L’asse di ferro

Penso sia sempre da considerarsi fortemente simbolico qual’è il primo interlocutore che un capo di governo appena nominato decide di incontrare. Per questo è interessante la scelta del nuovo Presidente russo Medvedev che ha incontrato il suo omologo cinese Hu Jintao. Le convergenze tra le due potenze non sono cosa nuova. Sappiamo che il governo russo guarda con un certo fastidio ai modelli occidentali di democrazia e pluralismo e si è spesso ritrovato al fianco del governo cinese nel avversarli e nel favorire regimi che li avversano.
Direi che è ufficiale che la prospettiva di fine della storia con una progressiva ed inarrestabile diffusione dei modelli democratici e libertari occidentali al mondo intero è da archiviare.
E’ assai più probabile che ci troveremo di nuovo a fare i conti con sistemi dittatoriali o pseudo-dittatoriali che cerchino di rilanciare un modello di contrapposizione militare che fatalmente finisce col ridimensionare anche le nostre velleità  democratiche.
Forse sono pessimista ma temo che la storia continui ad essere molto cocciuta nel non voler finire….

May 28th, 2008

Progetto e realizzazione della palazzina Einaudi

C’è tanta letteratura sulle modalità  con la quale bellissimi progetti vengono realizzati in modo deludente. Qualche giorno fa sono stato a Torino, per alcune pratiche universitarie, alla palazzina Einaudi, uno di quegli edifici sorti sul Lungo Dora Siena negli ultimi anni. All’ingresso dal Lungo Dora c’è il cartello che pubblicizza, come in tutti i cantieri, il progetto del nuovo campus universitario del quale la palazzina fa parte. Sul cartello c’è un’immagine di come il progetto verrà  realizzato nella quale campeggiano architetture avveniristiche, forme curveggianti e slanciate. Sembra davvero un campus proiettato verso il futuro. Si immagina a stento quanto di meraviglioso possa accadere in un luogo di scienza così proiettato verso il bello e verso il domani.

Progetto campus universitario

La palazzina Einaudi però è già  stata eretta ed è un parallellepipedo che ricorda molto le architetture tipiche del socialismo reale con dei mattoni a vista che fanno tanto case popolari anni 70. Insomma si fa veramente fatica a trovare rispondenza tra progetto e realizzazione. Magari sono io che non capisco ma l’impressione che chi ha approvato il progetto si sia fatto prendere per il naso non mi abbandona.

Progetto campus universitario

May 27th, 2008

Condanna ed indulgenza

Qualche settimana fa viaggiavo nel tratto di Via Vanchiglia tra Corso San Maurizio e Piazza Vittorio, non lontano da dove giorni dopo un vigile sarebbe stato preso a cazzotti per aver fatto una multa. Per chi non conosce quella zona Via Vanchiglia è a senso unico ed ha due corsie, delle quali una riservata al tram. Mentre superavo il tram fermo mi accorgo che da sotto i portici di Piazza Vittorio è sbucata una Smart che ha tranquillamente infilato la via in direzione opposta alla mia. Freno per evitare lo scontro frontale e subito indico alla ragazza al volante che sta vaggiando contromano, ma questa dimostra di avere consciamente infilato la via contromano forse per evitare di fare il giro lungo, perché aveva visto un parcheggio o per chissà  che altro. Rimango stupefatto, poi riesco a aggirare la Smart invadendo la corsia del tram e riparto, francamente un po’ scosso.
Passa qualche giorno e sono in auto vicino a casa mia a San Mauro in una viuzza che corre lungo la riva del Po e poi si immette sulla provinciale che costeggia il Po lato collina. All’immissione c’è un semaforo, uno di quei semafori che a chi viaggia sulla provinciale deve sembrare sempre una gran perdita di tempo. Io arrivo al semaforo dalla viuzza ed è verde, attraverso l’incrocio, svoltando a sinistra, ma nel frattempo c’è un signore in station wagon che più degli altri non vuole perdere tempo, supera la fila invadendo la corsia opposta per passare col rosso ma alt, ci sono io. “Ma come? Non c’è mai nessuno” – avrà  pensato. Fortunatamente sto andando piano e c’è il tempo di frenare anche in questo caso, così io, il signore in Station Wagon, la sua compagna ed il bambino sul seggiolone, sul sedile posteriore, sono salvi.
Roba normale, che succede spesso. Infrazioni che giudichiamo minime, veniali. Se per caso ci fosse stato un vigile o una subdola telecamera, pronti a comminare una multa alla ragazza in Smart o al signore in Station Wagon, sicuramente i due avrebbero sentito ciò come un’ingiustizia, magari avrebbero protestato come i cittadini di Settimo Torinese l’anno scorso, probabilmente ricevendo la solidarietà  di altri cittadini, stufi di questi comuni che “fanno le multe solo per fare cassa!!”
Poi leggo sui giornali di un tizio di Roma che ha fatto la stessa cosa del signore in station wagon: superare la fila e passare col rosso. Solo che stavolta dall’altra parte arrivava un motorino e questa volta non c’è stato il tempo di frenare. E due vite se ne sono andate. Per carità : il tizio è un cocainomane, ultrà  con precendenti penali, probabilmente guidava in stato di ebbrezza e chissà  quale altre cose terribili ancora scopriremo sul suo conto, sta di fatto che è diventato un mostro da buttare in prima pagina, che viene descritto come la quintessenza del male e per lui l’opinione pubblica chiede pene esemplari.
Siamo talmente allergici alle norme che ci ricordiamo del motivo per il quale esistono e per il quale andrebbero rispettate, solo quando le conseguenze nefaste che le norme dovrebbero scongiurare si verificano. E allora ecco che ci scopriamo senza vergogna inflessibili accusatori.
Forse se ogni tanto provassimo a guardare alle conseguenze di quello che facciamo, non solo a quelle più nefaste, ma anche a quelle più ovvie, ci ricorderemmo del motivo per cui esistono delle regole e perché ci sono persone che sono pagate per farle rispettare. Sono elementi di cultura civica basilari ma se né i genitori, né la scuola ce li hanno spiegati, come facciamo?

May 27th, 2008

La Mafia? Non ci risulta

Quante volte abbiamo sentito risuonare le parole di Jannacci in quelle di tanti uomini politici del nostro Paese? In generale siamo però abituati ad ambientare queste parole nelle regioni del Sud Italia, sulla bocca di sindaci di cittadine dell’entroterra siciliano o del golfo di Napoli. Oggi però che l’Italia ha raggiunto una sostanziale unità  nell’assenza di cultura della legalità  non ci deve stupire che la negazione di fenomeni criminali avvenga in una cittadina della prima cintura milanese. Si tratta di Buccinasco, località  che conosco benissimo avendo vissuto per qualche mese nella vicina Corsico.
Di Buccinasco si cominciò a parlare nel 2005 quando all’ex-sindaco Maurizio Carbonera venne bruciata l’auto, recapitata una busta con proiettili ed infine vennero erette tre croci in un parco cittadino destinate a lui ed a due suoi assessori. Visto che evidentemente a certi personaggi il sindaco non piaceva, la cittadinanza pensò bene di non rinnovargli il mandato e venne eletto Loris Cereda con un mezzo plebiscito. Successe poi che il nuovo Sindaco, mesi fa, decise di reagire alle ripetute denunce di infiltrazioni in città  della ‘Ndrangheta nel modo più semplice, la negazione. Partirono dapprima attacchi contro giornalisti locali. Poi, come sempre quando l’indifferenza dell’opinione pubblica fa pensare di aver fatto bene, si è passati alla querela nei confronti di giornali nazionali. E’ seguita una continua vena negazionista condita di “Vogliamo tutelare il nome del nostro comune“, “Vogliamo che si parli di Buccinasco per motivi diversi da questi“, eccetera… L’ultima piccola perla è il mancato patrocinio ad una manifestazione denominata “biciclettata per la legalità ” organizzata da un gruppo di associazioni locali. Insomma, siamo ormai alla guerra negazionista a tutto campo.
Certo sarebbe bello se, prima di indignarci contro chi ci critica, provassimo almeno a spalare fuori un po’ dello sterco che abbiamo nel salotto. Noto sempre di più però che sta vincendo la consapevolezza che quello sterco ormai è parte integrante del nostro salotto e se i vicini si lamentano per il fetore tutto ciò che si può fare è invitarli a farsi i fatti propri, come fa appunto il Sindaco Cereda.

May 23rd, 2008

Gli avvocati difensori della violenza

Sempre in coerenza con l’andamento del Campionato è stata anche la festa per lo Scudetto dell’Inter. Un gruppo di tifosi nerazzurri ha pensato bene di festeggiare la vittoria devastando un asilo nei pressi dello Stadio di Parma. In coerenza con la criminale connivenza delle società  tutte con gli ultrà  e in coerenza con la tendenza auto-assolutoria che caratterizza Moratti, il Presidente nerazzurro ha commentato l’episodio affermando: “Probabilmente non l’hanno fatto apposta. Pensavano che quella struttura fosse parte dello Stadio”.
Ora mi chiedo: il personaggio Moratti lo conosciamo e non ci stupisce più nulla del suo delirio, ma purtroppo non è solo nel proporsi come strenuo avvocato difensore di tutto ciò che viene fatto nel nome della sua bandiera. Forse non abbiamo sentito altre volte dalle nostre parti difendere altri assalti ed altra violenza motivandola, giustificandola, spiegandola, razionalizzandola? Forse che dopo i fatti di Ponticelli o di Verona non si sono materializzati, all’interno dell’establishment, avvocati difensori, in modo diretto od obliquo, delle atrocità  comesse? Quando accadrà  che la violenza sarà  violenza senza ricevere attenuanti sulla base della bandiera nel nome della quale la si commette?
Mi viene il dubbio che il nostro Paese diverrà  un paese civile quando saremo in grado senza remore di dare del delinquente ai delinquente, di dare dell’assassino agli assassini, indipendentemente dalla bandiera che sventolano o dalla fede politica che professano.

May 21st, 2008

Il caso Travaglio

Come non parlare del giornalista torinese divenuto improvvisamente il nemico pubblico numero uno della classe politica e del suo codazzo bipartisan?

Devo dire che non amo particolarmente Travaglio. Non mi piace la sua tendenza a confondere il sospetto con la colpa o l’ipotesi con la certezza. Dovere di un giornalista è accertare nel modo più chiaro e approfondito la realtà  delle cose e presentarla in modo altrettanto chiaro all’opinione pubblica, senza allusioni, senza mescolare verità  e ipotesi.

Tuttavia faccio fatica a vedere in questo atteggiamento il problema di fondo, ho piuttosto l’impressione che il problema sia che in Italia il servizio pubblico radiotelevisivo è considerato la casa della classe politica e non è elegante parlare male di chi ti ha invitato a casa sua. Non a caso vediamo politici che stilano pagelle delle trasmissioni televisive. La polemica avviata da D’Avanzo su Repubblica mi fa pensare che questo recinto informativo è, in qualche modo, riconosciuto in modo “bipartisan” e la cosa mi preoccupa alquanto. Sono lieto che ci sia chi, come Barbara Spinelli, ancora difende il diritto del giornalismo di mettere il dito nella piaga della politica e di farlo anche in luoghi come la RAI che, proprio in quanto pubblici, non sono affatto proprietà  privata del governo o della classe politica tutta ma dei cittadini, e quindi nei quali i cittadini, ancor più che altrove, esercitino il diritto ad essere informati senza censure, e senza distinguo.

May 21st, 2008

Teatrini di fine Campionato

Da quando ho disattivato Sky Sport mi ero dimenticato di quanto Ilaria D’amico, anchor woman del pomeriggio calcistico di Sky, sapesse essere manipolatoria nei confronti del pubblico e degli intervistati. Domenica pomeriggio ero a casa dei miei e ho potuto assistere alla surreale intervista a De Rossi nel dopo-partita. Evidentemente la D’Amico aveva avuto sentore del clima un po’ teso che regnava nello spogliatoio romanista e così iniziava l’intervista ripetendo ossessivamente che l’interista Stankovic aveva fatto poco prima i complimenti alla Roma (circostanza della quale Stankovic stesso sembrava poco convinto) invitando De Rossi a fare altrettanto. Il centrocampista romano la raggelava rispondendo più o meno: “E’ facile fare i complimenti all’avversario quando si vince. Sta di fatto che il Campionato non lo dovevamo vincere oggi. Ci sono stati due mesi nei quali l’Inter non ha giocato e ha vinto 9 incontri su 10. Questa è la verità .”. La D’Amico minimizzava e cambiava subito argomento.
Questo teatrino mi faceva tornare alla mente, per contrasto, un vecchio Juve-Udinese dei tempi di Moggi e Giraudo dopo il quale Spalletti, allora sulla panchina friulana, ai microfoni di Sky minimizzava l’entità  di un paio di chiamate errate dei guardalinee che avevano favorito la Juve. La D’Amico insieme con l’ex-arbitro lottizzato per eccellenza, Casarin, lo bacchettava dicendo che gli arbitri vanno censurati quando sbagliano, che se no sbaglieranno sempre eccetera eccetera…
Insomma, il solito giornalismo nostrano sempre pronto ad esaminare con la lente ogni ruga degli uni e ad ignorare le piaghe degli altri, a seconda del versante sul quale si colloca.

May 20th, 2008

Il Capitano in trionfo

Per la prima volta nella sua carriera il nostro Capitano ha raggiunto il più alto riconoscimento personale che il Campionato Italiano di Serie A può tributare, ovvero il titolo di Capocannoniere. E’ certo singolare che un giocatore raggiunga un tale traguardo all’età  di quasi 34 anni ma la carriera di Del Piero è stata tutta piuttosto singolare. L’esplosione precoce che sembrava doverne fare uno dei più grandi di ogni tempo, l’apice raggiunto con la vittoria in Coppa Intercontinentale. Poi la delusione dei mondiali di Francia, l’infortunio, la lenta ripresa, la difficoltà  di ritrovare i suoi colpi e la sua freschezza nel gioco statico della Juve di Ancelotti. Giunge il rilancio con il ritorno di Lippi ma l’età  già  avanza e quando arriva Capello con il suo gioco di grande aggressività  a centrocampo Del Piero comincia a defilarsi. I colpi ci sono ancora ma il Capitano sembra mostrare un po’ la corda e Capello comincia a centellinare il suo impegno. Sembra iniziata la parabola discendente di Pinturicchio che diventa un “di più” di lusso di una Juventus che domina il Campionato.
La svolta forse è proprio in Calciopoli. Capello se la fila subito, Ibrahimovic lo segue a ruota. Del Piero, fresco Campione del Mondo e, per la prima volta nella sua carriera decisivo anche con la maglia azzurra, si trova a dover prendere per mano la squadra nell’avventura della Serie B. Il Capitano si ritrova leader trascinante stravincendo la classifica cannonieri: “Bellaforza – dicono in tanti – è serie B!“. Eppure Del Piero ritorna ad essere una macchina da gol, le punizioni dal limite tornano ad essere mezzi rigori, l’intesa con Trezeguet torna ad essere micidiale. Si torna in A e chi sminuiva i successi della B si deve ricredere. In un Campionato in cui la squadra va ben al di là  delle aspettative, Del Piero è stato a tratti incontenibile. Certo, sempre con le sue pause, con le sue giornate no, ma anche con apici di eccellenza assoluta. E di eccellenza assoluta è stata la gara di Sabato condita dalla raffinatezza del rigore concesso al suo rivale in classifica Trezeguet che gli vale il primato morale da mettere in bachecha accanto al primato materiale. L’ovazione finale, condivisa dal pubblico doriano, sancisce la grandezza dell’uomo che ha vinto tutto ma proprio tutto.
Bravo, Capitano!

May 19th, 2008

La coerenza dell’epilogo

Quando un romanzo si conclude in modo incoerente con il messaggio che ha scandito nelle sue pagine, ci rimane la sensazione di un finale improprio, spiazzante, che ci lascia un po’ di fastidio, di insoddisfazione. Nella realtà  spesse volte invece chi tira le redini riesce a dare all’ultima pagina di una storia una verniciata di presentabilità  che la riscatta e fa artificiosamente dimenticare ai meno attenti le pagine buie che la storia ha attraversato prima di arrivare alla sua conclusione. La pioggia di Parma ha probabilmente sciolto la vernice ma questa volta, come in un romanzo, il finale del Campionato ha risuonato il refrain di tutta la stagione.
Quando all’inizio del secondo tempo Ibrahimovic entrava in campo ed il Parma iniziava a barcollare come un pugile alle corde, sembrava che la storia potesse riprendere il suo corso e l’Inter avviarsi a conquistare il primo scudetto dell’era Moratti vinto senza penalizzazioni, senza che nuove ombre torreggiassero sul suo successo, ma di nuovo il cielo ci metteva lo zampino, questa volta scatenando un acquazzone sulla città  emiliana, e le cose prendevano un’altra strada. In quell’aquitrino improvvisamente infatti Budan, centroavanti parmense, si involava verso la porta interista. Materazzi (sempre lui) nel disperato tentativo di fermarlo si gettava in scivolata, cosa pericolosissima su un terreno così insidioso. Il risultato era disastroso, Budan veniva travolto e, essendo Materazzi ultimo uomo, questo comportava l’espulsione del difensore interista che in una nemesi storica avrebbe fatto mancare la sua presenza nel momento topico dell’incontro più importante, proprio come, per colpa sua, Zidane ai mondiali. In 10 contro 11 il compito dell’Inter sarebbe stato quasi proibitivo ma non impossibile e magari questa sarebbe stata l’impresa che poteva riscattare, almeno in parte, un anno di “aiutini”.
Dal cielo però, insieme alla pioggia, scendeva Gussoni, Presidente dell’AIA vicino a Moratti, che appariva di fronte all’arbitro Rocchi con dito ammonitore. Il fischietto improvvisamente sfuggiva al suo padrone, come attratto da una invisibile calamita, Rocchi cercava il proprio coraggio, interrogava la propria coscienza ma alla fine cedeva e lasciava proseguire, fingendo di non aver visto ciò che tutti avevano visto. Materazzi rimaneva in campo, Budan restava malinconicamente a terra senza nemmeno la soddisfazione di un calcio di punizione, l’Inter si avviava verso il suo scudetto, senza troppo temere nemmeno quando alcuni contatti nell’area interista facevano guardare con speranza ancora a Rocchi. L’arbitro teneva famiglia ed Ibra completava il suo trionfo personale.
Fine.

May 19th, 2008

Non-persona

Ho trovato molto interessante il testo di Erving Goffman “La vita quotidiana come rappresentazione”. L’idea è rappresentare attraverso una metafora teatrale le più diverse configurazioni di interazione sociale. In particolare mi ha colpito il concetto di non-persona, ovvero un personaggio che pur essendo presente ad una circostanza sociale viene totalmente ignorato, al punto che i presenti si comportano come se non ci fosse. Un esempio citato è quello della servitù nella società  nobiliare, in presenza della quale non valevano le regole di pudore e decoro, ma un altro esempio comune è il modo in cui spesso ci comportiamo con i tassisti. L’esperienza di non-personificazione più comune è però, a mio avviso, quella che si sperimenta con i medici ospedalieri. L’esser lasciato lì ad aspettare senza nessuno che ti dica nulla, come se le norme elementari della cortesia fossero state improvvisamente sospese, è una circostanza che capita prevalentemente in corsie di ospedali. Un’esperienza che mi aveva molto colpito forse proprio perché totalmente nuova è stata quella della mia operazione di appendicite. Avevo sette anni ma ricordo con nettezza il momento precedente all’anestesia. Quello che mi colpiva era l’assoluta indifferenza dei medici che si affollavano attorno a me. Ricordo la frase: “Questo lo impacchetto io”. Probabilmente l’abitudine di bambino ad essere sempre al centro dell’attenzione mi aveva fatto percepire questa situazione come molto strana. Sicuramente non sapevo che il mio stato si definisse non persona, ma ricordo con assoluta nitidezza la sensazione di disagio che mi procurò quell’atteggiamento.

May 19th, 2008
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