Erezioni politiche
Il leader leghista Caparini ha reso noto, durante un incontro politico leghista tenutosi a Brescia, che nelle regioni del Nord il consumo del Viagra è tre volte maggiore rispetto a quelle del Sud. Questo, secondo l’esponente politico, accade perché al Nord si lavora molto di più e questo riduce le performance sessuali.
Questa grave affermazione, che cozza con il retroterra culturale leghista che faceva del priapismo una sua bandiera, ha messo in crisi la base del Carroccio, adesso contesa tra due possibili interpretazioni entrambe inquietanti. O la celebre affermazione “La Lega ce l’ha duro” era in realtà pura millanteria e dietro ai roboanti proclami dei leader c’era soltanto un sesso esangue, rivitalizzato solamente dalle provvidenziali pastigliette, oppure si deve ritenere che nell’operosa Padania i militanti leghisti siano delle mosche bianche (o verdi) che non a caso hanno pensato che riunirsi in un palazzo romano ad approvare in massa decreti di cui ignorano il contenuto, sia una validissima alternativa al lavoro.
Se la base leghista è nel caos, il Ministro Brunetta ha invece approfittato della situazione per rilanciare la sua azione di governo. Si dice infatti che nella sua crociata contro i fannulloni, abbia iniziato a monitorare le performance sessuali dei dipendenti pubblici per scoprire sacche di inefficienza nella Pubblica Amministrazione.
Ma sul tema si attende soprattutto un intervento del Presidente del Consiglio che, nell’ambito della sua visita di Stato in Montenegro, dopo aver fatto i consueti apprezzamenti sulle donne locali ha annunciato per la conferenza stampa di domani un intervento sul tema delle performance sessuali degli italiani. Gli osservatori internazionali si interrogano su quali rivelazioni ci offrirà Berlusconi. Vi tengo informati.
Chi consuma di più
La proposta di Franceschini di una tassa una tantum sui redditi più elevati ha avuto, tra le altre cose , l’effetto di far tornare a galla un tema che ha fortemente condizionato la vita politica italiana degli ultimi anni. Quello della pressione fiscale. Da quando la crisi è esplosa in modo dirompente il tormentone della riduzione fiscale, la lamentazione dei contribuenti italiani contro il fisco opprimente, si era finalmente acquietata. La sparata di Franceschini ha però fatto di nuovo esplodere il tema di chi sostiene che solo la classe media è in grado di tenere alta la bandiera dei consumi e che quindi ogni sforzo deve essere fatto per sgravare questa categoria dal giogo fiscale.
Su “Il Giornale” l’imprenditore Guidalberto Guidi ci ha spiegato l’altro ieri che è molto pericoloso gravare di un carico fiscale addizionale, sebbene una tantum, quella categoria sociale che contribuisce in modo determinante al sostegno dei consumi; il medesimo poi rilanciava il refrain per il quale l’unico modo per combattere l’evasione è abbassare le aliquote. Sono affermazioni che abbiamo sentito talmente tante volte che ci paiono quasi credibili, verosimili ma proviamo a pesarle bene.
Possibile che un Euro in tasca di chi guadagni 1000 euro al mese abbia meno probabilità di essere consumato che in tasca di chi guadagni dieci volte tanto? Il mio stipendio è meno della metà di quanto indicato da Franceschini, eppure guardo l’estratto conto della banca una volta ogni quattro mesi e il mio profilo di consumo non è minimamente influenzato dalle fluttuazioni della pressione fiscale. Quando il mio vecchio computer ha cominciato a dar segni di cedimento, o il mio vecchio televisore è venuto meno, non ho certo fatto un piano finanziario, sono andato su Internet e ne ho ordinato uno nuovo; magari non sono un esempio di oculata gestione finanziaria ma non credo di essere una rarità . Sicuramente la cose vanno diversamente per chi guardi ogni mese al 27 come ad un traguardo che magari gli consentirà di far revisionare i freni della Cinquecento ormai ridotti all’osso o di pagare l’affitto di casa. Insomma stiamo parlando di spostare un Euro che dormiva in un conto corrente o nella migliore delle ipotesi era investito in bond argentini, in tasca a chi lo consumerà presumibilmente il giorno stesso in cui se lo ritroverà tra le mani. E allora dov’è il rischio per i consumi, caro Dottor Guidalberto? Il crollo del mercato degli yacht o dei diamanti? La chiusura di un paio di locali di Porto Cervo? La crisi dei chirurghi estetici esperti in liposuzioni? Questi sono i rischi dai quali l’acuto imprenditore ci mette in guardia?
Veniamo all’evasione ed al vecchio adagio per il quale se si abbassassero le aliquote calerebbe anche l’evasione, lo sostengono in molti come molti sostengono che un gatto nero che attraversa la strada profetizzi sventure, peccato che l’uno e l’altra affermazione non abbiano nessuna base scientifica, almeno che io sappia. Uno studio sul legame su evasione fiscale e pressione, fatto alcuni anni fa nei principali paesi europei, individuava qualche legame tra i due fenomeni, ma solo limitatamente al campo della tassazione delle aziende (che però nel nostro paese è già piuttosto bassa), nessun legame invece era individuabile per quanto riguarda la tassazione delle persone fisiche. La stessa classifica di evasione e pressione fiscale nei principali paesi europei non ci suggerisce alcun legame tra l’una e l’altra tendenza. Interessante anzi il fatto che il paese con il tasso di evasione minimo (Svezia) sia anche uno di quelli con la pressione fiscale più elevata. Nemmeno la tendenza storica dell’evasione e della pressione fiscale ci suggerisce la possibilità di un legame tra i due dati. Anche in questo caso quindi nessuna base reale nelle parole del Guidi ma solo la volontà di mantenere ad una categoria sociale privilegi e guarentigie anche in un periodo come questo in cui la situazione richiederebbe di provare ad aprire le porte della fortezza in cui la classe media si è asserragliata.
Faccio presente che Guidalberto Guidi è il padre di Federica Guidi che mesi fa aveva partecipato alla crociata contro il protocollo di Kyoto e l’accordo 20-20-20, dimostrando che la figura di imprenditore illuminato è evidentemente una prerogativa di famiglia…
Strane domande
Ieri, mentre rientravo a casa in auto, un tizio in moto mi ha affiancato e mi ha fatto segno che voleva chiedermi una cosa. Ho abbassato il finestrino ed il tizio mi ha domandato se potevo dirgli che temperatura esterna risultasse dal cruscotto della macchina.
Ho cercato di capire quale potesse essere la motivazione profonda del quesito ma non ho trovato risposta. C’erano 13 gradi e non credo che temesse di trovare ghiaccio sulla strada. Solo curiosità ? Può essere.
Certo che in un mondo di porte chiuse a doppia mandata, un tizio che per togliersi una curiosità fa una domanda ad un perfetto sconosciuto è abbastanza inconsueto da destare un po’ di smarrimento.
Stupri e clan
Non fanno nemmeno più notizia, a fronte di una violenza sessuale commessa da uno straniero, le manifestazioni estreme da parte di strati dell’opinione pubblica: tentativi di linciaggio, proteste di piazza, aggressioni a connazionali dello stupratore. Ovviamente niente di tutto ciò accade quando il colpevole è un italiano. In quel caso l’evento diventa un caso di cronaca, come un altro, che non mobilita le folle e non accende gli animi. Perché questa così forte discrepanza, solo oddio razzista che esplode oppure c’è di più?
Per dare una possibile risposta a questa domanda ho trovato interessante un articolo sul tema di Lucia Annunziata e altre opinioni raccolte in Rete. Nella sostanza questa e altre opinioni simili ipotizzano che questi improvvisi assalti di indignazione verso un reato che sino a pochi anni fa era considerato ancora contro la morale e non contro la persona non siano in realtà (come ci piacerebbe pensare) il segno di un impeto di civiltà , ma al contrario siano il segno di una cultura tribale persistente in ambiti del nostro paese. Si fa riferimento infatti in questi casi ad un’idea della donna, diffusa in moltissime culture, come proprietà del clan di appartenenza. In quest’idea la violenza commessa sulla donna all’interno del proprio clan è lecita, quella commessa verso donne di altri clan è grave ma non in quanto violenza verso la persona che la subisce, ma in quanto profanazione di ciò che appartiene ad altri (al riguardo trovo significativo il caso di Mukthar Mai stuprata per vendetta verso il suo clan). Il passaggio tra clan e nazionalità è ovviamente breve, specialmente in un contesto multietnico come quello delle nostre città , e quindi breve l’identificazione dello stupratore straniero come l’usurpatore delle prerogative del nostro clan.
Si tratta di una teoria suggestiva, che varrebbe la pena di soppesare e sulla quale varrebbe la pena di fare qualche approfondimento ma è certo che nelle parole che si raccolgono tra i ragazzotti di borgata, che si fanno protagonisti di episodi di contestazioni o ritorsioni come quelle sopra descritte, un’idea piuttosto tribale delle contrapposizioni tra comunità etniche, e non solo, pare assolutamente radicata.
La mala coppa
Il mondo bianco e nero ha un rapporto da sempre difficile con la Coppa Campioni, sia per motivi seri che ludici. Una stagione come questa nella quale la Juve si era presentata ai blocchi di partenza senza la baldanza di altri tempi, poteva essere l’occasione perché la Coppa ci guardasse infine con occhio meno torvo, poteva essere proprio questa la volta nella quale la fortuna ci poteva portare più lontano del previsto. Al contrario l’esperienza si è chiusa più di ogni altra volta con la sensazione di frustrazione che dà la constatazione che quasi tutto quello che poteva andare male è andato male.
Si è iniziato con il sorteggio dei gironi che ha installato la Juve nel girone più difficile: quello che comprendeva il Real e i neo vincitori della Supercoppa, lo Zenit. Pareva un girone proibitivo per la gracile Juve al ritorno in Europa ed invece ce la siamo cavata benissimo, andando a vincere al Bernabeu e superando, imbattuti e primi, il girone. A quel punto si sperava almeno in un sorteggio benigno negli ottavi, ma ecco uscire proprio i più forti del lotto delle seconde: ovvero i vice-campioni del Chelsea.
Dopo la sconfitta dell’andata la Juve si giocava tutto nella serata di ieri. Se gli infortuni di Camoranesi e la ricaduta di Zanetti non facevano piacere ma potevano far parte del gioco, la frattura al piede di Sissoko, il mancato recupero di Legrottaglie e l’infortunio in allenamento per Marchionni facevano pensare che gli Dei non fossero favorevoli.
Nonostante queste premesse poco felici la serata iniziava con un entusiasmo che mai prima avevo visto, nemmeno quando ben altri fuoriclasse illuminavano le notti bianconere. In una bolgia dantesca iniziava la partita e la Juve se la cavava molto bene con un Iaquinta che si vedeva subito in grande spolvero, anche grazie al tridente (Iaquinta-Trezeguet-Del Piero) che Enzo dimostra sempre di gradire perché trova più facile appoggio al suo gioco di sponda. Tiago dimostrava subito che quello dello scorso autunno non era stato solo un fuoco di paglia e che la sua classe era ancora cristallina. Il brutto anatroccolo iniziava a tessere gioco con maestria e precisione, ma anche una insospettabile determinazione. Molinaro e Grygera facevano dimenticare tutte le riserve ai loro detrattori dimostrandosi in condizioni splendide. Quando tutto pareva ben indirizzato però Pavel faceva crac, due interventi nemmeno troppo ruvidi, di Essien prima e di Anelka dopo, lasciavano il guerriero ceco sul campo. Gli occhi attorno a me erano spenti, la costernazione e la delusione erano nei cuori di chi osservava la zazzera bionda uscire, forse per l’ultima volta, dalla Coppa. Che tristezza per un uomo splendido che ama il calcio come pochi e che sembra destinato a rimanere sempre fuori negli appuntamenti decisivi. La partita avrebbe potuto finire lì, ma c’era Enzo che improvvisamente inventava un tacco verso David che gliela ridava illuminando la propria partita, il ragazzo di Crotone con semplicità spediva nel sacco il pallone che significava la speranza dell’impresa. I minuti che seguivano confermavano la speranza, con le magliette bianconere che si rovesciavano ancora in avanti e gli inglesi in chiara difficoltà . Ma il passar del tempo appesantiva il nostro centrocampo nel quale Brazzo non era un argine abbastanza solido e l’assenza di Momo si sentiva in modo terrificante. Il Chelsea recuperava palloni su palloni e uno splendido Tiago non bastava a costruire gioco quando i blu sembravano sempre di più. La difesa però reggeva e la Juve rischiava solo quando Buffon si faceva sfuggire un pallone su punizione di Drogba (che non c’era) e la palla danzava sulla linea in modo sadico, ma l’assistente diceva che non era gol. Il tempo di titare il fiato e la serata nera viveva il suo climax: Tiago, nell’unica piccola distrazione della serata, lasciava troppo spazio a Lampard che andava al tiro, il portoghese metteva il piedino e una traiettoria insospettabile si disegnava di fronte agli occhi bianconeri atterriti: Gigi la prendeva, con un miracolo, ma sulla ribattuta Essien era il più pronto a cacciarla dentro. Il gelo calava sulla serata dell’Olimpico.
Alla ripresa del gioco la Juve sembrava tramortita, Iaquinta era sfiancato dal gran primo tempo e non riusciva più ad appoggiare il gioco sulle fasce, la Juve era in difficoltà a far sovrapporre i laterali e il suo gioco non aveva sbocchi. Ranieri azzeccava la mossa che non ti aspetti da lui: fuori un grande Enzo e dentro Giovinco. Il pubblico non gradiva, io sì e il gioco pure: la Juve ritrovava un riferimento sulle fasce e Cristian ricominciava ad esser ficcante sulla sinistra. Passavano pochi minuti e a frapporsi tra un’azione splendida, completata da un gran colpo di testa di Trezegol, e la rete, era solo una prodezza di Cech. Subito dopo il Capitano non riusciva per pochi millimetri a buttarla dentro ed era poi l’arbitro Undiano a non vedere un fallo di mani appena fuori area, negando ad Alex una ghiotta punizione. Era proprio in quel momento che l’avventatezza completava il disegno impostato dalla mala sorte e Giorgione Chiellini entrava come un treno impazzito sulla caviglia di Drogba. Cosa sarà passato nella testa del nostro? Non si sa e non lo sapremo mai, ma la Juve restava in 10 e pareva di nuovo finita.
Ed invece il nuovo entrato Belletti pensava bene che fosse il caso di dare di nuovo vivacità all’incontro con un uscita di pugno su una punizione di Del Piero: rigore e il Capitano faceva 2-1. Da segnalare la manfrina di ronaldiana memoria messa in scena dai giocatori del Chelsea per il rigore concesso. Ci fanno la predica ma in fondo anche gli inglesi hanno ben imparato da noi l’arte di condizionare l’arbitro…
L’assalto finale era tutto di Giovinco: la Formica si destreggiava in una serie di slalom che facevano prendere grandi spaventi ai londinesi ma Cech rimaneva in piedi in mezzo ai pali. Quando poi ci si stava lustrando le ugole per gli ultimi minuti arrivava il gol di Drogba a chiudere, questa volta definitivamente. il discorso.
Un applauso forte, convinto, trascinante, salutava la fine dell’incontro e la Squadra faceva il giro d’onore come dopo una vittoria. Più di così non si poteva fare, davvero.
Resta il rammarico e la sensazione di frustrazione che dà la convinzione che le poche possibilità che avevamo non siamo riusciti nemmeno a giocarcele.
Pippe autoreferenziali
Mi ha suscitato alcune considerazioni questa intervista del Ministro Brunetta, personaggio che continuo a considerare uno dei più significativi di questa fase della nostra storia.
Il Ministro racconta qua e là un po’ di frottole, come quella per la quale la class action è opera sua. Per chi non lo sappia la class action, quella vera, era stata introdotta dal precedente governo ed il governo attuale si è limitato a cedere alle pressioni delle grandi aziende congelandone l’introduzione che era prevista per Giugno 2008. Brunetta ha introdotto invece la cosiddetta “class action per la pubblica amministrazione”, cosiddetta in quanto non prevede alcun risarcimento per le parti lese “perché sarebbe costata troppo” ha spiegato Brunetta.
Mi ha però soprattutto molto colpito come Brunetta abbia riassunto la novità della sua riforma della pubblica amministrazione nello slogan: “basta con le pippe autoreferenziali”. Cosa significa questo slogan? Cos’è una pippa autoreferenziale in politica? Che la classe politica, inclusa quella vicina a Brunetta, sia spesso autoreferenziale è condivisibile. Ma perché la Bassanini è una pippa autoreferenziale e la sua riforma no? In cosa Brunetta ha portato novità ? Francamente dall’intervista e da altri reportage non si comprende. Dice che la riforma è grezza, “è scritta male“, afferma candidamente. Non è proprio una porcata come direbbe Calderoli ma poco ci manca. E poi balbettamenti, risposte poco convincenti, o convincenti che c’è davvero poca ciccia dietro le parole, ma le parole sono di questo calibro: “pippe autoreferenziali”.
C’era una volta la vecchia politica che si nutriva di slogan fumosi e astratti: “Convergenze parallele“, “Il preambolo“, “La conventio ad excludendum” e così via: era un’epoca ancora di limitata scolarizzazione nella quale le espressioni incomprensibili esercitavano un certo fascino sulle masse. Oggi siamo invece in un’epoca di antiintellettualismo, nel quale i concetti che non siano facilmente comprensibili devono essere per forza superflui. Nella politica di oggi quindi gli slogan devono ricondursi ad un linguaggio chiaro e schietto, popolare soprattutto. Ed ecco il fiorire di espressioni più vicine al modo di esprimersi comune.
Ora come allora quello che rimane dato comune è l’assenza di contenuti, è l’assenza di una prospettiva reale, l’assenza di un disegno di paese che vada al di là dell’espressione che colpisce l’immaginario collettivo dell’epoca e fa guadagnare qualche consenso. Allora c’era un’opinione pubblica che sapeva di non capire, oggi c’è un’opinione pubblica che crede di capire e non capisce lo stesso. E per questo forse oggi stiamo peggio di ieri.
A casa del Toro
Erano molti anni che mancavo a casa granata, ovvero al derby che si gioca in casa del Torino. Il derby in casa del Toro è per me un momento particolare come particolare è il rapporto di rispettosa indignazione che mi lega al Torino. Ammiro la passione che lega molti sostenitori del Toro alla loro squadra ma trovo patologico lo spazio che in questa passione per molti occupa la Juve. Rimasi sbigottito quando anni fa scoprìì, sfogliando in libreria un libro di Culicchia dedicato al Toro, che un intero capitolo era dedicato alla Juve. Lo trovai come chi scriva una dichiarazione d’amore ad una donna, dilungandosi a parlare di un’altra.
Erano anche un po’ di anni che non andavo in curva e devo dire che ho sentito una differenza rispetto all’ultima volta, la cresciuta percentuale dei “rabbiosi da stadio”. Chi non è mai stato allo stadio forse non si rende conto di quanto sia ampia la porzione di spettatori di un incontro di calcio che sembrano aver scelto quel modo di passare un paio d’ore, solo per poter avere una straordinaria occasione per insultare qualcuno nella massima libertà , senza rischiare la propria incolumità . Certo: la vicinanza tra gruppi di tifo granata nel settore solitamente riservato ai tifosi delle squadre ospiti e la Curva Scirea (per favore non chiamatela Curva Sud!) era un grosso incentivo, fatto sta che alcuni signori, che in settimana magari sono serissimi ed inappuntabili, se la spassavano un mondo insultandosi l’un l’altro attraverso la barriera di plexiglas.
La serata iniziava con un fuoriprogramma: non avevamo previsto che Via Filadelfia fosse chiusa all’accesso pedonale e che per raggiungere a piedi la Curva Scirea si dovesse aggirare la zona dell’ex-Campo Combi e dei Poveri Vecchi per raggiungere lo stadio da Corso Agnelli, questo perché il corso stesso era stato trasformato in un enorme gabbione per convogliare i tifosi juventini allo stadio senza venire in contatto con nulla che fosse vagamente di colore granata. Trovavo molto triste la scena dei gruppi di tifo organizzato bianconero che tra ali di polizia arrivavano allo stadio urlando, come fossero belve che ruggivano in gabbia.
Un’altra scoperta che facevo era che gli altoparlanti dello stadio Olimpico, assordanti in tribuna, sono lontanissimi in curva e anche nei rari momenti di silenzio la voce dello speaker si sente flebile e lontana. Per la serie: pagate di meno, cosa volete? Anche l’altoparlante?
La partita iniziava con una peripezia di Sereni su Iaquinta ma poi era il Toro ad iniziare una pressione che durava per almeno mezzora durante la quale Stellone e lo stellone ci salvavano dalla capitolazione, prima della fine del tempo però ancora Sereni acciuffava un palloncino che stava rotolando nel sacco. A centrocampo Poulsen perdeva una miriade di contrasti e riuscivamo a manovrare solo con palloni lunghi verso Iaquinta che sembrava aver ripreso la miglior condizione. Seba danzava soave tra le linee granata ma il suo deficit fisico lo rendeva troppo fragile di fronte alle ruvidezze degli avversari ed ad ogni contrasto la palla scappava via beffarda senza indurre in commozione il sempre incerto arbitro Farina.
Nell’intervallo un tifoso granata poco attento aveva apposto un cartello con sopra scritto “merde” sopra lo storico striscione “Forza Vecchio Cuore Granata”, sortendo l’ilarità della curva bianconera. Ilarità da stadio…
La ripresa iniziava con un Toro più mite e una Juve che sembrava aver deciso di provare a vincere. Un derby senza Pavel non sarebbe un derby e Ranieri decideva di mandarlo in missione tra le linee granata. Pavel non ci metteva molto a completare la missione facendo spiovere un palloncino in mezzo all’area che Chiellini imbucava nella porta rivale. Il Toro non aveva più energie per reagire e si sgonfiava, vivacchiando fino alla fine. L’unico fatto rilevante della seconda metà della ripresa era la pessima decisione di Ranieri di far rifiatare Poulsen e far entrare Momo. Pareva un’occasione per una sgambata, ma un sadico destino purtroppo attendeva al varco l’uomo con il 22.
L’incontro finiva tranquillamente senza scontri, contestazioni o polemiche: un esito imprevedibile per un derby sul quale il guappo portoghese aveva lanciato veleni a piene mani. A casa avrei poi scoperto che Cairo aveva scoperto un fuorigioco attivo di Iaquinta sul gol di Chiellini e un colpo in mischia di Brazzo ad Abate. Le polemiche erano salve, pareva strano il contrario.
Soprattutto a casa avrei scoperto che un fallaccio a tempo scaduto di Pisano aveva causato a Momo una frattura al metatarso che significa la fine della stagione e, tanto per gradire, anche Marchionni salterà lo showdown con il Chelsea di Martedì, oltre al previsto Legrottaglie. Non ci sono parole.
Arrivederci al prossimo derby, spero (sinceramente) nel prossimo Campionato di Seria A.
Il Sudan e il mondo di domani
Da qualche giorno non si fa che parlare del Sudan, paese nel quale ci si è massacrati per anni nell’indifferenza internazionale. Ora però la corte internazionale dell’Aia ha messo il piede nel formicaio, scatenando polemiche e scontri a tutto campo, spiccando un mandato di cattura internazionale nei confronti del Presidente sudanese Al-Bashir.
La vicenda sudanese è complessa e, come molte altre simili, il risultato di una storia di scontri tra diverse etnie, ogni riassunto delle quali rischia di essere superficiale, e di interessi economici legati alla scoperta del petrolio. La storia della guerra in Darfur (raccontata in questa voce di wikipedia o su questo articolo di Limes) affonda le sue radici in una vicenda di guerre civili scatenasi a partire da quando si scoprì che la regione era ricca di petrolio ed il governo centrale accentrò la gestione delle riserve petrolifere spogliandone l’amministrazione locale. Da allora con alterne vicende si è combattuto un conflitto a tutto campo caratterizzato da scontri etnici tra le molteplici popolazioni che vivono nella regione la maggioranza delle quali rinconducibili a etnie arabe o bantu. Nel conflitto poi è entrato anche il Ciad, non solo per l’afflusso massiccio di profughi ma anche per il desiderio di partecipare allo sfruttamento della regione, ed in ultimo anche l’Eritrea ha fatto capolino in termini di appoggio diretto o indiretto ai ribelli.
Quello che la Corte de L’Aia ha sott’occhio è principalmente la piega che il conflitto ha preso a partire dal 2003. In quell’anno il governo sudanese, (capeggiato dal 1989 da Omar al-Bashir) nel momento ad esso più sfavorevole del conflitto, ritenendo l’esercito inadeguato alla guerra in atto, cambiò rotta reclutando i famigerati janjawid, gruppi paramilitari formati da popolazioni di lingua araba. Tali gruppi avevano il grosso vantaggio, rispetto all’esercito, di muoversi con le stesse regole dei propri avversari, ovvero nessuna e quindi nessuno scrupolo. Di lì si iniziò a condurre il conflitto affiancando alle incursioni militari dell’esercito la decimazione della popolazione civile, operata dai janjawid, con stragi sistematiche, pulizie etniche e atrocità varie sulla popolazione inerme che facevano terra bruciata attorno ai ribelli.
Questo fatto ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale più volte sul paese e sul suo governo, cosa che ha indotto l’assemblea dell’ONU ad adottare varie risoluzioni di condanna ed all’invio di un contingente di Caschi Blu. Le iniziative di condanna hanno però avuto sempre un oppositore o comunque un pompiere nella Cina. Questo non solo per la classica indulgenza del governo cinese nei confronti della violazione dei diritti umani, ma soprattutto perché il paese ha subito una fortissima colonizzazione commerciale da parte delle aziende cinesi, meno preoccupate di quelle occidentali rispetto all’instabilità del paese e quindi più pronte a sfruttarne le ricchezze petrolifere.
Il mandato di cattura internazionale nei confronti di al-Bashir è un’iniziativa senza precedenti nel caso di un Capo dello Stato in carica, che obbliga l’opinione pubblica mondiale a prendersi le proprie debite responsabilità . In questi casi ci si divide sempre tra sedicenti relativisti (ovvero sostenitori dell’idea che nessun valore è di per sé preferibile ad un altro) che sostengono che non possiamo imporre ai sudanesi i valori occidentali, che lo facciamo solo per il petrolio e così via. Dall’altra parte ci sono quelli (riconduncibili ad un’ottica più etnocentrica) che ritengono che dobbiamo difendere i nostri valori occidentali, che quei valori corrispondono ai valori di pace ed armonia e vanno esportati, non nel nostro interesse, ma in quello dei popoli che saranno benedetti dall’acquisizione dei nostri valori. Spesso questi schieramenti paiono crearsi su basi che vanno al di là del conflitto tra le due impostazioni filosofiche. Noto ad esempio che spesso che quando si parla di taluni paesi lo schieramento dei relativisti tende a rimpolparsi. Spesso inoltre il relativismo diventa etnocentrismo policentrico, che a differenza del relativismo ritiene che esistano sì dei valori più validi di altri, ma che la maggior validità dipende dal paese al quale si fa riferimento. Quindi se per un paese i valori di equaglianza e libertà  possono essere quelli più validi, per un altro possono essere più validi quelli di ordine e controllo.
Il problema è che il conflitto tra relativismo e etnocentrismo ha sempre meno significato nel mondo di oggi, perché in una società globale un approccio etnocentrico non può avere cittadinanza, e per contro una società si deve necessariamente basare su valori condivisi: non può pensare che ogni valore, ogni norma etica possa andar bene. Nella società globale in fase di costruzione ci saranno dei valori condivisi, dei limiti a quello che l’uomo può e non può fare e quei limiti dovranno valere per qualunque paese che non voglia isolarsi rispetto al resto del mondo.
Sono certo convinto che il problema del Sudan è quello del petrolio e senza di esso i janjawid avrebbero potuto continuare indisturbati la propria attività . Se tuttavia il mandato di cattura della Corte de L’Aia sarà un passo avanti per la costruzione di valori universali condivisi (e non imposti) nella società mondiale, direi che si sia trattato di un atto assolutamente positivo.
Cartellino Arancione
Da un po’ di tempo, seguendo il Campionato di calcio, riflettevo a proposito di quanto l’interpretazione moderna del regolamento del Calcio (spinta da Blatter a livello internazionale, ma declinata in modo ancor più rigido in Italia dall’avvento di Collina) abbia completamente cambiato l’uso dei provvedimenti disciplinari di ammonizione e espulsione stravolgendo il modo stesso di giocare. Sono state gradualmente introdotte linee guida tendenti a sanzionare in modo sempre più grave gli interventi fallosi portati con foga, in modo scomposto, tali da portare pericolo all’avversario. Si è giunti, nel nostro Campionato, all’estremo di comminare quasi sempre l’ammonizione e talvolta anche l’espulsione a chi commetta simili falli. Non si tratta di colpi volontari, di interventi scorretti, intimidatori o ostruzionistici ma di interventi portati allo scopo di recuperare il pallone anche se in modo eccesivamente spregiudicato.
E’ vero che l’intervento di slancio, azzardato, acrobatico, è pericoloso per l’incolumità dell’avversario ma è anche vero che l’agonismo, l’ardimento è una delle componenti che rende il calcio affascinante: un tackle di un Sissoko, di un Gattuso o di un De Rossi è una delle cose più affascinanti dello spettacolo calcistico e sarebbe un peccato dovervi rinunciare. Oggi che un intervento del genere, se non perfettamente riuscito, causa quasi automaticamente l’ammonizione e in qualche caso addirittura l’espulsione, è comprensibile che qualcuno sia perplesso, ed è altresì ovvio che gli allenatori invitino i propri interditori ad essere prudenti, ad evitare rischi che possano compromettere la partita. A chi segua la Juventus non sfuggirà che Sissoko è un giocatore completamente diverso quando gioca in Europa o quando gioca in Italia, ben sapendo che interventi che in Italia vengono puniti con l’ammonizione in Europa non sarebbero sanzionati nemmeno con il fallo. Nonostante le attenzioni e le prudenze però, certi interventi fanno parte del gioco ed i calciatori alla fine ci cadono dando origine ad un numero spropositato di espulsioni e quindi di occasioni nelle quali l’esito della partita è deciso da una scivolata in più, magari legata solo alle condizioni del terreno di gioco.
Il punto fondamentale è che il provvedimento dell’espulsione nel calcio, così com’è congegnato, è estremamente pesante, perché obbliga la squadra che lo subisce a giocare per tutto il resto della partita in uno in meno, cosa che si riscontra in pochi altri sport. Questo accade perché l’espulsione nel regolamento nasce con l’intento di punire una violazione estremamente grave delle norme: aggredire l’avversario o l’arbitro, colpire deliberatamente l’avversario. A questa casistica è stato poi aggiunto il concetto di condotta sleale, ovvero fondamentalmente impedire con un fallo la segnatura di un gol, che è comunque un’azione assolutamente volontaria. Espellere un giocatore invece per contatti legati ad eccesso di agonismo o scarsa lucidità , ma assolutamente preterintenzionali, significa sovvertire l’esito dell’incontro su basi quasi aleatorie. Va anche considerata l’elevata soggettività di questo genere di decisione che mette l’arbitro nella condizione di decidere sostanzialmente l’esito dell’incontro con una sola decisione, quasi sempre molto discutibile. Chi ha fatto l’arbitro si rende conto che lo stesso fallo visto da un angolazione può sembrare assassino, visto da un’altra veniale.
In definitiva la conclusione è che se l’esigenza è quella di ridurre i danni arrecati dai mastini del centrocampo e però non si vuole trasformare il calcio in una lotteria (ancor più di quanto già non lo sia) credo che l’unica soluzione sia quella di introdurre una sanzione intermedia tra ammonizione e espulsione.
Faccio queste considerazioni e scopro che l’International Board ha preso in considerazione nella riunione di Sabato scorso l’ipotesi di un “cartellino arancione”, ovvero di un allontanamento solo temporaneo dal terreno di gioco. L’ipotesi però è stata immediatamente scartata. Teniamo presente che accoglierla non avrebbe voluto dire introdurre da subito la normativa, ma studiarla, sperimentarla e poi magari abbbandonarla in caso di esito negativo. Invece la doverosa innovazione è stata bocciata immediatamente, senza appello. Naturalmente insieme con la moviola in campo. L’unica innovazione presa in considerazione, sebbene con grande prudenza, è quella di introdurre i due arbitri di porta che verifichino se e quando c’è stata la segnatura di una rete. Di fronte a tutto ciò che la tecnologia offre, mi pare davvero pochino. Ho sempre l’impressione che i rivoluzionari nel calcio non abbiano mai molta fortuna…
The reader
Quanto c’è nel nostro amore di reale empatia per il nostro partner, di volontà reale di prendercene cura, di soddisfare i suoi bisogni, di fare quello che davvero desidererebbe da noi? E quanto invece rischiamo di trasformare il nostro amore in un balocco con il quale trastullarci finché non diventa noioso o troppo ingombrante e allora lo buttiamo via come un ferro vecchio? Questa domanda mi è venuta nel seguire Kate Winslet nella parte della lussuriosa e cinica sorvegliante nazista di The Reader. Il personaggio in realtà ha molte altre sfaccettature, il film è realizzato in modo superbo e anche Ralph Fiennes è molto efficace, anche se la statuetta dell’Oscar è andata alla sua partner.Â
Tuttavia è questa estremizzazione di una visione egocentrica dell’amore quello che più mi ha colpito della pellicola. Mi ha colpito perché non c’e bisogno di arrivare all’estremo sacrificio, all’aberrazione dei campi di sterminio, per rendersi conto di quanto di autocompiacimento c’è nel nostro rapporto con l’amore, di quanto narcisismo, di quanto qualche volta ci dimentichiamo che quella che stringiamo tra le braccia è una persona che come noi ha una storia, ha un mondo ed ha lo stesso nostro bisogno di sentirsi voluta, di sentirsi capita, di sentirsi amata.
Soddisfare quel bisogno sembra facile, estremamente facile, eppure non sempre lo è e questa difficoltà non è un caso estremo ma un caso molto ma molto quotidiano.
