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Anche coloro i quali guardino alla vita politica italiana con lo spirito più partigiano possibile fanno fatica, credo, a non ravvisare nel comportamento degli elettori italiani un dato comune alla destra e alla sinistra: lo straordinario conservatorismo che porta alla fine gli elettori a scegliere sempre le stesse facce, anno dopo anno, lustro dopo lustro. Berlusconi è giunto per la prima volta a governare il paese nel’94 quando l’America aveva appena eletto Clinton, quando ancora Blair e Aznar erano solo astri nascenti. Oggi persino la moglie di Clinton rischia di esser vista come un ferro vecchio, Blair e Aznar sono pensionati ed invece Berlusconi è ancora al governo. Non che sull’altro fronte si stia molto meglio visto che in questi quattordici anni abbiamo avuto due candidature di Prodi a distanza di 10 anni una dall’altra e tutte le altre candidature del centro-sinistra sono state sostanzialmente “a perdere” (Rutelli e Veltroni). Resta il fatto che nel post-Tangentopoli come nel pre-Tangentopoli (la definizione di Prima o Seconda Repubblica personalmente la trovo del tutto fuorviante) la classe politica ha mantenuto la sua caratteristica di staticità . Se Andreotti era durato 45 anni, per Berlusconi l’unico limite sembra essere la sua età avanzata anche se non escluderei il riscorso a espedienti di mummiocrazia alla Breznev.
Naturalmente la persistenza della classe politica introduce una serie di scompensi: scarso senso competitivo, scarsa freschezza, prevalenza al rapporto interpersonale rispetto a quello con gli elettori, distacco dal paese reale: quasi l’elenco dei vizi della nostra classe politica. C’è però un vantaggio, forse l’unico. Nessuno può dire in questo contesto “Io non c’ero, è colpa di chi mi ha preceduto”. Se avessimo un Ministro dell’Economia novello di ministero egli potrebbe legittimamente allargare le braccia dicendo: “Che ne posso io? I soldi non ci sono”: invece Tremonti dal 2001 ad oggi è stato Ministro dell’Economia quasi per la metà degli otto anni trascorsi e non trascurerei il breve ma intenso passaggio del 1994. La classe politica oggi ci spiega che i soldi non ci sono e che dobbiamo rimanere alla finestra mentre le aziende nazionali (tranne Alitalia) boccheggiano o chiudono mentre gli altri paesi li foraggiano di stanziamenti pubblici, ma è la stessa classe politica, sono le stesse persone, le stesse facce che fino a ieri cavalcavano l’isteria della classe media, spiegando che i soldi c’erano per ridurre l’imposizione fiscale. Così, quando le vacche erano grasse, si è lasciato il debito pubblico nel suo brodo, si sono promesse ed attuate riduzioni fiscali che hanno lasciato i conti dello Stato nella situazione disastrosa in cui versavano e si è arrivati alla crisi di oggi in un contesto che non consente ulteriori strappi. Siamo di fronte ad una recessione che contrarrà le entrate dello Stato e ciò porterà fatalmente ad una crescita del deficit e del debito, per cui di eccezioni al rigore non se ne parla proprio. Non ci resta quindi, come già suggeritoci, che essere ottimisti e tirare a campare.
Altrove potremmo prendercela con chi ha governato così male, mandandolo a casa nella più tetra ignominia, ma siamo in Italia e chi oggi ci governa ci governerà anche domani e se continua a governarci pur facendolo così male è perché non gli facciamo governare lo Stato, ma la nostra emotività ed è con l’emotività che poi lo votiamo. Fino a ieri abbiamo battuto i pugni sul tavolo chiedendo riduzioni del carico fiscale quando c’era il bilancio dello Stato da risanare, perché non riuscivamo a comprarci il televisore al plasma, oggi ci commuoviamo nel vedere gli operai lasciati a casa e imprechiamo contro il governo che non fa nulla ma, anche questa volta, per trovare il vero colpevole dobbiamo guardare in uno specchio.
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