Ateismi a confronto

La vicenda degli autobus sponsorizzati da varie associazioni di ispirazione ateista mi ha suscitato qualche considerazione soprattutto sul diverso modo di vivere il proprio rapporto con i temi teologici in Italia ed in Gran Bretagna. Ricordo che, nella sua versione inglese il messaggio recita “There’s probably no God. Stop worrying and enjoy your life“. Nella versione italiana invece il messaggio è “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno“.
Questo mi porta a notare che:

  • Il distacco razionalista inglese porta i britannici ad usare comunque una formula dubitativa: “Probabilmente Dio non c’è“. La difficoltà  italiana invece di usare un vero approccio razionalista ci porta a contrapporre ad un’affermazione non razionale “Dio c’è“, un’altra altrettanto non razionale: “Dio non c’è“.
  • La visione italiana di Dio è essenzialmente consolatoria e speculativa. Di qui la sottolineatura del fatto che “non ne abbiamo bisogno“. Per gli inglesi la visione di Dio è prevalentemente morale e di qui il sollievo nel poter “non preoccuparsene più” vivendo senza l’assillo dell’incombente punizione.
  • La conclusione spensierata della versione inglese “goditi la vita” manca nella versione italiana. Sarà  perché in fondo anche gli atei sono abbastanza impregnati di cultura cattolica da non poter lasciarsi andare a simili epicureismi?
Jan 16th, 2009

Fannulloni a Strasburgo

Tempo fa il nostro Ministro Brunetta aveva affermato, con il suo consueto tatto e rispetto per i cittadini di questo paese, che i fannulloni sono di sinistra. I fatti di Strasburgo di ieri l’hanno smentito. Al Parlamento Europeo infatti si è votato per una norma che rende trasparente i tassi di assenteismo dei parlamentari. La norma è stata approvata in modo quasi “bulgaro” dal Parlamento europeo, con una significativa eccezione: il drappello dei parlamentari italiani del PdL che ha votato contro. Sono sicuro che ci spiegheranno che l’hanno fatto in nome del diritto alla privacy e che stanno pensando ad una norma molto più efficace e severa che presto porteranno in aula.
Certo che gioverebbe chiedersi con quale sfrontato coraggio gli stessi rappresentanti della classe politica che ci chiedono sacrifici e dedizione ci rappresentano a Strasburgo con la serietà  di una comitiva di vacanzieri Alpitour.

Jan 15th, 2009

Un altro dubbio scomparso

Avevo sentito molte volte la canzone di Bob Dylan “The lonesome death of Hattie Carroll” ma non mi ero mai soffermato troppo sul testo (per i meno anglofoni qui c’è anche la traduzione) e non conoscevo la vicenda alla quale Dylan si era ispirato: l’aggressione ad una cameriera di colore di nome Hattie Carroll da parte del giovane proprietario bianco di piantagioni di tabacco William Zantzinger e la morte di lei.
Giorni fa Zantzinger è morto a 69 anni e Repubblica ha riferito l’evento con un articolo, leggendo il quale mi sono fatto l’immagine dello Zantzinger che prende a bastonate la Carroll fino a lasciarla esanime a terra in un lago di sangue. Le cose in realtà  non sembrano essere andate esattamente così. La bastonata ci fu ma apparentemente senza conseguenze per la donna che si allontanò da sola e solo successivamente si sentì male. La tesi della difesa fu che la donna fosse morta in seguito a cause interne, probabilmente scatenate dalla rabbia per quanto accaduto, ed in effetti sembra non vi fosse nessun ematoma esterno. Sta di fatto che Zantzinger ebbe una condanna lieve: pochi mesi di reclusione per omicidio colposo.
Non c’è bisogno di aggiungere che a ruoli invertiti probabilmente il colpevole sarebbe stato impiccato sul posto: Zantzinger era dipinto come un violento, un truffatore e d’altra parte nella stessa serata aveva anche picchiato sua moglie ma il dubbio che le cose non siano andate come l’articolo di Repubblica sembra invece dare per scontato c’è. La canzone di Dylan è una canzone e non è obbligata a raccontare i fatti in modo freddamente imparziale. Mi aspetterei invece che un giornale come Repubblica si ricordasse che il suo lavoro è dare notizie e che ogni tanto riportarne qualcuna in maniera imparziale, lasciando magari spazio all’esercizio del dubbio, sarebbe una gradevole eccezione.

Jan 14th, 2009

Io sì che mi vergogno

Il ministro Brunetta nella sua ultima uscita ci ha spiegato che in Italia professori ed impiegati del catasto si vergognano di dire ai propri figli che mestiere fanno. Premesso che questa dichiarazione è singolare da parte di chi non ha fatto altro, da quando è diventato ministro, che dipingere i dipendenti statali come fannulloni e malfattori: se quanto detto fosse vero andrebbe quindi quanto meno attibuita al ministro stesso una bella fetta di responsabilità . Tuttavia conosco professori e ho conosciuto impiegati del catasto e non mi risulta che nessuno di loro provi questa vergogna.
Non dimenticherei d’altronde che se c’è una categoria di dipendenti statali che si caratterizza per essere strapagata, per i suoi tassi di assenteismo record, per la sua improduttività , per il suo coinvolgimento continuo in scandali che vanno dalla semplice corruzione a reati connessi ad attività  mafiose, si tratta proprio dei componenti del Parlamento e del Governo ovvero della categoria alla quale appartiene il ministro. Chissà  quindi se il ministro Brunetta si vergogna di dire ai suoi figli che mestiere fa. Mah…
Personalmente, fintanto che un ministro della Repubblica non individuerà  gli ingegneri come i grandi capri espiatori, non ho di questi problemi ma purtroppo, come credo molte persone, mi vergogno sempre più (e molto purtroppo) di dire da che paese provengo. Perché venire dall’Italia significa venire da un paese nel quale la mancanza di rispetto per gli altri, che traspare dalle parole del ministro, è un dato socialmente pressoché costante dal governo della repubblica giù fino al tizio che lascia la macchina in doppia fila per prendersi le sigarette. Forse non siamo l’unico paese in cui la coscienza civica è così dormiente ma certamente siamo l’unico tra quanti hanno conosciuto lo sviluppo culturale e sociale del quale l’Italia si è giovata. Oggi il nostro paese è identificato all’estero con l’immagine di volgarità  e ignoranza che la maggior parte degli italiani che vanno all’estero portano con sé, che ci vadano col volo ministeriale o col volo Easyjet e questo purtroppo è la conseguenza di una degenerazione del costume italiano della quale la nostra classe dirigente non riesce a non essere fedelissimo specchio.

Jan 12th, 2009

Poi si vedrà

Il riaccendersi del conflitto israelo-palestinese ha riscatenato le discussioni in merito, che la maggior parte di noi affrontano solitamente dopo aver preso chiaramente parte per un fronte o per l’altro. Mi è difficile parlare di un contesto che non conosco, indicando problemi o soluzioni che chi lo conosce a fondo fatica ad individuare. Provo allora a farmi una domanda che forse altri danno per scontato. Che cosa vuole davvero il governo israeliano? Cosa vogliono davvero i leader di Hamas? A quale obiettivo tendono gli uni o gli altri? Hamas pensa che a forza di cannoneggiare qua e là  Israele un giorno gli israeliani si stuferanno e si trasferiranno in un atollo dell’oceano pacifico? Israele pensa che i palestinesi dopo 60 anni di guerra e guerriglia improvvisamente abbracceranno il pacifismo? Certo, da un lato Hamas si aspettava che la reazione di Israele avrebbe rinsaldato il proprio potere traballante. Dall’altro Israele non poteva rimanere più a lungo senza reagire ai cannoneggiamenti di Hamas, senza risentirne sul piano del consenso interno. Dovendo poi reagire meglio approfittarne per cancellare la forza militare di Hamas con l’intervento di terra piuttosto che limitarsi a colpire pochi obiettivi. Ma la domanda è: e poi? Che succederà  quando i carri armati rientrerrano a casa? Hamas si rinserrerà  nella striscia di Gaza, più che mai unita attorno ai capi martirizzati. Israele avrà  di fronte un mondo arabo di nuovo turbolento e governi che avranno a loro volta molti problemi a contenere l’opinione pubblica che chiede loro una reazione forte. Insomma non si sarà  fatto nemmeno mezzo passo verso la pacificazione che teoricamente dovrebbe essere nei sogni di tutti. E allora qual è il progetto che sta dietro a tutto ciò? Forse nessuno? Forse gli uni e gli altri pensano che l’obiettivo a breve termine sia l’unico perseguibile e che un progetto più a lungo termine non sia praticabile? Forse gli uni o gli altri non si pongono proprio un obiettivo di lungo termine?
Lo facciamo forse noi? La nostra politica fa dei progetti di lungo termine? C’è qualcuno che si chiede mai come potrebbe essere realisticamente il mondo tra venti anni e dove dovrebbe essere il nostro paese allora e come fare ad arrivarci? Scommetterei sul contrario, ma magari sono troppo pessimista.

Jan 11th, 2009

I danni del regresso

Un giorno dell’inizio anni 80 mio padre arrivò a casa con un acquisto che avrebbe cambiato molte cose: un videoregistratore. Da allora la programmazione televisiva ha smesso di un essere un limite insormontabile. La trasmissione preferita ti coglieva fuori di casa? Nessun problema: si programmava la registrazione e la partita o il film non sfuggivano. Si chiamano i benefici del progresso.
Nell’epoca del peer-to-peer però chi eroga le immagini televisive ha cambiato completamente le proprie priorità . Se un tempo la priorità  era permettere agli spettatori di vedere quanto trasmesso, oggi la priorità  è preservare a tutti i costi i diritti delle immagini trasmesse a costo di invertire l’orologio del progresso. Possono quindi succedere cose strane tipo quanto successomi Sabato sera quando, avendo registrato la trasmissione del sabato sera della RAI contenente i riflessi filmati degli incontri del Campionato, mi sono ritrovato una traccia sul registratore di DVD con un bel simbolo di copyright sull’etichetta. Tentando di riprodurre la traccia ricevevo il messaggio d’errore “Traccia protetta da copia”. Non so bene se si tratta di una sperimentazione della RAI di una funzionalità  che non sanno ancora bene far funzionare o una gestione non corretta del mio registratore ma non mi è stato possibile riprodurre quella traccia nè sono riuscito a recuperarla in altro modo. Aggiungo che nonostante i miei sforzi non sono riuscito a trovare sul pessimo sito RAI i contenuti della trasmissione.
Sta di fatto che 30 anni dopo mi sono ritrovato con la sensazione che quella possibilità  che quel vecchio videoregistratore con voluminose cassette mi aveva dato pare oggi svanire. Insomma: i danni del regresso

Jan 11th, 2009

La grancassa

Siamo tutti ormai abituati a leggere sui giornali le cose più improponibili, abbiamo fatto il callo alla deformazione più sfrontata della verità , a vedere ribaltare completamente una notizia. Un processo si conclude con l’assoluzione di uno e la condanna di dieci ed ecco che il giornalista di turno se ne esce con il titolo “Tizio assolto” e ci spiega nel corpo dell’articolo che questo dimostra che il processo era una montatura, una persecuzione. Quante volte abbiamo trovato sui giornali una notizia offerta in questo modo? Eppure mi colpisce sempre un po’ quando mi trovo di fronte a questo modo di informare, ancor più quando mi è difficile individuare l’agire di ragionevoli partigianerie ideologiche.
Oggi apro La Repubblica e leggo l’articolo di Fabrizio Bocca dal titolo “Non suonate la grancassa” che vorrebbe chiosare la conclusione del primo grado del processo alla GEA, società  di procura calcistica dei figli di Moggi, Lippi e Geronzi (stranamente però la figlia di Geronzi nel processo non è stata coinvolta). L’articolo inizia con la seguente frase: “Il sistema Moggi esisteva, avvelenava il calcio e se qualcuno avesse avuto ancora dubbi ecco un’altra conferma”. Ma come? Forse ho capito male le notizie sentite alla radio ed alla TV che dicevano che era caduta l’accusa di associazione a delinquere? Che dicevano che lo strapotere presunto dei Moggi era solo un’ipotesi investigativa che la fantasia di giornalisti, in cerca di notizie sensazionali, avevano trasformato in certezza incrollabile? No, no. Girando su Internet si ha la conferma che le notizie erano vere. E allora? Come la mettiamo Fabrizio Bocca?
Riassumo i fatti per chi non li conosca. Il processo GEA verteva sulla presunta posizione di predominio della società  nell’attività  di procura dei calciatori, ottenuta attraverso attività  illecite di controllo dell’intero mercato ed era basato sulle testimonianze di giocatori che avevano riconosciuto di avere subito pressioni dalla GEA di vario genere, ma tutte basate su una millantata possibilità  di governare il calcio e quindi di influenzare negativamente la carriera di chi non avesse accettato la procura. Le dichiarazioni che dovrebbero avere condizionato la sentenza sono in particolare quelle di Amoruso e di Blasi (che però al processo ha ritrattato) per quanto riguarda Luciano Moggi e quelle di Boudianski e Zetulayev per quanto riguarda Alessandro Moggi. L’episodio più pesante è rappresentato dalla frase di Luciano Moggi che avrebber detto al calciatore della Juve Amoruso che non voleva trasferirsi al Perugia per motivi economici (stipendio troppo basso in Umbria) “Se non accetti di andare al Perugia non giochi più al calcio”.
La sentenza apparentemente (vanno attese naturalmente le motivazioni) smentisce che esistesse un effettivo predominio della GEA sul mercato dei procuratori. La condanna dei soli Moggi per violenza privata sottolinea che comunque non è bello dire a qualcuno “Se non fai come dico io non giochi più al calcio” ma l’assoluzione dall’associazione a delinquere, sempre apparentemente, significa che quelle minacce erano solo millanterie a cui non corrispondeva un’effettiva organizzazione in grado di attuare quanto minacciato. Se non fosse così d’altronde non si capirebbe perché nella stessa Juventus erano relativamente pochi i giocatori “clienti” della GEA. In sostanza quindi non esisteva il sistema Moggi, il predominio della GEA era solo un’ipotesi dei PM e magari un sogno dei Moggi ma nulla più. Come ha detto Moggi stesso: “Non sono Belzebù ma mi ha fatto comodo che qualcuno lo credesse”. Rimane anche il fatto che condannare a sedici mesi di reclusione (pur indultati) uno per una minaccia generica e non specificata, sa un po’ di pena draconiana quando in Italia chi aggredisce a sprangate qualcuno per futili motivi se la cava con 10 mesi di reclusione, ma non approfondiamo il tema…
Vorrei tuttavia sgombrare il campo da dubbi circa quello che penso su Moggi. Si tratta di uno di quei personaggi arroganti e torbidi che mi piacciono molto poco per principio e sono contento che la Juventus non sia più gestita da questo signore, anche se questo significa vincere di meno. Tuttavia ho gli occhi per vedere e le orecchie per sentire e quello che vedo e sento mi dice che qualcuno ha voluto dipingerlo come un padrone incontrastato del calcio italiano quando era semmai solo un gran fanfarone. Non sapremo forse mai chi ha avuto interesse a presentarcelo così e perché l’ha fatto, ma sappiamo chi in questi anni, pur vedendo e sentendo le stesse cose che sentivo io, ha continuato a suonare la grancassa su giornali e televisioni raccontandoci una storia che si faceva sempre più paradossale, e continua a suonare la grancassa, come fa Fabrizio Bocca, anche se ormai suona sempre più come un tamburo sfondato.
Il prossimo processo di Napoli su Calciopoli ci dirà  probailmente altre cose interessanti sull’argomento. Vedremo.

Jan 9th, 2009

De minimis non curat praetor

Se l’avessi scritto ieri questo intervento si sarebbe chiamato: “AAA Presidente cercasi”. Erano giorni che infatti il capo del governo italiano sembrava irreperibile. Il mondo era incendiato dalla guerra nella striscia di Gaza, le nostre riserve energetiche erano messe in discussione dal braccio di ferro tra Russia e Ucraina ed il Presidente non dava traccia di sé. Ce lo immaginavamo al caldo di un isola tropicale a dare sfogo ai suoi voraci appetiti sessuali oppure in una clinica per un ritocco estetico per essere più bello che mai per il G8 di Luglio.
Ma come? La guerra israelo-palestinese infuria e lui niente? Non dico una dichiarazione politica in cui invoca il cessate il fuoco o un’iniziativa per trovare una soluzione negoziale, ma nemmeno una barzellettina tanto per sdrammatizzare? Putin ci chiude i rubinetti e lui niente? Non dico un presa di posizione ferma, ma nemmeno una frasetta rassicurante tipo: “Non c’è problema. Lo chiamo io e risolvo tutto.”?
Il punto è che si tratta di inezie, di questioni trite e ritrite, che ormai lasciano il tempo che trovano. Israeliani e palestinesi che si fanno la guerra, russi e ucraini che litigano. Che noia… Al nostro Presidente del Consiglio queste cose non interessano, come dicevano i latini: “De minimis non curat praetor“.
Ma ecco uno dei quegli intrighi che invece gli piacciono: CAI e Malpensa. Ecco una vera battaglia italiana, all’insegna del “Pensiamo ai nostri interessi di bottega”. Ecco una di quelle belle privatizzazioni dopo le quali la classe politica si affretta a chiarire: “Privato sì. Basta però che continui a fare quel che diciamo noi.”. Ed ecco il nostro Presidente operaio tornare a parlare alla nazione per rassicurarla che tutti avranno la loro bella prebenda, che tutte le parrocchie alla fine saranno soddisfatte ed ecco la popolarità  del governo risalire immediatamente dello 0,05%. Un grande statista.
E così mentre Sarkozy perde tempo a negoziare con Mubarak la tregua, Barroso negozia con Putin la fornitura di gas, Berlusconi ben più utilmente negozia con Bossi la spartizione degli hub. Che fortuna che abbiamo ad avere un Presidente così…

Jan 8th, 2009

Ucraina e Russia

Il riaccendersi della tensione tra Ucraina e Russia in seguito alla questione della vendita di gas mi ha riportato alla mente un sondaggio che avevo letto tempo fa su un giornale on-line ucraino (Zerkalo Nedeli) sulla visione che i cittadini di quel paese hanno del rapporto con la Federazione Russa. Mi aveva colpito soprattutto un fatto: da un lato circa il 63% dei rispondenti si pronunciano contro un avvicinamento del paese alla NATO e addirittura il 44% ritiene invece che la presenza della flotta russa nel Mar Nero sia una garanzia di pace per l’Ucraina; dall’altro lato però ben il 47% degli ucraini ritiene probabile un conflitto armato con la Russia. L’impressione che ciò mi ha dato è quindi che la collocazione a fianco della Russia non sia legata ad amicizia, a valori comuni o al desiderio di un ritorno ai tempi passati ma al timore dell’aggressività  russa, all’idea che è meglio farsi la Russia amica che nemica visto il suo arsenale militare.
In effetti molti di noi, me compreso, ragionano spesso in termini di ideologia politica, in termini di progresso, in termini di sviluppo. Magari gli Stati Uniti ci infastidiscono per qualche asprezza della loro cultura ma alla fine non abbiamo mai dubbi di fronte alla scelta se stare dalla parte degli Stati Uniti o della Cina o della Russia. Scegliamo gli Stati Uniti perché sono un paese democratico, un paese moderno, un paese sviluppato, non certo per il loro arsenale militare. Questo però è un modo di ragionare tipicamente moderno, di una società  basata su modelli a cui ispirarsi e per la quale i riferimenti sono fondamentalmente economici, sociali, politici, difficilmente militari.
Ci sono molte persone però, forse anche in Italia, che non ragionano così, per le quale il modello trainante è ancora quello militare, è ancora quello della forza, perché riconoscono nella forza l’unico modo certo per avere ragione. Non dovrebbe quindi in realtà  stupirci che in un paese come l’Ucraina, ancor più all’indomani della guerra in Georgia, il motivo principale dell’amicizia con la Russia sia il suo arsenale militare e che l’alleanza con la NATO non rappresenti affatto una sicurezza, perché la NATO è lontana ed incerta, la Russia è lì ad un passo.

Jan 7th, 2009

C’errore ed errore

Così titolava il suo editoriale Tuttosport il Lunedì successivo all’ultima giornata di Campionato prima delle feste. In quella giornata sia l’Inter che la Juventus erano state favorite da un gol a testa, convalidato sebbene fosse viziato da fuorigioco. L’evento ha scatenato le diverse scuole di pensiero in merito alla “sudditanza psicologica”. Da un lato c’è chi accomuna Inter e Juve in un unico strapotere, dall’altro c’è chi invece ricorda che il fuorigioco di Marchionni era molto meno netto di quello Maicon e quindi i due episodi non possono essere paragonati.

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Ho già  fatto alcune precisazioni sull’episodio che ha coinvolto la Juventus in un altro intervento. Premesso che l’entità  dell’errore è oggettivamente diversa, devo però dire che mi lasciano piuttosto indifferente le discussioni pelose sul “questo è un errore veniale, quell’altro è grave”. Gli errori, anche clamorosi, ci sono da che c’è il calcio e ritengo che, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno influito questioni “politiche” ma la fallacità  dell’uomo, perciò un fuorigioco sbagliato non può essere un elemento sufficiente a lanciare accuse o formulare teorie. Chi ha arbitrato sa che gli errori, anche quelli più incredibili, accadono nella massima buona fede esattamente come all’attaccante capita di sbagliare un gol a porta vuota.
Varrebbe forse maggiormente la pena di interrogarsi sull’incredibile sbilanciamento tra errori a favore e contro (che non ha riscontro in nessuna altra squadra) che ha consentito all’Inter di conquistare l’anno scorso, un Campionato che senza questo strano fenomeno sarebbe stato un trionfo della Roma, e che consente all’Inter di essere quest’anno nettamente in testa in un Campionato che altrimenti sarebbe ancora nel massimo equilibrio. Ciò non significa necessariamente errori coscienti o programmati, ma non si può escludere che un ambiente mediaticamente polarizzato in un certo modo determini per l’arbitro una diversa paura di sbagliare in contesti diversi.
C’è però un aspetto che continua a distinguere la Juventus dall’Inter e direi anche dalle altre squadre del Campionato italiano in modo chiaro: la Juventus nella persona del suo Presidente è l’unica squadra che con chiara determinazione chiede l’introduzione di mezzi tecnici di supporto agli arbitri quali ad esempio la moviola. D’altra parte non vedo una sola ragione per le quali chi desideri un calcio trasparente, senza ombre di condizionamenti, accuse di sudditanze o comunque dipendenza del risultato dalla bravura o dalla fortuna di arbitri e assistenti non si debba allineare su questa posizione. L’Inter con la moviola in campo non avrebbe vinto lo scorso campionato a non sarebbe in testa neppure in questo ed è quindi da comprendersi che non sia particolarmente desiderosa di introdurre la moviola, probabilmente altre grandi sono convinte, a torto o a ragione, che arbitri e assistenti subiscano davvero il loro fascino e siano conseguentemente influenzati nei casi dubbi, ma faccio fatica a capire perché le piccole squadre, così convinte di essere penalizzate dagli errori arbitrali, siano anche loro così indifferenti. Forse perché è sempre comodo poter dare la colpa all’arbitro quando si perde?
Sia come sia vi invito a diffidare della moralità  di coloro i quali il Sabato dicono che la moviola non serve e che gli errori arbitrali fanno parte del calcio e che la Domenica sera si inalberano e lanciano accuse per errori millimetrici. Le società  di calcio di Serie A non si dividono in grandi arroganti ed in piccole bistrattate, si dividono in quelle che desiderano un calcio chiaro e trasparente e quelle che invece preferiscono il calcio dei furbi in cui domini il dubbio, il sospetto, l’intrigo. Questa è la differenza tra Juventus ed Inter, almeno al momento.

Jan 6th, 2009
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