Fact checking su Juve-Napoli e i complotti

sarri-e-larbitro.jpgDa settimane non si parla d’altro, nelle cronache sportive, che della sfida tra Juventus e Napoli e quando una sfida così importante per l’esito del Campionato è alle viste, la pressione sull’arbitraggio non manca mai e ancor più se una delle contendenti è la Juventus (sui motivi qui trovate il mio personale pensiero…). Nonostante il clamoroso errore dell’arbitro Doveri che Domenica scorsa ha consentito al Napoli di giocare in superiorità  numerica per quasi un tempo di gioco contro il Carpi, la pressione pare tutta orientata soprattutto verso possibili errori a favore della Juventus (qui e qui e anche qui qualche esempio in merito). Tutto ciò non può che riportare alla mente quello che disse a Novembre Sarri, l’allenatore del Napoli, quando sostenne che “i rigori li danno solo alle squadre a righe”, in quanto la sua squadra non aveva ancora avuto rigori dall’inizio del Campionato. Mi sono preoccupato di individuare, se esiste, una base reale all’origine di questo atteggiamento, almeno limitatamente al confronto tra Juventus e Napoli.
Cominciamo da qualche numero generale a proposito dell’argomento tirato in ballo da Sarri e che è di solito il punto più dolente degli arbitraggi calcistici: i calci di rigore. Juventus e Napoli sono risalite dalla Serie B nell’estate del 2007. Da allora hanno disputato nove stagioni (compresa la attuale) in serie A. La Juventus è la squadra che da allora ha segnato più reti di tutti in serie A (589) mentre il Napoli ne ha realizzati 541 (meglio del Napoli hanno fatto sia l’Inter, che il Milan che la Roma). Ciononostante il Napoli ha avuto da allora ben 70 rigori a favore, mentre la Juventus solo 55. I partenopei in questa speciale classifica sono secondi solo al Milan (79 rigori). Quanto ai rigori contro la Juventus ha una leggera posizione di vantaggio 35 contro 38, ma considerando che la Juventus ha subito solo 283 reti contro le 374 del Napoli, l’incidenza dei rigori contrari sul bilancio difensivo della Juventus è decisamente superiore a quello del Napoli (1 rigore contro ogni 8 gol subiti per la Juventus contro 1 ogni 11 gol per il Napoli). Questo sembra escludere qualunque polarizzazione pro-Juventus, anzi potrebbe suggerire semmai qualche polarizzazione contraria. Tra l’altro da quando Sarri pronunciò la frase sopra citata il Napoli di rigori ne ha avuti 5 a favore, ed è la squadra di Serie A ad averne avuti di più dopo la Fiorentina (7) ed a pari merito con Juventus, Sassuolo e Atalanta.
britos-vs-morata.jpgVediamo cosa succede invece se si vanno ad esaminare gli scontri diretti. Sempre dal 2007 Juventus e Napoli si sono incontrate 16 volte. Il Napoli ha avuto a suo favore 4 calci di rigore, la Juventus solo 1. L’unico rigore concesso alla Juve in questi 9 anni contro il Napoli in Campionato si è verificato nell’ultimo Juventus-Napoli (nel maggio del 2015), a tempo scaduto sulla situazione di vantaggio 2-1 per i bianconeri, in una partita disputata a scudetto già  vinto dalla formazione torinese. Prima di allora l’ultimo rigore concesso alla Juventus contro il Napoli in Campionato risaliva alla stagione 2000-01, quando in Juventus-Napoli (finita 3-0), sulla situazione di 2-0, Zidane aveva sprecato un rigore concesso ai bianconeri dall’arbitro Borriello.
Si dirà  ora che non ci sono solo i calci di rigore nel calcio. Sono andato quindi, grazie all’archivio della Gazzetta dello Sport (uno dei pochi tuttora gratuito) a recuperare i dati circa gli errori arbitrali in queste 16 sfide tra Juve e Napoli. Considerando ogni errore menzionato (grave o veniale che sia) in questi 16 incontri ci sono stati 29 errori arbitrali, la suddivisione tra le due squadre dà  una quasi perfetta parità :15 errori hanno favorito la Juventus, 14 hanno favorito il Napoli. Se però isoliamo i soli errori chiari (escludendo tutti gli episodi considerati a vario titolo come “dubbi”) rimangono 16 errori, dei quali 9 a favore del Napoli, 7 a favore della Juventus. Anche qui non si notano quindi sbilanciamenti pro-Juventus che suggeriscano sospetti o complottismi.
supercoppa-mazzoleni-espelle-zuniga.jpgQualcuno potrebbe però accusarmi di di stare trascurando la Supercoppa edizione 2012, quella disputata a Pechino, funestata dal rifiuto del Napoli di partecipare alla premiazione, episodio piuttosto inconsueto nello Sport, in protesta contro la condotta dell’arbitro Mazzoleni. Nell’incontro si verificarono la concessione alla Juventus di un calcio di rigore e l’espulsione dei giocatori del Napoli Zuniga e Pandev. Se guardo però la ricostruzione che sempre la Gazzetta dello Sport fa degli episodi contestati, emerge che gli episodi realmente discutibili dell’arbitraggio sono un fallo non concesso al Napoli a centrocampo, di poco precedente al fallo che costò l’espulsione a Zuniga, e un contatto considerato “dubbio” tra Barzagli e Behrami nell’area della Juventus a cui fa da contraltare un contatto altrettanto dubbio (anch’esso non sanzionato) tra Maggio e Matri nell’area del Napoli. Non sembrano in sostanza circostanze diverse dalle normali sbavature nell’operato di un arbitro. Non dimentichiamoci che pochi mesi prima di quella sfida Juventus e Napoli disputarono la finale di Coppa Italia con la vittoria dei campani per 2 a 0. L’incontro fu sbloccato a favore dei partenopei da un rigore a loro concesso dopo che alla Juventus ne era stato negato uno definito “evidente” sempre dalla “rosea”. Riporto come il quotidiano descrive l’esisodio: “alla Juve manca un rigore sullo 0-0. L’ episodio dopo 42 minuti: Marchisio è colpito da Aronica mentre sta per caricare il tiro. Fallo evidente: tra l’altro causa un danno al centrocampista che calcia in malo modo.“. Insomma da come è descritto quest’ultimo pare un errore molto più evidente di quelli della Supercoppa, anche qui nulla quindi suggerisce uno sbilanciamento pro-Juventus.
Ovviamente tutte queste considerazioni attingono ad una fonte, la Gazzetta dello Sport, non propriamente super partes, ma né il Corriere dello Sport, né il Tuttosport, per opposti motivi, mi parevano fonti più affidabili (al di là  del fatto che non dispongono di un archivio online gratuito…).
Un’altra considerazione generale che mi viene da fare è sul fatto che in 16 sfide tra Juve e Napoli si siano verificati altrettanti errori chiari da parte dell’arbitro, in sostanza uno a partita. Questo fa ben capire quale sia l’affidabilità  di chi mette in sequenza tre errori e ci costruisce sopra una teoria del complotto.
Tirando le somme, come in precedenti casi, anche qui devo chiudere senza avere individuato nemmeno un vago indizio che possa sostenere la tesi di un occhio di riguardo verso la Juventus nei confronti del Napoli. Anche questa volta mi tocca quindi avanzare il sospetto che chi lo fa cerchi esattamente di ottenere quel condizionamento dei direttori di gara che a parole vuole combattere. Chissà  se un giorno avremo un calcio in cui non ci si affolli sui media a lanciare accuse preventive, per cercare di mettere pressione su chi deve decidere. Non mi sorprenderebbe se in quel calcio gli arbitri riuscissero miracolosamente a sbagliare anche di meno.

Feb 12th, 2016

Tempi mediatici

matteorenziocchiolino.jpgPoche settimane orsono è entrato in vigore un decreto del governo Renzi che permette di sospendere entro 48 ore il dipendente pubblico presunto assenteista. Perché proprio 48 ore? C’è forse tanta urgenza di licenziare un dipendente fannullone? Non lo si può semmai sospendere in attesa di accertare le circostanze verificatisi? Come ricordato da Alessandro Gilioli i dipendenti pubblici sanremesi sono stati licenziati a tre mesi dal momento in cui si erano scoperte le loro malefatte. Non è un tempo sufficiente? Perché di meno e perché proprio due giorni?
Proviamo a pensare al ciclo di vita di una notizia e in particolare a quelle notizie che sembrano progettate appositamente per suscitare l’indignazione dell’esercito piccolo borghese che affolla i divani di fronte ai telegiornali, lo stalker che, dopo ripetute denunce inascoltate, uccide la sua vittima, il vigile a cui avevano tolto la patente che, ubriaco, investe in auto una famiglia, l’insegnante di asilo che picchia un bambino. L’agenzia rimbalza la notizia nel suo stringato formato, eccola comparire poi sui siti web, sulle prime pagine dei telegiornali, e poi, il mattino dopo, sui giornali cartacei. L’esordio è un po’ in sordina se l’evento non è di quelli straordinari, ma se la storia piace risale tra le notizie fino a diventare, in poche ore, il piatto forte dei notiziari. Il giorno dopo, se la notizia non ha un seguito e gli eventi sono quelli già  descritti, il clamore comincia a spegnersi, ma inizia una fase di ruminazione della notizia che diventa oggetto degli immancabili sondaggi, magari di qualche trasmissione di approfondimento, di chiacchiere da bar, vignette satiriche circoleranno sui social network. Ancora una giorno e la notizia sparisce. Certo, ci sarà  quello che ai suoi colleghi di ufficio dirà : “Ehi, ma avete sentito quella dello vigile ubriaco?”. Raccoglierà  degli sguardi perplessi finché il più condiscendente dei suoi colleghi gli risponderà : “Certo, è una notizia della settimana scorsa”, con lo stesso tono con cui una donna dell’alta società  potrebbe dire, con disprezzo, di un cappello: “Beh, sì. Andava molto di moda tre anni fa…”.
E allora la domanda iniziale trova una fin troppo facile risposta. Lo scelta dei due giorni è mediatica: ovvero servono a far sì che la risposta raccolga ancora l’onda del clamore mediatico, che l’indignazione trovi una risposta prima che non sia più indignazione e che generi frustrazione in chi si abbevera alla fontana mediatica. Non è un deterrente, non è una riduzione del danno, si rischia solo di sospendere una persona senza accertare prima le circostanze della sua presunta assenza, serve solo ad accarezzare la pancia dell’elettorato, nulla di più.
indignazione.gifE’ chiaro che nella politica moderna la ricerca del consenso si è fatta sempre più ossessiva e quotidiana e che da tempo questa ricerca del consenso non si applica solo più solo alle aree tematiche verso le quali l’opinione pubblica è più sensibile (tasse, pensioni, lavoro) ma anche a quelle che, magari meno direttamente, generano comunque moti emotivi nell’opinione pubblica. E’ chiaro che questa deriva, se non contenuta, rischia di trasformare un impianto sociale come quello delle democrazie moderne, concepito alla luce di un’idea di società  e di un conseguente progetto di razionale sviluppo della società  in nome di tale idea, in una società  costruita in modo caotico e irrazionale sulla scorta dell’emotività  degli individui. Che il ritorno dell’irrazionalità  fosse un carattere distintivo della società  postmoderna lo si sapeva, ma che le conseguenze sul nostro assetto sociale fossero la limitazione dei diritti fondamentali forse non ce lo aspettavamo. E forse il riaccendersi in Europa di tensioni e di conflitti sociali, del nazionalismo, di visioni settarie e ghettizzanti è lo specchio di questa involuzione.

Feb 11th, 2016

La vera difesa dei valori occidentali

pierre_bourdieu.jpgNel lontano 1979 Pierre Bordieu ne “La distinzione” così descriveva un determinato tipo sociologico: “L’anarchismo umanitario e un po’ lacrimoso che può prolungarsi oltre l’adolescenza in certi bohémiens barbuti, si trasforma molto facilmente, con l’età , in un nichilismo fascistizzante, nel rimasticamento e nella ruminazione degli scandali e dei complotti“. Questo profilo che forse nel 1979 sembrava molto settario e marginale nel 2015 sembra diventato quello che caratterizza questa epoca e la trasformazione che Bourdieu descrive in un individuo sembra essersi attuata nell’intera società . Se infatti quel profilo corrispondeva allora all’individuo deluso da una traiettoria sociale declinante, oggi che una traiettoria declinante sembra averla imboccata l’intera società  occidentale, non è strano che quel profilo diventi così rilevante, per non dire maggioritario, nel nostro contesto. E’ il profilo dei tanti che sui social network sfoggiano un busto del duce o una frase di Putin, una bufala sui parlamentari che si aumentano lo stipendio o uno stemmino anti-europeista, quelli che commentano in modo aberrante un fatto di cronaca che ha visto un rom come protagonista. E’ un nichilismo che attacca tutti i simboli di quella speranza che a molti sembra andata infranta in occidente: la democrazia, la convivenza pacifica, la solidarietà , il welfare, l’Europa unita, la politica, l’alternanza tra destra e sinistra, l’idea del progresso come traiettoria irreversibile. Il Front National, la Lega Nord così come il Movimento Cinque Stelle attingono con sfumature diverse a questo stesso nichilismo. Ma è in realtà  qualcosa che permea l’intero quadro politico. Leggevo qualche giorno fa un’intervista a Fabio de Masi, europarlamentare tedesco di origine italiana del partito Die Linke. Riporto per i più frettolosi i passi più qualificanti: “la democrazia è ancora radicata negli stati nazionali.“, “Più Unione Europea significherebbe più Angela Merkel.“, “Se la UE fosse seria nel combattere il terrore, farebbe qualsiasi cosa per ottenere una risoluzione pacifica del conflitto.” e gran finale: “Abbiamo bisogno di un populismo di sinistra, nel senso che è necessario essere popolari nei confronti della “main street”, la strada maggiore del popolo“. In definitiva: luoghi comuni, populismo, nazionalismo, eurofobia e, fidatevi, nemmeno una traccia di un’idea di come si vorrebbe sia l’Europa del 2050. Se questa è la sinistra radicale europea quella moderata è oggi in Italia quella di Renzi e Nardella che lanciano il partito della Nazione, che negli intenti dei suoi promotori vorrebbe superare la vecchia dialettica della contrapposizione di destra e sinistra per promuovere evidentemente un sistema politico a partito unico, caro a tradizionali modelli autoritari.
E’ un nichilismo, quello di cui sto parlando, che, laddove sia chiamato a schierarsi, si traveste spesso da conservatorismo, allorquando esplicitamente richiama modelli premoderni, ma che indossa altre volte panni giacobini quando invoca presunte rivoluzioni, che mandino in soffitta i modelli consolidati, ma in assenza di scenari alternativi praticabili, anche questi ultimi impeti sfociano in nulla di più che dei modelli che riproducono il passato, pur ridipinti e rielaborati per sfuggire ad accuse di conservatorismo. La decrescita felice suona interessante, ma si accoppia troppo spesso ad una nostalgia del come eravamo ed un’assenza di modelli che superino quello attuale, per non suonare come una conservazione sotto dissimulate spoglie.
Dopo gli attentati di Parigi si è sentito dire spesso che dobbiamo difendere i “valori occidentali”. Ma pochi si chiedono quali sono davvero i valori occidentali. Che cosa accomuna un finlandese, con un italiano o un portoghese con un greco? Non certo i crocifissi, i canti natalizi o altri simboli di una tradizione cristiana in cui sempre meno cittadini europei si riconoscono esplicitamente. Ciò che li accomuna è un corpo di valori etici, alcuni dei quali certo derivano dalla religione cristiana, ma non tutti e non solo: c’è ad esempio un’idea di società  in cui a tutti sia garantita una vita dignitosa, composta da individui che hanno tutti gli stessi diritti e doveri indipendentemente da censo, origini, convinzioni politiche o religiose, in cui le gerarchie si basino sul merito e non sull’eredità , in cui le controversie si regolino in base ad un corpus legislativo e non all’arbitrio o alla legge del più forte, un’idea della società  che chieda di più a quelli che di più possano dare. jeanmarie-marion-marine-lepen.jpgIl problema è che chi oggi i primi a non difendere e anzi a tirare una riga sopra a questi valori occidentali sono proprio una parte dei cittadini dell’Occidente, anzi mi pare chiaro che ai valori occidentali credano oggi, più di molti di noi, i tanti abitanti del resto del mondo che per valori simili combattono in società  che spesso li negano. Noi invece viviamo un’epoca di profonda sfiducia in quei valori che ci hanno fatto da guida negli scorsi decenni. Non a caso nei discorsi di chi vive questa sfiducia un personaggio come Putin riesce, nel suo autoritarismo dissimulato (male), a riscuotere popolarità , proprio perché se ne apprezza l’anti-occidentalismo, non solo in termini politico-diplomatici ma anche valoriali. D’altronde se leggiamo il programma del Front National, ma anche quello della Lega, dei valori sopra descritti non troviamo traccia. E’ profondamente simbolico che il leader dello stesso Front National Marine Le Pen sia tale in quanto figlia del suo predecessore Jean Marie, e sua nipote ventiseienne Marion si propone già  ora fin d’oggi come “erede al trono”, in spregio, appunto al principio di non-ereditarietà  delle cariche, una delle basi della modernità  occidentale.
Il recente esito del ballottaggio in Francia ha però dimostrato che in Europa ci sono molti che a quei valori ancora credono e forse spesso non vanno più a votare proprio perché nemmeno le forze politiche che a parole quei valori propugnano ancora, sembrano avere più la forza per proporre con convinzione e credibilità  una via d’uscita dalla stagnazione attuale che non suoni come un ritorno al passato, che non neghi quei valori. Ho l’impressione che se quelle forze politiche non vogliono cedere ai Le Pen o a Salvini, a quello che qualcuno definisce l”ISIS di casa nostra“, anziché proporne versioni succedanee come fa Renzi, farebbero bene a provare a fare una cosa ovvia per delle forze politiche, ma straordinaria in questi tempi di stagnazione delle idee. la-liberta-che-guida-il-popolo-delacroix.jpgProporre un’idea di società , l’idea di come dovrà  essere la società  del 2050 e come a quella società  potremo arrivare. Un nuovo sogno, un nuovo obiettivo, forse non roseo come quelli passati, ma comunque un traguardo che chi vuole governare questo continente non può non porsi. Il Venezuela, il paese considerato meno democratico del Sud America ha appena inflitto una grossa sconfitta al Presidente in carica Maduro,  che aveva avuto in eredità  la carica dall’autoritario Chavez; in Myanmar la democrazia di Aung San Su Kiy ha trionfato, la piccola Hong Kong sembra resistere insospettabilmente all’autoritarismo cinese. In definitiva, mentre il resto del mondo taglia traguardi, una parte dell’occidente sembra ansioso di tornare al punto di partenza, di dare la colpa del declino attuale ai valori fondanti della nostra società . E’ proprio qui, molto più che in Siria, che dobbiamo difendere i “valori occidentali”, è qui che si combatte una battaglia fondamentale per ridare fiato a quei valori, una battaglia nella quale i colpi più fatali ai “valori occidentali” non sono certo gli sporadici attentati terroristici, ma sono semmai i discorsi con i quali ogni giorno i vari Donald Trump, Matteo Salvini, Marine Lepen, MiloÅ¡ Zeman, Viktor Orbà¡n e tanti altri, quei valori offendono e calpestano. E’ una battaglia che dobbiamo combattere con le idee, con la convinzione che “i valori occidentali”, che solo occidentali ormai non sono più, rappresentano ciò che di meglio l’uomo abbia escogitato per rendere vivibile e armoniosa una società  e che val la pena di difenderli sempre e comunque.

Dec 27th, 2015

Quel che ho capito della guerra in Siria

E’ da un po’ di tempo che sulla Guerra Civile in Siria mi capita di leggere tutto e il contrario di tutto. Ho provato quindi a risolvere il disorientamento mio e, credo, non solo mio, cercando di capirci qualcosa in più. Provo a raccontarvi qui quello che ho tratto dalle mie letture. Non aspettatevi nulla di inedito e di rivoluzionario, solo un riassunto al netto (sperabilmente) di tutte le varie deviazioni propagandistiche o delle semplificazioni giornalistiche che affliggono molte delle ricostruzioni che si leggono in giro.
Cominciamo col dire che le radici della guerra civile in Siria nascono molto prima dello scoppio del conflitto. Nel 2000 il paese visse quella che viene ricordata come la “Primavera di Damasco“. Vi fu un intenso movimento riformista, nel quale si segnalavano anche componenti marxiste, che ebbe il suo massimo fulgore tra il Giugno del 2000 all’indomani della morte del Presidente Hafiz al-Assad a cui succedette il figlio Bashar, tuttora in carica, e il Novembre dello stesso anno quando il nuovo presidente dette il via alla repressione con i primi arresti, arresti che diventarono indiscriminati  nell’anno successivo ponendo fine all’esperienza. qamishli-protest-2004.jpgPassarono però pochi anni e già  nel 2005, l’opposizione rialzò la testa. Da una parte iniziarono manifestazioni di protesta da parte delle minoranza curda, dall’altro l’opposizione democratica pubblicò la cosiddetta “Dichiarazione di Damasco” nella quale si chiedevano al governo riforme in senso democratico. La risposta di Assad fu la stessa, la maggior parte dei firmatari furono arrestati e condannati a pene detentive. La Dichiarazione di Damasco includeva un arcobaleno di orientamenti politici, dai socialisti ai nazionalisti, dai Fratelli Musulmani ai Curdi. Quando poi nel Gennaio del 2011 nel paese iniziarono manifestazioni di piazza contro il governo, questa volta Assad non si limitò a reagire con gli arresti, ma iniziò una campagna di repressione violenta del dissenso, spari sulla folla, arresti, torture, pesanti condanne. Il risultato fu esasperare ulteriormente la situazione che sfociò nelle prime reazioni violente nel Giugno di quello stesso anno. Poche settimane dopo alcuni ufficiali dell’esercito siriano che avevano disertato dissociandosi dalle atrocità  del regime fondarono il Free Syrian Army che da quel momento diventerà  un riferimento per la ribellione, tuttora presente sulla scena, sebbene sia andata incontro a numerose trasformazioni. Quello che già  si è capito fino ad ora è che l’opposizione ad Assad non è nata con la guerra, non è fittizia e non è costituita solo da terroristi fondamentalisti né solo da agenti della CIA, anche se ci sono sicuramente i primi e magari anche qualcuno dei secondi, ma da un arcobaleno di forze più o meno democratiche, nelle quali la componente progressista è certamente presente e non certo in secondo piano. La guerrà  iniziò così con alterne vicende, e le formazioni fondamentaliste facenti capo ad Al-Qaeda non si lasciarono sfuggire l’occasione e cominciarono a cercare il loro spazio nel conflitto. Nel frattempo ancora alla fine del 2011 una formazione che si chiamava Stato Islamico dell’Iraq che si era distinta fino ad allora nella guerriglia contro il governo iracheno, iniziò contatti con le formazioni Al Qaeda siriane, che andavano sotto il nome di Al-Nusra, stringendo un’alleanza che garantì alle due formazioni consistenti successi militari. Nella primavera del 2013 cominciarono ad emergere i dissidi tra ISI (ribattezzata ISIS dopo il suo allargamento in Siria) e le formazioni alqaediste, dissidi che giunsero fino alla rottura che però non impedì all’ISIS ulteriori conquiste territoriali. Si arriva infine al Settembre 2014 e all’inizio dei bombardamenti americani che lentamente erosero la potenza dell’ISIS che da allora iniziò lentamente a perdere la maggior parte dei territori conquistati, sia a beneficio delle forze governative che di altre forze politico-militari. Vediamo un po’ chi sono queste altre forze. 288px-free_syrian_army_coat_of_armssvg.pngCome dicevo un riferimento per i ribelli anti-Assad è l’FSA, formazione che secondo gli osservatori controlla un parte cospicua del territorio siriano. Non fatevi ingannare da chi dice che l’FSA non esiste, in realtà  nessuno (o quasi) mette in dubbio l’esistenza del marchio e del coordinamento dell’esercito. Il punto è che, come spesso accade nei contesti di guerra civile, l’FSA si è formata attraverso la cooptazione di brigate di guerriglieri in giro per il paese. Se le fonti interne sostengono la presenza di una gerarchia o almeno di un forte coordinamento all’interno dell’esercito, i critici sostengono che in realtà  si tratta di una sorta di alleanza di un arcipelago di brigate, che hanno in comune un vessillo, l’ostilità  ad Assad e, forse, il non essere fondamentisti islamici. Sia come sia, il fatto che controlli una fetta consistente della Siria ne fa un attore decisamente rilevante. Sempre nel 2011, quindi nella fase iniziale del conflitto, nasce il Syrian National Council. Un organismo politico di cui entrano a far parte rappresentanti della Dichiarazione di Damasco, della minoranza curda, dei Fratelli Musulmani e di un altro po’ di raggruppamenti che si riconosco in obiettivi di liberalizzazione, democratizzazione e modernizzazione del paese. Il Syrian National Council, a partire dall’inizio del 2012, si è legato al Free Syrian Army divenendone il riferimento politico e anche finanziatore. In un tentativo successivo di creare una vera rappresentanza politica dell’opposizione viene poi fondata nel Novembre del 2012 la National Coalition for Syrian Revolutionary and Opposition Forces o Syrian National Coalition che nel tempo viene riconosciuta come interlocutore politico, venendo riconosciuta da 90 paesi e dall’Unione Europea come rappresentante dell’opposizione. Le viene anche riconosciuto nel 2013 un seggio presso la Lega Araba. La coalizione ingloba il Syrian National Council (a cui viene garantita una rappresentanza nel consiglio della National Coalition) ma anche una serie di altri gruppi di varia tendenza. Si ripropone anche in questa sede il connubio con i Fratelli Musulmani, la cui patente di democraticità  lascia sempre qualche dubbio, qui come nel National Council rappresentano comunque una minoranza. I rapporti con il Syrian National Council vengono poi messi in crisi nel Gennaio 2014 allorquando i rappresentanti della coalizione accettano di partecipare ai colloqui di pace di Ginevra rinnegando il proposito di non accettare negoziati prima che Assad dia le dimissioni. Recentemente i rapporti sono stati ristabiliti ma la coalizione rimane divisa tra chi cerca aiuto nelle potenze del Golfo, chi è vicino alla Fratellanza Musulmana e chi ha legami con l’Occidente. Il presidente in carica, Khaled Khoja, sembra essere stato scelto proprio in quanto equidistante tra queste diverse posizioni, anche se la sua etnia turcomanna lo fa apparire come un uomo vicino alla potenza turca. Vi sono poi i curdi. Come menzionato sopra la maggior parte dei raggruppamenti politici curdi, quelli che stanno sotto il cappello della Kurdish National Council sono parte della National Coalition, non così però il Democratic Union Party (PYD nell’acronimo curdo Partiya Yekà®tiya Demokrat) che osteggia la propensione negoziale della coalizione ed in particolare i rapporti che intrattiene con la Turchia. l’YPG, il gruppo militare protagonista della vittoria a Kobane, nasce come una sorta di braccio militare del PYD e sostiene ora il cosiddetto Kurdish National Committee, un’alleanza tra i due raggruppamenti curdi PYD e KNC tendente a fare dei territori controllati dai curdi un’area omogenea dal punto di vista politico e sociale, al di là  delle diverse visioni. Rimane per i curdi la questione dell’autonomia. Per molti curdi il futuro non è una Siria unita ma è uno stato curdo quanto più possibile autonomo dalla Siria. Un altro attore importante del conflitto è il Fronte Islamico. Si tratta di una coalizione, nata nel Novembre 2013, di gruppi militari che hanno in comune l’islamismo salafita che li induce a rifiutare ogni forma di democrazia rappresentativa e laicismo e che anzi chiedono l’introduzione della sharia. A partire dall’Ottobre 2014 il Fronte coordina la sua azione militare con quella dell’FSA e altre formazioni minori sotto il governo del Syrian Revolutionary Command Council, accordo dal quale, oltre all’ISIS, sono state esclusi anche i gruppi riconducibili ad Al-Nusra. Un ultimo attore da considerare è Hezbollah, il partito sciita libanese le cui guarnigioni armate a partire dal 2012 sono presenti nel Sud della Siria in alleanza con le truppe di Assad in quello che molti hanno visto come un tentativo di creare una zona cuscinetto, per evitare che la guerra si estenda oltre confine. La domanda che qualcuno si farà  è quanto, ognuna di queste forze, è rappresentativa all’interno della coalizione. Una valutazione, vecchia di un paio d’anni, è che all’interno dell’opposizione i guerriglieri dell’FSA ammontano a circa il 30% del totale, il resto è ISIS (12%) e vari gruppi sunniti salafiti (50%) dispersi tra una quantità  di diverse sigle. Interessante anche capire come siano distribuiti sul campo i vari gruppi. mappa-2000px-syria0915.pngLa mappa qui a fianco è la più recente che ho trovato in merito. Non è delle più chiare ma dà  un’idea del fatto che il territorio controllato dall’ISIS, ampio dal punto di vista geografico, è in realtà  territorio rurale e quindi poco strategico. La parte più rilevante del paese dal punto di vista economico è quella occidentale, controllata approssimativamente per due terzi dal regime e suoi alleati e per un terzo da quella che è definita la coalizione dei ribelli. Essendo tale coalizione caratterizzata dall’alleanza militare tra FSA e Fronte Islamico non è dato sapere con certezza quale possa essere il livello di controllo dell’una e dell’altra parte anche se l’FSA ha certamente un sostegno internazionale ben superiore a quello del Fronte Islamico. Visto che i due schieramenti hanno una piattaforma politica molto diversa è difficile che pensare che in un post-Assad i loro obiettivi possano continuare a collimare e questo ha certamente il suo peso anche sulla solidità  dell’alleanza militare. C’è poi il Nord, prevalentemente controllato dalle milizie curde, con i legami politici che abbiamo visto sopra con l’FSA. Un punto che va sottolineato è che i gruppi sopra menzionati hanno delle caratteristiche etnico-religiose ben precise che è parte della posta in gioco del conflitto. Se il cosiddetto Fronte Islamico, così come l’ISIS, sono di religione sunnita, mentre i seguaci di Assad sono in gran parte alawiti, una costola estremista della Shi‛a, o decisamente sciiti come Hezbollah. Se l’FSA, richiamandosi a ideali di pluralismo, non ha caratterizzazioni religiose che non siano quella della sua componente costituita dai Fratelli Musulmani (sunniti), allo stesso modo poco caratterizzati religiosamente sono i curdi nei quali prevale l’identità  etnica. Riassumendo quello che ho scritto fin qui, c’è subito di che sfatare una serie di falsi miti. Il primo è che la rivolta anti-Assad sia una rivolta islamica: la rivolta nasce come rivolta democratica e se, come sempre accade, la guerra civile ha fatto emergere attori di tipo diverso, la componente progressista è ancora assolutamente rilevante e può essere un attore protagonista nel dopo-Assad, se l’occidente non la schiaccerà  nelle sue perverse logiche diplomatiche. Il secondo è che nella rivolta anti-Assad l’ISIS sia l’unico attore o il principale. E’ vero che la sua strategia mediatica ne ha fatto un attore internazionalmente noto, ed è vero che controlla una parte geograficamente rilevante nel paese ma nel conflitto siriano ci sono attori, tra le forze anti-Assad, certamente più rilevanti dell’ISIS.
Vediamo ora quali sono gli attori esterni, cioè le potenze coinvolte. Gli Stati Uniti, in omaggio alla dottrina di soft power di Obama, hanno cercato di sostenere, sia politicamente che con la fornitura di armi, l’FSA, con notevoli equilibrismi per evitare che a fruire del sostegno fossero invece i suoi oppositori. In seguito agli attentati terroristici targati ISIS, Obama ha deciso di avviare una campagna di bombardamenti selettivi, bombardamenti che hanno raggiunto certamente l’obiettivo di ridimensionare militarmente l’ISIS, ma non certo di fare cessare gli attentati, anzi è ipotizzabile che proprio le batoste militari abbiano indotto lo Stato Islamico a spendere tutte le sue risorse in azioni terroristiche. Questo non sembra al momento indurre Obama a riconsiderare la sua contrarietà  a mettere un solo stivale americano sul suolo siriano. Gli Stati Uniti sono certamente anche messi in difficoltà  dalle politiche di Turchia e Israele, suoi alleati che vedono con preoccupazione il dopo-Assad, gli uni perché la possibile nascita di un’entità  territoriale curda rischia di avere pesanti ripercussioni sulla situazione interna, considerando che in Turchia ci sono quasi 20 milioni di curdi, gli altri perché sia la prospettiva di una democrazia siriana che uno stato islamico sunnita non solletica particolarmente il superconservatore Netanyahu. La Russia è in una posizione diversa: il tracollo dell’economia ha portato Putin a puntare tutto il suo apparato propagandistico sulla leva nazionalista, per difendere il proprio consenso interno, e l’intervento in Siria non rappresenta solo il tentativo di salvare un alleato ma anche di trovare nuove modalità  per distrarre l’opinione pubblica dai temi interni. E’ bene quindi per Putin che la guerra continui ancora per un po’, e l’ondata di indignazione che ha seguito l’abbattimento dell’aereo di linea russo ad opera (apparentemente) dell’ISIS, così come quello dell’aereo militare ad opera dei turchi, sono il genere di episodi funzionali ad una linea politica nazionalistica. Tuttavia se dalla guerra uscissero alla fine vincitori i progressisti questo inevitabilmente acuirebbe l’isolamento di Putin, che di progressista ha ben poco e che perderebbe uno dei suoi pochi alleati rimasti, ed è quindi fondamentale riuscire a fornire una stampella ad Assad che pare disponibile a ricambiarlo generosamente. L’equilibrismo è quindi quello di mascherare un intervento pro-Assad da intervento anti-ISIS. Il moltiplicarsi di forze occidentali che si infilano nella partita sembra complicare ancor più i piani del leader russo. L’Europa ovviamente non ha una linea precisa ma sicuramente l’adesione alla missione di altre potenze europee, sulla spinta emotiva degli attentati di Parigi, può costituire un ulteriore elemento di difficoltà  nella missione russa pro-Assad. Sull’esitazione della Turchia ho già  scritto, ma a complicare la situazione c’è il fatto che tra i ribelli anti-Assad ci sono molti che vedono nella Turchia un interlocutore privilegiato e in particolare la componente turcomanna che, come già  scritto, detiene attualmente la presidenza della coalizione. Tutto ciò, da una parte mette in difficoltà  la Turchia, dall’altra frammenta il fronte anti-Assad tra curdi e filoturchi. esposizione-onu-torture-siria.jpgDopo aver dipinto il quadro della situazione vale forse la pena di aggiungere qualche ipotesi. Escludendo che l’ISIS possa tornare ad essere uno spauracchio non c’è dubbio che l’unica via d’uscita dal conflitto è una pacificazione nazionale che però non può che passare da una liquidazione di Assad e da un cambio al vertice nella gerarchia alawita. Non dimentichiamo che la guerra civile è nata come rivolta anti-Assad e che in questi anni troppe atrocità  hanno caratterizzato il regime siriano perché ci si possa riunire serenamente attorno ad un tavolo. Tuttavia una pacificazione nazionale deve vedere tutti gli attori etnici seduti al tavolo. D’altronde anche tra gli oppositori di Assad non c’è certo un’unità  di intenti. E’ impensabile che la componente salafita della coalizione anti-Assad diventi un vettore di pacificazione del paese, anzi è probabile che sia il principale problema nel cammino della Siria verso la democrazia. E’ quindi fondamentale che il processo di pacificazione venga accompagnato da chi davvero veda la pacificazione e la modernizzazione del paese come un obiettivo, altrimenti la caduta di Assad rischierebbe davvero di determinare solo un’altra guerra civile. Delle mille polemiche che infiammano l’opinione pubblica occidentali pare che il grande assente sia proprio questa semplice domanda, ovvero come fare? Come fare a far cessare il conflitto e mettere nelle condizioni i siriani di credere di nuovo in un paese pacificato? Non ho ovviamente la risposta, anche se alcuni casi di successo di pacificazione dopo una lunga guerra civile, come quello della Jugoslavia, qualche idea potrebbe suggerircela. Certi la risposta non è quella dei “Non esportiamo più le armi verso certi paesi”, “Intraprendiamo iniziative diplomatiche contro il sostegno al terrorismo” e cito quelle più ragionevoli, non certo perché non siano iniziative raccomandabili, ma perché potrebbero avere qualche minimo effetto tra qualche anno e chi muore sotto le bombe (sia quelle dell’ISIS che quelle di Assad) non può aspettare così a lungo.
Quando finalmente i cannoni cesseranno di tuonare e i rappresentanti delle anime etniche, religiose e politiche del paese si riuniranno attorno ad un tavolo forse potremo avere qualche risposta. Certamente l’Europa deve avere un ruolo nel mettere le premesse perché ciò accada ma questo è possibile solo se si abbandona la modalità  attuale “Facciamogliela vedere a quelli dell’ISIS” e si passa alla modalità  “Piano per la pacificazione della Siria”.

Dec 1st, 2015

Dai diamanti non nasce niente

Genova - Attraverso la Porta dei Vacca si accede a Via del CampoCosì cantava De André nella celebre canzone Via del Campo, in una strofa che proseguiva con “Dal letame nascono i fior”. Ci sono una paio di episodi occorsi alla mia famiglia nel passato non troppo remoto che mi hanno riportato alla mente questa frase e che vorrei qui raccontare.
Il primo accade a Barcellona, nell’estate 2014. Sono con la mia figlia sul Passeig de Grà cia (la via dello shopping e delle celebri case di Gaudì) nel tardo pomeriggio. La bimba sta dormendo sul passeggino e io, nell’attesa che il resto della famiglia ci raggiunga, mi siedo su una panchina tenendo il passeggino accanto a me. Dopo qualche minuto si avvicinano alla panchina due tizi. Prima ancora di sentirli parlare li riconosco dalla caratteristica spensierata cafonaggine: sono due italiani in vacanza. Indossano abiti firmati e paiono reduci da acquisti nei costosi negozi del circondario. Si siedono sulla panchina vicino a me e uno dei due accende una sigaretta il cui fumo va ovviamente verso il passeggino dove mia figlia dorme tranquilla. Li guardo con tutto il disprezzo possibile. Non capiscono. C’è un’altra panchina libera pochi metri più in là . Mi alzo scuotendo la testa e sposto me e il passeggino fino alla nuova panchina. I due mi seguono con uno sguardo assente per pochi secondi, poi riacquistano la loro italica spensieratezza.
Il secondo episodio accade a Torino, nell’estate scorsa. Stiamo passeggiando con la mia famiglia sotto i portici di Via Cernaia quando mia figlia lamenta di avere un sassolino nella scarpa. La facciamo sedere su una panchina per toglierla. Si avvicinano due tizi: hanno entrambi gli occhi a fessura, l’andatura barcollante e una bottiglia di Moretti aperta in mano. Li seguo con un minimo di preoccupazione quando si siedono accanto alla bambina. Uno dei due infila la mano in una tasca e ne estrae un pacchetto di sigarette. L’altro si volta verso di lui con occhi sbarrati e gli dice: “Nooo, cosa fai? Non vedi che c’è la bambina?”. Il primo chiede scusa e ritira il pacchetto.
Ci sono tante volte che la realtà  contraddice la diffusa idea per la quale chi ha una vita agiata sia probabilmente più incline a condotte in linea con i modelli comportamentali correnti. Sembrerebbe normale e razionale che quelle regole di convivenza che assicurano la stabilità  e l’ armonia della nostra struttura sociale ricevano maggiore considerazione e rispetto da chi più si giova di quella stessa struttura sociale. I due casi narrati, per quanto curiosi, non possono da soli indicare una regola diversa, ma è esperienza comune che i comportamenti più arroganti, irrispettosi degli altri, vengano più spesso dalle classe dominanti che da quelle sottomesse.
Probabilmente per molti, nonostante la rivoluzione francese sia destinata a festeggiare tra qualche mese duecentoventisette anni, l’ordine sociale è ancora qualcosa di scontato e di immutabile e, come tale, non c’è motivo di preoccuparsi della sua tutela. E’ il classico personaggio che, fermato dal vigile per un’infrazione, lo apostrofa con il celebre “Lei non sa chi sono io”, senza capire che se è “io” è perché c’è un ordine sociale, grazie al quale per qualche strano motivo è diventato “io”, ordine che le regole che ha violato sono lì a tutelare. E’ forse la stessa scarsa considerazione per l’importanza della salute del nostro assetto sociale che rende la classe media italiana un soggetto più spesso passivo che attivo nelle trasformazioni della nostra società . Nella contraddizione opposta talvolta cadono gli ultimi, quelli che in teoria potrebbero sentire lo stesso ordine sociale come un nemico, dei quali sentirsi vittima, e invece costoro finiscono talvolta per accettarne le regole di fondo più di altri, forse in un tentativo estremo di autoriscatto. E’ come se il miglior modo per recuperare lo spirito e il valore del vivere sociale fosse quello di starne ai margini.
Sia come sia, questo è proprio il genere di contraddizioni che mi porta a trovare sempre abbastanza ridicolo chi si nutre di categorizzazioni e di pregiudizi.

Nov 13th, 2015

L’Italia nuda come sempre

Quando otto anni fa inaugurai questo blog, assegnai alla sezione sull’attualità  italiana questo titolo, perché ritenevo e ritengo che l’immagine mutuata da De Gregori dell’Italia che rimane alla fine nuda a mostrare tutte le sue vergogne, sia molto significativa per un paese che insegue sempre la sua passata gloria, ma che si ritrova sempre, alla fine, davanti alla propria mediocrità . Non c’era stata ancora però una vicenda che avesse richiamato così fortemente in me questa immagine quale quella della liquidazione del sindaco Marino, una vicenda che sembra scoprire tutti insieme i vizi della società Â italiana.
ignazio-marino.jpgRivelatasi negli ultimi giorni una sorta di bufala la questione degli scontrini, nell’opinione pubblica italiana, che per mesi ha assistito passiva al linciaggio mediatico del sindaco della Capitale, si è diffusa, con toni bassi e molti distinguo, la considerazione che il vero motivo per il quale Marino è stato spinto (da una campagna di stampa multipartisan mai vista prima) alle dimissioni è che a forza di schiacciare piedi il chirurgo si è fatto troppi nemici. Mi pare invero che questa sia la considerazione più scontata e banale si possa fare sulla vicenda. Vedere TG4, Repubblica e Fatto Quotidiano far convergere il proprio fuoco più pesante su un unico obiettivo è forse un caso unico nella storia del nostro paese e solo un ragguardevole esercizio di ingenuità  può non far cogliere questa evidenza. E’ chiaro che in un paese in cui dare le pacche sulle spalle, i contentini, trovare la via per compromessi e patti nascosti non è una strategia ma è l’unica strategia possibile, chi sia abituato ad andare dritto per la sua strada abbia la vita dura. Forse però anche il più critico nei confronti del nostro paese non pensava che potesse diventare così dura e che il sistema politico che governa il nostro paese potesse, con tanta arroganza, sostituire l’organo sano in un corpo malato tra l’indifferenza degli uni e addirittura il plauso degli altri, ma anche tra lo stupore delle fonti informative internazionali i cui pregiudizi nei confronti dell’Italia hanno trovato in questa vicenda lampanti conferme.
In questa vicenda è soprattutto difficile capire chi si salva e chi più verrà  penalizzato dall’opinione pubblica, da quella che sostiene ancora Marino (e pare non siano pochi).
marino-e-renzi.jpgNon si salva certo quel partito, il PD, che si è presentato negli anni del berlusconismo come l’alternativa europea e progressista al modello da basso impero di Arcore e che mai come in questa vicenda ha dimostrato invece una piena continuità  con una tradizione di astensione, tipica dei governi che si sono succeduti in Italia negli scorsi decenni, da ad ogni intervento che non colpisse le categorie più deboli ed indifese della scala sociale, nel rispetto di una tradizione di vicinanza e compromesso con quei grumi di potere che tengono il paese sotto una campana di sottosviluppo. Le recenti vicende legate ai tagli alla Sanità  testimoniano come le risorse che alla politica sono rimaste sono le solite: il taglio ai servizi, in una sorta di bandiera bianca rispetto alle aspettative di modernizzazione e di messa in efficienza del nostro apparato dello Stato, aspettative frustrate anche dal fallimento degli obiettivi della “spending review”. Liquidare un proprio candidato non è mai una mossa particolarmente accorta: farlo quando riscuote ancora molta fiducia tra il proprio elettorato e per motivi francamente oscuri ai più è un autogol colossale. La mia impressione è che Renzi abbia sopravvalutato l’impatto dell’ondata mediatica, pilotata dai grandi gruppi editoriali. Nell’era dei social network (e forse anche prima) c’è sempre ancora un certo livello di indipendenza di giudizio nell’opinione pubblica con cui si deve fare i conti e al momento i conti per Renzi non tornano.
marcia-destre-romane.jpgNe esce diversamente, ma altrettanto, male la destra romana che, incapace di rinnovarsi, è stata capace di mandare avanti i vessiliferi di coloro i quali avevano saccheggiato l’Urbe fino al 2013 a contestare Marino per cose tipo il permesso ZTL scaduto o l’auto parcheggiata in un posto riservato ai senatori (che peraltro Marino era, fino alla nomina a sindaco). Vedere la Meloni, non poco legata all’ex-sindaco Alemanno, indagato per Mafia, presentarsi come il rinnovamento può far solo ridere. I legami che l’inchiesta di Mafia Capitale ha manifestato tra alcune aree dell’informazione romana, il malaffare e gli ambienti politici ha in qualche modo smascherato l’identità  dei contestatori di Marino e qualificato la genuinità  di tali istanze. Ma una parte dell’opinione pubblica pare disinteressarsi di tutto ciò, guardando solo quello che gli dicono di guardare.
movimento-cinque-stelle-con-forza-nuova.jpgNe esce molto male anche il Movimento Cinque Stelle da molti punti di vista. Certamente l’essersi prestato a sostenere una manovra di palazzo con il ridicolo esposto degli scontrini non qualifica positivamente la genuinità  del suo battersi per una politica pulita. Anche in termini di strategia elettorale non sembra aver fatto una mossa molto accorta. Di sicuro il Movimento Cinque Stelle ha perso l’ennesima occasione di riconciliarsi con quell’elettorato di centro-sinistra, critico nei confronti di Renzi, della cui protesta il Movimento Cinque Stelle potrebbe giovarsi, se non perdesse occasione per fotocopiare le sue posizioni su quelle della Lega.
Non ne escono bene la sinistra del PD e la sinistra radicale prontissima a sfilarsi da Marino nel momento in cui si è resa conto che sarebbe stata l’unica a difenderlo. Di tante battaglie perse che la sinistra ha combattuto, forse questa è quella che valeva la pena di combattere sino alla fine, è vero che Marino non è un uomo di sinistra e aveva fatto cose che in Italia appaiono ancora non di sinistra, come imporre controlli contro l’assenteismo o l’orario di lavoro dei dipendenti comunali, e altre che non lo sono affatto come la sua posizione sulla vicenda della chiusura del Colosseo, ma ancora una volta chi guida quest’area politica ha perso l’occasione di dimostrare di saper guardare al di sopra delle contrapposizioni ideologiche, quando in gioco c’è la democrazia e le sue regole del gioco.
Ne esce molto male anche quella parte dell’opinione pubblica che ha dimostrato sì quel minimo di lucidità  sufficiente a capire cosa e successo e perché, ma che, nonostante ciò, si affretta a precisare che comunque Marino è antipatico, spocchioso, non ha capacità  comunicative, eccetera. Non starò qui a dire che non è vero, magari Marino è pieno di difetti, ma ogni evidenza di questa vicenda suggerisce anche ai meno avvertiti che anche il più simpatico, meno spocchioso e più bravo dal punto comunicativo dei sindaci sarebbe finito come Marino e allora ogni distinguo suona solo come un tentativo di distogliere l’attenzione dai motivi reali della conclusione della vicenda e come un’alibi per quella parte dell’opinione pubblica che ha vissuto senza ribellarsi quanto accaduto.
Oggi Marino sembra voler rovesciare il tavolo, ritirando le sue dimissioni e mettendo il partito che lo aveva fatto eleggere, e che ora lo scarica, nell’imbarazzante condizione di dover spiegare ai suoi elettori (o ex-elettori) perché. E le goffe uscite di Orfini di questi giorni non fanno che confermare il terrore che nel PD si è diffuso. Riuscirà  l’opinione pubblica italiana a trovare in Marino il paladino che gli offra una via di riscatto? Mi permetto di essere scettico. Temo che alla fine una delle forze sopracitate conquisteranno la Capitale e si sterzerà  bruscamente verso il passato.
manifestazione-promarino.pngC’è una forza che ogni giorno, anche di fronte alle più nere delusioni, ci spinge a crederci ancora, a guardare al futuro con ottimismo e con la profonda convinzione di poter migliorare il presente. Nonostante tutti i segnali contrari che la vita ci dà  quella componente della nostra psiche sta lì pronta a cogliere qualunque debole segnale come il possibile inizio della riscossa. Come le persone anche gli organismi sociali sono percorsi da una simile energia ed è un’energia che spesso muove le società  alle più repentine evoluzioni. àˆ un’energia che ha pervaso spesso nel passato il sottoscritto e che mi spinge a chiudere spesso i miei pezzi con una nota di speranza, indicando un possibile cammino di riscatto. Questa volta non ci provo nemmeno.

Oct 28th, 2015

Sindaci in viaggio

La vicenda seguita all’uscita di Papa Francesco su Marino e della presenza del Sindaco alla visita del Pontefice a Philadelphia è stata a lungo dibattuta e ha avuto negli ultimi giorni un’appendice. Si è sviluppato infatti un acceso dibattito su chi avrebbe pagato la trasferta di Marino e dei suoi collaboratori, su quante trasferte ha fatto Marino da quando è Sindaco e così via.
federico_pizzarotti.jpgUn interrogativo che è rimasto inesplorato in questo dibattito (il cui livello, come in molti altri casi simili, è rimasto rigorosamente bassissimo), ma che è tutt’altro che scontato, è se un viaggio all’estero di un sindaco, anche di città  più piccole di Roma, è un evento talmente insolito che vale la pena di sviscerarne motivazioni e budget per giorni e giorni, come fosse un caso nazionale. Ho provato quindi a farmi alcune domande in merito. Mi sono chiesto ad esempio se Gianni Alemanno, quando era a sua volta sindaco di Roma, è mai stato all’estero. La risposta è naturalmente sì: una rapida ricerca mi ha fatto individuare New York e Londra tra le sue destinazioni preferite: chissà  se allora si dava dell’imbucato da solo. Ma Alemanno è indagato per Mafia, non ci si aspetta comportamenti virtuosi. Qualcosa di diverso ci aspetteremmo da Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia fino ad un anno fa, considerato al tempo il sindaco più popolare d’Italia, che durante il suo mandato ha addirittura accompagnato una delegazione di studenti in viaggio premio a Londra e Bruxelles a visitare Buckingham Palace e il Parlamento Europeo. E la Lega? Il suo sindaco più celebre, e popolare è certamente Tosi. Uno al quale nessuno chiederebbe le dimissioni. Eppure anche a lui piace viaggiare e così lo ritroviamo a New York a celebrare un premio assegnato a Veronafiere. Questa però è la destra, che, si sa, non ha mai primeggiato per moralità , ma nel PD che succede invece? Un galantuomo come Fassino starà  forse in città  a controllare quanto accade sotto la Mole… Eh, no! Anche lui si diletta con trasferte di rappresentanza: lo si trova a New York (che evidentemente ai sindaci piace un sacco), a Londra e perfino a Berlino per la finale di Champions League. Ok, questa è le vecchia politica, ma il nuovo che avanza? Sicuramente nel M5S ci saranno altre abitudini. Sembra di no perché il sindaco Pizzarotti non ha fatto mancare la sua presenza al Festival dello Spaghetto giapponese svoltosi nella città  nipponica di Kagawa, con un costo che pare essere stato di 10.700 Euro per il comune emiliano, in tutto comparabile con quello delle trasferte di Marino. Un altro personaggio fuori dagli schemi come De Magistris non esita anche lui a viaggiare e New York non ha mancato di vedere anche il sindaco di Napoli come gradito ospite.
Ma, accertato che è consueto che i sindaci vadano in giro per il mondo, ci si potrebbe chiedere se Marino ha speso molto in spese di rappresentanza. Sembra di no. Non ho dati comparativi certi (a parte alcuni numeri che girano in rete che dicono che spende comunque molto meno di Alemanno), ma quello che risulta è che Marino avrebbe speso per rappresentanza circa 1800 Euro al mese; sfido a trovare, non un sindaco di grande città , ma un dirigente d’azienda italiano che spende molto di meno in trasferte.
meloni-alemanno.jpgOra, dimostrato che spendere soldi pubblici per un viaggio di rappresentanza non è cosa insolita e che quanto spende Marino non è eccessivo, la domanda successiva dovrebbe essere se è giusto e meno in generale (quindi senza poi chiedere retroattivamente le dimissioni a chi lo fa) che un sindaco spenda soldi pubblici per rappresentare la sua città  in eventi in giro per il mondo e quindi se tale condotta, pur diffusa, sia comunque da condannare. Probabilmente è giusto che si spendano soldi pubblici per tale ragione ed è anche chiaro che un sindaco non può andare in giro per ostelli o bed & breakfast, senza trasmettere un’idea patetica dell’ente che rappresenta. Se Marino avesse rifiutato l’invito del Sindaco di Philadelphia o della Temple University, o Pizzarotti quello del Festival giapponese, la cosa sarebbe sicuramente stata colta come una scarsa attenzione agli interessi della città  e probabilmente quelle forze economiche che si aspettano un ritorno da simili eventi avrebbero a loro volta contestato, credo giustamente, il primo cittadino.
Questa è ovviamente la mia opinione e altri possono averne di dissimili. La cosa però che mi lascia allibito di questa vicenda è che non ho trovato neanche una fonte informativa che si sia fatta queste semplici e apparentemente ovvie domande e si sia data risposte, qualunque genere di risposta. Questo testimonia quanto, di fronte all’ormai palese accanimento mediatico di cui Marino è fatto oggetto, non vi sia nemmeno un vago spunto di senso critico nel nostro panorama informativo. Non so se Marino sia un buon Sindaco, so per certo che è un buon medico, non fosse altro che per il fatto che sta evidenziando, come forse mai nessuno aveva fatto prima, le gravi patologie da cui è affetta l’opinione pubblica del nostro paese.

Oct 3rd, 2015

L’importante non è la salute

goletta-verde.jpgDa un paio d’anni ho scoperto di avere un disturbo, mi dicono, abbastanza diffuso: l’ernia iatale. E’ una patologia che (spero di spiegarlo correttamente) si verifica laddove l’estremità  superiore dello stomaco si sposti verso l’alto attraverso il diaframma che lo separa dall’esofago. L’effetto (chiamato reflusso gastroesofageo) è che lo stomaco non si chiude più perfettamente verso l’alto e questo fa sì che i vapori prodotti dai succhi gastrici risalgano l’esofago causando talvolta fastidio alla gola, (questi vapori si condensano in una sorta di gel appiccicoso) e altre volte una sensazione di acidità . Ovviamente la cosa è più o meno grave a seconda di quanto pronunciata è l’ernia, ma può peggiorare ed espone a rischi stomaco e esofago. Il tipo di farmaco più comunemente prescritto per questa patologia è il cosiddetto inibitore di pompa protonica, in pratica un enzima che riduce la secrezione acida dello stomaco riducendo di conseguenza gli effetti nocivi dell’ernia. Da un po’ di tempo a questa parte però il mio medico non può più prescrivermi questo farmaco. Perché mai? Sono forse guarito? No, il nostro governo ha deciso che i medici prescrivevano esami e medicinali con troppa facilità  e ha deciso di restringere la libertà  del medico di prescrivere a seconda della diagnosi. L’ernia iatale e il conseguente reflusso gastroesofageo non sono considerate da chi ha redatto tali linee guida cause abbastanza gravi per prescrivere i medicinali. C’è bisogno che il tutto degeneri in esofagite o gastrite perché allora vi si possa rimedio, ovviamente in ritardo perché il medico non è lì giorno e notte pronto a prescrivere medicinali e perché ovviamente quando si determina un’infiammazione perché non si è fatta prevenzione significa che la sanità  non ha fatto il suo lavoro. Il concetto infatti di “prevenire è meglio che curare” pare dimenticato dal Ministero della Sanità . Nel frattempo leggo che tutta una serie di esami di controllo non saranno più prescrivibili se non in presenza di sintomi evidenti. Addirittura il controllo del livello di colesterolo non si potrà  fare se non ogni 5 anni. I medici lamentano i rischi di questo modo di procedere che espone i pazienti al rischio di diagnosi tardive.
Mi rendo conto che il problema della cosiddetta “medicina difensiva” esiste. Chi fa il medico mi dice che oggi, ogni volta che si trascura un minimo sintomo e si tralascia una possibile cura, si corre il rischio di andare incontro ad una denuncia e ad un risarcimento danni milionario. Ho però l’impressione che questo sia un problema da affrontare tutelando i medici e non colpendo i pazienti e invece l’effetto di questo modo di agire sarà  aumentare i rischi o, in alternativa, indurre i pazienti a pagare di tasca propria le prestazioni.
tagli_sanita_risparmi.jpgIl nostro Presidente del Consiglio ci parla di riduzioni fiscali, addirittura di “funerale dell’IMU”. Chi legge questo blog sa che ho molto da ridire sulle modalità  con le quali è stata introdotta la tassazione sulla casa in Italia. Se però i soldi che i contribuenti risparmieranno di IMU li dovranno utilizzare per pagarsi medicinali e visite diagnostiche ho l’impressione che il funerale dell’IMU non sarà  una buona notizia per nessuno. E non farà  piacere nemmeno all’economia perché il cittadino sa quanto pagherà  di IMU (almeno approssimativamente) ma non sa quanto pagherà  per un’operazione chirurgica, quindi in uno scenario di Sanità  privatizzata, il denaro che resterà  in mano al contribuente, anziché andare in maggiori consumi, verrà  sempre più destinato a risparmi finalizzati ad affrontare eventuali necessità  sanitarie, in assenza di un sostegno pubblico. Abbassare la tassazione comprimendo i servizi, dare con una mano e togliere con l’altra, è un’operazione che in Italia abbiamo visto tante e tante volte negli anni passati. Se, dopo fiumi di parole su sprechi e efficienza, tutto quello che la furia riformista di Renzi è riuscita a partorire è questo topolino forse è meglio che ci provi qualcun altro. Peccato però che alle opposizioni ciò che pare preoccupare sommamente siano l’elettività  del Senato e i rimborsi elettorali ai partiti. Avrò gusti un po’ demodé ma ho l’impressione che più che di aria pulita, nucleare, immigrazione e costi della politica, i temi che interessano sommamente la vita dei cittadini continuano ad essere sanità , pensioni, lavoro, scuola: temi che chissà  perché sono finiti da tempo fuori dall’agenda dei media e della politica. E’ ora forse che ci rientrino.

Sep 22nd, 2015

Può una foto cambiare la storia?

aylan-e-il-suo-fratellino.jpgCome molti anch’io mi sono commosso di fronte alla fotografia del corpo del bimbo Aylan steso sulla spiaggia, anche a me è venuto un groppo in gola sentendo la disperazione del suo Papà  che non è riuscito a sottrarlo a questo atroce destino. Tutti noi abbiamo una sfera emotiva, abbiamo una sensibilità  che ci rende impossibile vedere queste scene senza dire a noi stessi: “Facciamo qualcosa”. Se i giornali italiani di estrema destra sono usciti, la mattina dopo che la foto era stata diffusa, con prime pagine deliranti (o meglio, ancora più deliranti del solito) è perché anche nella sensibilità  di molti dei loro lettori quelle immagini hanno lasciato un segno, un segno che ovviamente nella visione dei direttori di quei giornali va subito estirpato. Certo, il mio emisfero sinistro lavora e mi ricorda che di bambini in quei barconi ce ne sono tanti e tantissimi non arrivano dall’altra parte del mare, che è solo un caso che il corpo di quel bambino sia arrivato a riva (quello del suo fratellino invece è rimasto in mare) e sia stato fotografato, altrimenti sarebbe andato solo ad aggiornare le statistiche tragiche che leggiamo ogni giorno nel triste bilancio delle vittime dell’emigrazione. Ma allora perché tanti in questi giorni suggeriscono che quella foto potrebbe cambiare, o ha già  cambiato, la visione che le opinioni pubbliche europee hanno dell’immigrazione? Ha forse cambiato qualcosa in quello che sappiamo sull’immigrazione? Assolutamente no. Anche le fonti di informazione più xenofobe non possono nascondere che ogni giorno ai confini d’Europa le persone che perdono la vita per fuggire dalla guerra sono tantissime e molti di loro sono bambini.
E allora perché quella foto dovrebbe cambiare alcunché nella nostra opinione sul tema? Credo che per rispondere dobbiamo partire da una considerazione su come si affronta oggi di immigrazione, ovvero che nella stragrande maggior parte dei casi la visione che le persone hanno dell’immigrazione ha a che fare solo ed esclusivamente con l’emotività .
Di immigrazione si parla ovunque, ci sono forze politiche che la avversano, che ne parlano in modo quasi compulsivo. Recentemente anche nel Movimento Cinque Stelle si è sviluppato un ampio dibattito, si sono formulate delle proposte, identificate dagli autori come rivoluzionarie, anche se appaiono in realtà  tutt’altro che originali. Tuttavia nello sterminato calderone delle argomentazioni in merito, non c’è nessuna vera convincente proposta che possa avere come effetto una consistente limitazione del flusso dei migranti. Sì, certo, c’è il vecchio slogan “non lasciamoli sbarcare”, un’azione che riempirebbe le nostre spiagge di cadaveri, le cui foto riempirebbero le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e chi ne è responsabile si ritroverebbe con una bella denuncia al Tribunale Internazionale per i Diritti dell’Uomo.
kobane.jpgIn definitiva, se guardiamo l’immigrazione con la mente sgombra da elementi emotivi ed etici, come fenomeno storico nel suo complesso, non possiamo non concludere che, volenti o nolenti, c’è e dobbiamo solo pensare a come gestirla senza troppi disagi per gli uni e per gli altri. Certo, molte cose si possono fare o non fare per gestirla, ma si tratta di questioni tecniche che nulla hanno a che fare con i temi ideologici che tanto dividono gli uni e gli altri dai bar ai social network. E siamo poi sicuri che l’immigrazione sia un problema sociale così devastante? Siamo proprio sicuri che ad esempio la nostra sicurezza sia peggiorata negli ultimi vent’anni? Tutti i dati che circolano in merito smentiscono questa idea e d’altronde questa asserzione è suffragata dalla mia personale esperienza personale. Quasi tutti i casi di microcriminalità  di cui siano state vittime miei familiari (incrociando le dita) risalgono ad epoca precedente al 1990. Ma allora perché questo tema è diventato oggetto di discussione in ogni luogo pubblico e privato? Perché c’è un problema di fondo che tutte queste discussioni nascondono, ed è quello che ruota intorno quel complesso concetto che si chiama identità .
Ricordo che anni fa un mio caro amico italo-tunisino, di ritorno da un viaggio a Parigi, mi disse: “Io capisco che i francesi ce l’abbiano con noi. Gli abbiamo rubato la loro città “. In questa frase c’è il senso di un disagio che ogni pensionata che al mattino va a fare la spesa a Porta Palazzo prova vedendo attorno a sé africani, sudamericani o asiatici. E’ sì una forma di disagio verso il diverso, ma è una fobia con caratteristiche particolari perché declinata sull’ambiente in cui viviamo. Non vi sfuggirà  che molti di coloro che non sopportano di vedere persone di colore sotto casa vanno felici in vacanza a Cuba o alle Mauritius. Questo accade perché più che una fobia, ciò che è in gioco è la paura della perdita della propria identità : un’identità  che ognuno di noi costruisce anche a partire da un ambiente che sente suo, in quanto abitato da persone con cui sente di condividere a sua volta un’identità  comune, un ambiente che oggi molti in molti non sentono più loro perché la presenza di persone “diverse” glielo rende irriconoscibile. Questo è il problema e non c’entra con l’immigrato regolare o irregolare, con quanto spendiamo per i profughi, con la criminalità  o altro fenomeno sociale: c’entra con come viviamo l’immigrazione come fenomeno storico a livello puramente emotivo. C’è chi la vive con serenità  e chi la vive con disagio, c’è chi non sopporta il lavavetri, il venditore di rose, l’ambulante sulla spiaggia e chi li vede come parte di un mondo nuovo pieno magari di insidie ma anche di opportunità . Chi ha ragione e chi ha torto? Chiederselo sarebbe come chiedersi se ha ragione chi soffre di vertigini o chi ne è immune. Tutte le fobie hanno caratteristiche patologiche è la xenofobie non fa eccezione e il caso dell’esponente del partito ungherese Jobbik che prendeva a calci i bambini mi pare significativo. La cosa però, bel lungi dall’avere ripercussioni sul sistema sanitario, ne ha molte invece sulla politica. Chi è messo a disagio dall’immigrazione sente il bisogno infatti di sentirsi dire che non è definitiva, che il suo mondo tornerà  quello di prima, in cui a Porta Palazzo si sentiva parlare solo in italiano o magari a quello ancora prima in cui si sentiva solo il piemontese. E allora è pronto a dare la propria simpatia e il proprio voto a chiunque prospetti scenari diversi, purché una parola di speranza venga a confortarlo. Non importa che quella speranza sia basata su scenari illusori, supportata da luoghi comuni e mistificazioni.
marco-di-lorenzo.jpgCosì la foto di Aylan non è solo la solita foto-verità  che fa breccia nelle coscienze addormentate, ma ha scoperto anche e soprattutto tante di quelle mistificazioni, come quella del “non lasciamoli sbarcare” o quella del “sono tutti delinquenti e tagliagole”. Quale essere umano può sentirsi ancora dire “Prima gli italiani” quando questo vuol dire mettere gli assassini di Anatolij Korol prima di Aylan? La foto ha messo a nudo tutte le bugie che certe forze politiche raccontano, ma soprattutto le bugie che le persone raccontano a sé stesse per sostenere in sé la speranza del ritorno al mondo di quarant’anni fa, un ritorno illusorio quanto l’eterna giovinezza.
Cambieranno davvero le cose? Forse, ma attenzione perché l’emotività  è spesso un’onda a cui segue sempre la risacca. Cambieranno certamente le cose quando le persone guariranno dalle loro fobie, supereranno i propri tabù e si abitueranno all’idea che il mondo è cambiato, che le nostre città  non sono più quelle di un tempo e che la nostra società  non è più quella di un tempo ma le une e l’altra sono quelle di oggi, solo quelle di oggi. E quello di oggi è un momento della storia dell’umanità  in cui ragionare ancora in termini di comunità  nazionali è un anacronismo, un ferro vecchio che non solo non ci aiuta più, ma che anzi ci impedisce di capire e di vivere serenamente il mondo del 2015. Il vero cambiamento si avrà  quando Aylan non lo considereremo più un bambino curdo ma un bambino e basta.

Sep 9th, 2015

Responsabilità soggettiva

bomba-carta.jpgAd Aprile il mondo del calcio torinese fu scosso dalle polemiche per gli incidenti avutisi durante il derby: prima la sassaiola dei tifosi granata contro il pullman della Juventus, poi il lancio di una bomba carta dal settore bianconero verso la curva del Toro, quest’ultimo con conseguenze pesanti per alcuni malcapitati torinisti finiti in ospedale. Il lancio della bomba ha dato origine ad un’inchiesta, durata alcune settimane, al termine della quale la magistratura ha dato un nome al responsabile del fatto, tale Giorgio Saurgnani di Romano Lombardo. Ho notato con curiosità  il silenzio calato sulla vicenda, eppure ce ne sarebbe stato da dire su questo personaggio, incastrato dalla sua idiozia che lo ha spinto a preannunciare con gli amici su Whatsapp e via SMS la sua “impresa”, protagonista in passato di altri atti di violenza e pronto a compierne altri in futuro. Sembrerebbe però che per il tifoso medio attribuire una fatto delittuoso al popolo indistinto dei propri nemici sia molto più appassionante che ad un singolo individuo con tanto di nome e cognome, forse perché mette in moto quel meccanismo di “noi e loro” così stupido ma così capace di solleticare i nostri istinti più primordiali. Una strana perversione a cui i media ovviamente si allineano subito e al profilo del Saurgnani non è stato dedicato più di qualche trafiletto. La vicenda non è però finita qui, perché il problema è che il personaggio in questione non era nella lista degli acquirenti dei biglietti per quella partita, non era possessore di una Tessera del Tifoso ed era stato addirittura in passato sotto DASPO, a causa di precedenti atti di violenza. Che ci faceva allora allo stadio? Era entrato senza biglietto, scavalcando i tornelli ed aggredendo lo steward che gli aveva intimato di fermarsi, senza che l’episodio avesse alcuna ripercussione, denuncia o altro. Gli steward non hanno potere coercitivo, ma mi rimane l’impressione che la macchina della sicurezza può fare di più rispetto ad un tizio che entra senza biglietto, che appuntarsi l’episodio per poi riferirlo alla polizia nel caso l’interessato si macchi di qualche colpa. Riassumendo quindi, al di là  delle ovvie responsabilità  penali per il responsabile materiale dell’atto violento, ci sono delle possibili responsabilità  per la falla nella sicurezza grazie alla quale l’atto violento è stato perpetrato. Siccome la responsabilità  della sicurezza è attribuita alla squadra ospitante, nella fattispecie il Torino, a chi non conosce il mondo del calcio potrebbe suonare strano che la squadra punita più pesantemente dalla giustizia sportiva sia stata invece la Juventus, ancor di più per la ragione, l’unica che ricollega il reo alla Juventus, ovvero il fatto che ne sia un sostenitore. Esiste sì in diritto il concetto di responsabilità  oggettiva, a cui il calcio vagamente si ispira, in cui la responsabilità  è sganciata da un dolo o comunque una colpa del soggetto, ma in nessun caso, che mi risulti, questo concetto può valere al di fuori di una responsabilità  di mancata vigilanza. alemao.jpgNon mi risulta quindi che ci sia nessun caso, nell’ambito del diritto, in cui un ente di qualunque genere risulti responsabile per gli atti compiuti autonomamente da un suo aderente, anche quando questa adesione è formale, mentre ovviamente l’adesione ad una squadra di calcio è e rimane del tutto informale.La responsabilità  oggettiva del calcio invece funziona un po’ come se io andassi a vedere un film con Scarlett Johannson, picchiassi qualcuno, e la popolare attrice fosse chiamata a risponderne in quanto mi riconosco sensibile al suo fascino. Eppure il calcio italiano obbedisce da decenni a questa legge tribale per cui le persone sono suddivise in clan, a cui non è richiesto nemmeno di aderire ufficialmente, basta che l’interessato “risulti vicino al tifo”, come dice il dispositivo del giudice sportivo. La tua squadra di “appartenenza” è responsabile di quello che fai e questa responsabilità , definita “oggettiva” ma in realtà  molto soggettiva, vale anche laddove non ci sia nessuna modalità  sostanziale e lecita di controllo del tuo operato (in questo caso quando si trova in trasferta). E’ un principio che obbedisce appunto alla cultura atavica dei clan, per cui se un componente di un clan si macchia di una colpa ne è responsabile tutto il clan: una cultura che oggi giustifica la sua sopravvivenza tra i tifosi calcistici, dipingendo la squadre di calcio come istituzioni dotate di una propria struttura valoriale che si estende ai propri tifosi. Se quindi un tifoso si comporta male è colpa della struttura valoriale della sua squadra e di qui la punizione per la squadra: sembra un modo farneticante di vedere il calcio, eppure la maggior parte dei commenti sui forum specializzati ricalca questo modo di pensare. E’ anche una logica di un anacronismo eclatante, eppure quel bisogno di Medioevo che a vari livelli il calcio esprime la tiene in piedi senza che troppe istanze di rinnovamento la mettano in discussione.
cocorico.jpgPassiamo dagli stadi alle discoteche ed in particolare alla discoteca Cocoricò di Riccione, chiusa dal Questore di Rimini in seguito alla morte di un ragazzo che aveva fatto uso di ecstasy. Qui il discorso potrebbe essere anche diverso, perché i gestori della discoteca una responsabilità  ovviamente ce l’hanno ma il problema è che, almeno leggendo il dispositivo del Questore, non pare che ci siano degli obblighi di legge che i medesimi avrebbero violato. Semplicemente il Questore ha applicato l’articolo 100 del Testo Unico sulle Leggi di Pubblica Sicurezza (per la cronaca risalente al 1931) che permette tuttora all’autorità  di sospendere la licenza ad un esercizio laddove “siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità  pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini”. Il sopracitato testo sembra rispecchiare il modo di pensare di una società  nella quale si riteneva che ci fosse un modo certo per tenere lontani dal proprio esercizio commerciale dei “malintenzionati”, come se chi spaccia o chi fa uso di droghe ce l’avesse scritto lombrosianamente in faccia e potesse essere quindi facilmente bloccato all’ingresso. Se si ritiene che le discoteche debbano essere dei luoghi “protetti” si dispongano delle misure di sicurezza obbligatorie per tutti gli esercizi (non solo per quelli in cui qualcuno ci lascia la pelle): controlli all’ingresso, tornelli, identificazione, la “Tessera del Discotecaro”. Non che lo auspichi intendiamoci, personalmente sono sempre stato contrario ai proibizionismi, ma almeno una logica simile obbedirebbe ad idee non anacronistiche come quelle dell’attuale citata legislazione. Si dirà : “le discoteche dovrebbero farlo senza obblighi di legge”. Eh sì, ma poi chi ci va ancora nella discoteca che per prima mette i tornelli e in cui ti tocca fare due ore di coda per entrare? Altra cosa è che i sistemi di sicurezza ci siano ma siano gli stessi per tutti gli esercizi, perché prescritti dalla legge.
Calcio e discoteca sono certamente due forme di intrattenimento a cui non si attribuisce un contenuto culturale elevato. Tuttavia, in quanto fenomeni popolari, i modelli che li governano finiscono con l’avere una grossa influenza sullo sviluppo socioculturale del cittadino medio. Se continuiamo a governare fenomeni come questi con regole medievali non possiamo poi lamentarci che la nostra società  fatichi a modernizzarsi. Far entrare la nostra società  nel terzo millennio è un processo che deve investire tutto e tutti, incluse, a mio avviso, le curve degli stadi e le piste delle discoteche.

Aug 30th, 2015
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