{"id":2545,"date":"2026-09-27T20:17:31","date_gmt":"2026-09-27T20:17:31","guid":{"rendered":"https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/?p=2545"},"modified":"2026-09-27T20:43:21","modified_gmt":"2026-09-27T20:43:21","slug":"una-storia-brutta-e-triste-di-sanita-italiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/index.php\/2026\/09\/27\/una-storia-brutta-e-triste-di-sanita-italiana\/","title":{"rendered":"Una storia brutta e triste di sanit\u00e0 italiana"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"floatright size-medium wp-image-2570\" src=\"https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Ospedale-Busto-Arsizio-300x225.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Ospedale-Busto-Arsizio-300x225.jpg 300w, https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Ospedale-Busto-Arsizio-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Ospedale-Busto-Arsizio-768x576.jpg 768w, https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Ospedale-Busto-Arsizio-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Ospedale-Busto-Arsizio.jpg 1600w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>E&#8217; difficile raccontare la sanit\u00e0 italiana se si fa un altro mestiere e se la si incontra solo per fare qualche radiografia o qualche esame specialistico e ci si limita a lamentarsi dei tempi di attesa. Poi per\u00f2 ti capita di sbatterci contro per qualche mese, assistendo una persona vicina malata e trovi l&#8217;occasione per capire cosa che c&#8217;\u00e8 che non va, cosa non funziona, cosa vorresti cambiare. La storia che vi racconto \u00e8 quella degli ultimi mesi di vita di mia mamma e mi sono preso un po&#8217; di tempo per raccontarla perch\u00e9 la rabbia adesso si \u00e8 raffreddata e penso di poterci riflettere con maggiore calma. Mia mamma era stata operata nel dicembre del 2023, a ottantasette anni compiuti, per un tumore alla vescica, trovato per caso in un&#8217;indagine diagnostica all&#8217;intestino alla ricerca di una possibile diverticolite. L&#8217;operazione era andata bene e la convalescenza \u00e8 stata piuttosto breve, con la precisa indicazione di fare controlli periodici per intercettare eventuali recidive. A giugno dell&#8217;anno scorso andava ad uno di questi controlli e si trovava di fronte un urologo che le diceva: &#8220;Una cistoscopia? Alla sua et\u00e0? Ma alla sua et\u00e0 non vale la pena di fare una cistoscopia! Anche se trova una recidiva, cosa fa? Si opera a 89 anni?&#8221;. Mia mamma sembrava quasi sollevata sulle prime, ma poi si convinceva che non era affatto una buona idea attenersi a quanto suggeritole dall&#8217;urologo e decideva di sentire un altro parere. Cos\u00ec a settembre andava in visita privata dal chirurgo che l&#8217;aveva operata nel 2023, il quale purtroppo riscontrava la riformazione del tumore e la metteva in lista per una nuova operazione. Nel frattempo la vescica cominciava a farle male, ad avere perdite, ma questo non sembrava indurre alla fretta il sistema sanitario e solo l&#8217;11 novembre veniva infine operata. Il giorno del suo ricovero, mentre ero a casa in attesa di venirla a trovare nell&#8217;orario di visita, venivo chiamato dall&#8217;anestesista che mi avvertiva che mia madre era in sala operatoria, pronta a finire sotto i ferri, ma che lui preferiva ancora sentire la famiglia visti i rischi che l&#8217;operazione comportava all&#8217;et\u00e0 di mia mamma. Non lo percepivo un modo molto professionale di gestire la situazione visto che i rischi erano gi\u00e0 stati evidenziati in fase preoperatoria, ma cercavo di gestire l&#8217;ansia e mi sollevavo alquanto allorch\u00e9 ci veniva poi comunicato che l&#8217;operazione era andata bene e che la paziente era viva e vegeta. Nel giro di due giorni mia mamma veniva dimessa, anche se nessuno in realt\u00e0 si presentava a darci un resoconto dell&#8217;intervento, ma intepretavamo questa rapida dimissione come un segno che tutto fosse andato bene. Passavano un paio di settimane e non avendo avuto pi\u00f9 notizie dell&#8217;urologo che l&#8217;aveva operata, mia mamma provava a richiamarlo. Lui le rispondeva che erano in attesa del referto istologico e che a breve sarebbe stata ricontattata ed in effetti veniva chiamata per un appuntamento che per\u00f2 si rivelava un appuntamento fantasma, perch\u00e9 nel giorno e all&#8217;ora convenuta non risultava nessuna visita prenotata ma soprattutto la cartella non era stata ancora chiusa e nessun responso poteva ancora essere fornito. Si arrivava cos\u00ec a met\u00e0 dicembre quando finalmente veniva fissato un appuntamento il giorno 19. A quell&#8217;appuntamento ci veniva detto che l&#8217;operazione in realt\u00e0 non era andata bene, che non era stato possibile asportare completamente il tumore e che non rimaneva che una cistectomia, ovvero un&#8217;asportazione completa della vescica, con inserimento di un catetere fisso da cui evacuare l&#8217;orina. Ben lungi dall&#8217;essere una soluzione auspicabile sembrava essere l&#8217;unica rimasta e quindi ci fidavamo fosse praticabile. Ci sarebbero per\u00f2 state una serie di nuove visite preoperatorie che, complice il periodo natalizio, non sarebbero state di rapida effettuazione. E cos\u00ec il 29 dicembre tornavamo dall&#8217;anestesista che per\u00f2 ci rinviava dal cardiologo, il quale il 5 gennaio, molto ottimista, ci diceva che l&#8217;operazione era fattibile per mia mamma e i vantaggi superavano abbondatemente i rischi. Sollevati dalla rinnovata speranza che il cardiologo ci aveva dato, tornavamo al reparto di urologia convinti che sarebbe stato solo questione di tempo, ma ci veniva detto che ci sarebbero stati ancora alcuni passaggi prima di poter procedere all&#8217;intervento. Cos\u00ec iniziavo a chiamare giornalmente il reparto fino a che il 7 gennaio mi veniva ventilata come possibile data dell&#8217;intervento la settimana del 19 gennaio. Mi pareva impossibile che una paziente fosse lasciata a trascorrere due settimane in preda a dolori lancinanti in attesa di non si sa cosa. Provavo quindi a chiamare il chirurgo, che nel frattempo avevo aggiornato sugli sviluppi con un paio di messaggi whatsapp. Alle 19.30 del 7 gennaio partiva una delle telefonate pi\u00f9 agghiaccianti della mia vita. Dall&#8217;altro capo mi rispondeva il chirurgo, che, non lasciandomi nemmeno spiegare i motivi della chiamata, mi aggrediva verbalmente accusandomi di avergli mandato ben due messaggi negli ultimi 4 giorni, di averlo chiamato ad un&#8217;ora alla quale lui si riposa e di avere migliaia di pazienti che sarebbero ingestibili se tutti facessero come me. Nonostante trovassi kafkiana la situazione, cercavo di mantenere la calma, spiegando che mi dispiaceva per i suoi problemi di gestione dei pazienti e di averlo disturbato, ma gli spiegavo la drammaticit\u00e0 della situazione e la mia incredulit\u00e0 che non ci fosse una strada pi\u00f9 rapida, date le circostanze, per arrivare all&#8217;intervento. Il medico chiudeva la conversazione dicendo che la paziente era in carico al reparto e che ci avrebbero fatto sapere. Era stata una di quelle telefonate che determinano un prima e un dopo nella tua vita in termini di visione del mondo. Il cinismo raggelante di quella telefonata \u00e8 l\u00ec da allora a fare da pietra di paragone ad ogni notizia che ricevo e che rappresenti forme di disprezzo della vita umana e del dolore altrui.<br \/>\nSta di fatto che luned\u00ec 12 venivamo di nuovo convocati per un consulto. Questa volta risparmiavamo a mia mamma il trasporto e andavamo io e mia sorella. Venivamo accolti da un gruppo di quattro medici, compreso il primario di anestesiologia, il quale ci annunciava che, nonostante il parere favorevole del cardiologo, non avrebbero proceduto all&#8217;intervento date le basse probabilit\u00e0 di successo. Alla nostra richiesta di chiarimenti ci veniva spiegato che il cardiologo non conosceva evidentemente la dinamica dell&#8217;intervento di cistectomia e che procedere all&#8217;operazione si sarebbe configurato come &#8220;accanimento terapeutico&#8221;, senza per\u00f2 spiegare come mai allora ci avevano fatto perdere quattordici giorni, quando la decisione negativa poteva gi\u00e0 essere presa prima e il parere del cardiologo era evidentemente ininfluente. Non ci rassegnavamo e provavamo a sentire un altro urologo, anche se ormai la situazione era disperata. Riuscivamo a trovare un urologo che visitava mia mamma e ci presentava la situazione in una veste pi\u00f9 comprensibile. Ci spiegava che quell&#8217;operazione aveva un costo molto elevato (intorno ai 100mila euro) e in una clinica privata avremmo potuto farla senza problemi anche in pochi giorni, ma sobbarcandoci il costo della stessa. Nel pubblico date le probabilit\u00e0 basse di sopravvivenza della paziente (che lui stimava intorno al 50%) difficilmente avremmo trovato qualcuno disposto a fare l&#8217;operazione e comunque non nei tempi brevissimi che la situazione richiedeva. <a href=\"https:\/\/www.associazionepalinuro.com\/contatti.html\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"floatleft wp-image-2564 size-medium\" src=\"https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Palinuro-300x89.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"89\" srcset=\"https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Palinuro-300x89.png 300w, https:\/\/ilcoloredelgrano.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Palinuro.png 442w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Nel buio del sistema sanitario una rara luce mi veniva da qualcosa che ne sta fuori, ovvero l&#8217;associazione Palinuro, che contattavo e con cui stabilivo un appuntamento telefonico alla domenica mattina alle 10.30 (altroch\u00e9 alle 19.30 di un giorno feriale). La persona con cui parlavo mi metteva in contatto con un medico dell&#8217;Istituto Tumori di Milano che mi spiegava che, se preso per tempo, il tumore sarebbe stato curabile con un trattamento oncologico sperimentale che era compatibile con l&#8217;et\u00e0 di mia mamma, ma purtroppo, dato il peggioramento delle sue condizioni, la terapia non era pi\u00f9 praticabile. Di l\u00ec in poi mia mamma avrebbe passato 10 giorni sotto morfina per poi mettere fine alle sue sofferenze il 29 gennaio.<br \/>\nCi sono molte in cose in questa vicenda che mi hanno fatto infuriare o indignare. La telefonata che ho descritto sopra, il palleggio di responsabilit\u00e0 nel dirci di no, l&#8217;ipocrisia del non poter dire chiaramente che un intervento con probabilit\u00e0 di successo del 50% non \u00e8 in realt\u00e0 un accanimento terapeutico (lo sarebbe a mio avviso se avesse probabilit\u00e0 di successo dello 0,01%) ma \u00e8 un investimento che non ha un congruo ritorno economico. Molte di queste cose per\u00f2 non sono sopravvissute alla rabbia del momento, venendo alla fine da me giustificate come singoli casi di scarsa professionalit\u00e0 o inevitabili meccanismi in un mondo in cui tutto, anche la sanit\u00e0, agisce a risorse economiche limitate. Ci sono per\u00f2 tre aspetti che hanno superato questi nove mesi e che sono diventati parte del mio modo di vedere il mondo della sanit\u00e0.<br \/>\nIl primo \u00e8 la generale totale impreparazione nella gestione dei pazienti dal punto di vista relazionale diffusa a tutti i livelli, dal primario all&#8217;ultimo degli OSS. In innumerevoli casi nei quali in questi mesi mi sono relazionato con un qualunque attore della sanit\u00e0 ho riscontrato i due vizi tipici del cattivo operatore di call center, minimizzazione del problema del cliente e insistenza nel dimostrare che \u00e8 il cliente che ha torto. L&#8217;infermiera che a mia mamma che, di fronte all&#8217;ennesimo rinvio, si lamentava per il suo dolore, rispondeva: &#8220;Le persone che sono qui in ospedale sono tutte qui perch\u00e9 non stanno bene&#8221; avrebbe ricevuto per una risposta simile un feedback negativo nel callcenter di una societ\u00e0 telefonica. E questo nonostante la risposta non fosse stata indirizzata a una malata terminale che aveva tutte le ragioni di reclamare una corsia preferenziale ma magari ad un cliente che non riusciva a mandare messaggi. Se l&#8217;elettricista che chiamo alle 19.30 perch\u00e9 non ho corrente in casa mi risponde gentilmente e magari viene anche da me a ripararmi il magnetotermico, come accidente \u00e8 possibile che il medico che chiamo alle 19.30 perch\u00e9 mia madre sta morendo non sappia manifestare nemmeno un grammo di empatia? Il fatto che un&#8217;interazione cos\u00ec critica come quella con i pazienti sia gestita in modo cos\u00ec grossolano d\u00e0 da pensare sul fatto che probabilmente non ci sia una selezione e una formazione sufficiente del personale da questo punto di vista.<br \/>\nL&#8217;altro aspetto che continuo a considerare un dato piuttosto diffuso nelle professioni sanitarie \u00e8 la tendenza del personale sanitario a pensarsi non come un professionista che presta il suo servizio, basato sulle sue competenze e sulla sua esperienza, a qualcuno che ne ha bisogno, come potrebbe essere un avvocato o un commercialista, ma come a qualcuno che riceve una sorta di procura sulla gestione della salute del paziente e quindi si sente in grado di decidere al posto suo come e quando procedere a terapie, interventi e altro, sentendosi non poco infastidito da chi invece preferisce continuare a fare le proprie scelte, anche se possono essere disallineate rispetto ai consigli del medico. Capisco che la diffusione di movimentismo novax e antiscientifico abbia generato una reazione di difesa da parte del personale medico, ma trovo sia perfettamente legittimo che quando le ripercussioni delle mie scelte non si estendono ad altri io possa decidere cosa fare o non fare anche se diverge rispetto al consiglio del personale medico.<br \/>\nL&#8217;ultimo aspetto \u00e8 quello legato alla visione che il personale sanitario ha delle persone anziane. Non ritengo sia giusto e umano che chi vive gli ultimi anni della sua vita non debba avere lo stesso diritto alla salute e al benessere di altri, solo perch\u00e9 la vita che gli resta da vivere \u00e8 comunque pi\u00f9 breve. Dire ad una persona di 89 anni che non serve fare controlli perch\u00e9 &#8220;tanto a 89 anni cosa vuoi fare?&#8221; \u00e8 una mancanza di rispetto aberrante e disumana. E questo modo di pensare l&#8217;ho sentito esprimere troppe volte in questi mesi per non pensare sia diffuso. Ognuno pu\u00f2 pensare che la lotta dell&#8217;uomo contro la morte sia inutile e meglio sarebbe rassegnarsi alla caducit\u00e0 della vita umana, ma trovo che chi la pensa cos\u00ec farebbe meglio a non lavorare nella sanit\u00e0, perch\u00e9 il senso della sanit\u00e0 \u00e8 proprio allungare la vita e il benessere delle persone, anche quando hanno 89 anni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E&#8217; difficile raccontare la sanit\u00e0 italiana se si fa un altro mestiere e se la si incontra solo per fare qualche radiografia o qualche esame specialistico e ci si limita a lamentarsi dei tempi di attesa. 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