La violenza che domina sovrana
Sono le 19.40 del 1 Dicembre del 2012. Renato sta camminando in Via Druento verso l’angolo con Strada di Altessano, appena fuori dallo Stadium di Torino, dove sta per svolgersi il derby Juventus-Torino. E’ lì per la partita ma è uno dei tanti che allo stadio ci va per vedere la partita e tuttalpiù per sostenere la sua squadra, i cui colori sfoggia in una sciarpetta che porta al collo, non certo per aggredire, picchiare o essere picchiato da alcuno. In direzione opposta proviene un gruppo di individui che sfoggiano i colori della squadra avversaria, non li conosce, non li provoca, che motivo ha di preoccuparsi? Fa in tempo a rendersi conto che il gruppo in questione sta infastidendo un tizio che ha appena fatto la spesa al centro commerciale lì vicino e sta caricando le borse in auto: probabilmente il signore in questione non è nemmeno interessato al calcio e così si salva. Ma il bisogno di violenza che sgorga da queste menti malate, come la schiuma da una pentola in ebollizione, deve trovare in qualche modo sfogo e la sciarpetta di Renato la catalizza, tinta com’è di quegli odiati colori che in quel momento rappresentano per il branco quello che il sangue rappresenta per la bestia. Il filmato della sequenza è agghiacciante nel suo essere irreale, nel suo dipingere una realtà che è aberrante quando riprodotta in uno scenario di guerra, nemmeno definibile quando accade in una tranquilla serata, in mezzo a persone che fanno la spesa o che mangiano un panino. Non assomiglia nemmeno ad un film dell’orrore perché anche la più disconnessa struttura narrativa un senso se lo dà , qui invece non c’è nessun senso possibile, solo la presa atto di quanto l’essere umano può imbruttirsi fino ad essere peggiore della più odiosa e feroce delle bestie. Prima uno e poi tutti quanti si scagliano su Renato, prima gettandolo a terra poi coprendolo di calci, ad un certo punto spunta perfino una cintura. Si gettano su di lui a terra, con la codardia degli avvoltoi che lacerano la preda inerme. Poi scappano, Renato si rialza barcollando, lascia qualcosa a terra, poi qualcuno lo aiuta, lo soccorre.
Di lì inizia per Renato un calvario fatto di molte operazioni, di placche alla mascella, di dolori, di privazioni. Inizia un’inchiesta che alla fine stanerà le bestie nascoste nelle loro tane, nonostante omertà e reticenza dei loro compagni di branco.
Hanno un nome e un cognome: si chiamano Alessandro Plazio (quello della cintura), Daniele Tantaro, Francesco Rosato. C’è un processo, un giudice che forse pensa che la società vada protetta dal branco, condanne esemplari: Tantaro e Rosato a 9 anni, Plazio a 8 anni e 4 mesi. Poi passa un po’ di tempo, la memoria di quegli eventi si diluisce, anche se purtroppo non per Renato. Arriva quindi  la sentenza d’appello che riduce drasticamente le pene, Rosato e Tantaro a 2 anni, Plazio 1 anno e mezzo. Avvalendosi della condizionale non sconteranno nemmeno la pena, pronti a riunirsi al branco per nuove azioni.
E’ certo uno strano paese quello nel quale alcuni giudici emettono sentenze di condanna di fronte a deboli indizi, apparentemente con la superficialità con la quale il barista medio si pronuncia sul tempo che farà , e nel quale però, di fronte ad un’azione di una così sconvolgente efferatezza, non si ritiene che i responsabili acclarati meritino di farsi nemmeno un giorno di carcere di più del minimo richiesto. E’ altrettanto uno strano paese quello che organizza dibattiti e tavole rotonde sulla violenza, e nel quale però nel frattempo le istituzioni abdicano palesemente proprio sulla modalità più tradizionale per combatterla, ovvero la sanzione penale.
E’ uno strano paese quello in cui chi ha avuto un familiare vittima di episodi di violenza deve sentirsi invitare pubblicamente a chiudere la bocca. E’ uno strano paese quello in cui dominano incontrastati coloro che il Presidente della Roma Pallotta, con direttezza ed efficacia molto americana, ha recentemente definito “Fottuti Idioti“. E’ proprio uno strano paese quello in cui ci strappiamo le vesti con l'”emergenza sicurezza” e poi lasciamo che i tre citati personaggi circolino liberamente.
Aggiornamento: oggi 26 Aprile 2015, altro derby, altra violenza, altri “fottuti idioti” in azione. Sarà di certo diverso lanciare sassi o petardi rispetto alla cieca violenza mostrata nel filmato, ma qualcuno sembra aver preso il segnale che il giudice della Corte d’Appello di Torino ha lanciato come un via libera e non ditemi che non fosse prevedibile.
Meglio mai che tardi
Era l’autunno del 2000 e improvvisamente i fiumi del Piemonte iniziarono a ribollire d’acqua, molti di essi, tra Sabato 14 e Domenica 15 Ottobre, esondarono ed in particolare in Canavese, area geografica situata nel Nord della provincia di Torino, i corsi d’acqua fecero disastri un po’ ovunque. Non fu da meno, nonostante la sua piccola portata d’acqua, un fiumiciattolo, affluente del Chiusella, che scorre vicino ad Ivrea : il Ribes. L’ondata, alta 2 metri e mezzo secondo le stime fatte allora, investì anche la massicciata dello svincolo che collega la bretella autostradale Santhià -Ivrea all’autostrada Torino-Aosta danneggiando la struttura.
La corsia della bretella venne ristretta, venne creata una zona recintata, venne messo un limite di velocità di 40 kmh. Da allora non accadde più nulla se non il fatto che, una decina di anni dopo, qualcuno ebbe anche la buona idea di posizionare nello svincolo uno di quei display luminosi con l’indicazione della velocità delle macchine in transito e del costo in termini di punti della patente. Così, giusto per ricordare che le inefficienze della nostra amministrazione pubblica ricadono sempre, in un modo o nell’altro, sui cittadini.
Oggi che di anni ne sono passati quasi quindici ecco che finalmente abbiamo trovato la soluzione. Un megaponte, lungo 250 metri e alto 50, che renderà irraggiungibile e inattaccabile la sede stradale anche in caso di nuovo diluvio universale. Il costo di realizzazione sarà di 350 milioni, a cui vanno aggiunti i costi di manutenzione di una struttura del genere che non sono certamente economici. Inoltre, essendo un ponte così alto, sarà visibilissimo a chilometri e chilometri di distanza. Proprio vicino all’autostrada in oggetto corrono i terreni che avrebbero dovuto ospitare il parco di divertimenti Mediapolis, progetto poi abbandonato anche per l’ampia opposizione raccolta sul territorio per il suo impatto ambientale. Difficile pensare che il megaponte sia esteticamente più apprezzabile di un parco divertimenti, ma pare che le resistenze che ci furono allora in quest’occasione siano state facilmente superate.
Sono io il primo a dire, in altre circostanze, che talvolta un’opera pubblica è un investimento sul rilancio del territorio e non ci si può e deve fermare di fronte a qualche dubbio sul bilanciamento tra costi e benefici, ma qui stiamo parlando di qualcosa di estremo. Stiamo parlando di un’opera enorme con un impatto non certo irrilevante sul territorio anche dal punto di vista estetico, con costi faraonici, il tutto per prevenire rischi di possibili danni in caso di eventi alluvionali che, ad oggi, si sono verificati con cadenza bicentenaria. Non so voi ma io non riesco a convincermi che siano soldi ben spesi. Quando, dopo quindici anni di disagi, la soluzione è questa vien davvero da chiedersi se la soluzione migliore non fosse tenersi in perpetuo il cantiere.
Webcam delle mie brame
Ci sono volte che la tecnologia anziché aiutarti ti inganna. Le webcam posizionate sulle autostrade sono in teoria uno strumento utilissimo. Ogni tanto però tendono a darti una immagine un po’ distorta della realtà . Martedì scorso rientravamo dalla Pasqua passata in riviera ligure e mi ha colpito la dissonanza tra l’immagine fornita nello stesso momento dalla webcam della Società Autostrade posizionata in corrispondenza dell’uscita di Pietra Ligure (lo definirei un traffico sostenuto ma scorrevole)
e la dura realtà sperimentata da noi nello stesso momento e nello stesso punto (tutti fermi)…
Lezioni di democrazia
Nell’ultimo finesettimana di Marzo si sono svolti in Francia i ballottaggi delle elezioni amministrative. I 100 dipartimenti transalpini dove si è votato hanno sancito la vittoria dell’UMP guidato da Nicolas Sarkozy, ritornato alla vita politica dopo la sua mancata riconferma come Presidente della Repubblica. E’ una circostanza abbastanza nuova per la vita politica francese, tutti i precedenti Presidenti della Quinta Repubblica avevano abbandonato la vita politica esaurito il proprio mandato. Solo Valerie Giscard d’Estaing era poi ritornato alla politica, ma ben 6 anni dopo aver lasciato l’Eliseo. In più Sarkozy ha molti conti in sospeso con la giustizia, alcuni dei quali sono riemersi anche in questi giorni. In definitiva non si può certo dire che fosse un trionfo previsto, in una tornata elettorale che doveva essere invece la consacrazione dell’ascesa del Fronte Nationale di Marine Le Pen.
In Francia si vota, a tutti i livelli, con elezione a doppio turno. Nel caso delle elezioni dipartimentali ogni dipartimento elegge un consigliere per ogni Cantone, con formula uninominale. Risulta eletto chi ottenga al primo turno la maggioranza assoluta (purché corrisponda almeno al 25% degli aventi diritto) oppure chi ottenga la maggioranza relativa al secondo turno. Il secondo turno si svolge tra i due candidati più votati al primo turno più ogni altro candidato che abbia ottenuto almeno un numero di voti pari al 12.5% dei aventi diritto.
Il primo turno di queste elezioni cantonali aveva visto una affermazione rilevante per il raggruppamento di centro-destra, l’UMP, capeggiato appunto da Nicolas Sarkozy, ma aveva anche consolidato la forza del Fronte Nationale di Marine Le Pen, movimento di estrema destra, antieuropeista e xenofobo, mentre il Partito Socialista si era molto indebolito. E’ consuetudine, tra primo e secondo turno, che i vari partiti stringano accordi che noi definiremmo di “desistenza”, preludio di possibili collaborazioni di governo nei diversi dipartimenti. In Italia i partiti di centro-destra non esitano certo a corteggiare movimenti di estrema destra come la Lega che condivide pressoché in toto la piattaforma programmatica del Front Nationale, e nella nostra ci saremmo potuti quindi aspettare un’analoga condotta da parte dell’UMP. Sorprendentemente però, almeno per il nostro modo di vedere la politica, in Francia si è verificato qualcosa di molto diverso. Non solo infatti l’UMP non ha stretto nessun genere di accordo elettorale con il Front Nationale, ma addirittura il Partito Socialista ha chiesto ai candidati che avevano poche possibilità di vincere il ballottaggio di ritirarsi per far convergere i propri voti sul candidato che si opponeva al Front Nationale. In questo modo il partito di Madame Le Pen, con il 22% dei voti, si è ritrovato con meno del 2% dei seggi e senza rappresentanza nella maggior parte dei dipartimenti.
C’è una grossa lezione che personalmente ricavo da questa vicenda, che cioè ci sono valori di fondo: la coesione sociale, i valori di civile convivenza e tolleranza, la prospettiva di unificazione politica dell’Europa, che sono quelli fondanti delle democrazie europee. Sono valori che stanno al di là e al di sopra della divisione tra progressisti e conservatori, liberisti ed egualitari, individualisti o solidali, amanti del mercato o della giustizia sociale. L’unione sui primi valori deve sempre venire prima della divisione sui secondi, pena il mettere a rischio i valori fondanti la nostra democrazia e quindi la democrazia stessa. Fintanto che minacce come quelle del Fronte Nationale, o della Lega in Italia, verranno respinte dalla società civile nel suo complesso, al di là della propria collocazione a sinistra o a destra, la nostra democrazia sarà al sicuro.
Come si vede, tra l’altro, l’elezione a doppio turno, se utilizzata responsabilmente, è una garanzia di tutela per quella parte della società che crede nei valori democratica. Quelli che a casa nostra la respingono questo modello forse farebbero bene a ripensarci.
L’inutilità dell'”omicidio stradale”
Dopo lunga discussione e l’avallo di personaggi rilevanti della nostra politica, l’omicidio stradale è recentemente approdato in Parlamento con un disegno di legge. In sostanza si tratta di un provvedimento che crea una nuova tipologia di omicidio, più specifica del generico omicidio colposo, che si riferisce al caso in cui si causa la morte di qualcuno guidando ad alta velocità (pene tra i sei e i nove anni) o in stato di ebrezza (pene tra gli otto e i dodici anni). La cosa è accolta da molti come un grande risultato ma lo è? E’ necessario o almeno utile questo provvedimento?
Per prima cosa è utile specificare che in Italia gli incidenti in generale e soprattutto quelli mortali sono diminuiti costantemente negli ultimi vent’anni, le vittime di incidenti stradale si sono quasi dimezzate dal 2001 a oggi. Questo ovviamente non vuol dire che non si possano ridurre anche più velocemente, ma significa che la percezione diffusa della presenza di un'”emergenza” è più legata all’imperversare di notizie su incidenti mortali proposte dai principali canali mediatici ed alla reazione emotiva che ciò determina nella pubblica opinione, che ad un reale peggioramento della situazione. E spesso l’emotività non è il modo migliore per affrontare un problema.
Siccome però siamo tutti d’accordo che sarebbe splendido se non ci fosse nemmeno una vittima delle strade, provo a chiedermi se la nuova norma possa davvero essere efficace. Non si può certo dire nemmeno che chi oggi causi un incidente stradale, con colpa, non sia perseguibile. Esiste, come accennato sopra, il reato di omicidio colposo (pene da sei mesi a cinque anni), aggravato nel caso in cui l’incidente sia causato dalla violazione del codice della strada (da due a sette anni) o se il conducente sia in stato di ebrezza o alterazione da sostanze stupefacenti o psicotrope (da tre a dieci anni). Già ho delle difficoltà a capire perché oggi chi investa mortalmente qualcuno viaggiando a 60 all’ora dove il limite è di 50 all’ora commetta una colpa più grave di chi uccide qualcuno sparando dal balcone di casa propria con un fucile per festeggiare il Capodanno; il fatto che domani questa differenza si allarghi ulteriormente, nel caso della guida in stato di ebbrezza, mi pare davvero inspiegabile. Capisco che gli incidenti d’auto siano un’emergenza sociale più sentita dei botti di Capodanno, ma non credo che imporre pene draconiane, sproporzionate al resto dell’impianto penale, sia un buon modo per risolvere i problemi.
Approfondiamo un momento il tema della guida in stato di ebbrezza, tema già affrontato su questo blog. Spesso leggiamo dati allarmanti, quali quelli per i quali il venti, il trenta, anche il quaranta percento degli incidenti d’auto sarebbe causata dalla guida in stato di ebbrezza. Sono dati sui quali non ho mai trovato dettagli tali da capire come sono stati raccolti e in effetti è molto difficile pensare di potere raccogliere dei dati affidabili in merito. In primis, perché lo stato di ebbrezza non è facile da rilevare, ci vogliono attrezzature che non tutte le pattuglie di Pubblica Sicurezza hanno, quindi non in tutti i casi di incidenti si rileva effettivamente lo stato; poi perché non in tutti i casi di incidente viene rilevato il tasso alcolemico delle persone coinvolte. C’è poi un problema di fondo: è difficile, dato un incidente e stabilito che chi lo ha causato aveva un tasso alcolemico superiore al massimo consentito, stabilire se la causa sia effettivamente questa o magari cause legate alla guida, una manovra azzardata, l’eccesso di velocità , una guida disattenta, distratta magari dall’immancabile telefonino: comportamenti che magari l’autore è solito attuare anche quando non ha bevuto alcunché di alcolico. L’automobilista che si abitua, da sobrio, a violare il codice della strada, probabilmente lo violerà in modo ancora più azzardato dopo aver bevuto, ma se fosse più educato al rispetto del codice della strada rischierebbe ben poco sia da sobrio, che da ebbro. Guidare in stato di ebbrezza riduce certamente i riflessi e la percezione di pericolo, ma il rispetto del codice della strada ridurrebbe in ogni caso rischi e entità del danno, in caso di incidente (al riguardo segnalo questa analisi dell’ISTAT). Nella legge sull’omicidio stradale questa contraddizione è addirittura evidente; si considera meno grave la posizione di chi viaggia al doppio del limite di velocità consentito (ad esempio a 260 all’ora in autostrada, o a 100 all’ora nella stradina di un centro storico) rispetto a chi si è messo al volante dopo aver bevuto un paio di bicchieri di vino. Anche il panorama della legislazione europea avvalora la tesi che l’esasperazione delle sanzioni contro lo stato di ebbrezza non sembra essere efficace nel ridurre gli incidenti d’auto. Il fatto che Polonia, Cechia, Estonia, Romania siano tra i paesi più severi rispetto al consumo di alcolici non impedisce loro di essere anche tra i paesi con il maggior numero di vittime della strada.
Ma allora che fare? La risposta non è poi così difficile. Vari studi realizzati sul tema in
Australia, Inghilterra e Spagna hanno rivelato l’efficacia dei rivelatori di velocità nel ridurre il numero degli incidenti. E allora mettiamo autovelox in tutti i tratti di scorrimento pericolosi (con limiti di velocità ragionevoli però, non cinquanta all’ora in viali a tre corsie, non 90 all’ora in superstrade con doppia carreggiata e doppie corsie), mettiamo telecamere ai semafori (eliminando però i semafori inutili) e aumentiamo le sanzioni (quelle sì irrisorie) per infrazioni quali ad esempio il sorpasso in curva. Ci saranno di certo coloro i quali si infurieranno con lo Stato che “fa cassa”, ma forse è a loro che dovrebbero rivolgersi quelli che fanno le crociate contro le vittime della strada, più che contro i magistrati che non condannano poi gli interessati all’ergastolo la volta che ci scappa il morto. Se cominciassimo ad educare i cittadini al rispetto del codice della strada e a non attuare comportamenti pericolosi, se sanzionassimo in modo più implacabile chi sbaglia, senza preoccuparci troppo di perdere voti, ci troveremmo molto più raramente poi a dover invocare pene esemplari quando purtroppo certi comportamenti causano danni o lutti. Certo, è molto più facile e meno impegnativo rincorrere l’emotività del pubblico, ma è nella migliore delle ipotesi inutile, nella peggiore dannoso, come appunto si appresta ad essere l'”omicidio stradale”.
La scuola così così
Il sottoscritto ha 47 anni e una laurea in Ingegneria Elettronica. Se domani mi trovassi a dover trovar lavoro e l’unico modo di riuscirci fosse di vincere un concorso, principalmente incentrato su domande tecniche, ho come l’impressione che farei molta fatica a competere con chi è appena uscito dall’università , fresco di studi e di competenze teoriche. Questo non significa necessariamente che costoro siano più bravi di me a fare un qualsivoglia lavoro e questo è il motivo per cui in genere le aziende, il cui obiettivo è cercare la persona migliore per il lavoro di cui hanno bisogno, non si sognano neppure di assumere qualcuno sulla sola base dell’esito di un test. Solitamente un’azienda colloquia il candidato, ne analizza le esperienze lavorative pregresse e cerca di capire come la persona possa metterle a frutto nel ruolo oggetto della ricerca.
Per questo semplice ragionamento trovo del tutto iniquo il regime proposto dalla “Buona Scuola” di Renzi, iniquo verso quelle migliaia di insegnanti che un concorso non sono mai riusciti a passarlo, ma in compenso hanno lavorato per anni da precari nella scuola e, almeno qualcuno di loro, magari sa fare più che bene il suo mestiere. Peccato che apparentemente quel mestiere non lo potranno fare più, perché da un lato il sistema delle supplenze sparirà e dell’altro lo scoglio per potersi candidare (solo candidare, senza nessuna garanzia) ad un posto di lavoro sarà il concorso, nel quale la loro esperienza di lunghi anni non conterà più nulla, o molto poco, e prevalenti saranno le competenze teoriche. Questo anche facendo finta di pensare che i concorsi del futuro non siano più una slot machine come quelli del passato, ma mettano realmente alla prova le competenze, teoriche e pratiche, dei candidati.
Nella “Buona Scuola” di Renzi c’è poi un’altra grossa novità . Il ruolo del preside è stato allargato per renderlo una sorta di manager della scuola, con potere di nomina e di revoca degli insegnanti, oltre che allocazione di eventuali incentivi agli insegnanti considerati migliori. Ho un’opinione sufficientemente negativa del sistema della nomina tramite concorso da non poter manifestare alcuna nostalgia per questo meccanismo, in più esistono diversi paesi del Nord Europa in cui la nomina degli insegnanti avviene per cooptazione ad opera della scuola stessa e non mi risulta che siano paesi in cui la scuola sia peggiore della nostra. C’è però il solito problema di dare poteri a chi prima non ne aveva: il controllo. Giovenale diceva “Quis custodiet custodes/Chi controllerà il controllore?“: ovvero chi, nel caso nostro, assicurerà che i presidi svolgano il loro compito in modo soddisfacente? La scuola di ieri prevedeva controlli molto limitati sui presidi che però avevano anche una sfera di potere limitata. Oggi che dai presidi dipende la nomina degliÂ
insegnanti e il loro salario, chi impedirà ad essi di erogare assunzioni, favori e privilegi a amici e conoscenti come piovesse? Stiamo parlando di persone il cui unico merito riconosciuto fino ad oggi è aver passato, ammesso che lo abbiano fatto per propri meriti, un apposito concorso. Un simile cambiamento non può prescindere dal mettere in atto meccanismi di controllo estremamente rigorosi sull’operato di tali dirigenti e non può funzionare senza questo genere di intervento.
Infine, un grande assente. Nella lunga presentazione della riforma messa in scena da Renzi e Giannini, nemmeno una parola è stata spesa per il personale amministrativo della scuola. Capisco che nell’immaginario di molti la scuola siano gli insegnanti e gli studenti e il resto del personale scolastico sia un di più, ma forse sarebbe stato meglio dare almeno qualche rassicurazione alle migliaia di persone che fanno parte di questa categoria e che già di certezze sul proprio futuro ne hanno ben poche.
In sostanza, perché una riforma della scuola si possa definire “buona”, Â deve essere pensata per far funzionare la scuola ed in questa, almeno all’apparenza, ci sono, da questo punto di vista, ampie aree di miglioramento.
Kobane, la Grecia e la sinistra che non sa più sognare
Mi ha molto colpito molto un recente post di Gilioli che sul suo blog così liquidava l’ipotesi di una Unione Politica dell’Europa “… un’unione politica vera e democratica, cioè un’Europa in cui non ci sono più stati ma solo regioni, pertanto totalmente solidale perché nessuna federazione fa mai fallire una sua regione. Ma questo al momento è solo un bel sogno.“. Ora, Gilioli lo considero un maitre a penser di quell’area politica abbastanza popolosa che si colloca a sinistra del PD e che non si riconosce in una particolare appartenenza partitica. Mi rendo anche conto che la sinistra italiana spesso fatica a riconoscersi nell’aggettivo progressista, ma la sinistra nel mondo ha assolto da sempre la funzione di motore di trasformazione della società . Non possiamo certo aspettarci questa energia dal fronte conservatore. E allora mi domando: quale profonda inerzia intellettuale dimostra chi considera ciò che si potrebbe ottenere con poche modifiche ai trattati dell’Unione “un bel sogno“? Anche perché, checché se ne pensi, è oggettivamente molto più complicato e ricco di insidie il percorso di uscita dalla moneta unica, che pure anche Fassina recentemente ha proposto per la Grecia.
Grecia che nel frattempo è diventata il punto di riferimento della sinistra e non solo della sinistra. Dai discorsi che circolano in questi giorni nell’area politica che lo sostiene, parrebbe che la battaglia di Tsipras contro l’austerity sia quanto di più nobile mai sia stato concepito da uomo politico. Non voglio negare il tentativo meritorio del leader greco di sottrarsi al conformismo pro-austerity e di proporre un modo diverso di stare in Europa, modo che potrebbe alla lunga favorire anche un progetto di integrazione politica, ma nella retorica pro-Tsipras vi è una frequente rimozione delle gravi colpe dei passati governi greci che hanno portato il paese alla bancarotta, vi è una colpevolizzazione della Germania come popolo, più che di alcune scelte e posizioni del governo tedesco, vi sono una serie di convergenze con posizioni di M5S e Lega che mi lasciano francamente perplesso. Fare apologia di una classe politica che ha truccato i conti pubblici non è molto “progressista”, né lo è parlare genericamente di Germania con generalizzazioni superficiali e fuorvianti.
Nel frattempo, mentre noi ci arrovelliamo attorno all’Euro, all’austerity e all’unione politica, senza far altro che sbattere la testa come una mosca contro il vetro della finestra, c’è chi trova il tempo, tra un colpo di mortaio e l’altro, tra una repressione e l’altra, di fondare nel mezzo della guerra civile siriana e irachena una repubblica democratica con una forte partecipazione popolare e dai contenuti fortemente progressisti, almeno per quell’area della terra. Mentre la sinistra italiana pende dal mascellone di Varoufakis che ci spiega con logica un po’ bizzarra che “dietro un debitore irresponsabile c’è un creditore irresponsabile”, nel Rojava (il Kurdistan siriano) uomini e donne realizzano uno stato democratico, pur stretti, come in una morsa, tra il fanatismo islamico dell’ISIS, lo scontro tra sciiti e sunniti e il nazionalismo turco di Erdogan. Quello sì che poteva sembrare solo un bel sogno, un’utopia, eppure quelle donne e quegli uomini ce l’hanno fatta lo stesso, anche se tale e tanta è l’indifferenza che sembrano aver raccolto in Occidente (con poche eccezioni) che è una primavera che rischia di non sopravvivere a lungo, una Comune di Parigi medio-orientale che potrebbe durare poco.
Questo è quello che mi lascia basito, la totale indifferenza verso questa autentica rivoluzione. Forse una parte in questa indifferenza ce l’ha la caratteristica dei curdi, tutt’altro che qualificante per molti militanti in quell’area politica, di essere alleati con gli Stati Uniti, ma non credo sia solo questo. Mi sembra che, a forza di dedicare le proprie energie alla sola difesa delle rendite di posizione, le sinistre italiana ed europea abbiano abdicato al loro ruolo trasformatore della società . 
Non è strano forse che le uniche forze che, in Italia e non solo, possano oggi vantare una reale forza di trasformazione siano quelle liberali e che Renzi, che probabilmente l’ha capito, ha avvicinato quanto più possibile a un partito liberale il principale partito di sinistra italiano. E questo, per chi come me ama una società cooperativa e solidale, non è affatto una prospettiva incoraggiante. Forse, anziché lottare contro il premio di maggioranza dell’Italicum, chi si colloca ideologicamente a sinistra farebbe bene a farsi un giro a Kobane, come ha fatto recentemente, con grande efficacia, l’ottimo Zerocalcare. Forse a dimostrare che è più spesso dalla marginalità , dalla periferia di un sistema socioculturale, che viene la forza per il suo cambiamento.
Prospettive del calcio
La crisi societaria in corso a Parma ha messo in subbuglio il calcio italiano ancor più di quanto non l’avevano fatto in precedenza i tanti insuccessi sportivi. Siamo proprio sicuri che l’uno sia parente degli altri come spesso si sente dire e in che modo?
Sul fatto che il calcio italiano non scoppi di salute si è già scritto moltissimo e da mesi da molte parti si levano inviti, a chi ne detiene le leve di comando, a dedicarsi ad un ampio e profondo rinnovamento, e questo blog non è stato da meno. I numeri ci parlano di un declino costante, di ricavi, di popolarità , di risultati. Personalmente mi impressiona che si sia passati dai 35.000 spettatori di media nella Serie A degli anni ’80 agli attuali 23.000, in controtendenza con il resto d’Europa, tra l’altro e a dispetto del fatto che oggi gli stadi sono più comodi e, nella maggior parte dei casi, coperti dalle intemperie.
Tutti gli inviti di cui sopra sembrano avere avuto, fino ad ora, poco ascolto nei palazzi del potere. Il Presidente della Federazione Tavecchio sembra voler concretizzare il suo spirito riformistico in una riduzione a 18 squadre della Serie A e all’introduzione di rose limitate e quote “protette” di giocatori italiani. Il primo provvedimento è doveroso per ridurre l’usura dei calciatori, oggi costretti ad un superlavoro da un numero di incontri annui davvero eccessivo, ma nelle intenzioni della Federazione e della Lega la novità pare più uno stratagemma per rendere più abbondanti le fette della torta televisiva che le grandi squadre incamereranno. La limitazione delle rose a 25 giocatori mi pare un provvedimento di dubbia utilità , così come l’imposizione di quote minime di giocatori italiani. Il legame tra protezionismi e risultati calcisticamente buoni è sempre stato abbastanza labile. Giova ricordare che negli anni ’80 e ’90, quando le nostre squadre dominavano in Europa grazie soprattutto alla presenza abbondante di talenti stranieri, non solo la nostra Nazionale maggiore si comportava più che degnamente arrivando terza ai mondiali del 1990 e seconda ai mondiali del 1994, ma la nostra Nazionale Under-21 inanellava vittorie europee, una dopo l’altra. La mia impressione è che, rispetto ad allora, ciò che è cambiato è appunto la capacità del sistema calcio di produrre talenti, non il fatto che abbiano o meno spazi “garantiti” in Serie A. Eppure purtroppo nel programma di Tavecchio non ce n’è nemmeno l’ombra di provvedimenti di più ampio respiro, quali gli incentivi ai vivai, le seconde squadre o ogni altro provvedimento di più ampio respiro.
La poca salute di cui godono i club che hanno sostenuto la cordata Tavecchio ci suggerisce che ci sia una certa selezione naturale del campo, ma il credito di cui questi personaggi continuano a godere ci dice anche che il rischio che trascinino con sé verso il basso tutto il calcio è forte. Si pensi alla vicenda Infront che la ridicola polemica sul presunto fuorigioco di Tevez ha portato alla luce, ovvero di come uno come Galliani si può permettere di raccontare la balla colossale della Juventus che storce le righe del fuorigioco, solo perché indispettito dal fatto che la dirigenza bianconera si opponga alla monopolizzazione della copertura televisiva della Serie A in favore di una società strettamente legata a Mediaset.
La mia personale visione della situazione del mondo del calcio italiano è che si sia troppo a lungo protratta nel tempo la convinzione che il calcio sia qualcosa di diverso da uno spettacolo e che obbedisca quindi a regole diverse rispetto a quelle dell’industria dello spettacolo. In Italia il calcio è stato a lungo balocco della nostra classe dirigente, che nel calcio si divertiva a buttare i propri denari come in una slot machine. Per un po’ la cosa ha anche funzionato e ha proiettato il nostro calcio ai vertici europei, ma quando altri hanno scoperto che il calcio poteva anche essere una validissima impresa commerciale e quando i nostri paperoni hanno cominciato ad avere sempre meno soldi da dilapidare, il giocattolo si è rotto. Non ci ha aiutato paradossalmente l’esplosione delle pay-tv che hanno riversato un bel po’ di denaro nel calcio, persino più di quanto accaduto altrove, inducendolo a vivere di rendita senza accorgersi che altrove altri tipi di ricavi diventavano prevalenti.
Oggi, sulla spinta del successo della Juventus, molti stanno scoprendo in Italia l’importanza dello sfruttamento del simbolo, del merchandising, dello stadio di proprietà e così via, ma la strada pare sia molto lenta, anche perché le facce sono per lo più sempre le stesse e sempre poco propense alle novità .
Il problema è anche che essere un’impresa ha i suoi lati negativi, tra i quali essere più esposti alle intemperie del mercato. Se negli ultimi anni in Europa molti club sono falliti, tra i quali i Glasgow Rangers e il Boavista, è proprio perché il fallimento è qualcosa al quale le imprese vanno incontro spesso e volentieri, figuriamoci in un campo dagli esiti così incerti come il calcio. Non spaventiamoci quindi se il Parma finisce gambe all’aria, anzi consideriamolo un segno del fatto che i tempi stanno comunque cambiando anche da noi e i presidenti sono sempre pronti a mettere soldi di tasca proprio per ripianare i bilanci. Semmai qui il problema è focalizzarsi su quello che davvero distingue una squadra di calcio da un’impresa commerciale, ovvero il suo legame affettivo con sostenitori e tifosi, legame affettivo che rischia di portare lontano dal calcio i tifosi di squadre che scompaiano dal grande calcio e che rende quindi il fallimento di una squadra di calcio diverso da quello di un produttore di scarpe. Si tratta quindi di introdurre meccanismi di controllo efficaci che facciano scattare campanelli di allarme e intervenire eventualmente “ammortizzatori sociali”, laddove una squadra si ritrovi in difficoltà finanziarie. Quando parlo di ammortizzatori sociali non parlo necessariamente di azioni messe in atto da istituzioni pubbliche (che rappresentano anche i cittadini ai quali del calcio non importa nulla) ma dai cosiddetti supporter’s trust (o azionariato popolare) ovvero società con capitale privato ma a partecipazione diffusa, che hanno vari esempi in Europa, e che recentemente hanno fatto capolino anche nel nostro paese.
Anche qui, come negli altri ambiti citati, è necessario mettersi in gioco, accettando che le regole sono cambiate e che il modo tradizionale di intendere lo sport professionistico non funziona più. Qui tra l’altro il cambiamento sembra interessare non solo la classe dirigente ma anche i sostenitori che dovranno iniziarsi non solo ai risultati sportivi ma anche alla salute finanziaria e impegnarsi non solo con cori e entusiasmo ma anche con il proprio portafoglio. Più tempo ci mette la classe dirigente e il nostro calcio in generale a farsene una ragione e più a lungo dovremo aspettare un ritorno al vertice del pallone.
I servizi dell’Agenzia delle Entrate
Da qualche anno l’Agenzia delle Entrate sta progressivamente realizzando una serie di servizi telematici di supporto a chi si trova a dovere pagare le tasse e non ha piacere a dovere, oltre al fastidio di dover aprire i cordoni della borsa, affrontare anche quello il supplizio di ore di code negli uffici dell’Agenzia, che per giunta diventano sempre di meno. Tengo a precisare che è uno sforzo che trovo lodevole. Io sono una di quelle persone che sarebbe più che soddisfatto se lo Stato si limitasse, una volta in possesso di tutti i miei dati, a prelevare dal mio conto corrente bancario tramite RID quanto richiesto dal vigente sistema fiscale, piuttosto che costringermi ad ingrassare un commercialista o a diventare espertissimo di tassazione io stesso.
Purtroppo però, come spesso accade, la qualità dei servizi offerti lascia parecchio a desiderare. Già negli anni scorsi mi ero trovato a compilare l’UNICO telematico. Il software non era dei più belli, ma questo poco importava. La cosa antipatica era il fatto che il software produceva il modello in un formato che non era compatibile con quello accettato dall’Agenzia; quindi prima di inviarlo era necessario scaricare un altro software che eseguisse la conversione, che tra l’altro richiedeva una specifica versione di Java. 
Non molto migliore è stata poi la mia esperienza con la webform per pagare online F24: quando si sceglie il modulo da compilare è poco chiaro quali sono le diverse opzioni, quando si è compilato il modulo, se lo si vuol conservare, è necessario salvarlo subito. Una volta inviato infatti il sistema rilascia solo una ricevuta molto semplificata rispetto al modulo originale, da cui non è possibile verificare se i dati inseriti sono corretti. Tra l’altro anche il motore di ricerca delle ricevute è molto confuso e spesso mi sono perso delle ricevute che avrei dovuto prendere in considerazione. Sta di fatto che, dopo avere usato per qualche tempo il servizio, ho ricominciato a compilare gli F24 sul sito della mia banca, che non è l’ente destinatario, ma offre un’esperienza utente decisamente più soddisfacente.
Recentemente ho dovuto poi utilizzare il servizio RLIweb per la registrazione dei contratti di locazione. Questa volta il percorso è stato davvero impervio. La cosa in teoria avrebbe dovuto richiedere pochi minuti perché le informazioni da inserire sono davvero poche, ma mi sono trovato di fronte ad un insidioso campo “Codice Fiscale del rappresentante legale”. Il campo, se compilato, mi restituiva il messaggio d’errore “Il Codice fiscale non può essere uguale a quello del contribuente”, se non compilato mi restituiva l’errore “Il Codice fiscale non può essere diverso da quello dell’utente autenticato”. Essendo “utente autenticato” e “contribuente” sempre il sottoscritto ed avendo un solo codice fiscale non restavano alternative che contattare il numero dell’assistenza ai servizi telematici. Dopo venti minuti di attesa parlavo finalmente con un’operatrice che rispondeva da Venezia. Dopo avermi seguito passo passo più volte e avermi fatto anche cambiare browser perché “il tool è ottimizzato per Internet Explorer”, la poveretta si arrendeva proclamandosi impotente e invitando a scaricare e installare l’ennesimo software (insieme all’immancabile software per fare la conversione!). Qualche giorno dopo, come ultima ratio prima di avventurarmi nell’impresa dell’installazione, riprovavo a collegarmi al sito web ritentando la procedura. Non saprò mai se si erano accorti del problema o se era successo qualcos’altro nel frattempo, ma questa volta il campo “Codice Fiscale del rappresentante legale” era vuoto e non produceva alcun errore.
Vorrei pensare che la scarsa qualità dei prodotti utilizzati dal sito dipenda dallo sforzo che l’Agenzia compie per minimizzare i costi gravanti sui contribuenti, vorrei ma non ci riesco. Mi dispiace
Cinque stelle cadenti
Per quanto non possa dire di aver mai risparmiato critiche al Movimento Cinque Stelle, non sento nemmeno di aver mai negato i benefici effetti del suo successo, nell’ottica di una generale moralizzazione della vita politica. Ciò premesso, ci sono momenti nei quali ho l’impressione che il movimento sia pervaso da un impeto alla cupio dissolvi, una tendenza al suicidio politico collettivo, come un Tempio del Popolo di casa nostra, e questo è uno di quei momenti.
Già non mi è chiarissimo il motivo dell’adesione del movimento alla battaglia per l’uscita dall’Euro: è vero che è un tema di facile presa su pensionati nostalgici dei tempi in cui erano giovani, ma mi pare che abbia sollevato più mugugni che consensi nell’ala più progressista del Movimento. Ma, anche al di là di questi dubbi, non riesco comunque a rendermi conto come un movimento, nato per moralizzare la vita sociale del nostro paese, realizzi un video (peraltro bruttissimo e poco efficace) nel quale si mostra, come unico sostanziale punto di forza dei tempi della lira, il fatto che ai tempi i commercianti non facevano lo scontrino: un “come eravamo” che oggi suona come una strizzatina d’occhio ai potenziali evasori. Il fatto che poi sia emerso che gli autori del video non avevano pagato i diritti d’autore per il pezzo di Einaudi utilizzato come colonna sonora, cosa che ha determinato il ritiro del video, non fa che confermare il dubbio che lo stereotipo dell'”italiano furbo” costituisca il modello per coloro i quali hanno realizzato quel video.
Non c’è bisogno di essere un fine studioso sociale per capire che la classe politica è lo specchio del paese che governa. Di conseguenza smette, alla lunga, di essere credibile chi manifesti, da una parte ferocia verso condotte illecite attuate da parte della classe politica e dall’altra indulgenza verso le stesse condotte illecite quando attuate da comuni cittadini. Smette di essere credibile a chi voglia moralizzare il paese chi attinga ad una visione della legalità come di qualcosa di elastico e soggettivo, visione purtroppo molto diffusa dalle nostre parti. E’ sicuramente questo un approccio con il quale si accarezza la pancia del paese, sempre pronta ad apprezzare chi affermi che la colpa è di qualcuno o qualcos’altro, e si guadagnano quindi consensi in alcuni settori dell’opinione pubblica, che però sono già abbondantemente saccheggiati dai luoghi comuni di Salvini. Tra l’altro la proposta di uscita dall’Euro, se non arricchita di tecnicismi economici (non alla portata dei più), suona anch’esso come un richiamo alla pancia di chi creda che tornare indietro agli scintillanti anni ’80 sia possibile. Il problema è che, a forza di accarezzare la pancia, irriti la testa e ho l’impressione ci sia una quantità di persone per il quale l’adesione o il voto al Movimento Cinque Stelle siano state decisioni più razionali che emotive, e la sensazione è che costoro al momento non siano affatto contenti.


