni (4 espulsioni su 65 gare!) e passando al Milan la situazione non è migliorata (2 espulsioni su 67 gare, con una media di una espulsione ogni 32 esibizioni). Un giocatore come Taddei, dalle caratteristiche certamente non remissive, nella Roma ha giocato in Italia 252 incontri venendo espulso solo due volte. Simone Perrotta, altro giocatore piuttosto sanguigno ha disputato in Italia 299 gare con la Roma subendo solo 4 espulsioni, mentre in campo internazionale ha disputato 97 incontri e subito un’espulsione. Non sono molti i giocatori che hanno avuto significative esperienze sia nella Roma che nella Juventus e con i quali poter fare un confronto diretto. Tuttavia Alberto Aquilani, che ha disputato in campo nazionale 34 incontri con la maglia della Juventus e 120 con quelli della Roma, non è mai stato espulso in nessuna delle due compagini. Jonathan Zebina ha disputato in Serie A con la Roma in ambito nazionale 97 incontri venendo espulso 4 volte, ma anche con la Juventus in 104 incontri è riuscito a farsi espellere 2 volte. Emerson ha disputato con la Roma in campo nazionale 114 gare venendo espulso due volte. Con la Juventus ha giocato 71 incontri venendo espulso 1 volta. Marco Motta ha disputato nella Roma 32 incontri venendo espulso una volta, nella Juventus ne ha disputati 27 venendo espulso una volta anche qui. Tutto sembra quindi suggerirci che l’alto numero di espulsioni collezionate da De Rossi, Totti e Mexes sia legato alla condotta dei tre giocatori più che alla squadra in cui giocano.
Andiamo ai numeri totali e confrontiamo le espulsioni complessive di Juventus e Roma. Se contiamo di nuovo a partire dal 2006 scopriamo che è vero che la Juventus in Campionato ha subito meno espulsioni della Roma, 36 contro 54, ma si è anche avvantaggiata di meno espulsioni comminate ai suoi avversari, 50 contro 64. In definitiva il bilancio tra espulsioni a favore e contro è di +14 per la Juventus, +10 per la Roma. Non è irrealistico pensare che la differenza, pur lieve, sia legata al diverso rendimento medio delle due formazioni. Infatti il bilancio prima considerato, laddove si considerino i soli Campionati in cui si sono classificate prime o seconde in classifica, sale a +17 per la Juventus e addirittura +21 per la Roma, a testimonianza di un verosimile legame tra rendimento e correttezza disciplinare. Sembrerebbe semmai che negli incontri della Juventus ci siano complessivamente meno espulsioni che in quelle della Roma. Questo sembra più attribuibile però ad un diverso modo di giocare delle due squadre che ad un diverso atteggiamento dei direttori di gara teso a favorire la Juventus. Considerando che la Juventus è solitamente mediamente più forte tecnicamente degli avversari, se davvero ci fosse la volontà  dei direttori di gara di favorire la Juventus sarebbe semmai ipotizzabile che utilizzassero, quando dirigono la Juve, un metro più severo, non il contrario.
Approfondiamo ora un altro tema. Al termine del già  citato Juventus-Roma il capitano della Roma Totti ebbe infatti a dirsi stufo di “arrivare sempre secondo dietro alla Juve”. Già  molti hanno fatto notare che in realtà  da quando Totti gioca nella Roma i giallorossi sono arrivati solo due volte secondi dietro ai bianconeri (nella stagione 2001-02 e nella scorsa stagione), mentre una volta i ruoli si sono invertiti (stagione 2000-2001). 2001-05-06-juventus-roma-2-2-gol-2-1-di-nakata.jpgC’è però chi sottolinea che la Roma, nella sua storia, ha vinto solo tre volte il Campionato ed è arrivata invece ben 12 volte seconda, lasciando intendere che questo squilibrio indicherebbe una tendenza del “sistema” a danneggiare la Roma quando stia duellando con altra squadra (in particolare quando l’altra è la Juve). Vediamo se effettivamente ci sono delle anomalie nella distribuzione dei piazzamenti di Roma e Juventus che avvalorino questa “tesi”. Provo per prima cosa a definire il quadro, a partire da quello della Juventus. La formazione bianconera è arrivata, nel Campionato italiano, prima per 32 volte (contando anche i due scudetti revocati), seconda 21 volte, terza 12 volte. Se contiamo i soli campionati dall’introduzione (1930) del girone unico (lo faccio perché è più facile determinare la posizione in classifica) siamo a 30 primi posti, 18 secondi, 9 terzi posti, 7 quarti posti, mentre solo 19 volte la Juve è arrivata oltre il quarto posto. Il tutto mi porta a dire che la Juventus negli 83 Campionati dal 1930 ad oggi ha avuto un rendimento mediamente molto elevato rispetto a tutte le altre. Il che può essere spiegato, ovviamente, o in base ad un superiore valore medio del suo organico o ad altri fattori “esterni”. Non potendo indagare questi fattori “esterni” in questa sede mi sono limitato a cercare anomalie nella distribuzione dei piazzamenti che lascino intendere che quando la Juventus fatica a primeggiare il “sistema” cerchi di aiutarla. Dei trenta primi posti conquistati dalla Juventus da quando c’è il girone unico, sedici sono stati conquistati con almeno due vittorie di distacco dalla seconda (4 punti ai tempi dei 2 punti a vittoria, 6 punti da quando i punti per la vittoria sono 3). Dei 18 secondi posti raggiunti da quando c’è il girone unico, in 7 occasioni la Juve ha a sua volta subito un distacco pari ad almeno due vittorie. Considerando quindi i campionati rimanenti come quelli “combattuti” in tali campionati possiamo dire che la Juve ha vinto 14 volte e ha perso 11 volte, che è un rapporto meno favorevole di quello generale tra primi e secondi posti, il che intuitivamente è prevedibile perché si suppone che siano Campionati in cui il valore tra la Juventus e la sua rivale fossero vicini. Ma è anche altrettanto prevedibile che il risultato finale veda una prevalenza, sebbene risicata, di vittorie per la Juventus, visti i rapporti di forza medi visti sopra. In sostanza, è vero che la Juventus vince molto sovente, ma il problema è capire se vince sovente perché sovente è la più forte o perché viene aiutata quando la situazione è in bilico. La linearità  e la coerenza dei dati sopra esposti sembra far propendere per la prima ipotesi.
Andiamo però allo specifico dei duelli con la Roma. La Roma ha vinto tre volte il campionato, 12 volte è arrivata seconda, 5 volte è arrivata terza e solo 2 volte è arrivata quarta (tutti piazzamenti successivi all’introduzione del girone unico). Quindi dal 1930 è giunta tra le prime tre 20 volte contro le 57 della Juventus e tra le prime quattro 22 volte contro le 66 della Juve. La Roma è giunta seconda dietro alla Juve 6 volte su un totale di 12 secondi posti. Visto che La Juve ha vinto il 36% dei Campionati dal 1930 a oggi, non è particolarmente strano che, quando la Roma è arrivata seconda, nel 50% dei casi prima sia stata la Juve. Si noti che la Roma è arrivata quattro volte seconda dietro all’Inter (il 33% delle volte) che ha vinto solo il 19% dei Campionati disputati dal 1930 ad oggi. Se è vero poi che la Roma è giunta sei volte seconda dietro alla Juve è vero anche che la Juve è giunta seconda dietro alla Roma due volte. Siamo a un rapporto uno a tre che curiosamente è anche quello che c’è tra le presenze delle due squadre tra le prime quattro. Ovvero, se la Juve dal 1930 è oggi è stata mediamente è un po’ più forte della Roma non è strano che anche laddove Juve e Roma si siano contesi il Campionato la Juventus abbia prevalso più spesso rispetto alla Roma. Se infine limitiamo il conto ai campionati “combattuti” (vedi criterio sopra adottato) possiamo dire che nei duelli “testa a testa” due volte ha vinto la Juve, una volta ha vinto la Roma. Anche qui francamente non mi riesce di intravvedere in tutto ciò qualcosa di “sospetto”. Al di là  del confronto con la Juventus, è certamente in assoluto insolito che la Roma abbia ottenuto così tanti secondi posti, ma lo è sia rispetto ai primi posti che rispetto ai terzi e quarti posti. L’anomalia sembra quindi più l’abbondanza di secondi posti che la carenza di primi. Se confrontiamo l’andamento della Roma con quello della Lazio vediamo che i biancazzurri sono giunti 21 volte tra le prime quattro (contro i 22 della Roma) e hanno vinto però solo due campionati contro i tre della Roma, quindi hanno addirittura un rapporto più sfavorevole rispetto ai giallorossi. Ancor peggio va alla Fiorentina, 25 volte tra le prime quattro, e capace anch’essa di vincere solo due volte il Campionato. Anche in questo senso non sembra che l’aver vinto solo tre Campionati testimoni una qualche polarizzazione contraria alla Roma.
Siamo giunti alla fine di questa lunga trattazione, le cui conclusioni sembrano a questo punto fin troppo scontate. Da qualunque parte si osservi la questione, non c’è nulla, ma proprio nulla, che ci lasci pensare che nelle asserzioni di chi accusa gli arbitri di favorire la Juventus ci sia anche solo un fondo di verità . Anzi, come visto, c’è una leggera tendenza sfavorevole, soprattutto in alcuni ambiti come quello dei rigori a favore, particolarmente visibili dal punto di vista mediatico. Sarebbe interessante chiedersi il motivo di tale tendenza ma esulerebbe dagli scopi di questo articolo, il cui scopo è invece di segnalare che la simpatia degli arbitri verso la Juventus, come tanti altri dogmi che riempiono le nostre discussioni quotidiane, sopravvive a dispetto della totale assenza di elementi oggettivi che la testimonino e questo nonostante il calcio si presti maggiormente, rispetto ad altri ambiti del nostro quotidiano, a confutare, numeri alla mano, le false credenze. Il fatto che questi fenomeni accadano ancora nell’epoca del web 2.0, nella quale le informazioni per sfatare certi miti sono facilmente reperibili, merita certamente una riflessione.

Dec 29th, 2014

Matteo contro (o pro) Matteo

Era nell’aria, da lungo tempo si sentiva che il momento si stava avvicinando. Alla fine è successo. Salvini ha chiesto scusa al Sud. Ha detto di aver sbagliato, che il Sud non lo conosceva, eccetera… Un discorsetto facile facile, da ragazzino che cerca di farsi perdonare per aver maltrattato un suo compagno di scuola. Nella realtà  una svolta epocale, anche se fatta nello stile comunicativo infantile e casereccio della Lega di Salvini.
matteo-salvini-nudo-oggi.jpgNella realtà  Salvini ha capito una cosa molto importante. Ha capito che il mercato elettorale era pronto per una svolta programmatica, che è la presa d’atto di un clima che è molto cambiato rispetto a quando 24 anni fa la Lega con le elezioni regionali del 1990 si affacciava sull’arena politica nazionale. Il clima era cambiato già  da tempo e la Lega nelle sue idee, nella sua retorica, nel suo discorso pubblico, ben prima che nelle conseguenze diplomatiche di questi giorni, da tempo ne aveva preso atto. Pensiamo un po’ a com’era l’Italia dei primi anni ’90: un paese che usciva dalle sbornie di autocompiacimento craxiano degli anni ’80, convinto di poter essere una grande potenza nonostante tutto, nonostante malaffare, corruzione, mafia. E, se grande potenza non eravamo, credevamo fosse perché da qualche parte quelle palle al piede pesavano, e senza quelle palle al piede avremmo tranquillamente potuto aspirare ad un posizionamento di primo piano nello scacchiere internazionale. Non era difficile identificare semplicisticamente quelle palle al piede nel Sud, nell’arretratezza economica e sociale del Mezzogiorno. E così l’operazione Lega nacque contrapponendo l’operosità  mitteleuropea del Nord, della Padania, alla corruzione meridionale. Il mito millenaristico era quello della Padania libera dal giogo dell’Italia unitaria, pronta a fiorire in una nuova età  dell’oro. Gianfranco Miglio, ideologo della prima Lega, non nascondeva di avere nell’Europa centrale il suo nucleo ispiratore. Non dico che quella Lega fosse europeista, troppo calata nella sua logica localistica per guardare lontano come fanno oggi i catalani o gli scozzesi, ma se non lo era programmaticamente, lo era in termini di modelli di riferimento. Poi gli anni sono passati: la crisi della nostra economia, il declino prima della grande industria, poi di quella media e piccola, ci ha allontanato dall’ottimismo di allora. Abbiamo scoperto che corruzione, malaffare, mafia sono ormai diffuse sull’intero territorio nazionale, senza esclusioni. Nel frattempo erano successe nel mondo un po’ di altre cose: è arrivata la globalizzazione, è arrivata la concorrenza dei paesi emergenti, è arrivato l’Euro, sono così crollati tutti quei meccanismi di protezione della nostra economia che ci facevano sentire ricchi anche se non le eravamo. Altri si sono adeguati, noi no, troppo impegnati come eravamo a stabilire se Berlusconi fosse agibile o meno. E così piano piano ci siamo ritrovati a cambiare prospettiva. Malaffare, corruzione, mafia sono diventati qualcosa di più accettabile. Per carità  ci danno fastidio, ma dov’è che non c’è corruzione? Dov’è che non c’è Mafia? Da noi di più? Vabbé, butto lì due numeri trovati su facebook e ti faccio vedere che non è vero… Eppoi anche negli anni del boom economico c’era la Mafia eppure le cose andavano bene, e altri luoghi comuni…
Insomma la nostra collocazione in Europa, che appariva un tempo alla classe media padana una ciambella di salvataggio per sollevarci dalla cloaca meridionale, è diventata oggi per la stessa classe media un ottimo capro espiatorio per spiegarsi come mai le cose oggi vadano peggio di ieri. La causa oscura delle nostre sventure che ieri era il Sud oggi è il Nord (ovvero l’Europa). L’importante è cercare di non dire mai agli italiani che la causa sono loro, molti non gradirebbero. Salvini ha preso atto di questo mutamento, ha lentamente spento i fari sul Sud Italia, mantenendoli ben accesi e fissi invece sugli stranieri, facendo della xenofobia l’elemento di continuità  tra Vecchia Lega e Nuova Lega. Così come le aziende in fase di rebranding utilizzano un testimonial di successo per esprimere continuità  verso la propria clientela (vedi il caso di Megan Gale al tempo del rebranding tra Omnitel e Vodafone) così Salvini ha usato il mito dell’immigrato causa di tutti i mali per non smarrire per strada l’elettorato tradizionale della Lega. Nel frattempo però tutto cambiava attorno a quel mito e oggi ci ritroviamo con una Lega nazionalista, anti-europea, anti-tedesca, che trova in modelli autoritari i propri riferimenti, quello di Casa Pound in Italia, quello russo o addirittura quello nordcoreano all’estero. Anche qui Salvini si rende conto che un modello autarchico per non dire autosegregativo come quello del ritorno alla Lira, mal si concilia con un modello liberaldemocratico e anche qui sta la svolta della Nuova Lega. Non dico che la Vecchia Lega fosse schiettamente democratica ma era, come già  sottolineato, comunque influenzata dai modelli a cui si ispirava che erano quelli centro-europei. Oggi non è più così e anche i modelli istituzionali vanno cercati altrove. Il rischio di quest’operazione potrebbe essere che l’elettorato che continua a nutrire mire più schiettamente autonomistiche possa prendere strade diverse, specie oggi che le esperienze di Scozia e Catalogna ne fanno un modello in ascesa. Tuttavia penso che questo sia un problema secondario almeno per il momento.
Fin qui ho parlato di Salvini e di un’operazione, quella della Nuova Lega, che ritengo sia destinata al successo, ovvero a portare la Lega a diventare egemone nell’area politica che si colloca a destra del PD. Un successo che invece non prevedo per Grillo che, al contrario, seguendo a ruota Salvini sul piano programmatico, senza averne il retroterra sociopolitico, sta solo sfasciando il suo Movimento. Il problema però è ancora una volta quella classe media padana e italiana che di questa operazione di marketing politico è il target. Un tempo Montanelli diceva che l’Italia quando va a destra va al manganello e credo che il vecchio Indro, profondo conoscitore del ceto medio padano, continui ad avere ragione. Sembra proprio che nella classe media italiana la capacità  autocritica e quindi autoriformatrice sia straordinariamente rara, pare molto più attraente un nemico comune: ieri il meridionale, oggi l’immigrato, domani il tedesco. Pare molto più attraente un passato (il boom economico e la lira) a cui guardare con nostalgia. Pare molto più attraente il leader che prenda per mano il paese, piuttosto che quello che lo aiuti a camminare con le sue gambe. Ci si potrebbe chiedere perché in altri paesi il ceto medio riesce a trovare in modelli liberaldemocratici di ispirazione liberale il centro di aggregazione della propria componente più conservatrice e invece in Italia il ceto medio finisce o a prendere a bordo chi si ispira a modelli autoritari oppure a confluire in strani ibridi quali l’attuale coalizione renziana. Che il vecchio pallino dei liberisti di casa nostra, ovvero l’articolo 18, sia stato liquidato da una coalizione guidata dal maggior partito di sinistra e da un paio di partitini di area liberale dal peso elettorale irrilevante è assolutamente significativo da questo punto di vista. C’è chi sostiene che il problema del nostro ceto medio è il basso livello di scolarizzazione che lo espone a ventate populiste più di quello di altri paesi. Sarà  ma è certo che la normalizzazione del nostro quadro politico è ancora ben di là  da venire.
matteo_renzi_giugno_2013.JPGE qui veniamo all’altro Matteo, ovvero Matteo Renzi, che da qualche settimana è quasi oscurato dal suo omonimo Salvini. Dispiacerà  a Renzi che Salvini abbia tutta questa visibilità  e che stia raccogliendo tutti questi consensi? La mia impressione è che non abbia molti motivi di preoccuparsi, anzi. Se l’idea di avere un partito neonazionalista, con simpatie autoritarie, che raggiunge percentuali sopra il 10% non può far piacere a me e a molti dei lettori di questo blog, ha buone probabilità  di allontanare parte dell’elettorato centrista dalla destra e tenerlo proprio aggrappato al centrismo renziano. Il suicidio di Grillo e del M5S nel rincorrere tematiche leghiste ha un probabile effetto collaterale: quello di perdere consensi soprattutto tra l’elettorato progressista e questo elettorato difficilmente andrà  verso Salvini. Il risultato insomma per Renzi è di avere un rivale debole, debole perché estremista, debole perché il suo partito ha alle spalle anni di governo nazionale e locale che ha propiziato la crisi attuale, debole a causa di un’eredità  regionalista che gli renderà  difficile trovare vasti consensi al Sud, debole perché cannibalizzato da Grillo, debole anche se dovesse essere sostenuto dal sistema mediatico berlusconiano, perché comunque non è Berlusconi e a Berlusconi appoggiare un candidato perdente in questa fase fa comodo, per garantirsi un accettabile potere di ricatto sulle istituzioni, senza esporsi troppo in prima persona. Insomma, così stando le cose, una vittoria alle prossime elezioni si profila fin troppo facile per Renzi, alleggerito dal suicidio di massa pentastellato, e che per di più non sembra trovare una valida concorrenza nemmeno alla propria sinistra. E’ una buona notizia per il paese? Francamente temo di no, a prescindere da ciò che si pensi di Renzi. E’ una cattiva notizia perché l’Italia è un paese che ha bisogno di svolte coraggiose, di energia trasformativa, di progetti complessivi di paese da mettere in competizione. Ho la franca impressione che realizzare tutto ciò con listoni trasversali in cui si sovrappongono culture e visioni differenti e al quale una tranquilla navigazione garantisce di per sé la vittoria elettorale, sia discretamente illusorio. Spero francamente di sbagliarmi.

Dec 11th, 2014

Un marziano a Roma

ignazio_marino_-_festivaletteratura_2012_02.JPGRoma è la capitale d’Italia e qui non ci piove. Roma è anche di gran lunga la città  italiana più popolosa. E’ anche quella più ricca di storia, forse la più bella, e se ci penso bene magari mi viene in mente qualche altro primato. Tutto questo, a mio avviso, non è sufficiente a spiegare il motivo per il quale il Sindaco di Roma Ignazio Marino è una presenza costante su giornali e telegiornali.
Anche perché, attenzione, non se ne parla quando inaugura la nuova linea del metrò (che non sarà  merito suo ma quante volte abbiamo visto politici appena eletti vantare risultati non propri, in un tripudio di tromboni?), o quando vanta i risultati conseguiti nell’ambito della raccolta differenziata.
Se ne parla quando circola con il permesso dello ZTL non in regola; il che non sarà  una dimostrazione di grande efficienza della macchina comunale, ma non mi pare per contro meritevole delle richieste di dimissioni, di per sé grottesche, venute da alcuni esponenti della politica romana, grottesche anche prima di scoprire che tra i richiedenti le dimissioni ci sono alcuni protagonisti dello scandalo di parentopoli ai tempi della giunta Alemanno.
Si parla di Marino quando ci sono le rivolte contro il degrado delle periferie, problema noto e certamente rilevante, ma difficilmente addebitabile direttamente ad uno che è sindaco da un anno e mezzo.
Si parla di Marino anche quando trascrive i matrimoni gay, anche se l’hanno fatto già  molti altri comuni, tra i quali Milano e Napoli, garantendogli l’ostilità  dell’opinione pubblica cattolica e conservatore, di non secondaria importanza soprattutto a Roma.
E allora come mai questo presenzialismo mediatico tutt’altro che gradito? Cos’ha mai fatto di male il chirurgo di Genova per finire in prima pagina ogni volta che mette un piede in fallo (ammesso che l’abbia messo)? C’è chi dice che molti non gli hanno perdonato la chiusura della discarica di Malagrotta. C’è chi dice che non gli hanno perdonato lo stop alle assunzioni clientelari divenute una consuetudine ai tempi della precedente giunta. C’è chi dice che non gli hanno perdonato le molte pedonalizzazioni. Insomma, diciamo che, come spesso accade nella nostra penisola, l’attivismo, la propensione a rompere con il passato, la riluttanza a venire a compromessi con cordate e potentati sembra aver scatenato un putiferio, e anche il resto dell’opinione pubblica, come per il marziano di Ennio Flaiano, dopo averlo apprezzato al tempo del suo atterraggio a Roma, sembra ormai indifferente alla sua diversità . D’altronde sembra che i media mainstream non abbiano mancato di manifestare tutta la loro collusione con certi potentati, correndo subito in loro soccorso con una opportuna campagna stampa.
Ma come sempre non è questa la stranezza: non mi aspetto che lobby messe da parte siano contente, non mi aspetto che svolte decise non raccolgano lamenti e mugugni, non mi aspetto che la stampa italiana che da quelle lobby dipende mani e piedi rimanga insensibile.
Quello che ancora mi sorprende è che la gogna mediatica non susciti dubbi, che sia normale che una classe dirigente che riesce ad organizzare giri di tangenti anche attorno ad un torneo di ramino chieda le dimissioni di un sindaco per un permesso ZTL scaduto, che pochi, quasi nessuno, si meravigli.

Nov 30th, 2014

Non piango per mio figlio

A proposito della strana crisi nella quale si vengono improvvisamente a trovare le più elementari norme sociali, quando di mezzo ci sono i nostri figli, ci sono un po’ di storie che vorrei raccontarvi o ricordarvi.
madrevincenzoiacolare.jpgLa prima forse la conoscete già : è quella del quattordicenne di Napoli seviziato con il compressore di un autolavaggio. L’autore del crimine è un tale Vincenzo Iacolare di ventiquattro anni che, non contento di prendere in giro un ragazzo del suo quartiere per la sua obesità , ha pensato bene, un bel giorno, di sottoporlo a tortura con un compressore da autolavaggio. Il malcapitato è finito in ospedale con lesioni molto gravi. Forse ancora più aberrante dell’idea stessa di sottoporre a tortura un ragazzo per prenderlo in giro è il liquidare questa vicenda come “Uno scherzo”. E’ infatti la madre di Vincenzo ad aver ha ripetutamente affermato che «Era solo uno scherzo senza malizia, state esagerando…». Mi rendo conto che la miseria umana produce altra miseria umana ma credo ci sia qualcosa di più che una semplice famiglia sbagliata, di un’assenza di valori, dietro a questo episodio.
scuola-gozzano-rivarolo.jpgE allora vengo alla seconda storia che probabilmente non conoscete, perché avvenuta in quella landa desolata che si chiama Piemonte, regione oscura del nostro paese, che sale piuttosto raramente agli onori della cronaca. E’ la storia di un ragazzino di Rivarolo Canavese, storia che vi racconterò così come da testimonianze dirette o indirette raccolte. Il ragazzino ha 11 anni, frequenta le medie con qualche difficoltà  ed è assistito da un’insegnante di sostegno. La diversità  genera reazioni diverse: c’è chi, ovvero la maggioranza dei suoi compagni, guarda a lui con simpatia e affetto, ma c’è anche chi dalla diversità  è infastidito. Ad una sua compagna, più grande ma nella sua stessa classe causa bocciatura, il ragazzino non è molto simpatico e, secondo i compagni, lei lo molesta continuamente. Un giorno il ragazzo non ne può più e le dà  uno spintone, lei non si fa niente, almeno così sostengono i testimoni. Improvvisamente però salta fuori un graffio al collo che i maligni dicono si sia fatta lei da sola per meglio giustificare quanto segue. Sta di fatto che va dal suo fidanzatino, un ragazzo più grande che frequenta l’ITIS, a raccontarle quanto accaduto. Costui aspetta fuori dalla scuola il ragazzino e lo pesta di brutto, mandandolo in ospedale con un occhio a rischio. I genitori del ragazzino, convocati a scuola per riferir loro l’accaduto, si ritrovano, all’uscita dell’istituto, di fronte a loro l’autore del pestaggio che li affronta minacciosamente. Non so come riescano a non cadere nel tranello di reagire ma ci riescono e, senza attendere un minuto, vanno dai carabinieri. Vi aspettereste che le famiglie della coppietta reagiscano con scuse o altro nei confronti della famiglia del ragazzino? Purtroppo assolutamente niente, non una parola contro i loro figli. Anzi, pochi giorni dopo, la madre della ragazza rilascia un’intervista ad un foglio locale in cui lamenta l’isolamento di cui la figlia è stata oggetto a scuola, dopo gli eventi accaduti. Il bello è che la superficialità  dell’articolista trasmette a chi legge perfino l’impressione che abbia pure le sue ragioni e ci sia davvero una persecuzione in atto. Ovviamente nelle parole della madre non c’è una parola di autocritica, non una scusa, nulla da cui traspaia un minimo di rincrescimento per aver fatto mandare in ospedale il ragazzino.
michael-zehaf-bibeau.jpgLa terza storia si svolge ad Ottawa, in Canada. E’ quella di un tizio, figlio di madre canadese (funzionaria dell’ufficio immigrati e rifugiati) e di padre libico che, dopo il divorzio dei genitori, comincia a dedicarsi a piccole attività  criminali. Poi si converte all’Islam, inizia a simpatizzare per la guerriglia libica e decide di trasferirsi in Libia ma non gli concedono il passaporto. Così decide, nel suo delirio, di compiere un’azione estrema. Va al Parlamento di Ottawa e si mette a sparacchiare in giro ammazzando un soldato, di guardia al Memoriale di Guerra, Nathan Cirillo (foto a fianco). Alla fine gli sparano e la sua tribolata vita finisce lì. Immagino che lo scoprire che tuo figlio è un terrorista sia qualcosa che mette a dura prova la tua autostima e probabilmente qualche colpa ce l’hanno i genitori se il loro figlio diventa un terrorista. Però mi ha colpito quanto ha dichiarato Susan, la madre dell’omicida, a nome di entrambi i genitori: “If I’m crying it’s for the people, Not for my son.“, “Se piango è per le vittime, non per mio figlio“. Mi si dirà  che sono reati diversi e sono contesti diversi, mi si dirà  che è un po’ più difficile giustificare un attentato terroristico rispetto ad un semplice atto violento, ma non spendere neanche una lacrima per un figlio morto è un comportamento tanto insolito da richiedere una riflessione, anche se si tratta di un folle omicida.
campana_vetro.jpgChe cosa ci porta ad assolvere i nostri figli sempre e comunque? Cosa ci spinge a scordarci quelle stesse regole che in altri casi brandiamo come il più profondo dei nostri valori, non appena scopriamo che ad averle violate è sangue del nostro sangue? Credo che l’origine stia nel pensare che i legami di sangue siano talmente forti e sia tanto doveroso onorarli fino in fondo, da poter sacrificare, nel loro nome, i nostri legami con le regole sociali e quindi con la società  stessa. Purtroppo è un errore, perché, continuando a trasmettere ai nostri figli l’idea che la tua mamma ti giustificherà  sempre qualunque cosa tu faccia, che c’è sempre un tribunale, quello dei tuoi genitori, dove sarai sempre assolto, ti fai solo complice della loro difficoltà  di stare nelle regole, di stare nella società , di convivere secondo norme condivise con gli altri, ovvero con quella parte del loro mondo che non ha nessuna particolare voglia di giustificarli.
Quella madre di Rivarolo è forse la prima colpevole dell’isolamento di sua figlia anche se probabilmente non se rende conto. Ma d’altronde magari anche Susan aveva giustificato suo figlio la prima volta che aveva rapinato un drugstore o che aveva spacciato droga. Magari solo ora ha capito di aver sbagliato. Oppure non lo ha fatto davvero mai e suo figlio è finito così di suo, anche questo è un rischio che esiste. Ma quello che è certo è che farsi complice delle difficoltà  sociali di nostro figlio è quanto più aberrante un genitore possa fare, eppure, senza probabilmente rendersene conto, è quanto moltissimi genitori fanno ogni giorno.

Nov 19th, 2014

Il fatto non sussiste

Negli stessi giorni in cui con questa formula, che suona quasi beffarda quando riferita a processi dal lungo e travagliato iter, a Roma la Corte d’Appello assolveva tutti gli imputati dell’omicidio di Stefano Cucchi, un processo meno famoso, ma che ha comunque toccato le corde più intime di molti genitori, approdava allo stessa conclusione. Si tratta del processo di Pinerolo per le presunte violenze commesse nell’asilo “Nel paese delle meraviglie”. Dopo una condanna in primo grado, le maestre accusate di violenza sono infatti state assolte proprio con la stessa formula: “Il fatto non sussiste“.
asilopinerolo.JPGNon voglio lasciare in chi legge nemmeno il dubbio che io intraveda tra le vicende qualcosa in comune, che non sia appunto la formula della sentenza. La vicenda di Stefano Cucchi rientra in uno dei tantissimi casi in cui gli apparati dello Stato decidono di autoassolversi, a dispetto di ogni evidenza e decenza. Leggiucchiando in giro quanto invece scritto sulla vicenda di Pinerolo, la sentenza pare tutt’altro che pilatesca. Sembra anzi che in realtà  contro le insegnanti ci fosse ben poco: le testimonianze contradditorie di alcuni bambini ed un filmato girato nella scuola in cui si vedevano dei bambini piangere. Chi ha figli in età  da asilo è ben cosciente come in quella fase dello sviluppo fantasia e realtà  abbiano confini piuttosto indefiniti e sia estremamente facile quindi confondere testa di un bambino i due mondi. In quanto al filmato, pare sia emerso che le riprese erano state realizzate al di fuori dell’orario scolastico da personale della scuola in cerca di vendette. Non ho approfondito abbastanza da avere convinzioni profonde in merito, ma quello che davvero rimane a me incomprensibile è quella formula così netta: “Il fatto non sussiste“. Perché per i giudici di primo grado il fatto sussisteva al punto da sbattere tre persone in carcere e ora, senza che fatti nuovi siano emersi a smontare il presunto castello accusatorio, si scopre che non era vero nulla?
Al di là  del merito di questa e di altre vicende, l’impressione che in me rimane è che il sistema giudiziario italiano emetta sentenze di assoluzione o di condanna, più o meno come se tirasse i dadi. Non riesco ad immaginarmi diversamente come in tanti processi si passi da una condanna ad un’assoluzione (o viceversa), senza nemmeno qualche formula dubitativa che salvi le apparenze. Il filmato di Pinerolo era davvero un chiaro falso? Il resto delle accuse si reggevano davvero solo su testimonianze estorte a bambini in età  prescolare? Davvero la stragrande maggioranza dei genitori ha sempre sostenuto l’innocenza delle maestre? Ma allora come può un tribunale di primo grado aver condannato le maestre a pene detentive, in tali condizioni? Cosa mi impedisce di pensare allora che la giustizia italiana sia una specie di tragica roulette russa, rispetto alla quale l’unica speranza che si può avere è di non averci mai a che fare?
pinocchio-nel-paese-degli-acchiappacitrulli.jpgSi discute in questi giorni di responsabilità  civile dei giudici e sul tema le discussioni sono molto accese. Credo sia giusto e doveroso tutelare l’indipendenza di giudizio dei giudici ma è anche giusto e doveroso tutelare la credibilità  della magistratura e quindi della Giustizia. Finché la magistratura darà  l’impressione di emettere sentenze con la stessa serietà  con cui parteciperebbe ad un giro di scopone scientifico, questa credibilità  sarà  purtroppo nulla. Un paese nel quale un filmato taroccato e due bambini suggestionabili bastano per farti finire in galera, è la versione riveduta e corretta del Paese degli Acchiappa-Citrulli di Collodi, e non ha nulla del paese affidabile e moderno che l’Italia vorrebbe essere.

Nov 6th, 2014

Piazzisti della chirurgia

Qualche tempo fa sono stato in una rinomata clinica privata lombarda per un consulto con uno specialista della mano. Sono affetto infatti da una forma precoce di artrosi alle mani che rende spesso dolorosa l’articolazione della prima falange degli indici e volevo capire quali rimedi la medicina offra per il mio problema.
prof_dott_guido_tersilli.jpgDopo aver esaminato rapidamente le mie mani, sia direttamente che tramite la visione delle radiografie fatte in precedenza, il luminare mi rassicurava: “Il suo problema può essere risolto da un semplice intervento chirurgico”. Dopo una prima entusiastica reazione, riflettevo un secondo in più sul fatto che altri specialisti consultati in precedenza mi avevano dato versioni molto differenti e chiedevo chiarimenti sull’intervento che mi prospettava. Gli domandavo se si trattasse di una ricostruzione della cartilagine, magari di qualche tecnica innovativa basata sulle cellule staminali. Solo dopo molte domande però lo specialista ammetteva che si trattava della sostanziale “saldatura” (i medici perdonino il termine improprio ma rende il concetto) dell’articolazione. Fatta l’operazione non avrei più avuto dolore, ma avrei perso la prima articolazione dell’indice. Non ho fatto un inventario di quante cose non avrei potuto più fare ma certamente ce ne sono parecchie, abbastanza perché un medico si sentisse indotto a spiegare bene a cosa si andava incontro prima di proporre un simile intervento. Io cercavo di abbozzare che forse poteva essere una buona idea, laddove il dolore fosse diventato insopportabile, ma che al momento mi sembrava un po’ drastica come soluzione. Il medico non si perdeva d’animo e cercava di convincermi che era “sciocco” farsi di questi problemi di fronte alla prospettiva di far cessare il dolore. Poco ci mancava che non mi proponesse una tessera a punti del tipo: “Fai dieci operazioni e l’undicesima è in regalo!”. Mantenevo la calma e la dignità , ringraziavo il dottore per l’utilissimo consulto e me ne uscivo facendo con me stesso amaramente l’elenco delle cose che mi sarei potuto comprare con i soldi inutilmente spesi per quella visita.
hippocrates.jpgOra mi dico: c’è un differenza fondamentale tra un medico e un piazzista ed è quella differenza che spiega perché i medici abbiano nella tradizione della propria professione cose tipo il giuramento di Ippocrate e i piazzisti no. Ovvero che i medici hanno una missione che corrisponde alla salute dei propri pazienti, i piazzisti non hanno invece altra missione che vendere i propri prodotti. Non c’è quindi nulla di scorretto nel riuscire a vendere un’aspirapolvere ad un tizio, senza dilungarsi a evidenziare tutti i motivi per i quali potrebbe non essere quello che gli serve, c’è invece qualcosa di aberrante nel non chiarire ad un tizio che si vuole sottoporre ad un intervento chirurgico quali controindicazioni ha l’intervento stesso. Questo perché l’acquisto malaccorto di un’aspirapolvere vuol solo dire avere buttato via dei soldi, un’operazione sbagliata invece può distruggerti la vita.
Io non sono un oppositore ideologico del medico privato, sono convinto che anche laddove operare porti un guadagno diretto, il vero professionista possa lo stesso trattenersi dal calpestare la propria deontologia professionale per il facile profitto. Certo che esperienze come quella maturata nella clinica lombarda mi fanno pensare che forse sbaglio di grosso…

Oct 23rd, 2014
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