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A chi come me ha passato i 50 capita di ragionare su quanto sia cambiato il modo in cui le persone sono solite condurre una discussione in questa epoca rispetto agli anni ’80 e ’90 in cui mi sono affacciato all’età matura. Se dovessi dire dire la prima cosa che mi viene in mente del modo di esprimersi, di discutere, di affrontare una conversazione odierno di cui non trovo riscontro nella mia memoria degli anni che hanno chiuso lo scorso secolo è quello che taluno definisce l'”eallorismo” (altri allorismo, ma preferisco il primo), ovvero la tendenza a replicare a chi esprime un giudizio su fatti o comportamenti con una frase interrogativa con inizia con l’immancabile: “E allora…?” dove i puntini possono identificare un personaggio pubblico, un partito politico, una squadra di calcio, chiunque il cui comportamento possa essere confrontato, a torto o a ragione, con i fatti e comportamenti oggetti del giudizio stesso. Non so, forse è la mia memoria che è troppo corta, ma trovo che nei decenni passati fosse molto più comune che una discussione si sviluppasse sulla contrapposizione di giudizi magari diversi o anche antitetici su uno stesso fatto, ma non sembrasse significativo il paragone con un altro episodio simile, non servisse tirare in ballo chi potrebbe aver adottato simili comportamenti. C’è quindi qualcosa di particolare in questa epoca storica che spinge chi vive in questi anni verso l'”eallorismo”?
Per provare a rispondere a questa domanda me ne pongo un’altra: come nasce l’eallorismo? A mio avviso ci sono un paio di fattori scatenanti. Il primo è la tendenza (piuttosto diffusa), dato qualunque sia l’argomento, a collocare sé stesso e gli altri in uno dei fronti contrapposti che inevitabilemnte si formano da subito. Se scoppia una guerra ci saranno subito quelli che sostengono un contendente o l’altro, se si parla di un personaggio pubblico ci si collocherà subito tra i suoi ammiratori o i suoi detrattori, se si discute di un atto del governo ci si dividerà tra sostenitori della maggioranza o della minoranza. Questa contrapposizione è ciò che crea terreno fertile per lo scatenarsi dell’eallorismo che attacca la presunta incoerenza altrui: “critichi quelli che sostengo io perché hanno fatto qualcosa che non va bene ma quando quelli che sostieni tu hanno fatto qualcosa di simile non sei stato altrettanto critico”. Nascerà un dibattito fatto di “noi” e “voi”, quelli che la pensano come l’eallorista diranno che è vero e apprezzeranno la sua posizione, gli altri diranno che non è vero, ci sarà un cospiscuo profluvio di “like” ma di fatto nessuno scambio di opinioni nel merito della questione perché ci si dilungherà a stabilire se il paragone era corretto e meno, e si perderà di vista il giudizio su quello che è accaduto e cosa fare perché non capiti più.
E’ però vero che la tendenza alla creazione di schieramenti contrapposti non è caratteristico di quest’epoca e se è condizione necessaria non è sufficiente allo scatenarsi dell’eallorismo. Certo, forse in quest’epoca è alimentato dalle “bolle di opinioni” (cioè quei contesti sociali digitali in cui tutti ha opinioni simili su certi fatti) e dal meccanismo dei social network che, con la valorizzazione dei “like”, alimenta questo genere di argomenti puramente retorici, ma credo che un sia un altro fattore più specifico della nostra epoca che alimenta l’eallorismo e questo fattore mi pare essere il relativismo oggi sempre più diffuso. In altre parole mi viene il dubbio, di fronte a qualcuno che mi dice “E allora Assange?”, “E allora il PD?”, “E allora Gaza?”, che questo “eallorismo” nasca un po’ da una difficoltà di elaborare giudizi. Sembra proprio che la tendenza al relativismo ci abbia spogliato della capacità di esprimere un giudizio etico o di altro genere che valga una volta per tutte su un fatto o su un comportamento a prescindere da chi l’abbia compiuto, tendiamo sempre a confrontarlo con altri comportamenti, altre condotte, altri fatti, per scrollarci di dosso il peso di un giudizio negativo, concludendo che in fondo non c’è nulla di veramente esecrabile, perché qualunque comportamento è paragonabile a qualcos’altro già accaduto.
Persa la capacità di giudicare un fatto, al di là del nostro posizionamento, dei nostri gusti, della nostra identità, ci ritroviamo a non potere far altro che rivolgerci ai precedenti e qualcosa troviamo sempre, magari aggiustando un po’ la realtà storica alle nostre necessità. Non so dove è successo tutto ciò e perché, non so se i social e il loro linguaggio stringato abbiano contribuito a sviluppare questa modalità dialettica, non so se l’ispirazione arrivi dalle discussioni sportive (“Rigore questo? E allora quello su Ronaldo?”). Ho l’impressione però che non ci sia nulla di positivo in questo fenomeno, sia perché appunto specchio di una difficoltà di avere un pensiero etico, che ritengo in una società civile debba invece avere ancora uno spazio, sia perché spesso abbassa il contenuto di approfondimento della discussione. Se io paragono un evento ad un altro, un fatto ad un altro, quasi sempre il paragone è approssimativo e la discussione che ne segue verterà su dettagli magari irrilevanti, spesso capziosi, senza davvero capire quale visione del mondo giustifica la mia differenza di veduta rispetto all’interlocutore, scadendo a discussione dialettica più che dialogica.
In definitiva quello che io consiglio a chi si trovi davanti ad un eallorista è quindi non cedere alla tentazione di mostrargli magari la debolezza del confronto, l’infondatezza della sua argomentazione, ma più semplicemente chiedergli cosa davvero pensa di quanto accaduto, a prescindere dai confronti con altro. Non sia mai che una presa di coscienza dell’impoverimento etico che sta dietro certi giochi dialettici possa far bene al vostro interlocutore.
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