Un primato che si sta esaurendo

Questo Campionato di calcio segnerà , nel caso in cui lo vincessero Inter o Milan, uno storico sorpasso: quello del numero di scudetti vinti a Milano rispetto a quelli vinti a Torino. Attualmente il conto è 34 a 34 e poco importa che sotto la Mole ne contiamo 37 contro 33 (Vedi campionati 1926-27, 2004-05 e 2005-06), la Federazione vede diversamente questi numeri.
E’ forse significativo che proprio nella stagione del possibile sorpasso, si siano verificati due fatti con pochi precedenti nella storia della città , uno per ognuno delle sponde del Po. So che juventini e granata inorridiranno ad essere accomunati, ma il fatto che lo stesso grado di contestazione violenta sia esploso prima tra i tifosi granata e poi tra quelli juventini nella stessa stagione calcistica ha un significato che è difficile considerare casuale. Da decenni Torino è considerata da molti una città  in decadenza: sicuramente lo è dal punto di vista demografico, probabilmente lo è anche da quello industriale, ma ha sempre dimostrato una straordinaria vitalità  in ambito calcistico presentando, almeno fino all’inizio degli anni ’90, le proprie due squadre stabilmente al vertice del calcio italiano. Negli anni ’90 iniziò una lenta decadenza del Toro che divenne squadra da metà  classifica prima e altalenante tra A e B poi. La Juve però, fino ai fatti di Calciopoli, era rimasta la dominatrice del nostro calcio e protagonista di quello europeo, capace di raggiungere in quindici anni più finali europee perfino del Real Madrid. Dalla retrocessione in B in poi la situazione è cambiata e quella terribile macchina da gol e da successi sembra essersi trasformata in un macinino.
Per anni in giro ci si chiedeva come mai sotto la Mole si giocasse meglio al calcio, cosa portasse tanti titoli nella quarta città  italiana, che si permetteva di avere due squadre quando Napoli ne aveva una sola, e questo pur non brillando per partecipazione popolare e per incassi ai botteghini. La risposta che ho sempre provato a dare stava in una frase che era stata attribuita a Diego Maradona: “C’è una sola città  al mondo in cui io possa entrare in un bar, ordinare un caffé, berlo ed uscire senza che nessuno dimostri di avermi riconosciuto: ed è Torino!“. Personalmente ho nutrito a lungo il sospetto che la forza della città  fosse proprio quel temperamento serafico, quella flemma sabauda, che liberava i giocatori di Juve e Toro dalle tensioni tipiche di altre piazze italiane, che consentiva di affrontare vittorie e sconfitte senza patemi e angosce. Se altrove le contestazioni, gli agguati, erano abitudine abbastanza consolidata, a Torino anche in situazioni di tensione e di delusione, non si andava mai oltre. Né la Juve che epurò Capello (giocatore) e Anastasi, né quella che offrì ai tifosi i numeri deludenti di Barros e Zavarov indussero a simili proteste, né mi pare che il tifo granata, pur avvezzo anche in presenza di momenti difficili, fosse giunto mai all’agguato. Un segno che le cose stavano cambiando si era avuto nel ’94, la deludentissima stagione che precedette l’arrivo trionfale di Lippi, quando Andrea Fortunato, promettente terzino juventino, fu preso a sberle in quanto accusato di scarso impegno. Si scoprì poi che la sua condizione precaria era legata ai primi sintomi della leucemia che lo avrebbe colpito di lì a pochi mesi portandolo alla morte.
Dopo la retrocessione in B il tifo juventino ha cominciato a diventare sempre più iroso, non tanto contro gli avversari sportivi, quanto contro la società , la proprietà , la dirigenza, talvolta anche i giocatori. La Juventus ha la caratteristica di essere una società  legata a doppio filo con la proprietà  e per questo è difficile pensare ad una contestazione nei confronti della proprietà  senza danneggiare la società  stessa. Di qui un circolo vizioso di malcontento, tensioni e risultati deludenti giunto fino alla folle aggressione a Zebina di Domenica che i cronisti più pruriginosi hanno subito voluto etichettare come razzisti, ma che è in realtà  il classico scappellotto dei tifosi iracondi, al quale chi giochi a calcio ad altre latitudini è abituato, a Torino lo siamo molto di meno. Sull’altro versante, quello granata, dai primi moti di piazza ai tempi del fallimento, per finire ad un crescendo di rabbia culminato con l’aggressione di Gennaio ad un gruppo di giocatori.
Sarà  un caso, sarà  una coincidenza, ma non sarà  proprio la perdita di una certa specificità  pedemontana, di quella tranquillità  che il carattere di queste parti concedeva a chi doveva riprendersi da una sconfitta, ad essere tra le molte ragioni di una decadenza sempre più marcata? Non sarà  la perdita della serenità  necessaria per poter portare avanti un lavoro quotidiano che è anche di giornate sfortunate, di rese incondizionate, ad aver fatto tramontare il primato di Torino capitale del calcio? In questi giorni l’estremismo della Lega Nord, dopo tanti anni di difficoltà  nel penetrare in Piemonte, per la prima volta sfonda in questa regione: non sarà  anche questo un segno dell’imbarbarimento della regione ai piedi dei monti?
Chissà  se questa regione e questa città  hanno ancora speranza di riuscire a recuperare la loro specificità  e la loro identità  di propaggine dell’Europa in Italia o se sprofonderà  nella decadenza civile dell’Italia di oggi? Non solo i tifosi di calcio attendono una risposta a questa domanda.

Mar 29th, 2010

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