Italia, terra di costituzionalisti
Ci sono momenti in cui certe professioni entrano in voga e da attività polverose e inaccessibili ai più, diventano passione popolare. E’ il caso dell’attività di costituzionalista che recentemente si è aggiunta a quelle tipiche degli italiani (santi, poeti, navigatori, commissari tecnici eccetera). L’Italicum ha segnato l’avvento alla ribalta di un esercito di costituzionalisti, pronti a spiegarci i rischi della non elettività del Senato e dell’introduzione di un premio di maggioranza del 40 o 37,5 percento. Ogni tanto cerco anch’io di cimentarmi sul tema, se non altro per non essere accusato di infedeltà alla patria, ma rimango essenzialmente un profano dei meccanismi istituzionali e quindi levo un appello ai lettori di questo blog, ed in particolare ai più ferrati nell’ambito dell’architettura istituzionale.
Mi saprebbe qualcuno spiegare quale strana via della Costituzione o della legislazione in vigore porta il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana a decidere quando e a che condizioni si debba sciogliere un Consiglio Comunale? Mi è noto, certo, che esiste il meccanismo del Commissariamento, ma mi risulta che le condizioni per entrare in questo meccanismo non siano al momento presenti al Comune di Roma.
Eppure il nostro Premier Renzi ha fatto trapelare con chiarezza quando secondo lui si dovrebbe votare e a che condizioni per il rinnovo del Consiglio Comunale e del Sindaco della Capitale e né lui né il suo entourage, solitamente così attenti alla comunicazione istituzionale, hanno ritenuto opportuno smentire questo pensiero dal sen fuggito. Non vorrei dover scoprire che all’esercito di costituzionalisti di cui sopra sia sfuggito questo non insignificante passaggio a vuoto del Presidente del Consiglio, magari a causa delle vacanze estive. E non vorrei dover parimenti scoprire che gli esponenti del partito a capo del quale sta Renzi, che per anni hanno accusato i loro avversari di analfabetismo istituzionale e disprezzo per la democrazia, abbiano pensato bene che in fondo il disprezzo per la democrazia non è poi così male quando si sta seduti al Governo.
La sovranità oggi
Era il 1893, la Grecia era un paese indipendente, sovrano nell’accezione che molti danno a questa espressione, aveva confini presidiati, aveva una sua valuta, non c’era nessuno che gli chiedesse di adeguarsi a normative sulla produzione dei formaggi o sulla gestione dei piani telefonici. Non c’era l’UE, non c’era l’Euro, non c’era Schengen. In quell’anno però la Grecia andò in default e la situazione fu risolta da una commissione insediata dalla potenze europee per gestire i debiti del paese ellenico: la cosa non si risolse con una bella emissione di carta moneta come qualcuno oggi suggerisce a Tsipras. E’ successo molte altre volte a paesi sovrani, fuori da ogni vincolo monetario o politico, doversi dichiarare incapace di rimborsare i debiti e mettersi a trattare con i creditori. E allora? A cosa serve la “sovranità ” di cui molti parlano oggi con nostalgia?
Partiamo col chiederci cos’è questa famosa sovranità . La sovranità è il perimetro all’interno del quale un “soggetto di diritto pubblico” ha potere. Si badi: il soggetto può essere un governo ma anche una singola persona. La singola persona, ove non ricopra incarichi politici, ha sovranità grazie ai meccanismi democratici che gli permettono di influire su chi lo governa. Ma se chi sono in grado di influenzare non ha potere non ne ho neanche io.
Quando qualcuno si lamenta della perdita di sovranità a cosa si riferisce allora? Immagino si riferisca al fatto che il governo nazionale ha oggi meno potere di ieri e questo perché c’è la percezione che una fetta del suo potere sia stata trasferita altrove. Siccome la percezione di molti è che i governi nazionali sono quelli sui quali abbiamo la possibilità di influire, i teorici della sovranità nazionale sostengono che ridando ai governi nazionali quello che è stato tolto saremo, come cittadini, di nuovo sovrani. E’ così? Proviamo a cercare di capirlo con una serie di esempi.
Poniamo il caso della moneta, è vero che se l’Italia avesse di nuovo una moneta tutta sua, avremmo di nuovo come cittadini la cosiddetta sovranità monetaria? (farò finta di seguito che la moneta sia amministrata dal governo come vorrebbero molti teorici del ritorno alla lira e non in autonomia dalla Banca Centrale come in molti paesi che hanno una propria valuta) Questo presupporrebbe che una volta ripreso il controllo della moneta possiamo svalutarla quanto vogliamo e battere carta moneta quando vogliamo, ovvero che un governo oggi possa giocare con la proprio moneta in libertà . E’ proprio così? O meglio, lo è quanto lo era negli anni ’70 e ’80 quando l’Italia cercò a colpi di svalutazione (a dire la verità con risultati deludenti) di mantenere la sua economia competitiva? Non entro nel merito di tutti gli effetti nefasti che una svalutazione può avere nel breve/medio (inflazione) o nel lungo periodo (spostamento della produzione industriale verso attività a bassa intensità di capitale), e l’Italia non è certo proprio un paziente che uscito bene dalla cura della svalutazione, ma c’è ampia letteratura sul tema in rete ben più autorevole del sottoscritto. Vorrei qui solo sottolineare cosa mi induce a pensare che oggi sia diverso da ieri. Un tempo gli scambi commerciali tra Stati avevano un impatto molto minore sull’economia nel suo complesso rispetto ad oggi: quando quindi le banche centrali decidevano di pilotare una svalutazione della moneta giocando su tassi di interesse o aumentando la base monetaria, la rigidità con cui i mercati reagivano era tale da riuscire a tenere sotto controllo la situazione. Negli ultimi trent’anni invece l’impatto sull’economia di importazioni e esportazioni è, molto approssimativamente, raddoppiato: questo significa che una fluttuazione della valuta ha ripercussioni e quindi effetti di instabilità molto maggiore di un tempo. Negli ultimi anni non sono mancati casi di svalutazione andata fuori controllo: il caso della crisi asiatica della fine anni ’90 è molto interessante. L’instabilità della lira turca è considerata da molti un pesante macigno sull’economia di quel paese, pur in forte sviluppo. Ma anche l’incredibile fluttuazione che il rublo ha avuto negli ultimi mesi (ha dimezzato il proprio valore per poi ritornare al valore originale) indica che è molto più difficile giocare oggi su certi fattori, senza avere rimbalzi di difficile gestione. Non è un caso se il governo russo ha reagito alla tempesta valutaria sul rublo imponendo una serie di restrizioni alle operazioni bancarie, restrizioni che in un paese semidittatoriale come la Russia sono plausibili, in un paese come l’Italia molto meno.
Se oggi tornassimo alla lira, il governo si troverebbe verosimilmente costretto ad impedire agli italiani di aprire un conto in Euro in una banca straniera, nel quale tenere i propri risparmi al riparo da svalutazioni della lira, altrimenti anche la lira rischierebbe di entrare in una corsa al ribasso senza fine. Non dimentichiamoci poi che nel tempo le importazioni sono diventate un elemento importante del nostro paniere di consumi, quindi una svalutazione avrebbe un impatto negativo decisamente maggiore rispetto al passato sul potere d’acquisto dei nostri salari. Non illudiamoci nemmeno che i vantaggi sulle esportazioni siano così rilevanti come in passato, sia perché molti generi in cui l’Italia è forte, come l’alta moda, ha una scarsa elasticità al prezzo, sia perché molte aziende italiane hanno linee produttive all’estero e quindi la riduzione del costo del lavoro conseguente ad una svalutazione di una valuta solo italiana sarebbe modesta. Ma se comunque le aziende che vendono nella grande distribuzione potrebbero avere giovamento, in termini di competitività sul prezzo, da una svalutazione, pensiamo ad aziende che vendano invece a listino (listino ovviamente in Euro o comunque in valuta diversa da quella italiana) che si troverebbero a dover fissare un listino, indovinando quale saranno nel periodo di validità del listino le fluttuazioni del cambio e assumendosi quindi un margine di rischio ulteriore. Non dimentichiamoci poi del disagio e dei costi per i tanti turisti europei che ogni anno si riversano in Italia nel trovarsi di nuovo a dover cambiare valuta. In definitiva se spesso negli ultimi cinquant’anni ci si è posti il problema di fissare il tasso di cambio non è forse per una cospirazione internazionale, ma perché l’instabilità del tasso di cambio è un problema per i mercati e sicuramente oggi lo è più di quanto non lo fosse vent’anni fa. Se una nazione come la Macedonia che non fa nemmeno parte dell’UE ha adottato l’Euro, e si sforza di mantenere una discreta stabilità finanziaria, pur non avendo obblighi in questo senso, vuol dire che forse la sovranità monetaria non è poi un boccone così prelibato oggi, o lo è comunque molto meno di ieri, tanto che alcuni considerano preferibile far parte di un sistema monetario relativamente stabile, anche se se ne devono accettare le regole, che far parte di un sistema monetario che offre maggiore libertà ma instabile e difficilmente controllabile. Se nella teoria delle aree valutarie ottimali la forte integrazione economica è considerata come un fattore che rende appunto un’area valutaria ottimale, mi viene da dire che l’Europa sia un’area valutaria ottimale oggi più di vent’anni fa.
Parliamo adesso di normative, supponiamo di uscire dall’Unione Europea (ricordo che non è previsto dai trattati un’uscita dall’Euro senza uscita dall’UE). Non dovremo allora più piegarci a quanto imposto in termini di modalità di produzione del formaggio, o di energia dissipata da un tostapane, ma, attenzione, non potremo nemmeno imporlo agli altri. Oggi che più del 30% dei prodotti che compriamo arrivano dall’estero come facciamo ad avere un controllo, a governare quel flusso, se non ci sediamo più ad un tavolo comune con chi li produce? Oggi siamo in grado di difendere il Parmigiano dal “Parmisan” in tutta Europa, perché ci sediamo a Bruxelles e a Strasburgo. Se usciamo potremo anche proibire la commercializzazione del “Parmisan” in Italia, ma chi tutelerà il Parmigiano negli altri 32 paesi dell’Unione? Consideriamo che oggi più di un terzo della produzione di parmigiano è diretta all’estero (e di questa fetta il 65% verso l’Unione Europea) ed è una quantità che è raddoppiata negli ultimi 10 anni. Come cittadini poi non dimentichiamoci che la gran parte delle misure che sono state introdotte in Italia per andare incontro alle esigenze dei consumatori nascono da direttive europee, siamo così desiderosi di farne a meno?
Parliamo poi di mobilità delle persone. Oggi già lamentiamo la fuga dei cervelli, cosa succederebbe domani se il salario in Euro di un impiegato in Francia divergesse ancor più di quello attuale rispetto al valore di quello italiano in Lire? Negli anni ’70 lo scoglio linguistico era considerato insuperabile, ed era anche più difficile di oggi mantenere delle relazioni con i propri parenti e amici trasferendosi all’estero: oggi non è più così, i vincoli sono molti di meno ed in questo scenario le persone migliori verosimilmente fuggirebbero all’istante verso l’estero. Pensiamo a quello che è successo e sta succedendo in Ungheria, dove la classe media sta da tempo lasciando il paese in massa.
Per sintetizzare, il mondo è cambiato rispetto a certi modelli di riferimento che ancora oggi molti hanno in mente. Oggi la nostra società in tutti i campi (sociale, economico, lavorativo, finanziario) ha superato i confini tra nazioni, e non solo quelli tra le nazioni europee. In questo scenario svincolarsi dall’Europa e tornare ad avere solo competenze nazionali è un bottino assai misero, perché la maggior parte di quello che riguarda la nostra vita quotidiana ne rimarrebbe fuori.
Per non voler condividere con altri la nostra influenza su un comune governo europeo, ci ritroveremmo tra le mani quella esclusiva su un governo nazionale debole e giocoforza subalterno, rinunciando a qualunque influenza su flussi commerciali, economici, sociali, nei quali siamo e rimarremo comunque coinvolti fino in fondo. Ma allora: se non vogliamo mandare indietro le lancette della storia, se non vogliamo chiuderci in un’autarchia anacronistica, che cosa possiamo fare per recuperare la nostra percezione di sovranità ? Perché chi fa riferimento alla ripresa di sovranità raccoglie facili consensi? Perché manca la percezione di influenzare il livello superiore, quello europeo, quello sovranazionale, così come influenziamo gli altri livelli, quello nazionale, quello regionale, quello locale? Manca un po’ per ignoranza, certamente. Se chiedete in giro: pochi si dimostreranno al corrente di quali fossero i candidati al soglio di Presidente della Commissione Europea e che, con il nostro voto alle europee, abbiamo eletto Juncker. Ma in parte è comunque una percezione corretta, perché, a dispetto di qualche passetto avanti, come appunto quello di avere oggi un Presidente di Commissione Europea eletto dai cittadini europei, continuiamo a vedere che alla fine sono i governi nazionali a decidere e, ovviamente, decidono sulla base dei propri rispettivi interessi. Il caso della Grecia dimostra che oggi, quando ci sono decisioni fondamentali per il futuro dell’Unione, sono Germania, Francia e poche altre a decidere e il ruolo delle istituzioni europee è ancora marginale. Manca una vera democrazia europea che governi tutti i processi, che vanno dall’immigrazione, alla politica estera, dal commercio al controllo sui bilanci nazionali.
Che cosa ci dice allora davvero la vicenda greca? Che finché l’Europa sarà la somma delle voci dei vari governi nazionali, le cose rispetto al 1893 non cambieranno molto, né in un senso né nell’altro. Le cose cambieranno quando l’Europa avrà la voce di un singolo governo democratico europeo. Allora sì che avremo di nuovo la nostra “sovranità “, allora sì che chi si siede con Tsipras per trovare soluzioni per il debito greco avrà un mandato dai cittadini dell’Unione e non solo da quelli tedeschi.
Chi, cavalcando un anacronistico, e anche un po’ patetico, nazionalismo di ritorno, ci parla di sovranità indicando la direzione opposta, forse lo fa per marketing politico o forse perché non ha proprio capito che alcune cosette sono cambiate nel mondo negli ultimi trent’anni. Chi invece si muove in quella direzione, come forse sta facendo Hollande in questi giorni, potrebbe scrivere una parola fondamentale per il recupero dell’autentica sovranità dei cittadini e quindi, sperabilmente, anche di un’Europa più solidale. E’ una soluzione che prospetta scenari ignoti ancora inesplorati, difficili da immaginare, ed è certamente molto più semplice proporre un “indietro tutta” verso un affascinante mondo di ieri, che però, purtroppo o per fortuna, non esiste più. Purtroppo la scarsissima copertura mediatica che la svolta di Hollande ha avuto sui sempre provincialissimi media italiani ci ricorda che la resistenza passiva che i gruppi di interesse di casa nostra dimostrano sempre verso queste proposte è parte del problema.
Il mio complicato EXPO
Curiosità e desideri familiari mi hanno spinto qualche settimana fa ad acquistare tre biglietti per l’EXPO, approfittando dal ponte di San Savino (festa patronale ad Ivrea, dove lavoro). Mi aspettavo code all’ingresso e disagi nel trovare parcheggio ed invece la parte che si rivelava più difficile e faticosa era proprio l’acquisto dei biglietti, parte che, nell’era degli acquisti online, dovrebbe essere diventata invece la più semplice.
Essendo soci COOP avevamo diritto allo sconto e sono quindi andato sul sito della COOP per effettuare l’acquisto. Inserendo il numero di tessera venivo ridiretto sul sito dell’EXPO dal quale, con una finestra comoda e facilmente leggibile, sceglievo il mio biglietto (familiare due adulti e un bambino). Ho quindi proceduto al pagamento, per il quale sono stato ridiretto su monetaonline.it dove ho inserito il codice della Carta di Credito. Avevo in effetti notato che l’addebito che monetaonline.it (53,90 €) mi proponeva era diverso da quello che il sito dell’expo (91 €) mi indicava, ma ho pensato che l’addebito fosse suddiviso per qualche strano motivo in acconto e saldo e ho proceduto lo stesso. Ho quindi aperto la mia mail, dove ho trovato il biglietto elettronico, prontamente recapitatomi. Peccato che il biglietto fosse per due (1 adulto + 1 bambino), anziché per tre e in effetti l’SMS di addebito ricevuto indicava 53,90 € anziché 91 €. Ho temuto di essermi sbagliato io, e invece no, perché, avendo ancora il browser aperto, ho provato a cliccare su “indietro” riottenendo la pagina dal quale avevo effettuato l’ordine sulla quale campeggiava chiaramente la dicitura “Biglietto 2 adulti + 1 bambino” (vedi immagine sopra).
Per soddisfazione ho provato a ripetere un paio di volte la procedura, e guardando meglio mi sono reso conto che il pagamento che ti viene proposto da monetaonline.it era effettivamente quello relativo ad un biglietto “1 adulto + 1 bambino” (vedi immagine a sinistra) e non quello che avevo ordinato. In sostanza ordinavi una cosa e te ne viene data un’altra.
Mandavo immediatamente una mail di protesta al supporto ed iniziava un’Odissea. Era Giovedì, il biglietto era per Lunedì, sembrava ci fosse tempo ma non facevo i conti con la capacità (o la volontà ) di non capire il problema di chi si occupa del supporto. E’ iniziato un ciclo di telefonate e mail che sono durate ininterrottamente di lì a Domenica sera. La risposta che quasi tutti mi hanno dato è che “non c’è nulla da fare perché non è previsto un cambio di biglietto” invitandomi però a mandare un’altra mail o a fare un’altra telefonata.
Le persone del call center mi dicevano ovviamente che non potevano darmi un riscontro circa i problemi tecnici, quelle del supporto mi davano via mail risposte insulse guardandosi bene dal chiamarmi, anche se avevo ripetutamente dato il mio numero di telefono. Insomma mi rendo conto di essermi trovato dentro ad un caso scuola in termini di sclerosi dei sistemi di supporto al cliente. Il tutto mentre, riprovando a compiere i passi già fatti (senza ovviamente procedere all’acquisto), il sito di monetaonline.it continuava a chiedermi l’addebito sbagliato e quindi il problema continuava a non essere risolto, nonostante le mie innumerevoli segnalazioni. Alla fine, giunto a Domenica e quindi alla vigilia della visita all’EXPO, decidevo di alzare bandiera bianca e di acquistare un ulteriore biglietto pagando i 2,80 € di differenza. Nessuno più mi contattava e la cosa finiva lì, non fosse che a distanza di qualche giorno avrei scoperto che il problema era stato messo a posto e adesso, ordinando un biglietto da tre persone, te ne viene proposto uno da tre persone. Sarebbe stato carino mandarmi poi una mail che dicesse: “Ah, sì. Ci siamo accorti che il nostro sito non funzionava e che per colpa nostra lei ha pagato 3 Euro in più. Non che pensiamo di rimborsarla, per carità , ma volevamo farLe sapere che siamo molto dispiaciuti“. L’avrei gradita.
E l’EXPO? Beh, vale la visita obiettivamente. Molti dei padiglioni sono un esempio sia di bellezza architettonica che di efficacia espositiva. Cito quello dell’Angola, davvero splendido sia esteticamente che per come è stata organizzata l’esposizione, e quello della Thailandia, anch’esso molto curato e corredato di alcuni momenti di intrattenimento apprezzabili. Ragguardevoli anche i padiglioni degli stati arabi del Golfo: Emirati e Kuwait su tutti. Molto bello anche il padiglione del Nepal, che trasmetteva le atmosfere di quella splendida e sfortunata terra. Splendido il padiglione italiano, anche qui sia dal punto di vista architettonico, sia per le soluzioni espositive estremamente efficaci, tra la quali certamente da segnalare la sala a specchi sulle pareti della quale venivano proiettate immagini del nostro patrimonio artistico, con un effetto straordinario. Qui l’unico rammarico è davvero pensare che un’opera di simile prestigio verrà smantellata tra pochi mesi.
Il tema della manifestazione, ovvero quello dell’alimentazione, è trattato soprattutto in termini di processi e innovazione nell’ambito dell’agricoltura e dell’ambiente. Non aspettatevi invece una sorta di grande sagra: solo in pochi padiglioni c’era la possibilità di assaggiare specialità gastronomiche locali. I ristoranti ospitati nei padiglioni nazionali erano spesso molto cari e sembravano avere quindi più uno scopo commerciale che promozionale. Questo non vuol dire non si potesse mangiare a prezzi accessibili. Noi abbiamo cenato al padiglione israeliano mangiando falafel e bourekas e spendendo una trentina di euro in due. Un’alternativa a prezzo contenuto era anche quella offerta dai ristoranti di Eataly che offrivano piatti intorno ai 10 Euro, anche se la qualità offerta non sempre era all’altezza del marchio di Farinetti.
Tornando a temi organizzativi è certamente discutibile anche la decisione di far pagare a prezzo salato i parcheggi dedicati ai visitatori. Capisco il voler dissuadere dall’uso dell’auto, ma 12,50 Euro per un parcheggio quando i vicini Molino d’Orino o Lampugnano (di cui abbiamo infatti fruito) costano 2,50 Euro al giorno, sembra davvero una tariffa fuori da ogni logica.
La conclusione che devo trarre è, ahimé, poco originale per una manifestazione che si svolge in Italia. Ovvero, sin quando si tratta di proporre soluzioni estetiche apprezzabili e innovative, sin quando si tratta di coinvolgere i visitatori con la gastronomia e l’enologia, noi riusciamo a centrare l’obiettivo ed a farci apprezzare. Quando invece si tratta di mettere in piedi un’organizzazione in grado di funzionare ci dimostriamo quasi sempre inadeguati al compito. Peccato.
Ed è subito polemica
Un Venerdì di qualche settimana fa sono stato invitato in quel di Rivarolo alla serata di inaugurazione della tappa locale della mostra itinerante “70 angeli in un unico cielo” che ricostruisce, attraverso una serie di documenti, le due tragedie di Superga e dell’Heysel. La serata è stata molto toccante, ma anche molto piacevole anche per l’intelligenza e la sensibilità degli altri presenti, dimostratasi tale anche alla non facile prova di temi così delicati. Io ho fatto un intervento, più che altro incentrato sulla mia testimonianza degli eventi, cui sono seguiti altri interventi bilanciati tra juventini che parlavano dell’Heysel, torinisti che parlavano di Superga e gli uni e gli altri che affrontavano il modo, spesso patologico, con cui i tifosi di calcio si relazionano con certe tragedie. Alla fine della serata il sindaco Rostagno ha chiuso con l’annuncio che un Centro Sportivo cittadino, recentemente rimesso a nuovo dal Comune, sarà intitolato al Grande Torino. A quel punto Domenico Beccaria, Presidente del Museo del Grande Torino, cogliendo prima di ogni altro lo spirito della serata, ha chiesto al Sindaco se non c’era la possibilità di intitolare invece lo stesso centro sia alle vittime di Superga che a quelle dell’Heysel, o comunque non c’era qualche altra toponomastica disponibile anche per ricordare quest’ultima tragedia. Il Sindaco ha promesso di indagare la possibilità e il pubblico presente ha dimostrato di apprezzare questa proposta. La serata si concludeva con grande cordialità e strette di mano, in clima di estrema serenità . Mai mi sarei aspettato di trovare quindi, sul numero successivo del settimanale locale “Il Canavese”, l’evento raccontato attraverso l’espressione molto abusata “Ed è subito polemica“. Della serata l’unico concetto che rimaneva era la frase di Beccaria, in realtà priva nella sua formulazione di ogni vis polemica. Tra l’altro titolo e sottotitolo omettevano, con intento che è difficile non trovare manipolatorio, di sottolineare che la frase veniva da un autorevolissimo tifoso granata, lasciando così spazio, nella testa del lettore distratto, che si tratti della solita polemica del tipo “A loro sì e a noi no“.
Mi chiedo davvero che cosa sia rimasto della professione giornalistica, così come la descriveva Joseph Pulitzer, nel giornalismo di oggi. Un giornalismo che, non certo solo a livello di periodici locali, sembra avere nella generazione di discussioni inutili e polemiche pretestuoso l’unico vero intento. Mentre purtroppo ogni intento informativo e divulgativo e certamente ogni obbligo deontologico di aderenza ai fatti sono ormai abbondantement dimenticati.
Non lasciare nessuno indietro
Lo slogan “Non lasciare indietro nessuno” spesso risuona nella retorica dell’area politica a sinistra di Renzi. Ed in effetti trovo non ci sia modo più efficace per criticare le politiche di Renzi. Non è questione di essere democratico o meno, non è questione di essere troppo di destra o poco di sinistra, è questione di concezione del proprio ruolo di Governo di un paese. Alexis De Tocqueville già nel XIX secolo parlava del rischio che la democrazia si trasformasse nella dittatura della maggioranza e anche per questo le Costituzioni moderne enfatizzano il concetto per il quale il ruolo di chi governa un paese è governarlo nell’interesse di tutti i cittadini, non solo di una parte. Una visione più o meno sociale dà un’enfasi diversa all’idea di “tutti i cittadini” ma il concetto è che chi governa un paese non può solo occuparsi della massimizzazione del PIL o di un livello di benessere medio dei cittadini, ma deve essere in grado di offrire opportunità di una vita migliore a tutti, dai primi agli ultimi.
Prendiamo concretamente la riforma della scuola. Se ne è parlato molto, ho sentito molti pareri: quasi tutti i pareri critici che ho sentito facevano riferimento ad una ideologia della scuola assolutamente discutibile e rivedibile che portava immancabilmente ad alcuni mantra: “aumentare la responsabilità dei presidi in termine di gestione amministrativa o di assunzioni di insegnanti è un attacco alla democrazia scolastica“, “selezionare gli insegnanti in base al merito fa della scuola un’azienda” eccetera. Partiamo da un presupposto: chi manda i propri figli a scuola, chiede alla scuola di formare i suoi figli e chi ha figli o chi ha lavorato nella scuola sa che non è un lavoro facile e per farlo ci vogliono persone che lo sappiano fare ed un’organizzazione alle loro spalle che funzioni. Alla scuola si chiede quindi di selezionare e motivare queste persone e di spendere il poco denaro a disposizione nel modo migliore, in modo da consentire a queste persone di svolgere il proprio lavoro al meglio. Poi si chiede ovviamente anche di poter discutere determinate decisioni ed avere voce in capitolo nelle stesse, ma tra queste decisioni non trovo abbia senso esserci la scelta dei docenti, su cui non credo i genitori o gli altri docenti possano reclamare competenze. Anzi, io come genitore, se scopro che a mia figlia insegnano che l’omosessualità è una malattia o che Mussolini è stato un grande statista, voglio poter andare dal Preside e dirgli quello che penso dei docenti che sceglie, senza sentirmi dire “Eh, non dipende da me”. Pensare che quindi certe decisioni possano essere prese dal solo Preside non porta ad una minore democrazia ma solo ad una maggiore chiarezza di responsabilità . Ogni responsabilità comporta un controllo e qui mi pare che la riforma zoppichi parecchio, ma anche questo è un punto che sembra non interessare a molti.
La scuola non è un’azienda, si dice poi: certo, ma il fatto che un’azienda adotti certi processi per motivare le persone a dare il massimo non esclude che possa farlo anche un istituto scolastico, con gli stessi obiettivi. Pensare quindi che si adotti un processo di valutazione degli insegnanti che produca eventualmente degli incentivi economici ai più bravi non è affatto un’eresia, anzi agli insegnanti più bravi di mia figlia sarei ben contento di poter far avere un premio.
Purtroppo però, nascosto dalla cortina fumogena della contestazione preconfezionata, ricca di slogan e povera di contenuti, c’è un problema sostanziale della riforma: quello iniziale, ovvero che lascia fuori quelli che non riescono ad entrare dentro. I 100mila forse saranno assunti e siamo tutti contenti che ciò accada, ma gli altri vedranno apparentemente vanificarsi decenni di lunga attesa, di lavoro, di sacrifici fisici ed economici, nel miraggio di trovare finalmente un giorno l’agognata immissione in ruolo. Tra quelli c’è ad esempio chi ha speso molto tempo e molti soldi per superare il famoso TFA, per potere accedere all’abilitazione. Oggi a costoro il duo Renzi e Giannini va a spiegare che hanno perso tempo e denaro inutilmente perché non ne avranno alcun vantaggio, oppure c’è chi semplicemente ha lavorato per anni e anni, magari ottimamente, pur passando da supplenza a supplenza, e si ritrova oggi il suo curriculum azzerato, con la necessità , gli uni e gli altri, per poter sperare di lavorare ancora, di affrontare un concorso che li vedrà gomito a gomito con neolaureati ventenni, che magari possono studiare giorno e notte senza una famiglia di cui occuparsi. Chi dà delle risposte a queste persone? Chi dice a queste persone che il nostro Governo è il governo di tutti? No, non è il governo di tutti, è il governo di quelli che ce la fanno o, peggio, che sono più fortunati o raccomandati, gli altri… si arrangino.
Se la componente autenticamente sociale del nostro quadro politico vorrà rifondarsi, dopo il passaggio del ciclone renziano, dovrà ripartire, a mio modo di vedere, proprio da qui, riponendo in soffitta vuoti schematismi ideologici che nella società della comunicazione non riscuotono più nemmeno il fascino di cui un tempo godevano, e ricordandosi che cosa vuol dire davvero “non lasciare indietro nessuno”.
Dagli abissi al tetto del mondo
Era un Sabato pomeriggio del Settembre 2006 e per la prima volta in vita mia varcavo l’ingresso dello Stadio Olimpico di Torino e di una serie calcistica che non frequentavo dai tempi dell’adolescenza, quando andavo al Franco Ossola di Varese e vedere la squadra locale che faceva la spola tra B e C. C’era forse un velo di tristezza sul popolo bianconero che era pronto, fino a pochi mesi prima, all’ennesimo assalto alla Champions, dopo un’eliminazione nei quarti ad opera dell’Arsenal, e che invece si era ritrovato a battagliare per una promozione in A che con 9 punti di penalizzazione pareva tutt’altro che scontata. Una settimana prima c’era stato l’esordio a Rimini, conclusosi con uno sconcertante 1-1, che aveva ricordato a chi si fosse illuso, che il ritorno alla categoria di sua competenza per la Juventus sarebbe stata tutt’altro che una formalità . C’era però nell’aria anche l’entusiasmo delle rifondazioni, quel rinnovato affetto per la squadra, quell’affetto che si manifesta più forte nei momenti di maggiore difficoltà . Per me quello fu un giorno che cambiò forse il mio modo di vivere il calcio, lo stadio, la partita. Fu una partita difficile, sudata anche quella, vinta con un faticosissimo 2-1 finale, con un gol di Trezeguet e uno di Del Piero, ma con sue palle gol facili sbagliate dal Vicenza negli ultimi minuti. Però fu una festa, come il calcio sa e deve essere ed più facile lo sia quando è un po’ più lontano dai riflettori dei media e dai veleni che i mezzi di comunicazione diffondono copiosamente. Da quella festosa giornata è iniziato un cammino che è arrivato in 9 anni fino al tetto del mondo. E’ un cammino che è passato dalla decisione che presero grandi campioni come Buffon, Del Piero, Nedved ma anche Trezeguet e Camoranesi, di provarci a tornare fin lassù. E anche se, con l’eccezione di Buffon, tutti hanno dovuto abbandonare la casacca a strisce prima di riuscirci, credo possano sentirsi un po’ parte di quanto è accaduto quest’anno ed in particolare Sabato scorso. E’ un cammino che è passato da una profonda riorganizzazione societaria, che ha modernizzato la Juventus avvicinandola a modelli europei di autosostenibilità , una trasformazione che non ha funzionato da subito, ma che ha nel tempo costruito un gap abissale rispetto a quelle rivali che hanno continuato a sperare nei cordoni della borsa dei loro proprietari, rinchiudendo una parte del calcio italiano in un conservatorismo che gli è stato letale.Â
Un cammino fatto di molti fallimenti temporanei, tutti molto istruttivi. Un cammino che ha visto come una delle principali architravi lo Stadium, solo un luogo sì, ma il calcio è un rito e i riti si nutrono anche e soprattutto di luoghi. Non sono né un fan né un fustigatore di Moggi e Giraudo: non li ho mai apprezzati dal punto di vista umano ma non li ho mai nemmeno considerati peggiori della media degli operatori del calcio di quegli anni. Non posso però non riconoscere che lo Stadium fu un’idea partorita proprio dalla Triade (non vorrei dimenticare Bettega che ha sempre avuto il torto di essere l’unico galantuomo dei tre). E’ stata un’idea a cui la nuova dirigenza ha affiancato un a gestione della sicurezza e della collaborazione con il tifo che ha reso lo Stadium un modello anche dal punto di vista dell’ordine pubblico: uno stadio in cui non ci sono barriere, e nonostante ciò uno stadio in cui non esplodono bengala o bombe carta (e non certo perché i tifosi juventini siano più bravi degli altri, vedi quello che è successo all’ultimo derby giocato all’Olimpico). 
Sabato scorso questo cammino ha avuto il suo coronamento su quello che calcisticamente è il tetto del mondo. Non voglio mancare di rispetto al resto del mondo e al Sudamerica in particolare, ma la bulimia del calcio europeo ha svuotato i club del resto del mondo dei loro talenti e non a caso negli ultimi 8 anni 7 volte la Coppa del Mondo per Club l’ha vinta la rappresentante europea. Oggi si può quindi ben dire che non ci sia partita tra club al di sopra della finale di Champions League. Poteva giocarcela diversamente, magari improvvisando un Fort Apache davanti a Buffon e potevamo anche vincerla, magari puntando sui rigori o segnando nell’unica azione della partita. Invece l’abbiamo giocata da pari a pari, abbiamo rischiato una larga sconfitta, abbiamo rischiato di vincerla. La Juve non è ancora più forte o forte quanto il Barcelona, ma siamo lì, siamo tra le migliori squadre d’Europa e questa consapevolezza vale di più della Coppa.
Magari l’essere la squadra europea ad avere perso più finali di Champions League/Coppa Campioni e anche più finali europee in assoluto non è uno dei record più ambiti, ma vuol dire che ci siamo arrivati tante volte e infatti per numero complessivo di finali europee siamo dietro solo ai due colossi iberici, Real e Barca: alla faccia di chi dice che la Juve in Europa ha sempre combinato poco. E poi c’è qualcos’altro. C’è l’aver contenuto le polemiche circa il presunto rigore su Pogba, che forse ci poteva stare ma è il genere di fallo che a nessun arbitro al mondo si può chiedere di vedere con chiarezza, senza l’ausilio della moviola. C’è l’aver finito la partita tra gli applausi anche del pubblico avversario. C’è l’aver applaudito i catalani meritatamente campioni. Anche questo è essere europei, anche questo è andare oltre agli starnazzi isterici del pollaio italiano.
Un solo peccato la Juve ha commesso. E’ saltata la festa. Niente passerella in centro, autobus scoperto, bagno di folla. Prima c’era da pensare alla Coppa Italia, poi c’era da pensare alla finale di Champions, poi c’erano le vacanze e la Nazionale. Un paio d’ore di passerella non ci avrebbero fatto perdere Coppe, vacanze o Nazionale. Non lasciamo che un malinteso senso sabaudo della misura cancelli quello che la Juventus e i suoi interpreti hanno fatto. Il calcio è festa e deve essere festa, e allora i successi vanno festeggiati, altrimenti diventa facile dimenticarseli o considerarli normali. Perché l’entusiasmo, l’affetto per i colori di una squadra, il rito che si svolge attorno ad essi, si costruiscono anche e soprattutto così. A me personalmente il detto “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” non piace molto. La vittoria è certamente importante ma ci sono tante altre che cose che contano e se vogliamo rimanerci a lungo, sul tetto del mondo, è bene che ce ne rendiamo conto.
29 maggio
Sto leggendo il bel libro di Mario Desiati sulla strage dell’Heysel. C’è un pezzo che mi ha colpito che descrive il tifo calcistico: “mi affascina l’assoluta assenza di buon senso, la radicale malafede, la retorica legata alla superiorità genetica dei propri colori che sfiora inevitabilmente un confine all’esteso crogiolo del razzismo”. Forse è proprio questo arbitrario confine che il tifo traccia tra bene e male, tra i buoni e i cattivi, che, come spesso accade quando questo genere di confini vengono tracciati in modo arbitrario, genera aggressività e violenza. Dopo 30 anni dalla strage dell’Heysel personalmente non mi sono ancora rassegnato al fatto che lo sport e il gioco che trovo tra tutti il più divertente, non possa essere vissuto in modo sano, allegro e spensierato; certo che vedere cosa accade ancora oggi, a Roma con gli accoltellamenti di Lunedì scorso, a Torino con le bombe carta, le sassaiole e i pestaggi, fiaccherebbe le speranze di chiunque. La sensazione che ho sempre in quest’ambito è che ci si aspetti molto dalla autorità del calcio, quando sono invece le autorità istituzionali, politiche e giudiziarie, che hanno l’onere e la responsabilità di rendersi conto che il calcio della violenza e delle città fermate per una partita non è l’unico calcio che esista al mondo e di agire conseguentemente. In fase di preparazione c’è l’ennesimo decreto in tema che però, per la prima volta, sembra affrontare lo spinoso problema dei rapporti ambigui tra società e violenti. Vedremo se riuscirà ad essere efficace.
Ho l’impressione nel frattempo che qualche passetto avanti lo stiano facendo gli appassionati, passetto forse corrispondente ai piccoli passetti che sta facendo, nonostante tutto, la coscienza civile della nostra società . Non ero a Roma per la finale di Coppa Italia, ma chi mi ha detto che il pubblico della squadra vincente ha applaudito la squadra perdente all’atto della premiazione, mi ha dato una gran buona notizia, anche se in altri paesi sarebbe l’assoluta normalità .
Vorrei commemorare la ricorrenza di oggi ricordando ancora una volta, qui di seguito, come andarono, dal mio punto di vista, gli eventi di 30 anni fa e ricordando quanti quel giorno non tornarono più a casa.
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.
In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni
Quanto i diritti valgono un tanto al chilo
Come i più sapranno la Corte Costituzionale si è recentemente pronunciata sul decreto Fornero del 2011, considerando incostituzionale il blocco dell’indicizzazione delle pensioni contenuto in quel decreto. Il governo ha reagito predisponendo un piano di rimborsi in misura decrescente al crescere della pensione, fino a non prevedere alcun rimborso per chi guadagna più di 3200 Euro lordi (circa 2000 netti). Non entro nel merito della sentenza per mancanza di competenze prima di tutto, ma poi anche di tempo e di voglia. Però, al di là del merito, quello che so per certo è che la Corte Costituzionale ha stabilito che secondo i principi della Costituzione quel blocco non andava fatto. Nonostante la già menzionata mancanza di competenze, la Costituzione della Repubblica Italiana l’ho leggiucchiata e non ricordo che da nessuna parte vi sia scritto che i principi ivi contenuti siano assoggettati ad alcuna gradualità e alcuna soglia di reddito. C’è l’articolo 53 della Costituzione che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività .” ma si parla appunto di sistema tributario, null’altro. E allora se un principio costituzionale vale e se quel blocco lo violava, non c’è governo al mondo, non c’è esigenza di bilancio al mondo, non c’è Ministro Padoan al mondo, che possa violarlo senza compiere in ciò un arbitrio ed un atto di totale analfabetismo istituzionale. Quando su NFA Boldrin ci spiega che “Pacta sunt servanda vale quando il costo sociale di servirli è inferiore al costo sociale di violarli” esprime un parere legittimo di un professore di economia che legittimamente considera i principi costituzionali un elemento sottoponobile a “business case” e non è nemmeno l’unico, ci sono molti altri pareri rintracciabili in Rete sullo stesso tenore. Che però il Ministro dell’Economia, di un paese che ha qualche tradizione di stato di diritto come il nostro, dica che “l’autonomia della Corte è intoccabile, ma se ci sono sentenze che hanno un’implicazione di finanza pubblica, deve esserci una valutazione dell’impatto” fa rimanere davvero perplessi. Cosa vuol dire che la Costituzione può essere legittimamente disattesa laddove rispettarla costi troppo? E chi lo stabilisce se costa troppo? Padoan? Chissà se è consapevole il nostro Ministro che sta mettendo in discussione i principi fondamentali su cui si regge l’ordinamento degli stati moderni.
Leggo un interessante intervento di Alessandro Penati su Repubblica, che sostiene che l’unico motivo di considerare le pensioni un diritto che è giusto difendere è che i pensionati sono la maggioranza degli iscritti al sindacato (e quindi? Mah…) e che quella della Consulta è quindi una “sentenza politica”. Mi risulta che Penati sia del ’52 quindi non gli manchi molto alla pensione, anche se capisco che la pensione di un’economista sia un po’ diversa da quella di un impiegato. Lo avverto che si accorgerà presto di una cosa, ovvero che lavorare quando si è anziani non è poi così facile, specie se si fanno lavori abbastanza faticosi, anche se i tagli sulle pensioni spingono molti a farlo lo stesso. Questo (e non l’iscrizione al sindacato) differenzia un pensionato da un altro cittadino: il fatto che alla pensione non ci siano alternative. Hai comprato casa e ti aumentano le tasse? La puoi rivendere oppure puoi aumentare il tuo salario lavorando di più. Hai investito il tuo denaro e il rendimento non è quello atteso? Puoi riinvestirlo altrove sperando di guadagnarci di più. Il governo ti taglia la pensione? Non hai speranze: l’unica soluzione è schiattare. Forse Penati pensa a quelle tribù che lasciano gli anziani al loro destino quando non sono più produttivi, ce ne sono parecchie in giro per il mondo. Padronissimo e padronissimi noi di invitarlo a trasferirsi presso tali tribù e di tenerci noi i passetti in più che ha fatto la nostra società in termini di diritti anche di chi non è più in grado di lavorare.
Leggo poi qua e là altri pareri sul tema. I social network sono pieni di persone che si esprimono nel termini: “Guadagna 3200 euro lordi al mese e si lamenta pure?”. Siamo quindi arrivati al punto di considerare chi guadagna circa 2000 euro netti, cioè un terzo in più del reddito medio italiano, un privilegiato che non si merita nemmeno di essere tutelato.
Gli uni e gli altri sono le aberrazioni a cui ci porta proprio il modo di ragionare di Padoan. Nel momento in cui i diritti fondamentali vengono messi sulla bilancia delle esigenze economiche, viene meno un principio di fondo ed allora ci sta il negare diritti a chi guadagna più di noi (o a chi guadagna meno, atteggiamento simmetrico ma di identica matrice), ci sta il negare diritti a chi fa ha fonti di reddito diverse dalla nostra, ci sta negare i diritti al prossimo in generale: un pretesto vale l’altro. Ci sta che si smetta di ragionare cercando di capire quali siano le esigenze delle persone, ma si ragioni solo ed esclusivamente sulle esigenze di bilancio, perché le “esigenze di bilancio”, nella testa delle persone, diventano facilmente il bilancio del proprio portafoglio. Dare la precedenza ai diritti non significa elargire regalìe a tutti, ma significa capire le esigenze di tutti i cittadini, indipendentemente dal lavoro, dalla provenienza, dal censo, in modo tale che tutti abbiano almeno un’opportunità di condurre un’esistenza felice, e significa amministrare ciò di cui dispongono le casse dello Stato in questo senso. Mi si dirà : ma che fare quando in cassa non c’è proprio più nulla? In quel caso si va certamente per priorità , chiedendo prima a chi ancora può trovare riscatto nella sua esistenza e semmai poi a chi non ha più alternative. Conseguentemente, prima di arrivare alle pensioni, ci sono molte altre categorie alle quali si può e si deve bussare. Ad esempio nel 2013 il governo Letta ridusse la tassazione sulle imbarcazioni da diporto di lunghezza superiore ai 10 metri. Ecco, è il genere di cosa che mi fa pensare che le casse dello Stato non fossero proprio così vuote da portar via soldi dalla busta paga dei pensionati, in barba a diritti e principi costituzionali.
Ipocrisia, buonismo e l’importanza delle parole
In una delle scene forse più popolari della cinematografia di Nanni Moretti l’attore-regista in “Palombella Rossa” urla ad una giornalista “Le parole sono importanti!”. Forse quella scena è così celebre anche perché esprime un concetto tutt’altro che banale, ovvero la forza simbolica straordinaria che hanno le parole, pochi suoni messi in fila, dietro ai quali si celano complicati sistemi e processi culturali.
Sarà capitato a tutti, come a me, di sentire e risentire recentemente, soprattutto nelle ultime settimane, le due parole chiave: “ipocrisia” e “buonismo”, ripetute come in un mantra da molti dei nostri esponenti politici e diversi quotidiani. Perché questa popolarità per queste due parole? Di seguito provo a darmene una spiegazione. 
Iniziamo da “buonismo” che è quella più curiosa anche perché di recente diffusione. Le definizioni di buonismo sono varie ma in generale il termine connota negativamente chi ha atteggiamenti troppo indulgenti: è stata spesso utilizzata riferendosi a chi stringeva patti con i rivali politici ma oggi il suo principale uso è nello stigmatizzare l’atteggiamento indulgente verso gli immigrati.
La cosa curiosa della parola è che si tratta di un termine dispregiativo che però deriva da “buono”, termine che nella nostra cultura ha un’accezione quasi esclusivamente positiva. Aggiungerei poi che “buonismo” pare l’erede del termine “pietismo”, molto usato nella retorica del regime fascista con simile accezione, ed è di nuovo significativo che pietismo derivi da pietà , termine che nella cultura cristiana ha un significato profondamente positivo, essendo la “Pietà ” addirittura uno dei doni dello Spirito Santo. In definitiva la domanda è: in cosa il “buonismo” dovrebbe distinguersi dalla “bontà ” (o il “pietismo” dalla “pietà “)? Sembrerebbe che si abbia buonismo quando l’apparente bontà d’animo non è genuina ma corrisponde ad un atteggiamento, ad una volontà di apparire. Questo distinguo però si può fare su base individuale, “Tizio Caio non è buono, è solo un buonista”, ma non può qualificare in termini generali una condotta senza approfondirne le motivazioni personali. Dire “Basta con questo buonismo” è quindi esattamente come dire “Basta con questa bontà “. E allora che bisogno c’è di utilizzare così copiosamente questo strano neologismo?
Entra in scena quel vecchio meccanismo psicologico comunemente chiamato “dissonanza cognitiva”, ovvero quella contraddizione all’interno del sistema di valori di un individuo che lo spinge, per ritrovare coerenza, a ridefinire quel sistema stesso o le forme con cui si esprime. E’ una dissonanza cognitiva quella che da una parte attribuisce alla cristianità un valore differenziante, che giustifica l’essere noi al caldo delle nostre case, mentre altri muoiono sui barconi, dall’altra però quella stessa cristianità indurrebbe a guardare con carità al popolo dei barconi, cosa che non possiamo fare perché li riteniamo una minaccia per il nostro status privilegiato. E allora ecco che ci si guarda bene dall’usare termini, lessicalmente più appropriati, ma classici della cultura cristiana come “Bontà “, “Pietà “, “Carità “, ma si introduce un termine nuovo con l’unico scopo di nascondere la dissonanza cognitiva sotto al tappeto.
Il concetto di ipocrisia è poi strettamente legato a quello di buonismo. Perché, nella testa dell’utente di questi due termini, il buonista non si duole per la sorte dell’immigrato che muore in mare per sincero dispiacere ma per “ipocrisia”. La Treccani definisce ipocrisia come “la simulazione di virtù e di buone qualità per guadagnarsi i favori o la simpatia di una o più persone“. Chi si duole per i morti sui barconi lo farebbe quindi per guadagnarsi il favore di qualcuno, e anche considerando un’accezione più ampia del termine, lo fa per calcolo, per atteggiamento? Per carità , ci sarà anche chi si duole solo per atteggiarsi, solo perché si deve, ma dispiacersi per la morte di una persona è un sentimento talmente normale nella natura umana che etichettarlo, a livello generale, come ipocrisia pare davvero curioso. Anche qui quindi, svalutare i sentimenti altrui, spacciarli come insinceri, è un modo per non sentire come un peso i propri, per non sentire la dissonanza cognitiva di cui sopra.
Dissonanza cognitiva che tra l’altro provo anch’io, anche se me ne faccio una ragione e non cerco fughe lessicali. La provo nel momento in cui mi rendo conto di guardare con commozione a chi muore sui barconi, non per “ipocrisia”, non per “atteggiarmi”, ma per normalissima e sana (credo) empatia umana; e al contempo mi rendo conto di commuovermi molto meno per chi muore sotto le bombe della guerra da cui, chi non è morto prima, prova a fuggire su quegli stessi barconi. Questa sì che è ipocrisia, pensare che un cittadino libico che muore sia uno scandalo se muore a Lampedusa, e non lo sia se muore a Bengasi; pensare che un immigrato che delinque sia un problema se sta a Torino e non lo sia se sta a Tunisi; pensare che nel momento in cui “stanno a casa loro” il problema da cui fuggono non ci sia più; pensare, in definitiva, che quello di negativo o di tragico che avviene fuori dalla nostra portata o dalla nostra giurisdizione non sia un problema è l’unica vera e grande ipocrisia in tema di immigrati e curiosamente quella quasi mai citata.
Cercando di non essere come Vincenzo
Ha avuto risonanza nazionale la foto di un signore di nome, pare, Vincenzo che, insieme con un bambino che pare fosse suo figlio, partecipava alla sassaiola contro l’autobus della squadra nemica al recente derby torinese. Si è scatenata una gogna mediatica contro il personaggio e in effetti non saprei come difenderlo. Credo però giovi spendere qualche parola in più su quanto avvenuto che limitarsi all’indignazione.
La passione per il calcio, come per qualunque altra competizione sportiva di squadra, ha una peculiarità , quella di spingerci inesorabilmente verso una fazione. E’ difficile seguire una competizione sportiva a squadre senza finire col parteggiare, di prendere le parti per una delle due squadre che si confrontano. Io stesso quando mi trovo a seguire, durante i Mondiali, incontri del tipo Nigeria-Arabia Saudita mi sento scivolare come dentro una sabbia mobile verso una delle due formazioni, non importa quale e con che criterio, la più debole, quella gioca meglio al calcio, quella che ti è più simpatica. E’ come se l’essere stati coinvolti per millenni in lotte, guerre, battaglie, avesse scritto nel patrimonio genetico umano una direttiva ben precisa per la quale, di fronte ad una contrapposizione tra due manipoli di individui, sia necessario in un modo o nell’altro iscriversi ad uno dei due fronti. Quando poi quell’iscrizione si alimenta di vissuti comuni, di letture faziose degli eventi, di presunti torti subiti (mai bilanciati dai presunti vantaggi avuti), di malefatte degli avversari (sempre più gravi delle proprie) tutto ciò costruisce un sentimento di aggressività verso il nemico che ben poco ha a che fare con la razionalità e con le logiche di convivenza civile che costituiscono pur sempre un elemento valoriale fondante della nostra società . Questo è in poche parole quello che succede in uno stadio: un luogo nel quale compassati professionisti si trasformano in belve urlanti, che insultano e minacciano illustri sconosciuti solo perché sfoggiano colori diversi dai propri. Chiunque sia entrato in uno stadio sa cosa intende dire il signor Vincenzo quando, nella sua ingenuità , dice che “Allo stadio queste cose ci stanno“. “Ci stanno” perché il senso di emulazione che sentiamo verso il peggio, l’insofferenza alle regole di civile convivenza che ci induce a violarle quando vediamo altri che lo fanno, spinge ad una corsa verso l’aberrazione che può arrivare anche a considerare accettabili sassaiole, lancio di bombe carta e pestaggi.Â
Quello che purtroppo Vincenzo probabilmente non capisce è che anche allo stadio un insulto, un sasso, un petardo, possono far male esattamente quanto fuori dal campo. Chi scrive è un appassionato di calcio, uno che segue la propria squadra da quando aveva otto anni, quasi sempre allo stadio e sa quale fatica costituisca il sottrarsi a queste logiche, ricordarsi che i giocatori avversari sono scorretti più o meno quanto i tuoi, che l’arbitro sbaglia a danno della tua squadra come a suo favore, che i tifosi dell’altra squadra sono persone più o meno come quelli della tua, che il fatto di essere in uno stadio non è una buona ragione per perdere di vista il senso di rispetto per gli altri che ci è proprio altrove.
Ci sono tante cose che ognuno di noi fa che vorrebbe riuscire a non fare: perdere la calma in una discussione, alzare la voce quando non è necessario, reagire in modo esagerato, sfogare su altri le proprie tensioni. Non sempre ce la facciamo ma la presenza dei nostri figli, la loro tendenza a prendere i nostri comportamenti come modelli sono e devono essere un incentivo a resistere a queste ed altre pulsioni al peggio. Ecco perché Vincenzo scandalizza, perché non solo non sembra resistere affatto alla spirale di cui sopra, ma perché, senza apparente rimorso, coinvolge nel suo abbruttimento suo figlio, anziché cercare di salvarlo e di salvare quindi anche sé stesso.
Mia figlia ha 4 anni e già la vedo incuriosita da questo strano rettangolo d’erba che tanto sembra interessare il suo papà . Forse un domani non lontano vorrà venire con me allo Stadio. Quel giorno spero che la sua presenza sia un’ulteriore motivazione per me ad essere allo Stadio la stessa persona che cerco di essere fuori dallo Stadio.
