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Da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, soprattutto in Italia, si fa un gran parlare di quella cosa che si chiama “diplomazia”. Il termine è usato spesso con la stessa speranza assoluta che si ripone nell’intercessione di forze soprannaturali, senza apparentemente chiedersi come e in che condizioni la diplomazia può porre fine ad una guerra. Provo a chiedermelo io, iniziando col chiedermi cos’è la diplomazia. Wikipedia dice: “La diplomazia è la conduzione di negoziati e riconoscimenti diplomatici tra individui, gruppi o nazioni al fine di raggiungere un accordo, ad esempio per risolvere un conflitto senza violenza.”. Quindi si parla essenzialmente della risoluzione di una guerra tramite negoziato. Come funziona un negoziato? Sfodero qualche nozione dai miei studi di comunicazione mettendo sul tavolo la strategia di Zeuthen. Questa teoria presuppone che in un negoziato i diversi attori siano disposti a fare concessioni laddove percepiscano che il rischio (o il costo) del conflitto (o della sua prosecuzione) sia più alto per sé che per la controparte. A fronte di un costo maggiore io concederò più cose della controparte in modo da riequilibrare questo costo. E l’accordo si dovrebbe trovare quando la differenza tra costi delle concessioni e costi del conflitto si equlibra perfettamente.
Provo a questo punto a chiedermi che costi ha per le controparti il conflitto attuale e in particolare per la Russia. Il problema in cui incorrono molti osservatori occidentali è di valutare la situazione come se la Russia non fosse la Russia, ma un paese occidentale in cui l’opinione pubblica, dopo tre anni di inutili attacchi, si sentisse esasperata dai costi del conflitto e fosse libera di esprimere la sua esasperazione, come se fosse un paese dotato di un tessuto industriale messo in ginocchio dai costi della produzione bellica e dalle sanzioni della comunità internazionale. La Russia è invece un paese oggi sostanzialmente privo di un’opinione pubblica, quindi di persone che possono contestare e indebolire chi la governa, pur stanchi delle privazioni e delle vittime della guerra. E’ vero che il sistema economico è oberato da tassi di interesse insostenibili ma è anche vero che il potere economico è talmente strettamente legato a quello politico che è difficile che qualcuno inizi a mostrare insofferenza verso la guida di Putin. La filiera di petrolio e idrocarburi è tra l’altro quella che è stata meno danneggiata dalle sanzioni occidentali quindi meno insofferente per le privazioni che il conflitto ha inferto al paese.
In queste condizioni il costo della prosecuzione del conflitto è minimo, anzi autorevoli pareri sostengono che interromperlo potrebbe avere ripercussioni negative sulla solidità del potere di Putin, indipendentemente dalle condizioni imposte, perché oggi il consenso plebiscitario per Putin è anche legato allo spirito di mobilitazione che la guerra crea nella popolazione. È chiaro che laddove la prosecuzione del conflitto non abbia sostanziali oneri per Putin qualunque cosa che non assomigli ad una resa incondizionata è del tutto insufficiente ad indurlo a fermarsi. Non è un caso se l’“offerta finale” fatta da Trump per uscire dall’angolo in cui la sua promessa irrealizzabile fatta a suo tempo di “far finire la guerra in 24 ore” è appunto una sostanziale resa incondizionata dell’Ucraina. Avendo raggiunto (tardi) la consapevolezza sull’impossibilità di far finire la guerra, Trump ha scelto su chi far cadere la colpa, e ovviamente ha scelto l’Ucraina e, in quanto suo primo alleato, l’Unione Europea.
Chiarito tutto ciò e ricordando che la diplomazia non ha nulla di magico ma è anzi il trionfo della razionalità, non resta che concludere che sul tavolo ci sono ancora solo due semplici alternative. Una sconfitta militare completa della Russia, con arretramento fino ai suoi confini che è l’unico scenario che può indurre Putin a fare cessare le ostilità, oppure una vittoria militare completa della Russia, con raggiungimento degli obiettivi, ovvero annessione di una parte dell’Ucraina e bielorussizzazione del resto (quello in sostanza che ha proposto Trump). La diplomazia può permettere di arrivare a trattare minimi dettagli di questi possibili esiti, ma la distanza tra i due scenari è tale che qualunque agente razionale non può pensare di poterla colmare.
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